Palmiro Togliatti

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Palmiro Togliatti
Palmiro Togliatti Official.jpg

Segretario generale del
Partito Comunista Italiano
Durata mandato 1927 –
1934
Predecessore Antonio Gramsci
Successore Ruggero Grieco

Durata mandato 1938 –
21 agosto 1964
Predecessore Ruggero Grieco
Successore Luigi Longo

Ministro di grazia e giustizia del Regno d'Italia
Durata mandato 21 giugno 1945 –
1º luglio 1946
Predecessore Umberto Tupini
Successore Fausto Gullo (Ministro di grazia e giustizia della Repubblica Italiana)

Vicepresidente del Consiglio dei ministri del Regno d'Italia
Durata mandato 12 dicembre 1944 –
21 giugno 1945
Predecessore Giuseppe Spataro
Successore Pietro Nenni

Deputato dell'Assemblea Costituente
Gruppo
parlamentare
comunista
Circoscrizione collegio unico nazionale
Sito istituzionale

Deputato della Repubblica Italiana
Legislature I, II, III, IV
Gruppo
parlamentare
comunista
Coalizione col Partito Socialista Italiano fino al 1963
Collegio Torino, Roma
Sito istituzionale

Dati generali
Partito politico Partito Socialista Italiano (1914-21),
Partito Comunista Italiano (1921-64)
Titolo di studio Laurea in giurisprudenza
Università Università degli Studi di Torino
Professione giornalista, dirigente politico
Firma Firma di Palmiro Togliatti

Palmiro Michele Nicola Togliatti, alias Ercole Ercoli e Mario Correnti (Genova, 26 marzo 1893Jalta, 21 agosto 1964), è stato un politico e antifascista italiano, guida storica del Partito Comunista Italiano. Nel 1930 prese la cittadinanza sovietica[1][2].

Fu uno dei membri fondatori del Partito Comunista d'Italia e, dal 1927 fino alla morte, segretario e capo indiscusso del Partito Comunista Italiano (con un'interruzione dal 1934 al 1938), del quale era stato il rappresentante all'interno del Comintern (di qui, per le sue capacità di mediatore fra le varie anime del partito, lo pseudonimo di «giurista del Comintern» attribuitogli da Lev Trotskij[3]), l'organizzazione internazionale dei partiti comunisti. Anche di questo organismo Togliatti fu uno degli esponenti più rappresentativi e, dopo che esso fu sciolto nel 1943 e sostituito dal Cominform nel 1947, rifiutò la carica di segretario generale, offertagli direttamente da Stalin nel 1951, preferendo restare alla testa del partito in Italia e cominciando a nutrire dei dubbi sulla politica del leader sovietico, fatto che gli farà approvare in pieno la linea di Nikita Chruščëv al XX congresso del PCUS (1956).[4]

Dal 1944 al 1945 ricoprì la carica di vicepresidente del Consiglio e dal 1945 al 1946 quella di ministro di grazia e giustizia nei governi che ressero l'Italia dopo la caduta del fascismo. Membro dell'Assemblea Costituente, dopo le elezioni politiche del 1948 guidò il partito all'opposizione rispetto ai vari governi che si succedettero sotto la guida della Democrazia Cristiana, proponendo la "via italiana al socialismo", cioè la realizzazione del progetto comunista tramite la democrazia, ripudiando l'uso della violenza e applicando la Costituzione italiana in ogni sua parte.[5]

Sopravvissuto ad un attentato nel 1948, Togliatti morì nel 1964, durante un periodo di vacanza che stava trascorrendo in Crimea sul Mar Nero, nell'allora Unione Sovietica.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Le origini familiari e gli studi[modifica | modifica wikitesto]

Palmiro Togliatti vide la luce da una famiglia di origini piemontesi; il padre, Antonio, nacque nel 1852 a Coassolo, in provincia di Torino. La famiglia avrebbe voluto destinarlo alla carriera ecclesiastica ma Antonio, dopo il seminario a Giaveno, non volle prendere i voti e si trasferì a Torino, si diplomò maestro e dopo un periodo d'insegnamento si impiegò dapprima come istitutore e poi come contabile nell'amministrazione dei Convitti nazionali del Regno, sposando una maestra elementare torinese, Teresa Viale, che divenne «la figura centrale della famiglia».[6]

Il lavoro del padre costrinse i Togliatti a frequenti spostamenti in diverse città. La madre dovette lasciare l'insegnamento per occuparsi esclusivamente della famiglia che intanto andava crescendo: il primogenito Eugenio nacque a Orbassano nel 1890, Maria Cristina e Palmiro a Genova, nella casa di via Albergo dei Poveri 9, rispettivamente nel 1892 e nel 1893, mentre l'ultimo figlio Enrico nacque a Torino nel 1900. Il nome Palmiro gli venne dato perché nato nel giorno della Domenica delle Palme. I genitori erano infatti religiosi senza che questo fosse vissuto dal giovane Togliatti come un'imposizione: «Per abitudine si andava a messa tutte le domeniche, ma non sentii mai il problema religioso con troppa intensità».[7]

Nel 1897, a Novara, dove intanto la famiglia si era trasferita, Palmiro frequentò insieme con la sorella[8] la prima elementare, ma proseguì gli studi a Torino; poi, dal 1902 fu a Sondrio, dove conseguì la licenza ginnasiale, e dal 1908 frequentò il Liceo classico Azuni di Sassari, dove risultò con la sorella il migliore dell'Istituto, ottenendo così entrambi la "licenza d'onore", che li esonerava dall'obbligo di sostenere l'esame finale di maturità.[9]

Il padre Antonio, malato di cancro, si era intanto dovuto ricoverare in ospedale a Torino, morendovi il 21 gennaio 1911: la famiglia, già di condizioni modeste, cadde in serie ristrettezze economiche. Trasferita la famiglia nell'estate del 1911 nella casa torinese di Lungodora Firenze 55, la madre Teresa si diede a lavorare di cucito mentre Eugenio, studente dell'ultimo anno di matematica, dava lezioni private, unitamente a Palmiro e Maria Cristina, che pure studiavano per superare il concorso con il quale il Collegio Carlo Alberto metteva a disposizione 65 borse di studio di 70 lire mensili per frequentare l'Università di Torino. Nell'ottobre 1911 entrambi superarono gli esami: Palmiro si classificò secondo e Maria Cristina undicesima: al nono posto figurò un giovane venuto dalla Sardegna, Antonio Gramsci, futuro compagno di Togliatti nelle lotte politiche. Gramsci s'iscrisse, come Maria Cristina, alla facoltà di lettere, mentre Palmiro, che avrebbe voluto seguire i corsi di filosofia, per decisione dei familiari dovette iscriversi alla Facoltà di giurisprudenza.

Togliatti negli anni venti

Non è chiaro il preciso percorso intellettuale del giovane Togliatti: nel clima culturale di quegli anni stavano ormai prevalendo sul vecchio positivismo le correnti neo-idealistiche che andavano dal magistero di Benedetto Croce fino alle espressioni più esasperate di nazionalismo e di spiritualismo. Se a queste ultime Togliatti dichiarerà sempre di essere rimasto estraneo, è certo che Benedetto Croce soprattutto, e poi La Voce di Giuseppe Prezzolini, Gaetano Salvemini e Romain Rolland ebbero non poca parte sulla sua formazione giovanile, mentre il primo accostamento al marxismo sarebbe avvenuto soprattutto tramite gli scritti del Labriola. Ma due furono gli elementi decisivi che portarono Togliatti al socialismo marxista: l'amicizia di Gramsci e la concreta realtà sociale torinese, che vedeva allora lo sviluppo di un forte e organizzato movimento operaio.[10]

Togliatti s'iscrisse al Partito socialista nel 1914, anche se non frequentò la vita di partito per diversi anni, e allo scoppio della prima guerra mondiale si dichiarò favorevole all'intervento dell'Italia a fianco dell'Intesa,[11] secondo una considerazione politica, presente anche se minoritaria fra gli stessi socialisti, che portava a distinguere «fra la guerra imperialista e le giuste rivendicazioni nazionali contro i vecchi imperialismi. Non ritenevano giusto che alcune province italiane rimanessero sotto il dominio di uno Stato straniero, per di più reazionario».[12]

Dopo un brillante percorso di studi concluso con la media del 30, Togliatti si laureò nel novembre 1915 con la tesi Il regime doganale delle colonie, discussa con Luigi Einaudi. Seguendo la sua primitiva inclinazione, s'iscrisse anche alla facoltà di Lettere e Filosofia, ma la guerra prima e l'attività politica poi gli impedirono di conseguire la seconda laurea. Infatti, pur riformato per la forte miopia, nel 1915 si arruolò volontario nella Croce Rossa, prestando servizio in diversi ospedali, anche al fronte. Nel frattempo, le necessità belliche indussero i Comandi militari a rivedere i criteri di arruolamento, così che nel 1916 Togliatti fu dichiarato "abile e arruolato"[13]; fu così assegnato in forza al 54º Reggimento Fanteria per poi passare, su sua richiesta, al 2º Reggimento Alpini. Nel 1917 fu ammesso al corso allievi ufficiali di Caserta che superò senza però ottenere la nomina a ufficiale a causa di una grave pleurite intervenuta nel frattempo: caporal maggiore alla sanità, nel dicembre del 1918, allo scadere di una lunga licenza, fu congedato.[14]

L'inizio dell'attività politica[modifica | modifica wikitesto]

L'Ordine Nuovo[modifica | modifica wikitesto]

Il primo numero de L'Ordine Nuovo

A Torino, Togliatti insegnò diritto ed economia in un Istituto privato e collaborò come cronista nel quotidiano socialista Avanti!: s'impegnò anche nell'attività politica delle sezioni del Partito e tenne il suo primo comizio a Savigliano.

Nel 1919 il Partito socialista era in piena espansione di consensi elettorali, particolarmente nel capoluogo piemontese, dove lo sviluppo industriale aveva creato un forte nucleo operaio. Dopo il successo della Rivoluzione russa i giovani socialisti torinesi, Gramsci in testa, avevano avvertito che, di fronte all'inerzia dei dirigenti socialisti nazionali – parte dei quali ritenevano che la rivoluzione socialista sarebbe avvenuta ineluttabilmente per forza propria, mentre altri consideravano strategica una politica esclusivamente riformista - quello torinese poteva essere un laboratorio politico dove sviluppare le premesse di una rivoluzione italiana, per conseguire la quale occorreva però un'azione diretta allo scopo. Per dare voce a tali esigenze, per comprendere i nuovi, enormi problemi creati dalla guerra e dalle rivoluzioni che si sviluppavano in Europa e per fare i conti con la cultura italiana contemporanea, Gramsci, Tasca, Terracini e Togliatti fondarono il settimanale L'Ordine Nuovo, il cui primo numero uscì il 1º maggio 1919.

Togliatti vi tenne la rubrica culturale «La battaglia delle idee», con articoli spesso polemici: ne fecero le spese il già ammirato Prezzolini, ora giudicato un moralista, un «maestro di scuola, predestinato alla sterilità», lo scrittore Piero Jahier, cui rimproverò il dilettantismo politico e Piero Gobetti, un «predicatore del rinnovamento morale del mondo», un «ragazzo d'ingegno» sì, ma dal «frasario nuvoloso che dovrebbe dare l'illusione della profondità».[15] La recensione al libro Polemica liberale del noto giornalista Missiroli gli diede occasione, dopo aver riconosciuto i meriti storici dei principi liberali, di denunciare i limiti del liberalismo politico italiano, «movimento di un'aristocrazia intellettuale e non riscossa di sane e forti energie sociali», rispetto al quale «il socialismo può diventare il vero liberatore del paese nostro».[16]

Amadeo Bordiga

Da giugno, sotto l'impulso di Gramsci, il settimanale mutò interessi e contenuti: meno rassegne culturali e più attenzione alle forme di organizzazione che il movimento operaio italiano si stava dando, sulla scorta dell'esperienza russa dei Soviet come di quella tedesca dei Revolutionäre Obleute e degli Arbeiterräte austriaci: la creazione dei Consigli operai. La commissione di fabbrica è giudicata da L'Ordine Nuovo non solo un organo di democrazia operaia ma anche il nucleo di un futuro potere proletario, l'«ordinatrice di fatto e di diritto di tutto il regime di produzione e di scambio».[17]

Le valutazioni positive de L'Ordine Nuovo contrastavano con le posizioni critiche, per diversi motivi svolte al riguardo tanto dai sindacalisti della Camera del Lavoro – che rimproverano di anarchismo quegli operai – quanto da Amadeo Bordiga, che dalla rivista Soviet accusava l'iniziativa di «economicismo»: il proletariato non può emanciparsi sul terreno dei rapporti economici «mentre il capitalismo detiene, con lo Stato, il potere politico».[18]

Togliatti nel periodo della collaborazione a L'Ordine Nuovo

Il movimento dei Consigli continuò a svilupparsi, insieme all'estensione dei conflitti sindacali, delle serrate e delle occupazioni delle fabbriche, e gli ordinovisti, come del resto la FIOM, appoggiarono l'occupazione della FIAT, avvenuta il 1º settembre 1920 a seguito della serrata industriale, che fu imitata da quasi tutte le fabbriche della città, e la gestione della produzione attivata dai Consigli operai in assenza dei tecnici e dei dirigenti della fabbrica. Togliatti, che in luglio aveva assunto la carica di segretario della Sezione socialista torinese, era convinto che la dittatura proletaria fosse attuabile «perché era realizzata la sua fondamentale premessa storica: il prevalere del proletariato industriale e rivoluzionario nella vita del paese, e l'imporsi della sua ideologia di conquista a tutte le categorie di lavoratori».[19]

La fondazione del Partito comunista[modifica | modifica wikitesto]

L'occupazione ebbe termine il 26 settembre con un compromesso tra la proprietà e gli operai favorito da Giolitti. Di fronte all'inerzia del Partito socialista gli ordinovisti si convinsero che «il destino della rivoluzione socialista dipende soprattutto dalla esistenza di un partito che sia veramente un partito comunista»,[20] e la Sezione torinese decise a grande maggioranza di costituirsi in frazione comunista, partecipando con Gramsci al Convegno di Imola che il 29 novembre sancì ufficialmente la frazione comunista del Partito socialista, che vedeva in Amadeo Bordiga il suo leader più prestigioso. Il 15 gennaio 1921 si aprì a Livorno il XVII Congresso socialista e il giorno 21 la minoranza comunista si costituiva in partito, il Partito comunista d'Italia: degli ordinovisti, erano presenti a Livorno Gramsci e Terracini, mentre Togliatti era rimasto a Torino a dirigere L'Ordine Nuovo, ora divenuto quotidiano.

Da tempo erano iniziate le violenze delle squadre fasciste nell'indifferenza delle forze dell'ordine, che privilegiavano la sorveglianza dei comunisti. Il fascismo è giudicato «la parte peggiore della borghesia italiana, quella che non ha mai fatto l'abitudine a una scuola di pensiero, quella che è classe dominante unicamente per una specie di diritto di ereditarietà; ma non possiede alcuna delle qualità che occorrono ai dirigenti di uno Stato».[21]

Saluta l'opposizione alle violenze fasciste di Firenze del marzo 1921 scrivendo che «il proletariato non deve mai dare esempio di viltà [...] meglio, cento volte meglio, lasciare cinquanta morti sul lastrico di una città che tollerare senza reazione la violenza e l'offesa», e di fronte all'incendio della Camera del Lavoro di Torino, avvenuto senza incontrare opposizione, scrive il 4 maggio 1921: «Quando ti pentirai, o popolo, di quello che non hai fatto, di quello che non hai ancora saputo fare, di quello di cui gli avversari tuoi hanno dovuto farti la scuola? [...] Ma non rallegratevi, borghesi: nell'animo del popolo d'Italia maturano propositi. E non parole, non canti, ma fuoco e cenere d'incendi, e secco scoppiettare di fucilate li fan maturare».[22] Mentre Gramsci rimase a Torino a dirigere L'Ordine Nuovo, alla fine dell'estate del 1921 Togliatti venne mandato a Roma, «città dei trafficanti e dei burocrati, città del popolo eroico e generoso e della borghesia vile e parassita»,[23] come redattore-capo del quotidiano «Il Comunista», diretto dal deputato Luigi Repossi, che iniziò le pubblicazioni l'11 ottobre: percepiva 1.500 lire al mese e alloggiava in una pensione di via Giovanni Lanza 152; continuò tuttavia a collaborare anche al quotidiano torinese, telefonando alla sera le proprie corrispondenze. A Roma si stampava anche «Compagna», diretta da Giuseppe Berti: fra le redattrici vi era la torinese Rita Montagnana, sorella di Mario, un altro redattore de L'Ordine Nuovo, e tra Rita e Togliatti nacque qualche tempo dopo una relazione che sfocerà nel matrimonio, celebrato nel Municipio di Torino il 27 aprile 1924.

Tessera del PCd'I del 1921
Mario Montagnana

Il III Congresso dell'Internazionale Comunista, nel giugno del 1921, di fronte all'esaurirsi della spinta rivoluzionaria in Europa, aveva stabilito la nuova tattica che i partiti comunisti nazionali avrebbero dovuto seguire: quella di un fronte unico con i partiti socialisti per opporsi alla montante reazione della destra. Tuttavia il Partito comunista d'Italia si oppose a quell'indirizzo e nel suo II Congresso, tenuto a Roma nel marzo del 1922, Bordiga e Terracini, per la maggioranza dei congressisti, ribadirono nelle loro tesi il rifiuto a ogni accordo con i socialisti, sottovalutarono il pericolo fascista e previdero uno sbocco socialdemocratico alla crisi italiana: restava operante solo l'intesa con i socialisti sul piano sindacale.[24] Gramsci e Togliatti, che entrò a far parte del Comitato Centrale, si allinearono con la maggioranza di Bordiga, pur non condividendo l'opposizione alle direttive del Comintern, perché temevano una frattura, se non una scissione nel partito.[25]

Il 5 ottobre, commentando la conclusione del XIX Congresso socialista, Togliatti scrisse su L'Ordine Nuovo che l'espulsione dal PSI dei riformisti di Turati rappresentava un segnale positivo per il riavvicinamento dei due partiti,[26] un concetto ribadito il 12 ottobre, in un discorso tenuto al Comitato centrale del Partito.[27]

L'avvento del fascismo[modifica | modifica wikitesto]

Il 28 ottobre 1922, in coincidenza con la marcia su Roma, una squadra fascista penetrò nella tipografia dove si stampava «Il Comunista»: vi era anche Togliatti, che riuscì a fuggire. Il quotidiano cessò le pubblicazioni il 31 ottobre, con un ultimo appello all'attività illegale. A Torino, ci aveva pensato il 29 ottobre il questore Benedetto Norcia a chiudere provvisoriamente L'Ordine Nuovo, imitato dal collega di Trieste che aveva sospeso le pubblicazioni dell'altro quotidiano comunista «Il Lavoratore».

Minimizzava intanto, come la maggioranza del gruppo dirigente del Partito, il significato politico dell'avvento dei fascisti al governo: «non hanno profondamente modificato la situazione interna italiana [...] il governo fascista, che è la dittatura della borghesia, non avrà interesse di liberarsi di alcuno dei tradizionali pregiudizi democratici».[28]

Togliatti ritornò a Torino, dove il 7 novembre tenne un comizio in celebrazione dell'anniversario della Rivoluzione russa; nel dicembre successivo Torino fu sconvolta dalla strage del 18 dicembre, quando gli squadristi, comandati dal console della Milizia Piero Brandimarte devastarono la Camera del Lavoro e la sede de L'Ordine Nuovo, uccidendo 22 persone. Dopo questo avvenimento Togliatti si distaccò dall'attività politica, per motivi non chiariti: per una malattia,[29] per una crisi sentimentale,[30] per paura delle rappresaglie fasciste o forse perché «per Togliatti la politica era arte di governo, non milizia rivoluzionaria. Forse gli si presentò in quella e in altre occasioni il problema se dovesse veramente abbandonare i suoi studi per dedicarsi unicamente alla politica».[31] Non fu nemmeno coinvolto dall'ondata di arresti ordinati nel febbraio del 1923 da Mussolini: oltre ai delegati comunisti di ritorno dal IV Congresso dell'Internazionale, che aveva imposto la fusione dei partiti socialista e comunista, furono arrestati più di 5.000 dirigenti comunisti di vario livello;[32] tra le maggiori personalità, sfuggirono all'arresto, a parte Gramsci, rimasto a Mosca, e Tasca, che si trovava in Svizzera, soltanto Terracini, Camilla Ravera e lo stesso Togliatti.

Camilla Ravera

L'operazione poliziesca coordinata da De Bono era del tutto illegale e infatti tutti furono prosciolti in istruttoria o assolti alla fine dell'anno nel processo, ma raggiunse lo scopo di allontanare dal Partito i militanti meno decisi e di sconvolgere l'organizzazione, costringendola all'illegalità. In aprile Togliatti riprese i contatti con il Partito, entrando a far parte del Comitato esecutivo: assunto lo pseudonimo di Paolo Palmi, si trasferì nella nuova sede clandestina costituita ad Angera, sul Lago Maggiore.

Mauro Scoccimarro

Erano i giorni in cui l'Internazionale, con un atto d'imperio, aveva imposto al Partito italiano la formazione di un nuovo esecutivo costituito da tre esponenti della maggioranza di sinistra, Togliatti, Scoccimarro e Fortichiari,[33] e da due della minoranza di destra, Angelo Tasca e Giuseppe Vota, con il compito di portare ad effetto la fusione con la frazione del Partito socialista aderente all'Internazionale,[34] guidata da Giacinto Menotti Serrati. Togliatti, ancora legato a Bordiga, il quale era nettamente contrario all'operazione, esitava, dichiarandosi disposto ad accettare la carica a condizione di sviluppare «una polemica aperta con l'Internazionale e con la minoranza del partito» e denunciando a Gramsci quello che riteneva essere il tentativo, da parte della minoranza, di liquidare l'«esperienza del movimento politico proletario che ha portato alla creazione del partito comunista».[35]

Una posizione, questa, giudicata un grave errore da Gramsci, il quale considerava una iattura la contrapposizione del debole Partito italiano con l'Internazionale. L'operazione della fusione non andò in porto. La frazione socialista favorevole all'unificazione con i comunisti fu radiata dal PSI nell'agosto del 1923. Allo stesso tempo Gramsci s'impegnava a costituire nel Partito una maggioranza di centro, cercando di attrarre a sé gli elementi dell'attuale maggioranza di sinistra per isolare tanto Bordiga (considerato un dottrinario che condannava il Partito all'immobilismo) che la destra di Tasca (che intendeva, secondo Gramsci, liquidare nel Partito ogni prospettiva rivoluzionaria) in modo da mantenere la fisionomia del Partito nato a Livorno senza rompere con l'Internazionale comunista. Togliatti finì con l'allinearsi alla strategia di Gramsci, pur con quelle esitazioni che sembravano essere una tipica espressione del suo carattere.[36]

In Italia la stampa comunista era bersagliata da sequestri motivati dai prefetti con la sua «attività antinazionale» o per l'«istigazione all'odio di classe»: nell'agosto del 1923 Togliatti fondò il settimanale «lo Stato Operaio» a Milano, dove si trovava quando, il 21 settembre, venne arrestato insieme con Tasca, Vota, Leonetti, Gennari, Mario Montagnana, Teresa Noce e Caterina Piccolato.[37] Denunciati per «complotto contro la sicurezza dello Stato», furono assolti in istruttoria dopo tre mesi di carcere preventivo passati a San Vittore.

Nell'agosto del 1923 Mussolini fece approvare dal Parlamento una nuova legge elettorale, la legge Acerbo, che assegnava i due terzi dei seggi alla lista che avesse superato il 25% dei voti. Togliatti scrisse che «il fascismo vuole, conquistato il potere, disperdere gli aggregati proletari, impedire una loro unificazione su qualsiasi terreno e provocare invece una unificazione attorno a sé dei gruppi politici borghesi»[38]: il 6 aprile 1924, le elezioni confermarono il blocco borghese intorno al «listone» mussoliniano che raccolse il 66,2% dei voti e 375 seggi. L'«Alleanza per l'unità proletaria», la lista unitaria di comunisti e socialisti «terzini», ottenne il 3,8% e 19 deputati, tra i quali Gramsci che così, apparentemente protetto dall'immunità parlamentare, poté rientrare in Italia: Togliatti non era candidato, mentre Bordiga, benché sollecitato, aveva rifiutato di presentarsi alle elezioni. Il risultato elettorale ottenuto, benché oggettivamente modesto, fu accolto dal Partito con soddisfazione, essendo stato superiore al previsto e vicino a quello ottenuto dagli altri due partiti socialisti.

La conferenza di Como[modifica | modifica wikitesto]

Il chiarimento interno al Partito si tenne nella conferenza clandestina convocata nella metà di maggio presso Como, nella quale le tre correnti presentarono ciascuna una propria relazione. Togliatti, per il «centro», criticando la concezione bordighiana del partito come un'organizzazione di quadri rivoluzionari isolata dalle masse,[39] sostenne che quello comunista doveva essere sì «il Partito della dittatura del proletariato, ma la dittatura del proletariato sarà una parola d'ordine solo nel momento in cui saremo riusciti a trascinare dietro di noi, a porre sul terreno della lotta per la conquista del potere le grandi masse della popolazione lavoratrice e non solo l'avanguardia che oggi è raccolta nei nostri Partiti. Per giungere a quel momento bisogna saper costruire tutta una catena storica attraverso i suoi successivi anelli e quindi saper lanciare delle parole d'ordine adattate alla situazione in cui ci troviamo e ai rapporti di forze reali che troviamo dinnanzi a noi».[40] Tuttavia i delegati del convegno si espressero ancora in larga maggioranza a favore della sinistra di Bordiga.

Alla fine del mese Togliatti, Bordiga, Grieco, Tasca e altri quattordici delegati italiani, partirono per Mosca per partecipare al V Congresso dell'Internazionale, il primo tenuto dopo la morte di Lenin, convocato per il 17 giugno 1924. Il tema della relazione svolta da Zinov'ev era incentrato sulla necessità di combattere tanto le «deviazioni» di sinistra quanto soprattutto di destra presenti in diversi Partiti comunisti. Ritenendo che vi fossero prospettive rivoluzionarie a medio termine, la risoluzione finale dell'Internazionale dichiarava che era necessario non farsi irretire da alleanze con i partiti socialdemocratici: per l'Italia, attraversata da una grave crisi politica a seguito del delitto Matteotti, il compito del Partito comunista era: «1) abbattere il fascismo; 2) scartare dalla scena politica [...] i partiti d'opposizione costituzionale e riformista; 3) riunire dietro di sé le masse operaie e contadine per un'azione di classe mirante alla conquista del potere».[41]

Nel suo intervento sulla situazione politica italiana, Togliatti, che aveva assunto lo pseudonimo di «Ercoli», rilevata l'impossibilità dei partiti di sinistra di condurre da soli la lotta contro il fascismo, aveva invece sostenuto la necessità di isolare i fascisti dai loro «temporanei alleati, facendone per un periodo transitorio [...] degli alleati della classe operaia, e di utilizzare tutte le fessure esistenti nell'insieme dei raggruppamenti borghesi e semiborghesi, per favorire contemporaneamente il processo di disgregazione di questo blocco».[42] Stante il rifiuto della sinistra di assumere cariche, vennero eletti al Comitato esecutivo del PCd'I Gramsci (il quale dall'agosto fu investito anche della nuova carica di segretario generale del Partito),[43], Togliatti (dallo stesso periodo responsabile anche del settore agitazione e propaganda), Scoccimarro, Mersù e Maffi.

Durante la crisi del regime fascista nella seconda metà del 1924, il Partito comunista aumentò il numero dei suoi iscritti e la diffusione della sua stampa, ma non riuscì a incidere sulla crisi: la proposta della creazione di un "antiparlamento" fu respinta sia dai socialisti che dalle altre forze aventiniane che temevano il radicalismo rivoluzionario dell'iniziativa. Il «nullismo»[44] dell'Aventino si concretò nel manifesto dell'11 novembre che chiedeva l'intervento di un re il quale era in realtà solidale con lo stesso Regime: i comunisti decisero allora di rientrare in parlamento e, dopo il discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925, la repressione, mai cessata nei confronti dei comunisti, si estese anche alle altre opposizioni. Il 3 aprile Togliatti venne arrestato con cinque capi d'imputazione, tra i quali quello di «far sorgere in armi gli abitanti del Regno contro i poteri dello Stato». Anche questa volta, essendo intervenuta un'amnistia, non si arrivò al processo e il 29 luglio venne scarcerato: poté così conoscere il figlio Aldo, nato durante la detenzione. Un successivo mandato di cattura, emesso in settembre, non ebbe effetto perché Togliatti, rientrato nella clandestinità, riuscì a far perdere le proprie tracce.

Togliatti e altri dirigenti comunisti alla riunione del Comintern

Il congresso di Lione[modifica | modifica wikitesto]

Nell'autunno si tennero clandestinamente i congressi provinciali di partito: Gramsci, appoggiato da Togliatti e dagli altri esponenti del centro e della destra, vi svolse un'intensa attività allo scopo di strappare alla sinistra il controllo delle Federazioni in vista del III Congresso nazionale da tenersi a Lione. Qui, dal 20 gennaio 1926 vennero presentate e discusse le tesi congressuali, che secondo Paolo Spriano «sono il prodotto più maturo dello sviluppo teorico leninista di Gramsci e di Togliatti».[45]

Il fascismo viene visto in queste tesi come un'espressione della politica tradizionale delle classi dirigenti italiane, e della lotta del capitalismo contro la classe operaia che ha la sua base sociale «nella piccola borghesia urbana e in una nuova borghesia agraria». Rispetto al tradizionale programma di conservazione e di reazione della classe politica italiana, fatta di accordi e di compromessi, il fascismo ha inteso «realizzare una unità organica di tutte le forze della borghesia in un solo organismo politico sotto il controllo di una unica centrale che dovrebbe dirigere insieme il partito, il governo e lo Stato». Destinato, per le sue stesse premesse, a svolgere un'aggressiva politica imperialistica, «nel campo economico agisce come strumento di una oligarchia industriale e agraria per accentrare nelle mani del capitalismo il controllo di tutte le ricchezze del paese. Ciò non può fare a meno di provocare un malcontento nella piccola borghesia la quale, con l'avvento del fascismo, credeva giunta l'era del suo dominio».

Era questo un primo elemento di contraddizione nel blocco reazionario creato dal fascismo, al di fuori del quale restavano altri centri di opposizione borghese, come il gruppo giolittiano. «Questo gruppo si collega a una sezione della borghesia industriale e, con un programma di riformismo laburista, esercita influenza sopra strati di operai e piccoli borghesi».

Inserire il proletariato come terzo elemento della lotta politica italiana e l'alleanza tra la classe operaia del Nord e il proletariato agricolo del Sud, sempre per le tesi congressuali, era la condizione per la creazione di prospettive rivoluzionarie nel paese. Occorreva però che il Partito fosse in costante contatto con la classe operaia e per questo doveva «bolscevizzarsi», ossia organizzarsi sullo stesso luogo di lavoro, creandovi cellule comuniste, senza per questo essere un partito di soli operai: «la classe operaia e il suo partito non possono fare a meno degli intellettuali e devono essere in grado di raccogliere e guidare tutti gli elementi che per una via o per un'altra sono spinti alla rivolta contro il capitalismo», come i contadini, possibile tramite politico tra il proletariato e le classi rurali. Si trattava della conferma della necessità di sviluppare un partito di massa.

Il Congresso si concluse il 26 gennaio: le Tesi di Gramsci e Togliatti raccolsero più del 90% dei consensi dei delegati e la sinistra di Bordiga perdette il controllo del Partito. Gramsci fu confermato segretario generale, mentre Togliatti fu confermato all'Esecutivo, all'Ufficio di segreteria e al Comitato centrale.[46] Contro l'esito del Congresso la corrente di sinistra presentò ricorso che fu respinto dall'Internazionale.[47]

A Mosca, in Svizzera e a Parigi[modifica | modifica wikitesto]

Il 10 febbraio 1926 Togliatti lasciò l'Italia con la moglie e il figlio per Mosca, essendo stato nominato capo della delegazione[48] del Partito italiano per il VI Plenum dell'Internazionale comunista: certamente non immaginava che sarebbe rientrato in Italia soltanto diciotto anni dopo. Nel precedente dicembre, nel Partito russo era avvenuto uno scontro interno tra i maggiori dirigenti: quasi emarginato Trotskij, erano stati Zinov'ev e Kamenev ad attaccare Bucharin e Stalin, contestando loro l'impossibilità di costruire il socialismo nella sola Russia, ma erano rimasti in minoranza. L'Internazionale aveva concordato di non affrontare i problemi interni del Partito russo, ma Bordiga aveva insistito e, dopo uno scontro con Stalin, nella seduta del Plenum criticò il predominio esercitato dal Partito russo e la politica di bolscevizzazione dei Partiti comunisti.

Nel suo discorso del 25 febbraio, Togliatti attaccò Bordiga, accusandolo di aver portato il Partito italiano sull'orlo della distruzione, difese l'attuale politica del gruppo dirigente italiano, volta a individuare e approfondire gli eventuali contrasti del blocco reazionario al potere in Italia e manifestò dubbi sulle possibilità - avanzate dalla relazione di Zinov'ev - di svolte rivoluzionarie in Europa. Togliatti, al termine del Plenum, venne eletto all'Esecutivo dell'Internazionale con Stalin, Zinov'ev, Bucharin, Trotskij, Thälmann, Kuusinen, Manuil'skij e altri.[49]

La lettera di Gramsci[modifica | modifica wikitesto]

Dall'estate del 1926 Trotskij, Zinov'ev, Kamenev, Radek, Antonov-Ovseenko e altri dirigenti bolscevichi tentarono un'ultima opposizione contro la maggioranza capeggiata da Stalin, vista come una pericolosa autocrazia, costituendosi apertamente in frazione comunista di sinistra. Conducendo un'agitazione tra gli stessi operai, criticarono il burocratismo e la mancanza di democrazia interna nel Partito, la persistenza di gravi sperequazioni sociali a favore dei contadini proprietari, avvantaggiati dalla NEP a danno degli operai, la rinuncia a una politica rivoluzionaria all'esterno (ne era un esempio la recente collaborazione con le laburiste Trade Unions in Inghilterra) e l'intenzione di costruire il socialismo nella sola Russia, da loro giudicata fonte di degenerazione di tutto il processo rivoluzionario.

Antonio Gramsci

Il dibattito nel Comitato centrale russo portò alla riaffermazione della politica seguita da Stalin e alla condanna della frazione trotskista e all'esclusione di Zinov'ev dall'Ufficio politico. L'eco del conflitto tra i maggiori dirigenti comunisti russi giunse anche in Italia, dibattuto dagli stessi giornali[50] i quali, elogiando la «prudenza» di Stalin, videro nella sua politica la fine della rivoluzione comunista e la sua trasformazione in rivoluzione borghese, insieme con lo sviluppo di un capitalismo di stato.

Gramsci, dalle colonne de L'Unità, difese la politica economica seguita in URSS che, se pur creava privilegi tra le classi, era necessaria alla creazione di quell'accumulazione primitiva che doveva essere la premessa dell'industrializzazione del Paese. A nome del Partito, Gramsci scrisse - probabilmente il 14 ottobre - anche una lettera indirizzata al Comitato Centrale del Partito sovietico; in essa lamentava il pericoloso scontro politico in corso, che rischiava di produrre una scissione nel gruppo dirigente leninista dagli effetti gravi e imprevedibili, elogiava i meriti rivoluzionari di Zinov'ev, Trotskij e Kamenev, ma appoggiava la linea politica della maggioranza, che però veniva invitata, nel condurre la sua lotta, a non oltrepassare «certi limiti che sono superiori a tutte le democrazie formali». Nella lettera si indicava anche «il rischio di annullare la funzione dirigente che il Partito comunista dell'URSS aveva conquistato per impulso di Lenin».

La lettera giunse a Mosca il 16 ottobre, quando l'opposizione aveva dichiarato di rinunciare a ogni attività frazionistica, anche se il 18 ottobre la pubblicazione sul New York Times del cosiddetto Testamento di Lenin (contenente serie critiche a Stalin), provocò a partire dal 23 ottobre un nuovo durissimo scontro nel Partito sovietico. Per intanto Togliatti, d'accordo con Bucharin e Manuil'skij, decise di non inoltrare la lettera al Comitato Centrale, spiegando i motivi all'Ufficio politico del Partito italiano e, più diffusamente, in una lettera a Gramsci del 18 ottobre, in cui affermava che «quando si è d'accordo con la linea del CC, il miglior modo di contribuire a superare la crisi è di esprimere la propria adesione a questa linea»; ricordava inoltre che «probabilmente d'ora in poi l'unità della vecchia guardia leninista non sarà più o sarà assai difficilmente realizzata in modo continuo», ma che «non è tanto l'unità del gruppo dirigente (che poi non è mai stata così assoluta) che ha fatto del partito russo l'organizzatore e il propulsore del movimento rivoluzionario mondiale del dopoguerra, quanto piuttosto il fatto che il partito russo ha portato la classe operaia a conquistare il potere». La lettera di Gramsci, nel giudizio di Togliatti, avrebbe fornito argomenti e giustificazioni alla polemica della sinistra.

L'Ufficio politico del Partito italiano accettò la decisione di Togliatti, ma Gramsci, risentito, replicò con una lettera personale a Togliatti il 26 ottobre, accusandolo di «burocratismo» e dispiacendosi «sinceramente che la nostra lettera non sia stata capita da te [...] la nostra lettera era tutta una requisitoria contro le opposizioni». L'arresto di Gramsci, avvenuto l'8 novembre e la successiva detenzione prolungatasi tutta la vita, posero forzosamente fine alla discussione.[51]

Alla guida del Partito comunista[modifica | modifica wikitesto]

Dopo l'attentato di Bologna del 31 ottobre 1926, Mussolini decise di eliminare le ultime parvenze di democrazia e la sera dell'8 novembre 1926, in violazione dell'immunità parlamentare[52], furono arrestati tutti i deputati comunisti, tranne Grieco, Bendini e Gennari, che sfuggirono alla cattura; la repressione poliziesca, estesa alle altre forze di opposizione, proseguì per due giorni facendo un migliaio di arresti, accompagnata dalle violenze delle squadre fasciste che provocarono una dozzina di morti.[53]

Iosif Stalin

L'organizzazione del Partito fu così sconvolta e tutti i suoi militanti entrarono in clandestinità: Camilla Ravera dirigeva il Centro interno clandestino del Partito, operante a Genova, a Mosca si decise la costituzione di un Centro estero a Parigi (dove si sarebbe stampata la rivista teorica «lo Stato Operaio»), guidato da Togliatti, mentre a Luigi Longo veniva affidata la Federazione giovanile. Formalmente Gramsci rimaneva il segretario, ma di fatto la guida del Partito veniva affidata a Togliatti, che pure rimaneva membro dell'Esecutivo del Comintern: come ricordò in seguito Ignazio Silone, «la successione di Togliatti a Gramsci è naturale, la sua preminenza è un dato di fatto [...] nessuno poteva stargli alla pari. Aveva un suo modo di ascoltare a lungo, ma quando prendeva la parola era come se leggesse, veniva fuori la lunga riflessione, sapeva collegare fatti apparentemente secondari a cui nessuno di noi aveva pensato».[54]

Togliatti e Silone dovettero recarsi nel maggio del 1927 a Mosca, dove era convocato l'VIII Plenum dell'Internazionale: la svolta a destra del Comintern, rappresentata dalla politica del fronte unico con le socialdemocrazie non aveva dato alcun frutto e la frazione di Trotskij aveva buoni motivi per alimentare la polemica anti-staliniana, specie dopo l'esito disastroso dell'alleanza dei comunisti cinesi con il Kuomintang, voluta da Stalin, lo scioglimento dell'accordo sindacale tra sindacati comunisti e Trade Unions in Inghilterra, paese che aveva rotto le relazioni diplomatiche con l'URSS e dove una parte dei conservatori, guidati Churchill, voleva giungere alla guerra. La maggioranza dell'Esecutivo aveva preparato una risoluzione di condanna di Trotskij sulla base di un documento di quest'ultimo, del quale non si dava tuttavia conto, e pretendeva che i delegati l'approvassero senza venirne a conoscenza. L'opposizione italiana, alla quale si unirono i rappresentanti francesi e svizzeri, fece ritirare la risoluzione.[55]

Pur opponendosi a sanzioni contro la frazione di Trotskij, Togliatti ne rigettava la linea politica e quando Trotskij e Zinov'ev, avendo manifestato pubblicamente il loro dissenso tra la popolazione, il 14 novembre vennero espulsi dal Partito russo come controrivoluzionari, appoggiò la decisione come inevitabile, scrivendo che essi, avendo negato la possibilità della costruzione del socialismo in Russia, si erano messi contro tutta la storia politica scaturita dalla Rivoluzione.[56]

Il fallimento della strategia delle intese con le socialdemocrazie produsse una nuova svolta «a sinistra» dell'Internazionale, solo parzialmente accolta da Togliatti, che nel suo Rapporto sulla situazione internazionale tenuto nel gennaio del 1928 alla II Conferenza organizzativa del PCI qualificò la socialdemocrazia «un partito della borghesia il quale conserva una base tra gli operai, difende in seno alla classe operaia l'ideologia della borghesia e si sforza di arrestare gli sviluppi dell'ideologia rivoluzionaria»,[57] ma si oppose al fatto che la CGL, ricostituita illegalmente in Italia dai comunisti dopo il suo scioglimento decretato dai dirigenti riformisti, rompesse i legami con la Federazione sindacale internazionale di Amsterdam, controllata dai socialisti.

Gastone Sozzi

Rifiutata l'assunzione della direzione dell'Ufficio dell'Internazionale aperto a Berlino, Togliatti diresse il Centro estero del Partito, già costituito a Parigi e trasferito nel 1927 a Lugano e poi, nel 1928, a Basilea. Contrastò l'insofferenza dei giovani comunisti, come Longo, Secchia e D'Onofrio, che ritenevano che la lotta al fascismo, con la scomparsa delle altre opposizioni democratiche italiane, dovesse essere radicalizzata proponendo, contro il fascismo, l'obiettivo dell'immediato passaggio al socialismo. Togliatti spiegava che per abbattere il fascismo con un'azione rivoluzionaria occorreva una saldatura tra operai e contadini che nella situazione italiana non esisteva affatto, e che se non esistevano più organizzazioni antifasciste borghesi, continuava a esistere una piccola borghesia che poteva essere conquistata all'antifascismo con una politica di rivendicazioni democratiche. Di qui, la necessità di indicare obiettivi politici intermedi, come il ripristino delle libertà civili soppresse dal fascismo: assumere queste iniziative non voleva dire rinunciare al socialismo, ma significava conquistare l'egemonia nella lotta antifascista.[58]

Lev Trotskij

Si preoccupò anche di rendere più "facili" gli articoli della rivista teorica «lo Stato Operaio», e curò l'istruzione teorica e pratica dei giovani militanti, da mandare in Italia per l'azione clandestina: uno di essi, Gastone Sozzi, che doveva costituire un nucleo comunista all'interno delle forze armate, venne subito arrestato a Milano nel novembre del 1928 e morì in carcere a seguito delle torture subite.

Il 17 luglio 1928 si aprì a Mosca il VI Congresso del Comintern, preceduto dalla consueta lotta interna fra i dirigenti del PCUS: ora i dissidenti comprendevano, oltre Kamenev e Zinov'ev, anche il "destro" Bucharin, che accusava Stalin di mettere a rischio la Rivoluzione e di essere «un intrigante senza principi, capace di tutto pur di conservare il potere».[59] Da parte sua, Stalin intendeva attuare una svolta a sinistra per mettere in difficoltà la destra del Partito sovietico dove, già indebolita la corrente di sinistra, avrebbe potuto così assumere il ruolo di dominatore unico: il tema del Congresso divenne la lotta che i Partiti comunisti avrebbero dovuto condurre contro la socialdemocrazia e le analogie esistenti tra questa e il fascismo.

Nel suo discorso, Togliatti rifiutò tale assimilazione: il fascismo è «come movimento di massa, un movimento di piccola e media borghesia, dominato dalla grande borghesia e dagli agrari, che non ha basi in un'organizzazione tradizionale della classe operaia», mentre la socialdemocrazia «è un movimento che ha una base operaia e piccolo-borghese e trae la sua forza principalmente da un'organizzazione che è riconosciuta da grandi masse operaie come l'organizzazione tradizionale della loro classe». Ciò non toglie che la socialdemocrazia possa attuare metodi fascisti - come era avvenuto in Germania - e perseguire una cosciente politica imperialistica, come dimostrava il recente Congresso socialista di Bruxelles che, favorevole al «buon colonialismo», visto come presunta fonte di progresso per i paesi sfruttati, dava una copertura ideologica all'imperialismo.

Togliatti attaccò anche il sistema in vigore in altri Partiti comunisti, nei quali il dibattito politico si svolgeva spesso in oscure lotte intestine e le discussioni si concludevano con condanne, misure disciplinari ed espulsioni: un sano centro dirigente, sostenne, si forma attraverso il dibattito aperto e il lavoro comune, e non con il metodo della «lotta senza princìpi e dei compromessi tra gruppi diversi [...] non possiamo chiudere gli occhi che fenomeni simili si presentano oggi».[60]

Ma la lotta interna al PCUS continuava: in settembre Bucharin criticò, nelle sue Note di un economista, l'accelerazione dell'industrializzazione, voluta dalla maggioranza staliniana, che comprometteva, a suo dire, il necessario equilibrio tra industria ed economia. Lo scontro proseguì in dicembre in seno all'Internazionale, dove il delegato italiano Tasca difese apertamente Bucharin, arrivando a una violenta polemica con Stalin, malgrado le raccomandazioni di Togliatti di «non lasciarsi trascinare, in alcun modo, sopra il terreno ardente e malsicuro della lotta di un gruppo contro l'altro».[61] Nelle riunioni del Comitato Centrale del PCI, che si tennero dal 23 febbraio al 2 marzo del 1929 a Parigi, a motivo dell'espulsione dei comunisti italiani decretata dalle autorità svizzere, Tasca condusse una critica a fondo dei dirigenti russi, della loro politica interna ed estera, e della funzione dell'Internazionale, senza indicare tuttavia «alcun tipo di prospettiva alternativa» per il Partito italiano.[62] Le posizioni di Tasca furono considerate «opportunistiche», ma le sue dimissioni dall'Ufficio politico furono respinte. I riflessi della lotta intestina nell'Internazionale portarono, nel marzo 1930, all'espulsione di Bordiga dal P.C.d'I., evento in cui Togliatti recitò un ruolo di primo piano.[63][64]

Gli anni trenta e la guerra civile spagnola[modifica | modifica wikitesto]

Dal 1934 Togliatti si stabilì definitivamente a Mosca dove, ospitato con moglie e figlio in un palazzo governativo - la Lubjanka - insieme ad altri fuoriusciti, riuscì in breve tempo a distinguersi per capacità organizzative e fedeltà al partito. Nel 1935 (anno delle prime purghe staliniane) divenne uno dei massimi dirigenti dell'Internazionale Comunista, tanto che nel 1936 venne inviato come massimo rappresentate dell'Internazionale stessa in Spagna allo scoppio della guerra civile spagnola, dove rimase sino al 1939, coordinando la lotta contro il franchismo e gli altri partiti non stalinisti (vedasi tra gli altri Omaggio alla Catalogna di George Orwell)[65][66][67]. Nel 1936 Palmiro Togliatti, insieme ad altri 60 esponenti del PCI, nel celebre appello ai fratelli in Camicia nera si rivolse al "fascismo della prima ora", in contrapposizione al fascismo reazionario al potere:

«Popolo Italiano!

Fascisti della vecchia guardia! Giovani fascisti! Noi comunisti facciamo nostro il programma fascista del 1919, che è un programma di pace, di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori, e vi diciamo: Lottiamo uniti per la realizzazione di questo programma»

(Togliatti, Stato Operaio)

Nel 1939 scappò dalla Spagna ormai persa e si rifugiò nuovamente in Unione Sovietica.

Il ritorno in Italia[modifica | modifica wikitesto]

« Convocata domani un'Assemblea nazionale costituente, proporremo al popolo di fare dell'Italia una repubblica democratica, con una Costituzione la quale garantisca a tutti gli italiani tutte le libertà: la libertà di pensiero e quella di parola; la libertà di stampa, di associazione e di riunione; la libertà di religione e di culto; e la libertà della piccola e media proprietà di svilupparsi senza essere schiacciata dai gruppi [...] del capitale monopolistico. Questo vuol dire - prosegue - che non proporremo affatto un regime il quale si basi sulla esistenza o sul dominio di un solo partito. In un'Italia democratica e progressiva vi dovranno essere e vi saranno diversi partiti [...]; noi proporremo però che questi partiti, o almeno quelli che [...] hanno un programma democratico e nazionale, mantengano la loro unità per far fronte a ogni tentativo di rinascita del fascismo. »

(Palmiro Togliatti, Discorso di Napoli dell'11 aprile 1944)

Togliatti rientrò in Italia dall'URSS, dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia e l'armistizio di Cassibile, ricomparendo a Napoli ancora sotto il falso nome di "compagno Ercoli". Immediatamente attuò quella che rimase famosa come la "svolta di Salerno", con la quale il PCI antepose la lotta antifascista alla deposizione della Monarchia, entrando con gli altri partiti del CLN nel secondo governo guidato da Pietro Badoglio. Pare assodato che la svolta fosse stata presa in accordo coi voleri di Stalin, così come risultò in seguito dall'analisi degli archivi di Mosca[68][69][70].

Dopo la liberazione di Roma (giugno 1944) Togliatti è Ministro senza portafoglio di quello presieduto dal socialista riformista Ivanoe Bonomi. Nel secondo governo Bonomi è invece Vice Presidente del Consiglio; in quello successivo, presieduto da Ferruccio Parri (21 giugno 1945) è Ministro di Grazia e Giustizia, così come lo sarà nel primo Governo guidato da Alcide De Gasperi (10 dicembre 1945). Fu Togliatti, a seguito di una decisione collegiale del Governo Italiano presa in nome della riconciliazione tra italiani, ad emanare l'amnistia per tutti coloro che dopo l'8 settembre si erano macchiati di reati politici (cosiddetta "amnistia Togliatti"). Nel secondo Governo De Gasperi, 1946, Togliatti non ricoprì più alcun incarico, pur restando il PCI sostenitore del governo con tre ministri. Nel terzo Governo De Gasperi, 1947, il Partito Comunista fu escluso da ogni carica. Togliatti, nell'immediato dopoguerra, fu eletto all'Assemblea Costituente e successivamente a deputato fin dalla prima legislatura.

Già nel dopoguerra Togliatti cominciò un lento distacco dall'URSS stalinista, che pure in pubblico difendeva senza esitazioni, tanto da rifiutare personalmente l'offerta di Stalin di assumere la guida del Cominform nel 1951: come riferito da Nilde Iotti, dopo un incontro caratterizzato da freddezza e irritazione del politico georgiano nei confronti dell'italiano, Togliatti lasciò definitivamente Mosca: «Arrivando a Vienna, di ritorno dall'Unione Sovietica, si lasciò andare: Finalmente liberi!».[4]

Le elezioni del 1948 e l'attentato[modifica | modifica wikitesto]

Togliatti in ospedale con il chirurgo Valdoni

Il 18 aprile 1948, le prime elezioni politiche della storia della repubblica sancirono la vittoria della Democrazia Cristiana e dei suoi alleati e la sconfitta del fronte delle sinistre (Partito Comunista e Partito Socialista), dopo una campagna elettorale molto combattuta.[71]

Alle 11.30 del 14 luglio 1948 Togliatti subì un attentato: fu colpito da tre[72] colpi di pistola sparati a distanza ravvicinata mentre usciva da Montecitorio in compagnia di Nilde Iotti (giovane membro del Pci eletta alla Costituente, con la quale aveva intrecciato una relazione nel 1946, quando la Iotti aveva 26 anni).[71]

L'autore dell'attentato era Antonio Pallante, un giovane esaltato[73], studente di giurisprudenza[73], fortemente anticomunista e simpatizzante del qualunquismo, spaventato dagli effetti che la politica filo-sovietica del "Migliore" (come ormai Togliatti iniziava ad esser soprannominato ironicamente dai suoi avversari) avrebbe potuto avere sul Paese.[71][73] I proiettili di tipo scadente e con capacità limitata di penetrazione (a ciò si deve la sopravvivenza di Togliatti[74]), sparati da una vecchia pistola calibro 38 (ancora in buono stato, a differenza di quanto detto da molti storici che ne parlarono come di un ferrovecchio[74]), secondo i resoconti colpirono il leader del PCI alla nuca e alla schiena, mentre una terza pallottola, si disse all'epoca, sfiorò la testa del politico; in realtà, come risulta dalla perizia balistica e medica resa nota dopo 60 anni, nel 2008, un proiettile colpì Togliatti alla nuca, ma non sfondò la calotta cranica, schiacciandosi sull'apofisi occipitale e rimbalzando sul selciato, poiché non era incamiciata con l'usuale lega di rame e zinco e perché in essa non era presente antimonio, utilizzato per indurire il piombo.[74] In tal caso il proiettile avrebbe potuto ferire mortalmente Togliatti.[74] Gli altri due colpi esplosi da Pallante invece non furono letali poiché colpirono l'emitorace sinistro, scheggiando una costola del leader comunista e provocando lacerazioni nei polmoni, facilmente guaribili in un paio di mesi, come avverrà; il pericolo per il capo del PCI fu il possibile dissanguamento, nei minuti successivi.[74] Ricoverato d'urgenza, Togliatti fu operato con successo dal chirurgo Pietro Valdoni.[71] Pallante fu arrestato subito dai carabinieri di Montecitorio, ai quali non oppose resistenza, e condannato poi a 13 anni e 8 mesi di carcere, poi ridotti e 10 anni e 8 mesi e infine amnistiati per la metà (uscì nel 1953 dopo cinque anni di reclusione).

Poche ore dopo il ferimento si verificarono incidenti in diverse località fra le quali Roma, La Spezia, Abbadia San Salvatore; nel corso di violentissime manifestazioni di protesta si registrarono alcuni morti a Napoli, Genova, Livorno e Taranto. Genova reagì con forse maggiore tempestività e impegno, sia per la forte presenza comunista fra la sua popolazione, sia perché a molti non era sfuggito il ricordo sentimentale di un Togliatti genovese (anche se emigrato subito dopo la nascita in Sardegna e poi vissuto a Torino e in gran parte in Russia)[75].

Gli operai della FIAT di Torino sequestrarono nel suo ufficio l'amministratore delegato Vittorio Valletta. Buona parte dei telefoni pubblici smisero di funzionare e si bloccò la circolazione ferroviaria. Il democristiano Mario Scelba, ministro dell'interno, impartì disposizioni ai prefetti per vietare ogni forma di manifestazione, e l'intero paese sembrò sull'orlo della guerra civile. Gli accordi di Yalta e la presenza di truppe statunitensi sul territorio italiano sconsigliavano un'insurrezione armata.[71] Nelle ore in cui si attendeva l'esito dell'intervento chirurgico, si diffusero le più diverse voci sullo stato di salute di Togliatti: circolò anche la notizia della morte del segretario comunista[71], e si disse che Togliatti era rimasto vittima della "reazione fascista" come Giacomo Matteotti nel 1924.[76]

Il clima politico del paese era caldissimo: soltanto due mesi prima, si era consumata la sconfitta del Fronte.[71] Il bilancio, nella sola giornata del 14 luglio, fu di 14 morti e centinaia di feriti. Negli scontri perirono dieci manifestanti e quattro agenti di Pubblica Sicurezza[77][78]. Nei due giorni successivi all'attentato, si conteranno altri 16 morti e circa 600 feriti[79]. Il Paese tornerà lentamente alla normalità[80]. L'operazione, infatti, riuscì a salvare Togliatti. Fu proprio il dirigente del Partito Comunista Italiano ad imporre ai membri più importanti della direzione del PCI, Secchia e Longo, di sedare gli animi e fermare la rivolta. Secondo alcuni, se Togliatti fosse morto si sarebbe rischiata una nuova guerra civile, come quella greca (dove i comunisti uscirono sconfitti).[74]

La possibile insurrezione di massa dei militanti comunisti si arrestò davanti all'ordine di Togliatti di "stare calmi" e di "non fare pazzie".[71] A detta di alcuni giornali si ritenne che avesse contribuito a moderare gli animi anche l'inaspettata vittoria di Gino Bartali al Tour de France. Intervistato anni dopo da "Epoca", in realtà Bartali smentì decisamente la connessione tra i due eventi, rammentando di essere stato raggiunto da una comunicazione telefonica del Presidente del Consiglio, De Gasperi, il quale aveva voluto molto più modestamente sincerarsi se il corridore sarebbe stato in grado di aggiudicarsi la tappa dell'indomani (15 luglio 1948).[71]

Dopo la sconfitta del Fronte[modifica | modifica wikitesto]

Togliatti a comizio

Sotto la sua segreteria, il PCI divenne il più grande partito comunista europeo tra quelli non al potere, il più importante politicamente del mondo occidentale anche se non raggiunse mai un consenso elettorale tale da conquistare il primato tra le forze politiche nazionali[81]. Ideologicamente, la sua posizione fu di rigetto della via socialdemocratica di miglioramento della società capitalistica: reagì "con durezza alle affermazioni di Piero Calamandrei, il quale nel ’52, su un numero della rivista Il Ponte per intero dedicato ai successi della politica dei laburisti, spiegava ammirato come essi fossero riusciti a cambiare il volto della società inglese. Togliatti rispondeva polemicamente che quella laburista non era una vera rivoluzione, bensì un modo ipocrita di conservare l’esistente attraverso modesti cambiamenti nel sistema capitalistico: insomma un tentativo blando di modernizzazione che non poteva essere preso a modello, perché ben altre conquiste attendevano il movimento operaio italiano, e in primo luogo una riforma radicale dei meccanismi di accumulazione capitalistica".[82]

La sua azione, decisiva per il radicamento del PCI nella società italiana ma altrettanto risoluta nel difendere l'URSS ad ogni costo, divenne più autonoma dopo la morte di Stalin nel 1953, commemorato da Togliatti con le seguenti parole: «Giuseppe Stalin è un gigante del pensiero, è un gigante dell'azione. Col suo nome verrà chiamato un secolo intero, il più drammatico forse, certo il più denso di eventi decisivi della storia faticosa e gloriosa del genere umano».[83]

Alle elezioni di quell'anno il PCI ottenne il 22,6% dei voti. Man mano che in URSS il nuovo segretario del partito promuoveva la sua linea innovatrice, facendo pace con Tito e denunciando i crimini di Stalin, secondo un'opinione diffusa negli ultimi anni Togliatti assunse una linea a lui ostile, che sarebbe stata abilmente camuffata come ricerca di una "via nazionale" al socialismo. Allo scoppio della rivoluzione ungherese (ottobre 1956), Togliatti tenne a bada il dissenso ed emarginò gli stalinisti più irriducibili, incalzando al tempo stesso i dirigenti del PCUS affinché schiacciassero il "fascismo" che secondo lui era risorto in terra ungherese. In quell'occasione, Togliatti, convinto che fosse in corso una "reazione fascista-clericale" in Ungheria, votò a favore della decisione presa dal regime fantoccio di Budapest, sottoposta alla consultazione dei principali partiti comunisti al potere, di mettere a morte Imre Nagy, il comunista che aveva guidato la rivoluzione dell'anno prima e il cui carattere democratico e pluralista nessuno studioso mette in dubbio[84].

Togliatti in una rara immagine a colori

Al contempo, l'azione di rinnovamento svolta da Togliatti in Italia dal marzo 1956 in avanti prese le mosse dal XX Congresso del PCUS e dalle riforme avviate da Chruscev, di cui Togliatti dichiarò ripetutamente di condividere l'impostazione, critica nei confronti di Stalin:

« Stalin divulgò tesi esagerate e false, fu vittima di una prospettiva quasi disperata di persecuzione senza fine, di una diffidenza generale e continua, del sospetto in tutte le direzioni. »

(Togliatti sul "rapporto Kruscev"[85])

La "via italiana al socialismo"[modifica | modifica wikitesto]

« Noi siamo democratici in quanto siamo non soltanto antifascisti, ma socialisti e comunisti. Tra democrazia e socialismo non c'è contraddizione. »

(Palmiro Togliatti[86])

Togliatti lanciò quindi la "via italiana al socialismo", che consisteva in una presenza convinta nelle istituzioni rappresentative, abbandonando ogni scorciatoia rivoluzionaria, e al tempo stesso mirava ad accompagnare l'azione istituzionale con l'estensione delle lotte sociali e sindacali. La proposta togliattiana, già elaborata dal 1943 in poi, prevedeva una lunga marcia nelle istituzioni parlamentari per trasformarle progressivamente in senso socialista, accettando però i principi costituzionali votati anche dai comunisti e conquistando pacificamente il consenso degli elettori. Si trattava di una profonda modifica del leninismo, affine al revisionismo del marxismo, che suscitò molte resistenze nei paesi socialisti e anche in URSS.

Togliatti e Nilde Iotti

Citando anche lo stesso Karl Marx[87], Togliatti cercò anche di persuadere i sovietici ad adottare una visione più flessibile del leninismo, ma la sua proposta fu respinta alla Conferenza di Mosca del novembre-dicembre 1957.

Nel frattempo Togliatti ordinava l'estromissione dal partito delle componenti rivoluzionarie e oltranziste che non si adeguavano agli ordini della Direzione del partito, facenti capo alla figura di Pietro Secchia. Sempre nell'ottica di attuare un deciso repulisti del partito dagli elementi indesiderati, scomodi o ipercritici l'VIII congresso segna la liquidazione dell'ala "di destra" del partito, nelle persone di Fabrizio Onofri e Antonio Giolitti. Se l'eliminazione politica di Onofri è poca cosa, per Giolitti il "Migliore" deve attuare una tattica più cauta. Molti comunisti lasceranno il PCI per aderire al PSI (Loris Fortuna, lo stesso Giolitti).

Spalleggiato da Luigi Longo, Togliatti controbatte affannosamente alle richieste di effettiva libertà di opinione e discussione nel partito e alla solidarietà espressa nei confronti della rivolta popolare in Ungheria da parte di Giolitti. Quest'ultimo è costretto comunque a lasciare il partito non trovando eco alle sue parole nel blocco granitico del PCI, che perde così una personalità politica e un intellettuale di primissimo piano tra la generazione dei politici "nuovi". Segna inoltre l'incrinarsi di una lunghissima fase che aveva visto gli intellettuali e la cultura italiana identificarsi nel PCI, in una sua identificazione con le forze più dinamiche e innovative del Paese (ruolo guida che sarà assunto di lì a poco dal centro-sinistra dei primi anni '60).

Sarà solo nei suoi ultimi anni che Togliatti, coerentemente col suo percorso, esprimerà critiche anche severe all'esperienza sovietica, ad esempio nel Memoriale di Yalta, uno scritto pubblicato dal partito poco dopo la morte di Togliatti, e affermando così definitivamente il diritto all'autonomia da Mosca del comunismo italiano.[88]

La morte[modifica | modifica wikitesto]

Alle elezioni del 1963 il PCI ottenne il 25,3% dei voti in entrambe le Camere, fallendo tuttavia l'assalto alla maggioranza relativa.

Togliatti, che considerava l'allievo Enrico Berlinguer come il suo "delfino" (ossia il suo erede politico), nell'estate del 1964 si recò a Jalta, località della Crimea, in URSS, sul mar Nero per trascorrere una breve vacanza con la compagna Nilde Iotti[89], subito dopo un viaggio a Mosca dove aveva discusso con Brežnev (allora numero due del Cremlino, ma che stava per deporre Chruščёv, che Togliatti cercava inutilmente, in quei giorni, di incontrare personalmente) circa l'opportunità di una conferenza internazionale comunista per ricucire i rapporti con la Cina di Mao Zedong, deteriorati da Chruščёv. Mentre si trovava nella cittadina sovietica, Togliatti venne colpito da un grave ictus e da una successiva emorragia cerebrale, non riprendendo più conoscenza: morì alcuni giorni dopo nello stesso luogo. Aveva 71 anni.[89]

Il 25 agosto 1964, a Roma, si tennero i funerali, con una presenza stimata di un milione di persone.[90].

In suo onore, la città russa di Stavropol-sul-Volga venne, su ordine del Comitato Centrale sovietico, rinominata Togliatti. Togliatti è sepolto nel cimitero del Verano, a Roma, accanto ad altri dirigenti del PCI e dove verrà tumulata anche Nilde Iotti, morta nel 1999.[91]

I rapporti Cina-URSS[modifica | modifica wikitesto]

Le ricerche condotte sugli archivi del PCI dimostrano che Togliatti stava da alcuni mesi combattendo coi sovietici per impedire la conferenza internazionale che avrebbe dovuto condannare la Cina. Togliatti temeva fortemente la rottura del movimento comunista in due tronconi e fece di tutto per ottenere la cancellazione della conferenza. La documentazione e le testimonianze di Nilde Iotti e di Boffa, il corrispondente de L'Unità a Mosca, sono concordi nel dire che Togliatti polemizzò con Brežnev e Ponomariov, che invece volevano la condanna dei cinesi. Il Memoriale di Yalta, il documento che Togliatti aveva appena finito di scrivere quando fu colto dall'emorragia cerebrale, criticava la politica estera sovietica e il modo di impostare i rapporti coi cinesi, ma al tempo stesso ribadiva la fede del PCI nel socialismo.

Aspetti controversi[modifica | modifica wikitesto]

L'Unione Sovietica e il PCUS[modifica | modifica wikitesto]

Palmiro Togliatti