Dittatura del proletariato

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Murales di Diego Rivera raffigurante Marx che arringa e incita il proletariato

La dittatura del proletariato è un concetto espresso da Karl Marx e Friedrich Engels per la prima volta nel 1852, nella lettera a Weydemeyer[1], e nel 1875, nella Critica del Programma di Gotha[2], per riferirsi alla situazione sociale e politica che si sarebbe instaurata immediatamente dopo la rivoluzione proletaria. La dittatura del proletariato rappresenta una fase di transizione in cui il potere politico è detenuto dai lavoratori, nella costruzione di una società senza classi e senza Stato (comunismo).

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Con "dittatura del proletariato" o "dittatura rivoluzionaria del proletariato" Marx ed Engels intesero quindi una misura politica temporanea e necessaria per la transizione al comunismo compiuto[3], una fase dove il potere proletario avrebbe avuto modo di agire liberamente nel riorganizzare i rapporti di proprietà e di produzione della società capitalista, con necessari interventi dispotici qualora la situazione lo avesse richiesto (espropriazione della proprietà fondiaria, requisizioni di siti produttivi, statalizzazione dei mezzi di produzione e del credito, etc.) secondo i dieci punti delineati nel "Manifesto del Partito Comunista" pubblicato da Marx e Engels nel 1848. Una fase di "poteri straordinari" transitoria che sarebbe cessata una volta raggiunte le condizioni necessarie per la gestione comunista della società[4]. Marx ed Engels non precisano la durata di questa fase, che potrebbe perdurare anche a lungo prima del passaggio alla società senza classi e senza Stato (comunismo).

In questa fase transitoria, la dittatura del proletariato avrebbe utilizzato quella che è la funzione principale dello Stato nell'ottica marxista, ovvero quella dell'oppressione di una classe sull'altra. Lo Stato, e il potere politico, infatti sono «il potere di una classe organizzato per opprimerne un'altra». Dunque il proletariato, una volta appropriatosi del controllo dello Stato, avrebbe attuato per la prima volta nella storia un'oppressione della maggioranza popolare sulla minoranza (la borghesia), continuando a sfruttare lo Stato come strumento di oppressione di classe. Una volta eliminate le condizioni che determinavano la divisione in classi della società (il modo di produzione capitalistico) la dittatura del proletariato come dittatura di classe non avrebbe più avuto ragione d'essere, esattamente come lo Stato, inteso appunto come strumento di oppressione. Questo processo avrebbe portato alla realizzazione del "superamento dello Stato" (Aufhebung des Staates) ed alla sua progressiva estinzione, condizione necessaria per il comunismo.

Secondo la scuola stalinista, la dittatura del proletariato ha avuto la sua realizzazione storica nell'Unione Sovietica ed i suoi paesi satelliti, nel periodo dal 1917 al 1989. Tuttavia, i poteri straordinari furono spesso assunti da una sola persona o da una casta burocratica e la struttura statale non rappresentava in alcun modo gli interessi della classe lavoratrice tanto da escluderla da qualsiasi processo di partecipazione politica rilevante. A questo riguardo, vale la pena notare quella parte della scuola marxista (ad esempio, Trotsky, Bordiga) che, in antitesi ed in lotta con lo stalinismo, ha sempre combattuto l'idea che i paesi del "socialismo reale" rappresentassero una forma avanzata di società che conducesse al comunismo, e che anzi rappresentassero invece un'ennesima forma di dittatura sul proletariato.

D'altro canto, è opinione marxista-leninista che in paesi come l'Unione Sovietica, seppur in modo incompleto, la classe operaia abbia effettivamente detenuto il potere, realizzando almeno parzialmente una società socialista e modificando a proprio vantaggio la proprietà dei mezzi di produzione e i rapporti di produzione.[5]

Dittatura e democrazia nel marxismo[modifica | modifica wikitesto]

L'analisi materialista della società capitalista da parte della scuola marxista ha sempre visto nella democrazia dei paesi economicamente più avanzati lo strumento di dominio di una classe su di un'altra: la dittatura della borghesia sul proletariato. In questo senso, la democrazia liberale è la dittatura della borghesia. In "La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky" (1918), Lenin scrive:[6]

«È naturale che un liberale parli di ‘democrazia’ in genere. Ma un marxista non dimenticherà mai di domandarsi: ‘Per quale classe?’»

(Lenin, La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, 1918)

Alla democrazia borghese, il proletariato, nella prima fase rivoluzionaria, dovrebbe sostituire la dittatura del proletariato come strumento di emancipazione dell'umanità dall'oppressione del capitale e "dall'ipocrisia della democrazia borghese" (secondo la definizione di Lenin). Nelle parole di Lenin (in "Democrazia e Dittatura", 1918):

«Per emancipare il lavoro dall'oppressione del capitale non c'è altra via che la sostituzione di questa dittatura con la dittatura del proletariato.»

Questo concetto divenne un punto centrale del pensiero politico leninista tanto che divenne il fulcro programmatico su cui si articolò l'attività rivoluzionaria bolscevica. Addirittura Lenin in “Stato e rivoluzione” teorizzò la dittatura del proletariato come condizione necessaria alla stessa adesione ideologica al marxismo:

«Marxista è soltanto colui che estende il riconoscimento della lotta delle classi fino al riconoscimento della dittatura del proletariato.»

Il concetto di "dittatura del proletariato" è presentato per la prima volta da Marx ed Engels, come riportato anche dall'Abbagnano[2], in un testo del 1852. Ma già nel 1850 Marx in "Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850" (articoli[7] in cui ricostruisce ed analizza gli avvenimenti rivoluzionari di quel biennio, "la prima grande lotta - nelle parole dello stesso Marx - per la conservazione o la distruzione dell'ordine borghese") presenta l'espressione "dittatura della classe operaia" definendola, secondo la ricostruzione storica dei moti del 1848 da esso effettuata, come parola d'ordine spontanea dei lavoratori in lotta che videro come unica via d'uscita l'insurrezione armata contro la borghesia parigina, e l'instaurazione della propria dittatura di classe su quella esercitata dalla borghesia sul proletariato.

Nel descrivere le ragioni dell'insurrezione dei lavoratori nel giugno 1848, Marx scrive:

«che era passato il tempo in cui la repubblica considerava opportuno rendere gli onori alle sue illusioni [del proletariato]; e solo la sua sconfitta lo convinse della verità che il più insignificante miglioramento della sua situazione è un'utopia dentro la repubblica borghese, un'utopia che diventa delitto non appena vuole attuarsi. Al posto delle sue rivendicazioni, esagerate nella forma, nel contenuto meschine e persino ancora borghesi, e che esso voleva strappare come concessioni alla repubblica di febbraio, subentrò l'ardita parola di lotta rivoluzionaria: Abbattimento della borghesia! Dittatura della classe operaia! Mentre il proletariato faceva della sua bara la culla della repubblica borghese, costringeva questa a presentarsi nella sua forma genuina, come lo Stato il cui scopo riconosciuto è di perpetuare il dominio del capitale, la schiavitù del lavoro.»

La stessa Parigi fu di nuovo terreno rivoluzionario nel 1871 con la Comune di Parigi che di nuovo suscitò il vivo interesse di Marx che vide in questa esperienza il primo vero esempio concreto di dittatura del proletariato della storia. L'analisi politica che il Marx maturo fa di questo episodio pone fine al suo lungo silenzio riguardo alle dinamiche concrete su come si sarebbe dovuta articolare la dittatura rivoluzionaria. Nel testo “La guerra civile in Francia” Marx evidenzia le caratteristiche fondamentali della Comune in relazione alla pratica concreta della dittatura del proletariato, della "democrazia proletaria":

  • Abolizione dell'esercito permanente e organizzazione della milizia operaia.
  • Soppressione del parlamentarismo e passaggio alla democrazia diretta (creazione dell'assemblea dei delegati eletti a suffragio universale, retribuiti con salario operaio, direttamente responsabili del loro operato e revocabili in qualsiasi momento).
  • Soppressione del privilegio burocratico ed eliminazione di tutte le funzioni repressive e parassitarie dello Stato borghese.

Il tema della dittatura del proletariato verrà poi affrontato nuovamente e in maniera ancora più incisiva pochi anni dopo nella “Critica del Programma di Gotha” (1875), in cui Marx critica il programma del Partito operaio tedesco proprio sulla mancanza di attenzione sui processi di trasformazione rivoluzionari e sul futuro della società comunista.

Il concetto di democrazia nel marxismo-leninismo è molto diverso da quello liberale. Per Lenin, non può esistere una democrazia per tutte le classi, ma solo una democrazia all'interno della classe che esercita la dittatura:[6]

«Democrazia pura è la formula menzognera del liberale che vuole trarre in inganno gli operai. La storia conosce la democrazia borghese, che prende il posto del feudalesimo, e la democrazia proletaria, che prende il posto di quella borghese.»

(Lenin, La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, 1918)

Quindi, per Lenin:[6]

«Dittatura non significa obbligatoriamente soppressione della democrazia per la classe che esercita questa dittatura sulle altre classi, ma significa obbligatoriamente soppressione (o sostanziale restrizione, che è anch’essa una forma di soppressione) della democrazia per la classe su cui o contro cui la dittatura viene esercitata.»

(Lenin, La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, 1918)

E la stessa democrazia borghese esercita una dittatura nei confronti del proletariato:[6]

«In una democrazia borghese il partito dominante concede la tutela della minoranza soltanto a un altro partito borghese, mentre al proletariato, in ogni questione seria, profonda, fondamentale, invece della ‘tutela della minoranza’ si concede lo stato d’assedio o il pogrom. Quanto più è sviluppata la democrazia, tanto più ci si avvicina, in ogni divergenza politica profonda che minacci la borghesia, al pogrom o alla guerra civile. L’erudito signor Kautsky avrebbe potuto osservare questa ‘legge’ della democrazia borghese durante l’affare Dreyfus nella Francia repubblicana, nel linciaggio di negri e di internazionalisti nella repubblica democratica d’America, nelle vicende dell’Irlanda e dell’Ulster nella democratica Inghilterra, nella caccia ai bolscevichi e nell’esecuzione di pogrom contro di loro nella repubblica democratica di Russia (aprile 1917).»

(Lenin, La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, 1918)

Secondo Lenin, pertanto non esiste un concetto universale di democrazia, come sostenuto dai liberali, ma solo una democrazia di classe, che esercita una dittatura di classe su un'altra classe.[6]

Equivoci sul significato[modifica | modifica wikitesto]

La dittatura del proletariato è stata spesso contrapposta in senso dispregiativo alla democrazia liberale, intendendo la dittatura del proletariato come una deriva autoritaria, e la democrazia liberale come invece capace di garantire i diritti umani.[8]

«Questo significherà sostituire alla democrazia "universale", "pura", la "dittatura di una classe": strepitano gli Scheidemann e i Kautsky, gli Austerlitz e i Renner

(Lenin, "Democrazia" e dittatura, 1918)

In realtà Lenin spiega che la dittatura del proletariato (sulla borghesia) va correttamente paragonata alla dittatura della borghesia (sul proletariato), e la democrazia proletaria, o socialista, va paragonata alla democrazia borghese. Non esiste infatti, secondo Lenin, una democrazia per tutte le classi, ma solo la democrazia interna a una classe, e la dittatura di una classe su un'altra.[8]

«Questo significherà sostituire alla dittatura di fatto della borghesia (ipocritamente mascherata nelle forme della repubblica democratica borghese) la dittatura del proletariato. Questo significherà sostituire alla democrazia per i ricchi la democrazia per i poveri.»

(Lenin, "Democrazia" e dittatura, 1918)

Il concetto di dittatura del proletariato verrà poi usato, in modo capzioso, dai sostenitori del fallimento dell'ideologia comunista come prova dell'inevitabile esito autoritario del comunismo, stravolgendo il significato originario di questo concetto.

Superamento della dittatura del proletariato[modifica | modifica wikitesto]

Secondo la dottrina marxista-leninista, la dittatura del proletariato è un periodo transitorio,[9] e il suo superamento arriverà solo quando sarà instaurata la società senza classi.[10]

«Tra la società capitalistica e la società comunista vi è il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell'una nell'altra. Ad esso corrisponde anche un periodo politico di transizione, il cui Stato non può che essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato.»

(Karl Marx e Friedrich Engels, Critica al programma di Gotha, 1875)

E' proprio l'esistenza delle classi infattti a rendere inevitabile la dittatura di una classe su un'altra, nelle forme storiche della dittatura feudale, borghese, proletaria. Dunque, solo una volta superate le classi, e raggiunta l'uguaglianza sostanziale degli uomini, sarà possibile il superamento della dittatura del proletariato, cioè l'estinzione dello Stato. Questo è lo strumento della dittatura medesima ed è «il potere di una classe organizzato per opprimerne un'altra». Con l'avvento della democrazia dei soviet, secondo il linguaggio caro al marxismo-leninismo, si avrà una società nella quale sarà realizzato il principio di Marx: «ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni».[11][12][13][14]

«Quando le differenze di classe saranno scomparse nel corso dell'evoluzione, e tutta la produzione sarà concentrata in mano agli individui associati, il pubblico potere perderà il suo carattere politico. In senso proprio, il potere politico è il potere di una classe organizzato per opprimerne un'altra. Il proletariato, unendosi di necessità in classe nella lotta contro la borghesia, facendosi classe dominante attraverso una rivoluzione, ed abolendo con la forza, come classe dominante, gli antichi rapporti di produzione, abolisce insieme a quei rapporti di produzione le condizioni di esistenza dell'antagonismo di classe, cioè abolisce le condizioni d'esistenza delle classi in genere, e così anche il suo proprio dominio in quanto classe.
Alla vecchia società borghese con le sue classi e i suoi antagonismi fra le classi subentra una associazione in cui il libero sviluppo di ciascuno è condizione del libero sviluppo di tutti.»

(Karl Marx e Friedrich Engels, Il Manifesto del Partito Comunista,1848, capitolo II)

Sulla base di questo concetto di società senza classi, Marx distinguera' coerentemente nella Critica del Programma di Gotha (1875) il socialismo dal comunismo.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (da Il contributo di Marx alla teoria delle classi, in Protagonisti e testi della filosofia, volume C, N. Abbagnano e G. Fornero, Paravia, 2000, pag. 356)
  2. ^ a b «Sebbene già nel Manifesto si parla di "interventi dispotici nel diritto di proprietà e nei rapporti borghesi di produzione", il concetto preciso di dittatura del proletariato appare solo nella già citata lettera a Weydemeyer, in cui si afferma che "la lotta delle classi necessariamente conduce alla dittatura del proletariato". L'espressione "classica" di questa teoria la si trova poi nella Critica del Programma di Gotha (1875) in cui Marx scrive che: "tra la società capitalistica e la società comunista vi è il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell'una nell'altra. Ad esso corrisponde anche un periodo di transizione, il cui Stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato". [...]Secondo Marx la dittatura del proletariato è solo una misura storica di transizione (sia pure a lungo termine), che mira tuttavia al superamento di sé medesima e di ogni forma di Stato.» (da Protagonisti e testi della filosofia, volume C, N. Abbagnano e G. Fornero, Paravia, 2000, pag. 365-66)
  3. ^ K. Marx, Critica del programma di Gotha.
  4. ^ K. Marx & F. Engels, Manifesto del Partito comunista, Cap. II.
  5. ^ A.L. Strong, The Stalin era, Mainstream 1956, pp. 55-56.
  6. ^ a b c d e Renato Caputo, Democrazia e dittatura, su La Città Futura, 1º dicembre 2018. URL consultato il 18 luglio 2020.
  7. ^ MIA - Marx: Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850 (1850)
  8. ^ a b Lenin, "Democrazia" e Dittatura (1918), su Marxist Internet Archive - www.marxists.org, Pravda, 3 gennaio 1919. URL consultato il 19 luglio 2020.
  9. ^ Franco Livorsi, La transizione dal capitalismo al comunismo: note su società civile, Stato e libertà in Marx, su Città Futura on line, 6 febbraio 2020. URL consultato il 21 luglio 2020.
  10. ^ Karl Marx e Friedrich Engels, Marx: Critica del Programma di Gotha, su Marxists Internet Archive - www.marxists.org, 1875. URL consultato il 21 luglio 2020.
  11. ^ Karl Marx e Friedrich Engels, Marx/Engels: Il Manifesto del Partito Comunista - cap.2, su Marxists Internet Archive - www.marxists.org, 1848. URL consultato il 21 luglio 2020.
  12. ^ Lenin, Lenin: Stato e Rivoluzione, su Marxists Internet Archive - www.marxists.org, 1917. URL consultato il 21 luglio 2020.
  13. ^ Lenin: le basi economiche dell’estinzione dello Stato, su La Voce delle Lotte, 22 aprile 2020. URL consultato il 21 luglio 2020.
  14. ^ Renato Caputo, Lenin: socialismo, democrazia e comunismo, su La Città Futura, 9 marzo 2019. URL consultato il 21 luglio 2020.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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