Filippo Turati

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Filippo Turati
Stemma del Regno d'Italia Parlamento del Regno d'Italia
Camera del Regno d'Italia
Filippo Turati
Luogo nascita Canzo
Data nascita 26 novembre 1857
Luogo morte Parigi
Data morte 29 marzo 1932
Titolo di studio Laurea in giurisprudenza
Professione Avvocato, giornalista
Partito Partito Socialista Italiano
Legislatura XIX, XX, XXI, XXII, XXIII, XXIV, XXV, XXVI, XXVII
Pagina istituzionale

Filippo Turati (Canzo, 26 novembre 1857Parigi, 29 marzo 1932) è stato un politico e giornalista italiano, tra i primi e importanti leader del socialismo italiano, e tra i fondatori a Genova, nel 1892, dell'allora Partito dei Lavoratori Italiani (che diventerà nel 1893 a Reggio Emilia, Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, avendo ancora questo nome al convegno di Imola (BO) nel 1894 e nel 1895 con il congresso di Parma Partito Socialista Italiano).

La vita[modifica | modifica wikitesto]

I primi anni[modifica | modifica wikitesto]

ritratto giovanile di Filippo Turati

Figlio di un alto funzionario statale di idee conservatrici e altoborghesi, il giovane Filippo nacque e visse i suoi primi anni intorno a una piccola cittadina vicino a Como.

Studiò quindi al liceo classico Ugo Foscolo di Pavia e sin da giovanissimo collaborò con delle riviste d'orientamento democratico e radicale. Si trasferì poi a Bologna, per laurearsi in giurisprudenza e diventare avvocato nel 1877.

L'anno successivo si trasferì definitivamente a Milano, dove conobbe note figure intellettuali quali il politico di ispirazione mazziniana-repubblicana Arcangelo Ghisleri o il filosofo psicologo Roberto Ardigò. Qui iniziò anche una carriera di pubblicista e critico letterario.

Anna Kuliscioff[modifica | modifica wikitesto]

Anna Kuliscioff a Firenze (1908)

La linea di Turati politica fu determinata sia dallo stretto rapporto con gli ambienti operai milanesi, sia dalle idee marxiste di una sua amica, la compagna ucraino-russa Anna Kuliscioff, che conobbe intorno al 1882-1884.

Quest'ultima, separata da poco dal marito (il politico socialista Andrea Costa), si legò poi sentimentalmente a Turati, con cui convisse per tutta la vita, sebbene non si fossero mai sposati e non avessero avuto figli.

Donna di grande temperamento ed intelligenza, fu tra le prime, assieme a Maria Montessori, ad esercitare l'attività di medico, recandosi tra l'altro anche nei quartieri più poveri di Milano, dove veniva chiamata la "dottora dei poveri".

Le idee politiche di fondo di Turati e di Anna coincidevano, poiché entrambi si ispiravano alla dottrina marxista: la Kuliscioff ebbe una grande influenza sulle concezioni politiche e sulle proposte sociali di Turati.

Anna Kuliscioff fu un'importante dirigente del Partito Socialista Italiano[1]. Si impegnò fortemente nelle lotte per la limitazione dell'orario di lavoro delle donne e dei fanciulli: elaborò una proposta di legge a tutela del lavoro minorile e femminile che, presentata dai parlamentari socialisti, venne approvata nel 1902 come legge Carcano, dal nome di Paolo Carcano, Ministro delle Finanze durante il Governo Zanardelli, che ne fu il proponente a livello governativo. Fu sostenitrice delle iniziative per introdurre in Italia il voto alle donne, anche in polemica con Turati[2], ed il divorzio.

A Milano, in piazza Duomo, sotto i portici che danno ingresso alla Galleria Vittorio Emanuele, una targa ricorda la sua frequentazione del luogo assieme a Turati.

Il Partito Operaio Italiano[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1886 Turati sostenne apertamente il Partito Operaio Italiano, che fu fondato a Milano nel 1882 dagli artigiani Giuseppe Croce e Costantino Lazzari, per poi fondare nel 1889 la Lega Socialista Milanese, ispirata a un marxismo non dogmatico e che rifiutava pubblicamente l'anarchia.

Aiuto
Inno dei lavoratori (info file)
parole di Filippo Turati, musica di Zenone Mattei — Versione strumentale

In questo contesto Filippo Turati scrisse, nei primi mesi del 1886, l' Inno dei Lavoratori[3], su sollecitazione di Costantino Lazzari; fu pubblicato da La Farfalla (n. 10, 7 marzo 1886, Milano) e subito dopo dall'organo del Partito operaio italiano, Il Fascio operaio (a. IV, n. 118, 20 e 21 marzo 1886, Milano). La musica fu composta dal maestro Amintore Claudio Flaminio Galli [Perticara (Rimini), 12 ottobre 1845 – Rimini, 8 dicembre 1919 ]; la prima esecuzione pubblica avvenne a Milano il 27 marzo 1886 nel salone del Consolato operaio in via Campo Lodigiano, a opera della Corale Donizetti.

La rivista Critica Sociale[modifica | modifica wikitesto]

La rivista Critica Sociale

Nel 1891 Turati fondò la rivista Critica Sociale, che diresse dall'inizio fino al 1926, al momento del suo espatrio clandestino in Francia.

La fondazione del Partito Socialista Italiano[modifica | modifica wikitesto]

Al congresso operaio italiano, tenutosi a Milano il 2 e 3 agosto 1891, Turati si presentò con l'obiettivo "di voler creare entro un anno un partito che unisse i lavoratori italiani", preannunziato il 18 giugno in un articolo nel numero unico del giornale Lotta di classe.

Lotta di classe diventerà poi un periodico diretto formalmente da Camillo Prampolini, ma di fatto guidato dalla coppia Turati-Kuliscioff. Turati inoltre collaborò, non senza contrasti, col periodico La Martinella, organo dei socialisti toscani diretto a Colle di Val d'Elsa da Vittorio Meoni.

Le intenzioni di Turati, di creare un organismo in cui confluissero tutte le organizzazioni popolari, operaie e contadine, si concretizzarono nel congresso di Genova del 1892, in cui nacque il Partito dei Lavoratori Italiani, divenuto poi nel 1893 "Partito Socialista dei Lavoratori Italiani" e nel 1895 Partito Socialista Italiano, una formazione politica d'impronta classista e militante, che utilizzava anche la lotta parlamentare per raggiungere obiettivi di crescita dei diritti dei lavoratori.

Turati fu segretario del partito dal 1895 al 1896.

Il riformismo di Turati e l'età giolittiana[modifica | modifica wikitesto]

Nonostante Francesco Crispi tentasse di bandire tutte le organizzazioni di sinistra, Turati - eletto deputato nel giugno 1896 - si fece fautore di un'apertura all'area repubblicana mazziniana e a quella radicale, nel tentativo di dare una svolta democratica al governo.

Il 1º marzo 1899 fu dichiarato decaduto dal mandato parlamentare e messo agli arresti con l'accusa d'aver guidato la protesta dello stomaco di Milano, ma fu liberato il successivo 26 marzo in quanto rieletto alle elezioni suppletive, e fece ostruzionismo contro il governo reazionario di Luigi Pelloux.

Nel 1901, in sintonia con le sue istanze "minimaliste" (il cosiddetto programma minimo, che si poneva come obiettivi parziali riforme, che i socialisti riformisti intendevano concordare con le forze politiche moderate o realizzare direttamente se al governo), Turati appoggiò (ministerialismo) prima il governo liberale moderato presieduto da Giuseppe Zanardelli e successivamente (1903) quello di Giovanni Giolitti, che nel 1904 approvò importanti provvedimenti di legislazione sociale (leggi sulla tutela del lavoro delle donne e dei bambini, infortuni, invalidità e vecchiaia; comitati consultivi per il lavoro; apertura verso le cooperative).

A causa, però, della politica messa in atto da Giolitti che favoriva solo gli operai meglio organizzati, la corrente di sinistra del PSI, capeggiata dal rivoluzionario Arturo Labriola e dall'intransigente Enrico Ferri, mise in minoranza la corrente di Turati nel congresso svoltosi a Bologna nel 1904.

La corrente riformista tornò a prevalere nel congresso del 1908 in alleanza agli integralisti di Oddino Morgari; negli anni seguenti Turati rappresentò la personalità principale del gruppo parlamentare del PSI, generalmente più riformista del partito stesso. In questa veste si ritrovò come l'interlocutore privilegiato di Giolitti, che stava allora perseguendo una politica di attenzione alle emergenti forze di sinistra.

La guerra di Libia del 1911 provocò però una frattura irrimediabile tra il governo giolittiano, fautore dell'impresa coloniale, e il PSI, in cui peraltro stavano di nuovo prevalendo le correnti massimaliste.

Il massimalismo socialista e il declino di Turati[modifica | modifica wikitesto]

Mussolini direttore dell' Avanti!

Nel 1912, con il XIII congresso del Psi di Reggio Emilia, la corrente rivoluzionaria guidata da Benito Mussolini conquistò la maggioranza nel partito, ottenendo l'espulsione degli esponenti della destra socialista Leonida Bissolati, Ivanoe Bonomi, Angiolo Cabrini e Guido Podrecca [che daranno vita al Partito Socialista Riformista Italiano (PSRI), che alle elezioni politiche del 1913 conseguirà il 3,9% dei voti], ed eleggendo alla segreteria del partito il rivoluzionario Costantino Lazzari e Mussolini a direttore dell' Avanti!.

Il potere dei massimalisti si consolidò nel successivo XIV congresso del PSI di Ancona dell'aprile 1914, che vide la rielezione a Segretario di Costantino Lazzari e un grande successo personale di Mussolini, al quale i congressisti tributarono una mozione di plauso per i successi di diffusione e di vendite del giornale del Partito. Venne inoltre approvata la mozione di Mussolini circa l'incompatibilità tra adesione al PSI e alla Massoneria, con l'immediata espulsione di quanti non abiuravano subito il loro essere massoni. Ciò provocò una grave emorragia di iscritti, specie tra i più anziani, in quanto affiliati alle logge dal periodo risorgimentale, o tra i provenienti dal repubblicanesimo, per lo più attestati sulle posizioni gradualiste e riformiste di Turati.

Dopo l'espulsione di Mussolini dal PSI a seguito del suo voltafaccia interventista sulla partecipazione dell'Italia alla Grande Guerra, Turati sostenne convintamente la posizione del PSI contraria alla guerra e per la neutralità dell'Italia, pur nella formulazione un po' ambigua del "nè aderire, nè sabotare" di Costantino Lazzari, soluzione di compromesso dovuta alla scelta di tanti socialisti di presentarsi volontari per il fronte o, comunque, di combattere una volta richiamati alle armi.

Dopo la disfatta di Caporetto del 1917, convinto che in quel momento la difesa della patria in pericolo fosse più importante della lotta di classe, Turati, nel corso di un applauditissimo discorso alla Camera, dichiarò l'adesione del PSI allo sforzo bellico italiano; questa posizione gli valse accuse di opportunismo e social-sciovinismo da parte di Lenin.[4][5]

La "profezia" di Turati al Congresso di Livorno[modifica | modifica wikitesto]

I delegati davanti al Teatro Goldoni di Livorno

Nel dopoguerra, dopo la Rivoluzione d'ottobre e l'instaurazione del Governo dei Soviet in Russia, il PSI si spostò sempre più su posizioni rivoluzionarie, anche su pressione di Lenin, che impose ai partiti socialisti e socialdemocratici europei l'adesione ai 21 punti da lui dettati.

Il rifiuto della componente massimalista del PSI, guidata dal Segretario Costantino Lazzari e dal nuovo direttore dell' Avanti!, Giacinto Menotti Serrati, di aderire a questo diktat, che avrebbe comportato l'immediata espulsione dei riformisti, maggioritari nel gruppo parlamentare, determinò, nel corso del XVII congresso socialista di Livorno del gennaio 1921, l'uscita dal PSI della componente comunista, guidata da Amedeo Bordiga, che diede vita al Partito Comunista d'Italia, legato direttamente a Mosca.

Turati intervenne al Congresso nel pomeriggio del 19 gennaio, dimostrando il profondo dissenso ideologico che lo separava dai comunisti: egli dichiarò il suo netto rifiuto di ogni soluzione rivoluzionaria violenta[6] e s'impegnò in una strenua difesa del riformismo socialista e della sua «opera quotidiana di creazione della maturità delle cose e degli uomini», che sarebbe sopravvissuta al «mito russo»:[7][8]

« Ciò che ci distingue non è la generale ideologia socialista - la questione del fine e neppure quella dei grandi mezzi (lotta di classe, conquista del potere ecc.) - ma è la valutazione della maturità della situazione e lo apprezzamento del valore di alcuni mezzi episodici.

Primo fra questi la violenza, che per noi non è, e non può essere, programma, che alcuni accettano pienamente e vogliono organizzare [commenti], altri accettano soltanto a metà (unitari comunisti o viceversa).

Altro punto di distinzione è la dittatura del proletariato, che per noi, o è dittatura di minoranza, ed allora non è che dispotismo, il quale genererà inevitabilmente la vittoriosa controrivoluzione, o è dittatura di maggioranza, ed è un evidente non senso, una contraddizione in termini poiché la maggioranza è la sovranità legittima, non può essere la dittatura.

Terzo punto di dissenso è la coercizione del pensiero, la persecuzione, nell'interno del Partito, dell'eresia, che fu l'origine ed è la vita stessa del Partito, la grande sua forza salvatrice e rinnovatrice, la garanzia che esso possa lottare contro le forze materiali e morali che gli si parano di contro.

Ora tutti e tre questi concetti si risolvono poi sempre in un solo: nel culto della violenza, sia esterna sia interna, e hanno tutti e tre un presupposto, nel quale è il vero punto di divergenza tra noi: la illusione che la rivoluzione sia il fatto volontario di un giorno o di un mese, sia l'improvviso calare di un scenario o l'alzarsi di un sipario, sia il fatto di un domani e di un posdomani del calendario; e la rivoluzione sociale non è un fatto di un giorno o di un mese, è il fatto di oggi, di ieri e di domani, è il fatto di sempre, che esce dalle viscere stesse della società capitalista, del quale noi creiamo soltanto la consapevolezza, e così agevoliamo l'avvento; mentre nella rivoluzione ci siamo; e matura nei decenni, e trionferà tanto più presto, quanto meno lo sforzo della violenza, provocando prove premature e suscitando reazioni trionfatrici ne deriverà ed indugierà il cammino. Ond'è che per noi gli scorcioni sono sempre la via più lunga, e la via, che altri crede più lunga, è stata e sarà sempre la più breve. La evoluzione si confonde nella rivoluzione, è la rivoluzione stessa, senza sperperi di forze, senza delusioni e senza ritorni. (...)

Questo culto della violenza, che è un po' negli incunaboli di tutti i partiti nuovi, che è strascico di vecchie mentalità che il Socialismo marxista ha disperse, della vecchia mentalità insurrezionista, blanquista, giacobina, che volta a volta sembra tramontata e poi risorge di nuovo, e a cui la guerra ha ridato un enorme rigoglio, non può essere di fronte alla complessità della lotta sociale moderna, che una reviviscenza morbosa ed effimera.

Organicamente la violenza è propria del capitalismo, non può essere del socialismo.

E propria delle minoranze che intendono imporsi e schiacciare le maggioranze, non già delle maggioranze che vogliono e possono, con le armi intellettuali e coi mezzi normali di lotta, imporsi per legittimo diritto.

La violenza è il sostitutivo, è il preciso contrapposto della forza. È anche un segno di scarsa fede nella idea che si difende, di cieca paura delle idee avversarie. È, insomma, in ogni caso, un rinnegamento, anche se trionfi per un'ora, poiché apre inevitabilmente la strada alla reazione della insopprimibile libertà della coscienza umana, che ben presto, diventa controrivoluzione, che diventa vittoria e vendetta dei comuni nemici. (...)

Con la violenza che desta la reazione, metterete il mondo intero contro di voi. Questo è il nostro pensiero di oggi, di ieri, di sempre, ma sopra tutto in periodo di suffragio universale: quando voi tutto potrete se avete coscienza e, se no, nulla potrete ad ogni modo. Perché voi siete il numero e siete il lavoro, e sarete i dominatori necessari del mondo di domani a un solo patto: che non mettiate, con la violenza, tutto il mondo contro di voi.

Ecco il tondo del solo nostro dissenso, che è di oggi come di ieri, nel quale sempre insorgemmo e ci differenziammo. E quando Terracini ci dice, credendo coglierci in contraddizione: lanci la prima pietra chi in qualche momento, nel Partito, non fece appello alle violenze più pazze, io posso francamente rispondergli: eccomi qua! quella pietra io posso lanciarla [applausi vivissimi].

Sì, a noi può dolere che questa mostruosa fioritura psicologica di guerra ci divida fra noi, ci allontani tutti quanti dalla mèta, ci faccia perdere anni preziosi, facendo involontariamente il massimo tradimento al proletariato, che noi priviamo di tutte le enormi conquiste che potrebbe oggi conseguire, sacrificandolo alle nostre divisioni ed alle nostre impazienze, suscitando tutte le forze della controrivoluzione.

Si, noi lottiamo oggi troppo spesso contro noi stessi, lavoriamo per i nostri nemici, siamo noi a creare la reazione, il fascismo, ed il partito popolare.

Intimidendo ed intimorendo, proclamando (con suprema ingenuità anche dal punto di vista cospiratorio) l'organizzazione dell'azione illegale, vuotando di ogni contenuto l'azione parlamentare che non è già l'azione di pochi uomini, ma dovrebbe essere, col suffragio universale, la più alta efflorescenza di tutta l'azione, prima di un partito, poi di una classe; noi avvaloriamo e scateniamo le forze avversane che le delusioni della guerra avevano abbattute, che noi avremmo potuto facilmente debellare per sempre. (...)

Le vie della storia non sono facili. Noi possiamo cercare di abbreviarle con sincerità, sdegnosi di popolarità, facilmente accettate a prezzo di formule ambigue. E questo noi facciamo e faremo, e con voi e fra voi, o separati da voi, perché è il nostro preciso dovere. Noi saremo sempre col Proletariato che combatte la sua lotta di classe. (...)

Fu unicamente il culto di alcune frasi isolate da comizio (la violenza levatrice della nuova storia" e somiglianti), avulse dal complesso dei testi, e ripetute per accidia intellettuale che, in unione alle naturali ribellioni del sentimento, velò a troppi di noi il fondo e la realtà della dottrina marxista. Quel culto delle frasi, in odio al quale Marx amava ripetere che egli, per esempio, "non era marxista", e anche a me - di cento cubiti più piccolo - a udire le scemenze di certi pappagalli, accadde di affermare che io non sono turatiano [Ilarità].

Perché nessuna formula - neanche quella di Mosca - sostituirà mai il possesso di un cervello, che, in contatto coi fatti e con le esperienze, ha il dovere di funzionare. (...)

Sul terreno pratico, quarant'anni o poco meno di propaganda e di milizia mi autorizzano ad esprimervi sommariamente un'altra convinzione. Potrei chiamarla (se la parola non fosse un po' ridicola) una profezia, facile profezia e per me di assoluta certezza. Vi esorto a prenderne nota. Fra qualche anno - io non sarò forse più a questo mondo - voi constaterete se la profezia si sia avverata. Se avrò fallito, sarete voi i trionfatori.

Questo culto della violenza, violenza esterna od interna, violenza fisica o violenza morale - perché vi è una violenza morale, che pretende sforzare le mentalità, far camminare il mondo sulla testa (...), e che è ugualmente antipedagogica e contraria allo scopo - non è nuovo (...), nella storia del socialismo italiano, come di altri Paesi. E il comunismo critico di Marx e di Engels ne fu appunto la più gagliarda negazione.

Ma, per fermarci all'arretrata Italia, che, come stadio di evoluzione economica, sta, a un dipresso, di mezzo fra la Russia e la Germania, la storia dei nostri Congressi, che riassume in qualche modo le fasi del Partito, (...) quella storia dimostra a chiare note come cotesta lotta fra il culto della violenza che pretende di imporsi col miracolo ed il vero socialismo che lo combatte, è stata sempre, nelle più diverse forme, a seconda dei momenti e delle circostanze, il dramma intimo e costante del partito socialista.

Ma il socialismo, in definitiva, fu sempre il trionfatore contro tutte le sue deviazioni e caricature. (...) nella storia del nostro partito l'anarchismo fu rintuzzato, il labriolismo finì al potere, il ferrismo, anticipazione, come ho detto, del graziadeismo [nuova ilarità], fece le capriole che sapete, l'integralismo stesso sparì e rimase il nucleo vitale: il marcio riformismo, secondo alcuni, il socialismo, secondo noi, il solo vero, immortale, invincibile socialismo, che tesse la sua tela ogni giorno, che non fa sperare miracoli, che crea coscienze, sindacati, cooperative, conquista leggi sociali utili al proletariato, sviluppa la cultura popolare (senza la quale saremo sempre a questi ferri e la demagogia sarà sempre in auge), si impossessa dei Comuni, del Parlamento, e che, esso solo, lentamente, ma sicuramente, crea con la maturità della classe, la maturità degli animi e delle cose, prepara lo Stato di domani e gli uomini capaci di manovrarne il timone. (...)

La guerra doveva rincrudire il fenomeno. La lotta sarà più dura, più tenace e più lunga, ma la vittoria è sicura anche questa volta. (...)

Fra qualche anno il mito russo, che avete il torto di confondere con la rivoluzione russa, alla quale io applaudo con tutto il cuore (Voce - Viva la Russia!) .... il mito russo sarà evaporato ed il bolscevismo attuale o sarà caduto o si sarà trasformato. Sotto le lezioni dell'esperienza (...) le vostre affermazioni d'oggi saranno da voi stessi abbandonate, i Consigli degli operai e dei contadini ( e perché no dei soldati?) avranno ceduto il passo a quel grande Parlamento proletario, nel quale si riassumono tutte le forze politiche ed economiche del proletariato italiano, al quale si alleerà il proletariato di tutto il mondo.

Voi arriverete così al potere per gradi… Avrete allora inteso appieno il fenomeno russo, che è uno dei più grandi fatti della storia, ma di cui voi farneticate la riproduzione meccanica e mimetistica, che è storicamente e psicologicamente impossibile, e, se possibile fosse, ci ricondurrebbe al Medio evo.

Avrete capito allora, intelligenti come siete [ilarità], che la forza del bolscevismo russo è nel peculiare nazionalismo che vi sta sotto, nazionalismo che del resto avrà una grande influenza nella storia del mondo, come opposizione ai congiurati imperialismi dell'Intesa e dell'America, ma che è pur sempre una forma di imperialismo.

Questo bolscevismo, oggi - messo al muro di trasformarsi o perire - si aggrappa a noi furiosamente, a costo di dividerci, di annullarci, di sbriciolarci; s'ingegna di creare una nuova Internazionale pur che sia, fuori dell'Internazionale e contro una parte di essa, per salvarsi o per prolungare almeno la propria travagliata esistenza; ed è naturale, e non comprendo come Serrati se ne meravigli e se ne sdegni, che essa domandi a noi, per necessità della propria vita, anzi della vita del proprio governo, a noi che ci siamo fatti così supini, e che preferiamo esserne strumenti anziché critici, per quanto fraterni, ciò che non oserà mai domandare né al socialismo francese né a quello di alcun altro paese civile. Ma noi non possiamo seguirlo ciecamente, perché diventeremmo per l'appunto lo strumento di un imperialismo eminentemente orientale, in opposizione al ricostituirsi della Internazionale più civile e più evoluta, l'Internazionale di tutti i popoli, l'Internazionale definitiva.

Tutte queste cose voi capirete fra breve e allora il programma, che state (...) faticosamente elaborando e che tuttavia ci vorreste imporre, vi si modificherà fra le mani e non sarà più che il vecchio programma.

Il nucleo solido, che rimane di tutte queste cose caduche, è l'azione: l'azione, la quale non è l'illusione, il precipizio, il miracolo, la rivoluzione in un dato giorno, ma è l'abilitazione progressiva, libera, per conquiste successive, obbiettive e subiettive, della maturità proletaria alla gestione sociale. Sindacati, Cooperative, poteri comunali, azione parlamentare, cultura ecc., ecc., tutto ciò è il socialismo che diviene.

E, o compagni, non diviene per altre vie. Ancora una volta vi ripeto: ogni scorcione allunga il cammino; la via lunga è anche la più breve... perché è la sola. E l'azione è la grande educatrice e pacificatrice. Essa porta all'unità di fatto, la quale non si crea con le formule e neppure con gli ordini del giorno, per quanto abilmente congegnati, con sapienti dosature farmaceutiche di fraterno opportunismo. Azione prima e dopo la rivoluzione - perché dentro la rivoluzione - perché rivoluzione essa stessa. Azione pacificatrice, unificatrice. (...)

Ond'è, che quand'anche voi avrete impiantato il partito comunista e organizzati i Soviet in Italia, se uscirete salvi dalla reazione che avrete provocata e se vorrete fare qualche cosa che sia veramente rivoluzionario, qualcosa che rimanga come elemento di società nuova, voi sarete forzati, a vostro dispetto - ma lo farete con convinzione, perché siete onesti - a ripercorrere completamente la nostra via, la via dei social-traditori di una volta; e dovrete farlo perché è la via del socialismo, che è il solo immortale, il solo nucleo vitale che rimane dopo queste nostre diatribe. E dovendo fare questa azione graduale, perché tutto il resto è clamore, è sangue, orrore, reazione, delusione; dovendo percorrere questa strada, voi dovrete fino da oggi fare opera di ricostruzione sociale.

Io sono qui alla sbarra, dovrei avere le guardie rosse accanto... [Si ride], perché, in un discorso pronunziato il 26 giugno alla Camera: Rifare l'Italia!, cercai di sbozzare il programma di ricostruzione sociale del nostro paese. Ebbene, leggetelo quel discorso, che probabilmente non avete letto, ma avete fatto male [Ilarità]. Quando lo avrete letto, vedrete che questo capo di imputazione, questo corpo di reato, sarà fra breve il vostro, il comune programma. [Approvazioni].

Voi temete oggi di ricostruire per la borghesia, preferite di lasciar crollare la casa comune, e fate vostro il "tanto peggio, tanto meglio!" degli anarchici, senza pensare che il "tanto peggio" non dà incremento che alla guardia regia ed al fascismo. [Applausi].

Voi non intendete ancora che questa ricostruzione, fatta dal proletariato con criteri proletari, per se stesso e per tutti, sarà il miglior passo, il miglior slancio, il più saldo fondamento per la rivoluzione completa di un giorno. Ed allora, in quella noi trionferemo insieme.

Io forse non vedrò quel giorno: troppa gente nuova è venuta che renderà aspra la via, ma non importa.

Maggioranza o minoranza non contano. Fortuna di Congressi, fortuna di uomini, tutto ciò è ridicolo di fronte alle necessità della storia.

Ciò che conta è la forza operante, quella forza per la quale io vissi e nella cui fede onestamente morrò uguale sempre a me stesso.

Io combatterei per essa. Io combatterei per il suo trionfo: e se trionferà anche con voi, è perché questa forza operante non è altro che il socialismo.

Evviva il Socialismo! »

(Filippo Turati - dal "Discorso al XVII Congresso Socialista del 1921")

L'intervento di Turati fu particolarmente applaudito anche dai massimalisti[9][10]: ciò avrebbe spinto successivamente il segretario del partito Egidio Gennari a sottolineare che i riformisti, che hanno sempre rappresentato un pericolo perché non si sono mai tenuti fedeli alla disciplina, «nel partito sono molti di più che non si credeva»[11].

Il consenso riscosso da Turati fece commentare alla sua compagna Anna Kuliscioff come il leader riformista «da accusato e quasi condannato» fosse «diventato trionfatore del congresso»[12].

Nonostante ciò, la componente riformista venne comunque emarginata; prevalsero, nel PSI, le spinte pseudorivoluzionarie della maggioranza massimalista che, inebriata dalla rivoluzione d'ottobre, ma priva di iniziativa, non vedeva i pericoli della reazione che provocava.

Nel 1982, in occasione del 50° della morte di Turati in esilio, e in parallelo alla crescente crisi del sistema sovietico e del comunismo, ci fu finalmente un dibattito storico politico su scala nazionale che investì la sinistra ed ebbe eco sui grandi organi di stampa e in televisione. In un'intervista per il TG2 del 25 marzo 1982, uno dei protagonisti della scissione comunista del 1921, Umberto Terracini, non esitò ad individuare nelle frasi e nelle parole dell'intervento di Turati al Congresso di Livorno «un'anticipazione certamente intelligente e, direi, quasi miracolosa, profetica di una realtà che in tempi successivi venne poi maturando e che sta sboccando a lidi più concreti proprio nel corso di questa nuova epoca preannunciata. Una giudizio analogo fu pronunciato da un'altra grande protagonista del Congresso di Livorno: la senatrice Camilla Ravera[13]

La dichiarazione di Terracini fu ascoltata con grande emozione dal Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, che ebbe a dichiarare:[14]

« Ho visto Terracini, coraggiosamente alla televisione: “E allora secondo lei”, gli ha detto l’intervistatore, “aveva sbagliato Turati?” “No, Turati aveva visto giusto, disse una verità allora, dobbiamo riconoscerglielo. Aveva ragione Turati e avevamo torto noi”. »
(SANDRO PERTINI, 21 gennaio 1983)

La circostanza è stata confermata da Valdo Spini:[15]

« Per lui – e me lo riaffermò più volte- sentire Umberto Terracini, cioè un personaggio che a Livorno, nel 1921 la scissione comunista l’aveva fatta in prima persona, affermare a che a Livorno aveva invece avuto ragione Turati, costituiva un motivo di autentica commozione e di speranza. »
(VALDO SPINI, 20 marzo 2012)

La dichiarazione di Terracini non piacque allo storico comunista Paolo Spriano, incaricato, su L'Unità, di intervenire sulla questione:[16]

« .... l'accusatore di allora, il grande combattente comunista Umberto Terracini, darebbe ora ragione all'antagonista »

La nascita del Partito Socialista Unitario[modifica | modifica wikitesto]

Nell'ottobre 1922, a pochi giorni della Marcia su Roma di Mussolini, i riformisti furono infine espulsi dal PSI, con l'accusa di aver violato il divieto di collaborazione con i partiti borghesi, in quanto Turati si era presentato alle consultazioni del re per la costituzione del nuovo governo, che videro il fallimento di un nuovo ministero Giolitti e l'incarico al sen. Luigi Facta.

Turati diede vita insieme a Giacomo Matteotti, Giuseppe Emanuele Modigliani e Claudio Treves al Partito Socialista Unitario, che, nelle successive elezioni politiche del 1924 si presentò autonomamente, risultando più votato (5,9%) rispetto alle liste dei socialisti massimalisti di Serrati (4,9%) e dei comunisti (3,8%).

Il 10 giugno 1924 il segretario del PSU, l'on. Giacomo Matteotti, venne rapito e ucciso da alcuni squadristi. A seguito del delitto commesso dai fascisti, Turati cercò, assieme ai rappresentanti delle altre forze democratiche di opposizione, di ottenere dal re la destituzione di Mussolini da Capo del governo, magari con il ritorno all'Esecutivo dell'anziano Giolitti.

Stante l'appoggio del monarca al leader fascista, partecipò, come gli altri parlamentari di opposizione, alla secessione dell'Aventino.

Lo sciglimento del PSU e la fuga in Francia[modifica | modifica wikitesto]

Il PSU di Turati fu, forse, il partito più perseguitato dal regime fascista. Oltre alla barbara uccisione del suo segretario Matteotti, fu il primo ad essere sciolto d'imperio, il 14 novembre 1925, a causa del fallito attentato a Mussolini da parte del suo iscritto Tito Zaniboni, avvenuto il 4 novembre precedente.

Tuttavia, già il 26 novembre 1925 si costituì un triumvirato, composto da Claudio Treves, Giuseppe Saragat e Carlo Rosselli che, il 29 novembre successivo, ricostituì clandestinamente il PSU come Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI).

Peraltro, quasi un anno dopo, nella notte tra il 19 e il 20 novembre 1926, Treves e Saragat espatriarono clandestinamente in Svizzera, grazie all'organizzazione di Rosselli e Parri, che, per questo e per aver programmato la fuga dall'Italia di Turati e Pertini, verranno arrestati e prima reclusi in carcere, poi inviati al confino a Lipari.

A un anno dalla morte della sua amata Anna Kuliscioff e deluso dal consolidamento del regime fascista, anche Turati, su pressione dei suoi compagni, decise di lasciare l'Italia.

Nel 1926, dopo aver inutilmente richiesto la concessione del passaporto,[17] il 21 novembre lasciò nottetempo la propria abitazione, ormai da tempo sottoposta a sorveglianza dalla polizia.

Dopo aver scartato l'ipotesi di fuggire inizialmente in Svizzera come Treves e Saragat, si decise infine ad espatriare clandestinamente via mare.

Il 12 dicembre 1926, a bordo di un motoscafo, salpò da Savona e giunse a Calvi in Corsica.[18]

Così ha raccontato l'avventuroso episodio l'altro protagonista della fuga, Sandro Pertini:[19]

« […] Dopo le leggi eccezionali l'Italia era diventata un gigantesco carcere e noi dovevamo fare in modo che Filippo Turati, che consideravamo la persona più autorevole dell'antifascismo, potesse recarsi all'estero e da lì condurre la lotta, accusando davanti al mondo intero la dittatura fascista. Fui io a consigliare la fuga per mare con un motoscafo che sarebbe partito dalla mia Savona. Rosselli e Parri temevano che il litorale ligure fosse troppo sorvegliato. Ma io decisi di andare a Savona, in bocca ai miei nemici, e lì incontrai due esperti marinai, Dabove e Oxilia, ai quali va la mia gratitudine: essi mi confermarono che era possibile raggiungere la Corsica con un motoscafo capace di tenere l'alto mare.

L'8 dicembre, eludendo ogni vigilanza, si riesce a condurre Turati nella mia città. Turati rimase nascosto con me a Quiliano, vicino a Savona, in casa di un mio caro amico, Italo Oxilia. Dormivamo nella stessa stanza, Turati soffriva d'insonnia e passava le ore discorrendo con me della triste situazione creata dal fascismo e della necessità della sua partenza, ma anche dello strazio che questa partenza rappresentava per il suo animo. […] Il Governo e i socialisti francesi ci diedero subito la loro solidarietà e il benvenuto. Molti giornalisti arrivarono a Calvi da Bastia e pubblicarono imprudentemente la notizia che Turati era arrivato in Francia con Carlo Rosselli e Ferruccio Parri. Pernottammo a Calvi, Turati voleva indurre Rosselli a restare con noi, a non far ritorno in Italia, ma vane furono le nostre insistenze. Così la mattina dopo il motoscafo ripartiva con Oxilia, Dabove, Boyancè e il giovane meccanico del motoscafo Ameglio. Con essi erano anche Parri e Rosselli. L'addio fu straziante. Ci abbracciammo senza pronunciare parola cercando di trattenere la profonda commozione. Rosselli toglie il tricolore che avevamo issato a bordo, e lo agita. È l'estremo saluto della Patria per Turati ed anche per me. Turati con gli occhi pieni di lacrime mi disse: "Io sono vecchio, non tornerò più vivo in Italia". Rimanemmo sul molo finché potemmo vedere i nostri compagni. »

Tra gli organizzatori della fuga vi furono Camillo e Adriano Olivetti, Ferruccio Parri e, grande stratega, Carlo Rosselli.[20]

Ferruccio Parri e Carlo Rosselli[21] vennero arrestati al loro rientro in Italia dalla Corsica, mentre attraccavano al pontile Walton di Marina di Carrara: invano cercarono di far credere che stanno rientrando da una gita turistica. Ma le indagini dell'OVRA e della polizia portarono anche all'arresto degli altri complici: il Tribunale di Savona condannò a dieci mesi di carcere Ferruccio Parri, Carlo Rosselli, Dabove e Boyancè.[22]

La sentenza, rispetto alle previsioni, fu mite: Rosselli, avendo già scontati otto mesi di reclusione, avrebbe potuto essere presto libero, ma le nuove leggi speciali permisero alla polizia di comminargli altri 3 anni di confino, da scontare a Lipari.

Anche Turati e Pertini vennero condannati in contumacia a dieci mesi, per espatrio clandestino.

Italo Oxilia fu condannato al confino in contumacia[23] e gli venne confiscata la casa e il terreno a Quiliano lasciatigli in eredità dal padre.

L'esilio e la morte[modifica | modifica wikitesto]

Racconta ancora Pertini:[19]

« ... La mattina dopo ci imbarcammo sul traghetto per Nizza e di lì proseguimmo per Parigi dove trovammo Nenni, Modigliani, Treves e tanti altri. Turati mi offrì la sua assistenza economica, ma io rifiutai e decisi di guadagnarmi da vivere facendo i lavori più umili. »
Turati con Carlo Rosselli a Parigi

Turati s'inserì nella colonia dei rifugiati antifascisti italiani di Parigi. Qui svolse un'intensa attività politica, rimanendo, sino alla morte, il faro dell'antifascismo democratico italiano.

Turati, pur sconfitto e invecchiato, non perse mai la sua grandezza d'animo e la visione lucida del dramma che l'Italia e la classe operaia stavano vivendo.

Fu l'anima del suo partito che, nel 1927, assunse la denominazione di Partito Socialista Unitario dei Lavoratori Italiani (PSULI). Tenne viva la Concentrazione Antifascista.

Collaborò a vari giornali: tra gli altri, il quindicinale Rinascita socialista, organo del PSLI, diretto dall'amico e compagno di partito Claudio Treves; il settimanale La Libertà, organo della Concentrazione Antifascista.

S'impegnò, assiema a Pietro Nenni, nell'unificazione socialista in esilio: il 19 luglio 1930, in occasione del XXI Congresso socialista, tenutosi in esilio a Parigi, il PSULI si riunificò con il PSI.

Inoltre, pure convinto della necessità di una solidarietà fra tutte le forze antifasciste, continuò a

lapide commemorativa di FilippoTurati sulla sua casa natale a Canzo (CO)

denunciare il carattere totalitario e liberticida del comunismo sovietico.

Filippo Turati si spense nella capitale francese il 29 marzo 1932, in casa di Bruno Buozzi.

In memoria di Turati, gli fu dedicata la tessera del PSI del 1933.[24]

Le sue spoglie, assieme a quelle di Claudio Treves, verranno riportate in Italia soltanto il 10 ottobre 1948 e furono tumulate nel Cimitero Monumentale di Milano, accompagnate da un'imponente manifestazione di popolo.[25]

Il pensiero politico[modifica | modifica wikitesto]

Filippo Turati si definiva marxista, ma ne interpretava la dottrina in maniera non dogmatica: l'emancipazione del proletariato costituisce l'obiettivo, ma si deve mirare ad ottenerla attraverso le riforme.

Tutto ciò che può portare a un miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori è buono, anche se calato dall'alto; il socialismo è la stella polare della società, ma sino al suo avvento è bene cooperare con il capitalismo. Vi sono situazioni in cui la cooperazione non va rifiutata dai socialisti, le riforme possono essere più positive della contrapposizione di classe; vi sono tanti socialismi, che possono e devono adeguarsi ai vari stati e alle varie epoche.

Quello di Turati era un socialismo che rifiutava ogni suggestione del tutto e subito. Turati era, comunque, un socialista a tutti gli effetti perché aveva come obiettivo il trasferimento della proprietà dei mezzi di produzione in mano pubblica, ma in maniere graduale. Il proletariato non si può emancipare di colpo, non si può credere nell'"illuminazione" rivoluzionaria: non rivoluzione, ma evoluzione graduale.

tessera del PSU del 1922

Il tempo del socialismo è un lungo tempo storico fatto di mediazione e di ragionevolezza: il proletariato raggiungerà la maturità attraverso le riforme; il riformismo è lo strumento per arrivare alla consapevolezza e deve abituare il proletariato alla sua futura evoluzione. Compiti del riformismo sono quelli di educare le coscienze, di creare reale solidarietà tra le classi subalterne.

Per Turati, se il proletariato è ancora immaturo, la rivoluzione sarebbe dannosa: il massimalismo significa contestazione, non migliora la condizione del proletariato, non è detto che porti a dei risultati evocare una selvaggia lotta di classe; anzi, tale lotta di classe porterebbe alla distruzione dell'economia, costringendo il proletariato a una miseria ancora più cruda.

Turati era un pensatore pacifista: la guerra non può risolvere alcun problema. Era avversario del fascismo, ma anche fortemente critico nei confronti della rivoluzione sovietica, che riteneva un fenomeno geograficamente limitato e non esportabile e che non faceva uso di intelligenza, libertà, e civiltà.

Togliatti e altri dirigenti comunisti ad una riunione del Comintern

Per Turati il fascismo non era solo mancanza di libertà, ma una minaccia per l'ordine mondiale: egli individuava elementi comuni tra fascismo e bolscevismo perché entrambi ripudiano i valori del parlamentarismo. In quest'ottica, vale la pena di fare un pezzo di strada assieme al liberalismo per difendere la libertà.

La sua visione del socialismo fu, per i tempi, moderna e democratica, ma dovette confrontarsi con la violenza verbale (e, talvolta, anche fisica) dei comunisti contro i socialisti riformisti, spregiativamente definiti socialfascisti, traditori della classe operaia, da combattere prima e con maggior spietatezza di fascisti e nazisti, in ossequio alla concezione sancita, fino al 1935, dal Comintern e, conseguentemente, dal Partito Comunista d'Italia,

Così Palmiro Togliatti, su "Lo Stato Operaio" dell'aprile 1932, mentre si trovava rifugiato a Mosca, dedicò a Turati un feroce necrologio:[26]

« TURATIANA

In tutto quello che la stampa socialdemocratica ha detto su Filippo Turati, sulla sua vita e sulle sue opere, e, particolarmente, nella leggenda che essa mette in giro, secondo la quale Turati sarebbe il capo, il maestro, il messia del movimento operaio e della lotta di classe in Italia, vi è solamente questo di vero: che nella persona e nella attività di Turati si sommarono e toccarono una espressione completa di tutti gli elementi negativi, tutte le tare, tutti i difetti che sin dalle origini viziarono e corruppero il movimento socialista italiano, che lo fecero deviare dagli obiettivi rivoluzionari del movimento operaio, che lo condannarono al disastro, al fallimento, alla rovina. Per questo la sua vita può ben essere presa come un simbolo, e come un simbolo è la insegna del tradimento e del fallimento. Tradimento degli interessi, delle aspirazioni, degli ideali di classe del proletariato. Una vita intera spesa per cercar di fare argine alla lotta di classe rivoluzionaria e al suo corso inesorabile, per tentar di porre un freno allo sviluppo della azione autonoma della classe operaia per la propria emancipazione. Una intera vita politica spesa per servire i nemici di classe del proletariato, per servirli nel seno stesso del movimento operaio. […] E qui bisogna sfatare un'altra leggenda, quella di Turati onesto, addirittura sincero e così via. Turati fu tra i più disonesti dei capi riformisti, perché fu tra i più corrotti dal parlamentarismo e dall'opportunismo. La sua attività fu un veicolo continuo di corruzione parlamentare nelle file del movimento operaio. Il suo metodo di mantenersi alla testa del partito era quello di un corruttore. Tutte le risorse del parlamentarismo e dell'opportunismo vennero da lui adoperate per rimanere, di fatto, a capo del Partito socialista e del movimento operaio italiano anche quando la grande massa non solo degli iscritti, ma dei lavoratori senza partito era contro di lui e spingeva il partito in un'altra direzione. La sua abilità di parlamentare incarognito si piegò alle distinzioni più sottili, alle più perfide soluzioni di compromesso. […] L'ultimo episodio di politica turatiana fu l'Aventino, e fu, esso pure, tradimento e fallimento. Rifugiato all'estero, il suo atteggiamento e i suoi scritti erano diventati cose miserande, esercitazioni letterarie vuote, tronfie, ridicole. Era tagliato fuori del tutto dalla comprensione della situazione presente, rimasticava i luoghi comuni della mistica democratica e la sua ostilità alla Rivoluzione russa, aspettava - ma non era in grado di fare niente altro - che gli si offrisse nuovamente il destro di rendere servizio attivo, in prima linea, per la causa dell'ordine. […] Filippo Turati fu nemico acerrimo del nostro partito e noi fummo e rimaniamo suoi acerrimi nemici, nemici di tutto ciò che il turatismo è stato, ha fatto, ha rappresentato. Bisogna che le masse lavoratrici italiane siano liberate, e liberate per sempre, e a fondo, di questa roba. Bisogna che anche quelle parti di esse che sono ancora legate a questo passato di fallimento e di tradimento imparino a giudicarlo con spregiudicatezza, a respingerlo da sé. Occorre, perciò, una lotta ideologica e politica spietata. »

(PALMIRO TOGLIATTI)

Solo nel 1982, lo storico comunista Paolo Spriano, in occasione del 50° anniversario della morte di Turati, affermò, sulle colonne de "L'Unità",[27] che il giudizio espresso da Togliatti all'indomani della morte in esilio di Turati fu "francamente ingiusto, schematico", aggiungendo che:

« Possiamo guardare alle ragioni di Turati senza spirito di setta […] la sua fiducia nella democrazia, la sua convinzione che è il socialismo che diviene; che, cioè, un grande movimento di emancipazione popolare non si realizza da un giorno all'altro né si proclama con una forzatura volontaristica, ma è un processo lungo e complesso, lo rivendichiamo come un patrimonio acquisito. »

Opere[modifica | modifica wikitesto]

  • Il delitto e la questione sociale. Appunti sulla questione penale, Unione autori, Milano 1883.
  • Lo Stato delinquente, presso l'amministrazione della Plebe, Milano 1883.
  • Strofe, E. Quadrio, Milano 1883.
  • Socialismo e scienza. A proposito di un nuovo libro di N. Colajanni, Tip. Fratelli Giorgetti, Como 1884.
  • Il canto dei lavoratori. Inno del Partito operaio italiano. Poesia di Filippo Turati con musica, Tip. Fantuzzi, Milano 1889.
  • Le 8 ore di lavoro. Sunto stenografico della conferenza pronunciata in Milano nel Teatro della Cannobiana il 1º maggio 1891, Tip. degli Operai, Milano 1891.
  • Questo non fu che il rendiconto, più o meno fedele, di un discorso d'occasione, 1891.
  • Il dovere della resistenza. Agli operai metallurgici di Milano. Seguito dall'Inno dei meccanici di F. Fontana, Uffici della Critica sociale, Milano 1892.
  • La moderna lotta di classe, Critica Sociale, Milano 1892.
  • Il canto dei lavoratori. Inno del Partito socialista dei lavoratori italiani. Con musica, a cura della Sezione del Partito, Zurigo 1893.
  • Rivolta e rivoluzione, Critica Sociale, Milano 1893.
  • Socialismo e riformismo nella storia d'Italia. Scritti politici 1878-1932, Feltrinelli, Milano 1979.
  • Filippo Turati. Scritti e discorsi 1878-1932, Guanda, Milano 1982.
  • Lo Stato delinquente. Delitto, questione sociale, corruzione politica, Scritti di sociologia (1882-1884), Manduria, Lacaita, 1999.
  • Bibliografia degli scritti. 1881-1926, Lacaita, Manduria-Bari-Roma 2001.
  • Lo stato delinquente,prefazione Giuliano Vassalli, M&B Publishing, Milano 2002.
  • Rifare l'Italia, introduzione e cura di Carlo G. Lacaita, Manduria, Lacaita, 2002.
  • Il socialismo italiano,antologia scritti e discorsi, M&B Publishing, Milano 2006

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Cfr. Proletariato femminile e Partito socialista: relazione al Congresso nazionale socialista 1910, Milano, Critica sociale,1910.
  2. ^ Cfr. A. Kuliscioff, F. Turati Il voto alle donne: polemica in famiglia per la propaganda del suffragio universale in Italia, Milano, Uffici della critica sociale, 1910.
  3. ^ Questo il testo dell'Inno: Su fratelli, su compagne, / su, venite in fitta schiera: sulla libera bandiera / splende Il Sol dell'Avvenir. / Nelle pene e nell'insulto / ci stringemmo in mutuo patto, / la gran causa del riscatto / niun di noi vorrà tradir. / rit.: Il riscatto del lavoro / dei suoi figli opra sarà: o vivremo del lavoro / o pugnando si morrà. / O vivremo del lavoro / o pugnando, pugnando si morrà, / o vivremo del lavoro / o pugnando si morrà. / La risaia e la miniera / ci han fiaccati ad ogni stento / come i bruti d'un armento / siam sfruttati dai signor. / I signor per cui pugnammo / ci han rubato il nostro pane, / ci han promesso una dimane: la dima si aspetta ancor. / rit. / L'esecrato capitale / nelle macchine ci schiaccia, / l'altrui solco queste braccia / son dannate a fecondar. / Lo strumento del lavoro / nelle mani dei redenti / spenga gli odii e fra le genti / chiami il diritto a trionfar. / rit. / Se divisi siam canaglia, / stretti in fascio siam potenti; / sono il nerbo delle genti / quei che han braccio e che han cor. / Ogni cosa è sudor nostro, / noi disfar, rifar possiamo; / la consegna sia: sorgiamo / troppo lungo fu il dolor. / rit. / Maledetto chi gavazza / nell'ebbrezza dei festini, / fin che i giorni un uomo trascini / senza pane e senza amor. / Maledetto chi non geme / dello scempio dei fratelli, / chi di pace ne favelli / sotto il pie' dell'oppressor. / rit. / I confini scellerati / cancelliam dagli emisferi; / i nemici, gli stranieri / non son lungi ma son qui. / Guerra al regno della Guerra, / morte al regno della morte; / contro il dritto del più forte, / forza amici, è giunto il dì. / rit. / O sorelle di fatica / o consorti negli affanni / che ai negrieri, che ai tiranni / deste il sangue e la beltà. / Agli imbelli, ai proni al giogo / mai non splenda il vostro riso: un esercito diviso / la vittoria non corrà. / rit. / Se eguaglianza non è frode, / fratellanza un'ironia, / se pugnar non fu follia / per la santa libertà; / Su fratelli, su compagne, / tutti i poveri son servi: / cogli ignavi e coi protervi / il transigere è viltà. / rit. /
  4. ^ Lenin, Stato e rivoluzione, Lotta Comunista, 2007, p. 132.
  5. ^ Lenin, La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, Lotta Comunista, 2006, pp. 93-99.
  6. ^ Spriano, p. 112.
  7. ^ Sotgiu, pp. 54-56
  8. ^ Il testo integrale dell'intervento di Turati al XVII Congresso è scarcabile dal sito del Circolo "Rosselli" di Milano
  9. ^ Spriano, p. 113.
  10. ^ La Questione Italiana..., p. 15.
  11. ^ Sotgiu, p. 60.
  12. ^ Turati, Kuliscioff, p. 422, citati in Spriano, p. 113.
  13. ^ Cfr. Giuseppe Averardi, "Filippo Turati 70 anni dopo", in "Ragionamenti di Storia", rivista on-line di storia contemporanea edita dalla Fondazione Modigliani.
  14. ^ Cfr. "La scissione fra Partito Socialista e Partito Comunista – Sandro Pertini", in ALIUNDE, blog di Lucia Senesi.
  15. ^ Cfr. il suo intervento del 20 marzo 2012 al convegno “Sandro Pertini: dalla Resistenza al Quirinale”, organizzato dalla Presidenza della Camera dei deputati con la collaborazione dell’Associazione “Sandro Pertini Presidente”.
  16. ^ Cfr. Paolo Spriano, "O con Turati o contro Turati?", in "L'Unità" del 28 marzo 1982
  17. ^ Grazia Ambrosio, Cinquant'anni fa la fuga di Turati in Corsica, in La storia illustrata n°229, dicembre 1976, pag. 76: "Dopo aver richiesto inutilmente il passaporto al governo fascista, il 21 novembre il leader socialista lasciò la propria abitazione milanese abbandonando carte, libri..."
  18. ^ Cfr. Antonio Martino, Pertini e altri socialisti savonesi nelle carte della R.Questura, Gruppo editoriale L'espresso, Roma, 2009.
  19. ^ a b Cfr. Centro Culturale Sandro Pertini - Biografia
  20. ^ per approfondire
  21. ^ Cfr. Commissione di Milano, ordinanza del 15.12.1926 contro Carlo Rosselli (“Intensa attività antifascista; tra gli ideatori del giornale clandestino "Non mollare" uscito a Firenze nel 1925; favoreggiamento nell'espatrio di Turati e Pertini”). In: Adriano Dal Pont, Simonetta Carolini, L'Italia al confino 1926-1943. Le ordinanze di assegnazione al confino emesse dalle Commissioni provinciali dal novembre 1926 al luglio 1943, Milano 1983 (ANPPIA/La Pietra), vol. III, p. 238
  22. ^ Cfr. Antonio Martino, Fuorusciti e confinati dopo l'espatrio clandestino di Filippo Turati nelle carte della R. Questura di Savona in Atti e Memorie della Società Savonese di Storia Patria, n.s., vol. XLIII, Savona 2007, pp. 453-516.
  23. ^ Cfr. Commissione di Genova, ordinanza del 25.1.1927 contro Italo Oxilia (“Attività antifascista, concorso nell'espatrio clandestino di Turati e Pertini”) In: Adriano Dal Pont, Simonetta Carolini, L'Italia al confino 1926-1943. Le ordinanze di assegnazione al confino emesse dalle Commissioni provinciali dal novembre 1926 al luglio 1943, Milano 1983 (ANPPIA/La Pietra), vol. II, p. 756
  24. ^ La tessera PSI del 1933
  25. ^ 80º Anniversario dalla morte di Filippo Turati
  26. ^ Cfr. "Turatiana" di Palmiro Togliatti in "FILIPPO TURATI 70 ANNI DOPO", in "Ragionamenti di Storia", rivista on-line di storia contemporanea edita dalla Fondazione Modigliani
  27. ^ Cfr. "L'Unità" del 28 marzo 1982

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Maurizio Punzo "L'esercizio e le riforme" L'ornitorinco, Milano 2012
  • "Carteggio Turati-Ghisleri", a cura di Maurizio Punzo, Manduria, Lacaita, 2000.
  • "Filippo Turati e i corrispondenti italiani, vol. I (1876-1892)", a cura di Maurizio Punzo, Manduria, Lacaita, 2002 - 605 pagine
  • "Filippo Turati e i corrispondenti italiani, vol. II (1893-1898)", a cura e con introduzione di Maurizio Punzo, Manduria, Lacaita, 2008.
  • "Filippo Turati e i corrispondenti italiani, vol. III (1899-1906)", a cura e con introduzione di Maurizio Punzo, Manduria, Lacaita, 2010.
  • "Filippo Turati. Bibliografia degli scritti 1881-1926", a cura di Paola Furlan, Manduria, Lacaita, 2001.
  • "Filippo Turati e i corrispondenti italiani nell'esilio (1927-1932)", tomo I: 1927-1928, a cura di S. Fedele, Manduria, Lacaita, 1998;
  • Maurizio Degli Innocenti, "Filippo Turati e la nobiltà della politica. Introduzione ai carteggi. I corrispondenti stranieri", Manduria, Lacaita, 1995.
  • "Filippo Turati e i corrispondenti stranieri. Lettere 1883-1932", a cura di D. Rava, Manduria, Lacaita, 1995.
  • P. Passaniti, "Filippo Turati giuslavorista. Il socialismo nelle origini del diritto del lavoro", Manduria, Lacaita, 2008.
  • Antonio Martino, "Pertini e altri socialisti savonesi nelle carte della R. Questura", Roma, Gruppo editoriale L'espresso, 2009.
  • R. Monteleone, "Turati", Torino, 1987.
  • F. Catalano, "Turati", Milano, 1982.
  • A. Schiavi, "Esilio e morte di Filippo Turati", Roma, 1956.
  • Carlo Silvestri, "Turati l'ha detto. Socialisti e Democrazia Cristiana", Rizzoli, 1946.
  • N. Valeri, "Turati e la Kuliscioff", Firenze, 1974.
  • Leo Valiani, "Gli sviluppi ideologici del socialismo democratico in Italia", Roma, 1956.
  • B. Vigezzi, "Giolitti e Turati. Un incontro mancato", Milano, 1976.
  • Gaetano Salvemini, "I partiti politici milanesi nel XIX secolo", Mursia ISBN 978-88-425-4842-3

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Segretario del Partito Socialista Italiano Successore
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