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Anniversario della liberazione d'Italia

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Anniversario della liberazione
Manifestazione di partigiani per le strade di Milano subito dopo la Liberazione il 6 maggio 1945
Tiponazionale
Data25 aprile
Celebrata inItalia (bandiera) Italia
Oggetto della ricorrenzaLiberazione d'Italia dall'occupazione nazista e dal fascismo, a coronamento della cobelligeranza italiana con gli Alleati e dalla resistenza italiana contro il nazifascismo
Ricorrenze correlate
Data d'istituzione22 aprile 1946[1]
Altri nomi
  • Festa della Liberazione,
  • anniversario della Resistenza
  • o semplicemente
  • 25 aprile

L'anniversario della liberazione d'Italia, noto anche come festa della Liberazione, oppure anniversario della Resistenza, o semplicemente 25 aprile, è una festa nazionale della Repubblica Italiana, che si celebra ogni 25 aprile per commemorare la liberazione d'Italia dall'occupazione nazista e dal fascismo, a coronamento della cobelligeranza italiana con gli Alleati e della resistenza italiana contro il nazifascismo.[2] È un giorno fondamentale per la storia d'Italia, simbolo della lotta condotta dall'Esercito Cobelligerante Italiano e dai partigiani contro i nazifascisti a partire dall'8 settembre 1943, giorno in cui avvenne l'aggressione tedesca a seguito dell'annuncio dell'armistizio di Cassibile, firmato il 3 settembre con gli Alleati, che prevedeva la resa incondizionata dell'Italia, con quest'ultima che iniziò a combattere a fianco degli ex nemici di un tempo contro i nazifascisti.

La data del 25 aprile è legata a un evento fondamentale della lotta partigiana. Il 25 aprile 1945 è il giorno in cui il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) proclamò l'insurrezione generale in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, indicando a tutte le forze partigiane attive nel Nord Italia, facenti parte del Corpo volontari della libertà, di attaccare i presìdi tedeschi e fascisti, imponendo la resa, giorni prima dell'arrivo delle truppe alleate. «Arrendersi o perire!» fu l'intimazione che i partigiani diedero quel giorno ai nazifascisti ancora in armi. Obiettivo del proclama era quello di preparare l'insurrezione generale del popolo italiano ed evitare ove possibile un inutile bagno di sangue.

Il termine effettivo della guerra sul territorio italiano, con la resa definitiva delle forze nazifasciste agli Alleati, si ebbe solo il 2 maggio, come stabilito formalmente dai rappresentanti delle forze in campo, durante la cosiddetta resa di Caserta, firmata il 29 aprile 1945; tali date segnano la sconfitta definitiva di nazismo e fascismo in Italia. Seguì poi la cosiddetta "amnistia Togliatti", che fu un provvedimento di estinzione delle pene proposto alla fine della seconda guerra mondiale nella neonata Repubblica Italiana dal ministro di grazia e giustizia Palmiro Togliatti e approvato dal governo De Gasperi I. L'amnistia comprendeva i reati comuni e politici, compresi quelli di collaborazionismo con il nemico e reati annessi.

Nel secondo dopoguerra l'antifascismo fu un valore fondante della nuova Costituzione della Repubblica Italiana[3], che fu redatta da un'Assemblea Costituente eletta a suffragio universale, il quale fu introdotto per la prima volta in Italia in occasione del referendum istituzionale che sancì la nascita della Repubblica Italiana. L'Assemblea Costituente era composta dai rappresentanti di tutte le forze antifasciste che avevano contribuito alla sconfitta delle forze naziste e fasciste durante la liberazione dell'Italia.

Lo stesso argomento in dettaglio: Storia del fascismo italiano e Antifascismo in Italia.

Nel 1922, a seguito della marcia su Roma, in Italia salì al potere il Partito Nazionale Fascista, che nel volgere di pochi anni istiutì un regime totalitario. Da allora, l'antifascismo in Italia fu un fenomeno eterogeneo che coinvolse trasversalmente tutti i ceti e diversi orientamenti politici[4], anche non in modo organizzato, dagli operai fino al personale della pubblica amministrazione, compresi accademici[5] e ufficiali dell'esercito[6]. Esso si manifestò con varia intensità fin dalla comparsa del movimento fascista: nel gennaio 1925 Mussolini, ormai capo del governo, si assunse la responsabilità dell'omicidio Matteotti, preludendo in modo esplicito all'instaurazione della dittatura, a cui si contrappose in maggio la pubblicazione del Manifesto degli intellettuali antifascisti.

Il Manifesto degli intellettuali antifascisti pubblicato su Il Mondo del 1º maggio 1925.

Il Manifesto degli intellettuali antifascisti, noto anche come Antimanifesto, fu pubblicato il 1º maggio del 1925 su diversi quotidiani italiani[7][8]. Redatto da Benedetto Croce, l'Antimanifesto rappresentò una risposta al Manifesto degli intellettuali fascisti di Giovanni Gentile. Anche la data di pubblicazione, Festa dei lavoratori (1º maggio), rispondeva con antagonismo alla pubblicazione del manifesto fascista (avvenuta il 21 aprile). Il manifesto sancì la definitiva rottura col fascismo di Croce, il quale, all'indomani della Marcia su Roma e della presentazione del primo esecutivo fascista di coalizione, aveva votato in Senato la fiducia al governo di Benito Mussolini, rivotandola poi il 24 giugno 1924, dopo l'omicidio di Giacomo Matteotti.

Bandiera degli Arditi del Popolo, la scure che rompe il fascio littorio.

L'usufruire di organizzazioni paramilitari significò, per il fascismo, rendere clandestina qualsiasi forma di opposizione al regime. Gli antifascisti si opposero, almeno fino al delitto Matteotti, anche con la lotta armata (ad esempio gli Arditi del Popolo) contro le camicie nere. Di conseguenza i vari giornali socialisti furono costretti a chiudere e le personalità di spicco della sinistra a lasciare l'Italia. I pochi socialisti rimasti formarono nel 1926 la convenzione antifascista; mentre i comunisti si organizzarono in società segrete, e agendo nell'anonimato.

Gli Arditi del Popolo furono tra le prime organizzazioni italiane antifasciste, ramificati in numerose sezioni, battaglioni e unità su tutto il territorio nazionale,[9] volti a proteggere la popolazione (soprattutto gli operai, i proletari e le fasce più deboli della società) dalla violenza squadrista dei Fasci italiani di combattimento, contrastandoli con successo in operazioni di guerriglia.[10]

Antonio Gramsci fu incarcerato nel 1927, e nelle sue lettere inviate dal carcere si riscontra il suo pensiero politico: l'ascesa del socialismo in Italia avrebbe dovuto essere diversa dall'avvento del socialismo in Russia, giacché Italia e Russia differivano sotto i profili sociali, economici e intellettuali. Le società antifasciste venutesi a formare, però, non trovarono mai un'intesa e fallirono.

Bandiera di Giustizia e libertà.

Altro tentativo fu quello di Carlo Rosselli, con la fondazione di un movimento chiamato Giustizia e libertà, che prevedeva la riorganizzazione delle forze antifasciste al fine di opporsi al regime in modo deciso. Il movimento era vario per tendenze politiche e per provenienza dei componenti, ma era comune la volontà di organizzare un'opposizione attiva ed efficace al fascismo, in contrasto con l'atteggiamento dei vecchi partiti antifascisti, giudicati deboli e rinunciatari. Il movimento Giustizia e Libertà svolse anche un'importantissima funzione di informazione e sensibilizzazione nei confronti dell'opinione pubblica internazionale, svelando la realtà dell'Italia fascista che si nascondeva dietro la propaganda di regime, in particolare grazie all'azione di Gaetano Salvemini, che era stato l'ispiratore del gruppo e il maestro di Rosselli.

Benito Mussolini, dittatore fascista in Italia (sinistra), e Adolf Hitler, dittatore nazista in Germania (destra). I due dittatori stipularono il Patto d'Acciaio nel 1939.

Catterizzato fortemente dalla componente generazionale, il movimento riteneva necessario incidere nella mentalità dei più giovani. Gli antifascisti che si opponevano da Parigi al regime di Mussolini si riunirono nella Concentrazione antifascista. L'iniziativa, finalizzata alla ricerca di un'aggregazione unitaria tra le diverse componenti dell'opposizione in esilio, venne presa dall'ex sindacalista rivoluzionario Alceste de Ambris e dal giornalista antifascista Luigi Campolonghi, rispettivamente presidente e segretario della Lega italiana dei diritti dell'uomo (LIDU). In particolare, il secondo dei due, caporedattore della pagina in lingua italiana del quotidiano nizzardo La France de Nice e du Sud-Est, si fece portavoce dell'esigenza di un punto di coagulazione, affinché la riorganizzazione dell'antifascismo all'estero non riproducesse le antiche divisioni esistenti in Italia, prima dell'instaurazione della dittatura[11]. Allo scoppio della guerra civile spagnola elementi antifascisti di sinistra (tra cui socialisti e comunisti) vi parteciparono con la speranza di portare d'esempio, contro il regime mussoliniano, la resistenza armata alla dittatura franchista; da qui il grido: "Oggi in Spagna, domani in Italia". In riferimento al coinvolgimento italiano nei fatti di Spagna è stato utilizzato il concetto di "guerra civile nella guerra civile"; elementi italiani erano infatti schierati in entrambi i campi, essendo dal lato franchista presenti le forze del Corpo Truppe Volontarie e dell'Aviazione Legionaria inviate da Mussolini. Vi sono altresì casi di italiani che, pur avendo combattuto dalla parte dei franchisti (monarchici come Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo o liberali come Edgardo Sogno), prenderanno parte alla guerra di liberazione italiana.

Negli anni immediatamente precedenti la seconda guerra mondiale, il fascismo si legò al nazismo con la stipula dell'Asse Roma-Berlino e del patto d'acciaio. L'Italia entrò nella seconda guerra mondiale a fianco della Germania il 10 giugno 1940. L'andamento negativo delle operazioni belliche e il progressivo distacco delle masse popolari dal regime (evidenziato anche dai grandi scioperi del 1943) condussero alla subitanea disgregazione dello Stato fascista il 25 luglio 1943, seguita, dopo i tormentati quarantacinque giorni del primo governo Badoglio, dall'armistizio di Cassibile dell'8 settembre 1943.

La guerra di liberazione

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Il generale italiano Giuseppe Castellano stringe la mano al generale statunitense Dwight D. Eisenhower dopo la firma dell'armistizio di Cassibile, avvenuta il 3 settembre 1943. A sinistra si trova il generale Walter Bedell Smith.
10 settembre 1943: soldati granatieri del Regio Esercito italiano del generale Gioacchino Solinas cercano di contrastare i nazisti presso porta San Paolo a Roma. Questo fu l'ultimo tentativo dell'esercito italiano di evitare l'occupazione tedesca di Roma.

L'armistizio di Cassibile fu un atto della seconda guerra mondiale che prevedeva la cessazione delle ostilità tra Alleati e Italia con la resa incondizionata di quest'ultima.[12] Venne firmato il 3 settembre 1943 dai generali Giuseppe Castellano e Walter Bedell Smith e divenne pubblico l'8 settembre successivo. La stipula ebbe luogo in Sicilia nella frazione siracusana di Cassibile, in contrada Santa Teresa Longarini e rimase segreta per cinque giorni, nel rispetto di una clausola del patto che prevedeva che esso entrasse in vigore dal momento del suo annuncio pubblico. L'annuncio dell'armistizio ebbe per conseguenza l'invasione dei territori italiani da parte delle forze armate tedesche e l'inizio della Resistenza. Subito dopo l'annuncio dell'armistizio, infatti, i tedeschi attaccarono e disfecero le forze armate italiane nei teatri operativi all'estero e in gran parte dell'Italia; in alcuni territori vi fu una breve resistenza militare da parte di reparti del Regio Esercito, per ordine superiore, per iniziativa di ufficiali a capo di formazioni dislocate nei Balcani e in Egeo (come Inigo Campioni e Luigi Mascherpa, protagonisti delle battaglie di Rodi e Lero) o per scelta volontaria delle truppe (per esempio, la Divisione Acqui, distrutta nell'eccidio di Cefalonia). Ciò avvenne anche in collaborazione con formazioni partigiane locali, come nella Yugoslavia occupata o nella liberazione della Corsica. Da ricordare è anche la difesa di porta San Paolo da parte di formazioni dell'esercito affiancate dalla popolazione civile a principio della resistenza romana. Il 10 settembre 1943, porta San Paolo fu infatti teatro dell'ultimo tentativo dell'esercito italiano di evitare l'occupazione tedesca di Roma.

Tali fatti sono la premessa della partecipazione militare alla guerra partigiana. Molti soldati, sbandati per lo scioglimento delle loro unità e sfuggiti ai tedeschi, decisero di costituire gruppi partigiani per continuare la lotta contro la Germania nazista che aveva invaso e occupato la patria a cui avevano prestato giuramento; le più famose furono le Formazioni autonome militari - conosciute anche come "azzurri" o "partigiani badogliani" - cui si aggiunsero quelle capeggiate dagli ufficiali Enrico Martini ("comandante Lampus" o "Mauri"), e Piero Balbo ("comandante Nord"), il gruppo "Cinque Giornate" del colonnello Carlo Croce e l'Organizzazione Franchi, la struttura di sabotaggio e informazioni, strettamente legata ai servizi segreti britannici,[13] costituita da Edgardo Sogno.

Bandiera del Comitato di Liberazione Nazionale.

In quei giorni nasceva il Comitato di Liberazione Nazionale (abbreviato in CLN), organizzazione politica e militare italiana costituita dai principali partiti e movimenti antifascisti del Paese (composto da comunisti, democristiani, socialisti, azionisti, liberali e demo-laburisti. Il Comitato di Liberazione Nazionale), formatasi a Roma il 9 settembre 1943[14], allo scopo di opporsi all'occupazione tedesca e al nazifascismo in Italia. Si sciolse nel 1947. In particolare il CLN ha coordinato e diretto la resistenza italiana e si suddivise in Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI), con sede a Milano[15] durante la sua occupazione ed il Comitato Centrale di Liberazione Nazionale (CCLN), con sede a Roma. L'organizzazione operò come organismo clandestino durante la Resistenza ed ebbe per delega poteri di governo nei giorni di insurrezione nazionale[16].

Soldati dell'Esercito Nazionale Repubblicano con un cannone d'accompagnamento 7,5 cm leIG 18.

Nel frattempo nei territori italiani occupati dai tedeschi fu costituita la Repubblica Sociale Italiana, uno Stato fantoccio collaborazionista con la Germania nazista voluto da Adolf Hitler e guidato da Benito Mussolini che era provvisto di una propria forza militare, l'Esercito Nazionale Repubblicano.

Artefici di un altro tipo di resistenza all'occupante tedesco e al governo collaborazionista di Salò furono i soldati italiani catturati dopo l'8 settembre e il collasso delle unità dell'esercito; su circa 800.000 prigionieri[17][18], solo 186.000 decisero di aderire al nuovo governo fascista per venire impiegati in prevalenza come ausiliari non combattenti, mentre oltre 600.000 soldati rifiutarono e vennero internati in Germania dove, con la denominazione di IMI, furono ridotti alla condizione di lavoratori servili sottoposti a un duro trattamento, che spesso subivano privazioni e violenze.[19]

Importante fu anche il Fronte militare clandestino della Resistenza (FCMR), composto da membri di esercito, carabinieri (banda "Caruso"), marina e aeronautica, strettamente legati alla monarchia. Formato dal colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, dopo la sua cattura e uccisione alle Fosse Ardeatine[20] operò sotto il comando di Quirino Armellini e Roberto Bencivenga. Venne più volte indebolito da numerosi arresti. Il Fronte militare clandestino fu un'organizzazione conservatrice, spesso in polemica con altre formazioni della Resistenza; tuttavia giocò un ruolo importante nel rifornire di armi, esplosivi e informazioni i Gruppi di Azione Patriottica, noti per aver compiuto l'attentato di via Rasella in Roma contro le forze d'occupazione tedesche.[21]

Bandiera di guerra dell'Esercito Cobelligerante Italiano.

Nelle zone dell'Italia libere, come la Sardegna, la Puglia e la Calabria, fu invece attuata anche una opposizione armata da reparti organizzati che confluiranno poi nell'Esercito Cobelligerante Italiano e parteciperanno alla guerra di liberazione italiana assieme alla Regia Marina e ai reparti della Regia Aeronautica che erano riusciti a raggiungere le aree controllate dagli Alleati. L'Esercito Cobelligerante Italiano era formato dai reparti del Regio Esercito combattenti a fianco degli Alleati durante la seconda guerra mondiale nel corso della guerra di liberazione italiana, che coincise in buona parte con la campagna d'Italia alleata. Fu costituito in seguito alla riorganizzazione del Regio Esercito nel cosiddetto Regno del Sud, dopo l'annuncio dell'armistizio dell'8 settembre 1943 tra l'Italia e gli Alleati. Il primo nucleo fu il Primo Raggruppamento Motorizzato. Dal marzo 1944 esso fu inquadrato come Corpo Italiano di Liberazione. I soldati italiani combatteranno insieme agli eserciti Alleati nelle battaglie di Montelungo, Monte Marrone, Filottrano, Ancona e Bologna.

Roma fu liberata il 4-5 giugno 1944; al governo Badoglio si sostituì quello di Ivanoe Bonomi (già presidente del CLN) e Umberto I di Savoia divenne luogotenente del Regno. Seguirono le stragi di Sant'Anna di Stazzema e Marzabotto. Alla fine del 1944, a seguito del parziale sfondamento della Linea Gotica da parte degli alleati, il corpo di liberazione italiano fu riorganizzato in diciassette grandi unità (sei gruppi di combattimento di grandezza divisionale, otto divisioni ausiliarie e tre divisioni di sicurezza interna).

Carro armato tedesco Tiger I di fronte al Vittoriano a Roma, nel febbraio 1944.
Gruppo di partigiani a Piobbico durante la guerra di liberazione italiana.
Paracadutisti dell'Esercito Cobelligerante Italiano salgono a bordo di un aereo statunitense Douglas C-47 Dakota/Skytrain all'aeroporto di Rosignano il 20 aprile 1945 per l'operazione Herring.
Partigiani in combattimento contro i nazifascisti a Milano nell'aprile del 1945 nei giorni che precedettero la Liberazione della città.
Sandro Pertini proclama lo sciopero generale del 25 aprile 1945 a Milano contro i nazifascisti ponendo i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire.
Bologna festeggia la Liberazione.
Festeggiamenti per la Liberazione a Torino.

Data decisiva della guerra di liberazione contro i nazifascisti, e dotata di forte simbolismo, fu il 25 aprile 1945 (giorno preso come riferimento per la celebrazione della liberazione dell'Italia dal nazifascismo). Il 25 aprile 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) – che era presieduto da Alfredo Pizzoni, Luigi Longo, Emilio Sereni, Sandro Pertini e Leo Valiani (presenti, tra gli altri, il presidente designato Rodolfo Morandi, Giustino Arpesani e Achille Marazza) – proclamò infatti l'insurrezione generale in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, indicando a tutte le forze partigiane attive nel Nord Italia, facenti parte del Corpo volontari della libertà, di attaccare i presìdi fascisti e tedeschi, imponendo la resa, giorni prima dell'arrivo delle truppe dell'Esercito Cobelligerante Italiano e degli Alleati.

Parallelamente il CLNAI emanò alcuni decreti: uno relativo all'assunzione di poteri da parte del CLNAI, «delegato dal solo Governo legale italiano, in nome del popolo italiano e dei Volontari della Libertà»[22][23]; un altro relativo all'amministrazione della giustizia, che all'articolo 5 stabiliva la condanna a morte per tutti i gerarchi fascisti[24], senza citare esplicitamente Benito Mussolini, che fuggì da Milano il giorno stesso e che sarebbe stato catturato e fucilato tre giorni dopo.

«Arrendersi o perire!» fu l'intimazione che i partigiani quel giorno e in quelli immediatamente successivi diedero ai nazifascisti ancora in armi[25].

«Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l'occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e a Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire.»

Obiettivo del proclama era quello di preparare l'insurrezione generale del popolo italiano ed evitare ove possibile un inutile bagno di sangue: si era nelle ultimissime fasi di una lotta in cui finalmente le sorti del conflitto erano segnate grazie all'avanzata verso nord dell'Esercito Cobelligerante Italiano e degli Alleati, con le forze tedesche in rotta nel tentativo di raggiungere la Germania e quelle fasciste intrappolate senza via di fuga.

Entro il 1º maggio tutta l'Italia settentrionale fu liberata: Bologna il 21 aprile, Genova il 23 aprile, Venezia il 28 aprile. La Liberazione mise così fine all'occupazione tedesca, a vent'anni di dittatura fascista e a cinque anni di guerra; la data del 25 aprile simboleggia il culmine della fase militare della Resistenza e l'avvio di una fase di governo ad opera dei suoi rappresentanti, che porterà prima al referendum del 2 giugno 1946 per la scelta fra monarchia e repubblica, poi alla nascita della Repubblica Italiana, fino alla stesura definitiva della Costituzione.

Il termine effettivo della guerra sul territorio italiano, con la resa definitiva delle forze nazifasciste all'esercito alleato, si ebbe solo il 2 maggio, come stabilito formalmente dai rappresentanti delle forze in campo, durante la cosiddetta resa di Caserta, firmata il 29 aprile 1945; tali date segnano la sconfitta definitiva del nazismo e del fascismo in Italia.

Nonostante anche altri paesi europei come la Norvegia, i Paesi Bassi e la Francia avessero governi collaborazionisti, in nessuno di essi l'estensione del confronto armato tra compatrioti raggiunse l'intensità toccata in Italia[26]. Lo studioso di relazioni internazionali Luigi Bonanate ha individuato proprio nella guerra civile le cause di quella che definisce l'«eccezione italiana»:

«Perché il caso italiano sfugge a ogni regola? Si considerino i casi di tre diversi paesi, Francia, Germania e Italia, e li si confrontino con le tre possibili forme di guerra che uno stato può conoscere: guerra internazionale, guerra partigiana (o di liberazione), guerra civile (che potremo considerare come tre cerchi concentrici). Ebbene, la Germania ha sperimentato esclusivamente la prima; la Francia ha conosciuto le prime due e non la terza; l'Italia tutte e tre. L'intensità della violenza nei tre casi è crescente e progressiva, fino a toccare il massimo nell'ultimo: la Germania è stata schiacciata e disgregata, ma la sua guerra è stata una sola; in Francia si è svolta, come in Italia, una fase di resistenza e poi di guerra di liberazione contro l'occupante, ma come è noto le dimensioni del movimento partigiano vi furono ben più limitate che non in Italia, la quale oltre ad avere partecipato – per così dire – a una doppia guerra internazionale (quella nazifascista a cui poi seguì quella con gli alleati occidentali), ne ha combattuta un'altra, condotta dal CLN e mirante a ricacciare i tedeschi fuori dal Paese (come la Francia), e poi ancora una terza, la più tragica e lacerante – la guerra civile – tra fascisti e antifascisti[27]

Seguì poi la cosiddetta "amnistia Togliatti", che fu un provvedimento di estinzione delle pene (decreto presidenziale 22 giugno 1946, n.4) proposto alla fine della seconda guerra mondiale nella neonata Repubblica Italiana dal ministro di grazia e giustizia Palmiro Togliatti e approvato dal governo De Gasperi I. Il ministro Togliatti presentò il provvedimento di clemenza come giustificato dalla necessità di un "rapido avviamento del Paese a condizioni di pace politica e sociale". L'amnistia comprendeva i reati comuni e politici, compresi quelli di collaborazionismo con il nemico e reati annessi, ivi compreso il concorso in omicidio (pene allora punibili fino ad un massimo di cinque anni).

L'emanazione del provvedimento di amnistia e le rapide scarcerazioni di massa provocarono immediatamente vaste reazioni negative nel Paese, tra i partigiani, la popolazione comune e le forze politiche. L'amnistia fu il provvedimento cardine di un più lungo processo di transizione politica e di giustizia, teso ad un rapido superamento (nel segno della riabilitazione e dell'assoluzione) delle violenze della guerra civile e della liberazione. Tale processo era iniziato alla fine del 1945, aveva fondamenti politici e fu ulteriormente accelerato dall'operato della Corte suprema di cassazione.

Istituzione della festa nazionale

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Celebrazioni della Liberazione del 25 aprile 1946 dopo l'omaggio al Milite Ignoto da parte di un gruppo di partigiani all'Altare della Patria presso il Vittoriano.

Su proposta del presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, il 22 aprile 1946 il principe e luogotenente del Regno d'Italia e futuro re d'Italia Umberto II di Savoia emanò un decreto legislativo luogotenenziale con Disposizioni in materia di ricorrenze festive[1], che all'articolo 1 stabiliva la festività del 25 aprile per quell'anno.

«A celebrazione della totale liberazione del territorio italiano, il 25 aprile 1946 è dichiarato festa nazionale.»

Si ebbero decreti per celebrare la ricorrenza anche nel 1947[28] e nel 1948[29]; solo nel 1949 la ricorrenza venne istituzionalizzata stabilmente quale giorno festivo, insieme con la festa nazionale italiana del 2 giugno[30].

L'antifascismo in Italia dopo la seconda guerra mondiale

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Lo stesso argomento in dettaglio: Antifascismo in Italia.
La Costituzione della Repubblica Italiana fu redatta da un'Assemblea Costituente che era composta dai rappresentanti di tutte le forze antifasciste che avevano contribuito alla sconfitta delle forze naziste e fasciste durante la liberazione dell'Italia.

Nel secondo dopoguerra l'antifascismo fu un valore fondante della nuova Costituzione della Repubblica Italiana[3], che fu redatta da un'Assemblea Costituente eletta a suffragio universale, il quale fu introdotto per la prima volta in Italia in occasione del referendum istituzionale che sancì la nascita della Repubblica Italiana. L'Assemblea Costituente era composta dai rappresentanti di tutte le forze antifasciste che avevano contribuito alla sconfitta delle forze naziste e fasciste durante la liberazione dell'Italia.

Per strategia della tensione viene generalmente riferita ad un periodo storico, individuato nell'arco temporale tra la strage di piazza Fontana del dicembre 1969, e la strage della stazione di Bologna del 1980. Si caratterizzò per la connivenza di elementi ed organizzazioni legate agli apparati più reazionari della società italiana, alla destra eversiva e massonica, ai settori deviati dello Stato e dei servizi di sicurezza i quali, attraverso la soluzione stragista, l'organizzazione di strutture segrete eversive e la progettazione di colpi di Stato, intesero perseguire i loro obiettivi di condizionamento della vita politica italiana[31]. A questi rigurgiti di neofascismo si contrappose un forte movimento antifascista, sia legale, sia legato a formazioni della sinistra extraparlamentare sia a formazioni terroristiche di estrema sinistra, a cui è legata la teoria degli opposti estremismi.

Manifestazione antifascista nell'Italia del secondo dopoguerra.
Manifestazione antifascista in piazza Maggiore a Bologna durante la celebrazione dei funerali delle 85 vittime della bomba del 2 agosto 1980, di matrice eversiva, per cui furono condannati alcuni militanti neofascisti come esecutori materiali.
Manifestazione antifascista a porta San Paolo a Roma durante l'Anniversario della liberazione d'Italia del 25 aprile 2013.

Come linea di lotta politica contro il possibile ritorno della dittatura, ritenuto possibile specialmente a partire dagli anni settanta, il richiamo all'antifascismo fu molto presente all'interno della sinistra extraparlamentare (come Autonomia Operaia, Potere Operaio, Lotta Continua, Lotta Comunista). Successivamente, ci si è prevalentemente riferiti «all’antifascismo come a una forma particolare della concezione della politica totalmente svincolata dal canonico ambito cronologico del ventennio fascista e definita attraverso elementi che appartengono drammaticamente alla realtà del nostro tempo: la tolleranza, la libertà, i diritti degli uomini, l’uguaglianza, la giustizia, il rispetto delle regole della convivenza civile»[32]. Dalla tradizione dei vari movimenti di sinistra radicale, unita all'anarchismo, al movimento no global e quello dei centri sociali autogestiti, è nato negli anni novanta il gruppo di Antifa (Azione Antifascista) in Italia, che talvolta supporta anche iniziative dell'antifascismo storico e istituzionalizzato, come quelle dei gruppi di ex partigiani dell'ANPI. Si oppone inoltre a cortei di estrema destra.

In Italia, il più importante partito politico di destra fu il Movimento sociale italiano. Sebbene costituito principalmente da ex reduci della Repubblica Sociale Italiana e da ex membri del disciolto Partito Nazionale Fascista, il MSI - anche se a più riprese accusato di ricostituzione del Partito Nazionale Fascista - non fu mai disciolto. Infatti anche non rientrando nel cosiddetto Arco costituzionale fu costantemente presente sulla scena politica italiana, già dalle elezioni politiche in Italia del 1948 elesse sei deputati e un senatore, fino alla sua trasformazione in Alleanza Nazionale nel 1994, che ha dato a sua volta vita a molti movimenti di destra non più dichiaratamente neofascisti (anche se molti movimenti di estrema destra permangono nel panorama politico italiano, seppur minoritari: ad esempio Forza Nuova, il Nuovo MSI, il Movimento Sociale Fiamma Tricolore, Fascismo e Libertà, ecc.).

Alla destra del MSI, a partire dagli anni sessanta si formarono anche diversi movimenti extraparlamentari, come Terza Posizione, alcuni dei quali passarono al terrorismo nero, come accadde con Avanguardia Nazionale, i Nuclei Armati Rivoluzionari, Ordine Nero e il gruppo Ordine Nuovo (che si rifaceva al disciolto Centro Studi Ordine Nuovo, un partito extraparlamentare nato da alcuni esponenti delle cosiddette "sinistra missina" e "corrente spiritualista"), i quali stimolarono una nuova fase dei movimenti antifascisti. Il movimento Ordine Nuovo e quello di Avanguardia Nazionale ebbero un provvedimento attivo di scioglimento per la violazione della legge Scelba, che recepiva la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione italiana, ossia il divieto di ricostituire il partito fascista sotto qualsiasi forma. Accuse di fascismo vengono spesso rivolte, dalla sinistra radicale o da altri, a vari atteggiamenti o dichiarazioni di esponenti di partiti ritenuti conservatori o xenofobi[33].

Logo dell'ANPI.

L'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia (ANPI) è un'associazione fondata dai partecipanti alla resistenza italiana contro l'occupazione nazista nella seconda guerra mondiale. Nata a Roma nel 1944, mentre nel Nord Italia la guerra era ancora in corso, è stata eretta in ente morale il 5 aprile 1945. L'associazione degli ex partigiani è aperta, dal 2006,[34] a chiunque condivida i valori della Resistenza. Essa aderisce alla Federazione Internazionale dei Resistenti. Obiettivi dell'ANPI sono la valorizzazione del ruolo storico svolto dalla lotta partigiana anche mediante la promozione di ricerche e testimonianze, la difesa dal vilipendio e dal revisionismo, il sostegno ideale ed etico dei "valori di libertà e democrazia" alla base della Costituzione della Repubblica Italiana del 1948 nata dalla Resistenza. Dopo la Liberazione essa si diffuse in tutto il Paese: anche nel Sud Italia, dove gli episodi di resistenza erano stati rari, ma dalle cui regioni provenivano molti dei partigiani che avevano militato nelle formazioni del Centro-Nord e all'estero (Jugoslavia, Albania, Grecia e Francia). Nel 2021 in occasione della Festa della Repubblica, l'ANPI assieme ad altre nove associazioni partigiane e dei deportati (tra cui la FIAP e la FIVL) ha dato vita al Forum della associazione antifasciste e della Resistenza, con lo scopo di perpetuare la memoria del valore della Guerra di Liberazione e dei valori costituzionali.

Versione strumentale di Bella ciao.

Bella ciao è un canto popolare dedicato ai partigiani della resistenza italiana attivi contro l'esercito invasor della Germania nazista. Secondo l'ANPI Bella ciao "divenne inno ufficiale della Resistenza solo vent'anni dopo la fine della guerra [...] è diventato un inno quando già da anni i partigiani avevano consegnato le armi"[35]. Secondo altri fu proprio di alcune formazioni della Resistenza[36][37], ma forse mai o poco cantato nella versione oggi nota, prima della fine della guerra[38][39]. Gli stessi estensori della proposta di legge di Bella ciao come inno istituzionale del 25 aprile evidenziano che la canzone, nella forma che oggi tutti conosciamo, non è presente in nessun documento anteriore agli anni 1950 tanto da non comparire in nessuna raccolta di canti partigiani di quegli anni, come il Canta partigiano edito da Panfilo a Cuneo nel 1945, le varie edizioni del Canzoniere italiano di Pasolini o le riviste (come Folklore nel 1946) "Se la canzone è riconducibile, in forma embrionale, ad alcuni canti popolari […] la forma definitiva che tutti conosciamo compare invece diversi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale"[40].

Il presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella rende omaggio al Milite Ignoto all'Altare della Patria presso il Vittoriano con la deposizione di una corona d'alloro durante l'Anniversario della liberazione d'Italia del 25 aprile 2016.
Manifestazione antifascista a Firenze durante l'Anniversario della liberazione d'Italia del 25 aprile 2009.

Il primo evento del programma della festa c'è il solenne omaggio del presidente della Repubblica Italiana e delle massime cariche dello Stato alla tomba del Milite Ignoto all'Altare della Patria presso il Vittoriano, con la deposizione di una corona d'alloro in ricordo ai caduti e ai dispersi italiani nelle guerre[41].

In questo giorno la bandiera italiana e la bandiera europea vengono esposte su tutti gli edifici sede di uffici pubblici ed istituzioni[42]. In tutte le città italiane – specialmente in quelle decorate al valor militare per la guerra di liberazione – vengono organizzate manifestazioni pubbliche in memoria dell'evento.

Nel 1955, in occasione del decennale, il presidente del Consiglio Scelba rivolse un messaggio alla Nazione tramite la RAI.

«Se ricordiamo le tragiche vicende della più recente storia d'Italia non è per rinfocolare odi o riaprire ferite, coltivare la divisione, ma perché vano sarebbe il ricordo dei morti e la celebrazione dei sacrifici sofferti se non ne intendessimo il significato più genuino ed il valore immanente, se gli italiani non avessero a trar profitto dagli insegnamenti delle loro comuni esperienze, e, tra gli italiani, i giovani sopra tutto, a cui è servato l'avvenire della Patria.»

Nell'aprile dello stesso anno il Movimento Sociale Italiano portò avanti una campagna per l'abolizione dei festeggiamenti del 25 aprile tramite il «Secolo d'Italia», su iniziativa di Franz Turchi. Venne inoltre organizzata una celebrazione a Roma a ricordo dei caduti della Repubblica Sociale Italiana[44]; i saluti romani e i canti dei missini provocarono scontri con alcuni giovani comunisti[45].

Nel 1960, quando era in discussione al Senato la fiducia al governo Tambroni con il sostegno parlamentare del MSI, al momento delle celebrazioni della Liberazione i senatori del MSI uscirono dall'aula, accolti al rientro da commenti sarcastici (ad esempio, «Vi eravate squagliati, come d'abitudine» detto dal socialista Sansone)[46].

Sandro Pertini a Milano durante l'Anniversario della liberazione d'Italia del 25 aprile 1973.

Per la ricorrenza del 1973 Sandro Pertini tenne un discorso in piazza Duomo a Milano[47] dopo la serie di atti criminosi avvenuti il 12 aprile commessi da militanti di gruppi neofascisti e del MSI, tra cui ci fu l'omicidio del poliziotto ventiduenne Antonio Marino, colpito da una bomba durante una manifestazione vietata dalla questura.

«Parliamo dunque di coloro che vorrebbero ancora una volta [...] uccidere la libertà, di questi sciagurati, rifiuti di fogna, che sono i neofascisti»

Iniziative ufficiali

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Citazioni e riferimenti

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Ricorrenze correlate

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Emblema della Repubblica Italiana
  1. 1 2 3 Decreto legislativo luogotenenziale 22 aprile 1946, n. 185, in Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia, 24 aprile 1946. URL consultato il 22 aprile 2023.
  2. Festività e giornate nazionali, su Ufficio del Cerimoniale di Stato. URL consultato il 22 aprile 2023.
  3. 1 2 Massimo Luciani, «Antifascismo e nascita della Costituzione», Politica del diritto, 1991, pp. 183 e ss.
  4. Pavone.
  5. Simonetta Fiori, I professori che dissero no a Mussolini, in La Repubblica, 16 aprile 2000. URL consultato il 15 luglio 2020.
  6. Ad esempio, il capitano Arnaldo Ciaramella e il caporale Giuseppe Bonaventura Tomeo (vd. Aragno, p. 20, Alexander Höbel,"L’antifascismo operaio e popolare napoletano negli anni Trenta Dissenso diffuso e strutture organizzate", Ediesse, 2006, p. 237-238).
  7. Salvatore Guglielmino, Hermann Grosser, Il sistema letterario. Guida alla storia letteraria e all'analisi testuale: Novecento; cit. p. 347, Casa Editrice G. Principato S.p.A., 1989.
  8. Salvatore Guglielmino, Hermann Grosser, op. cit. p. 350.
  9. Giulietti, 2015, p. 172.
  10. Giulietti, 2015, pp. 170-173.
  11. Santi Fedele, I Repubblicani in esilio nella lotta contro il fascismo (1926-1940), Le Monnier, Firenze, 1989, pag. 26
  12. Armistizio di Cassibile, in Dizionario di storia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2010.
  13. Bocca 1995, p. 122.
  14. PROMEMORIA 9 settembre 1943 Viene costituito il Comitato di Liberazione Nazionale, su dammil5.blogspot.it. URL consultato il 30 aprile 2026.
  15. Breve storia del Comitato di liberazione nazionale Alta Italia (Clnai) dal sito dell'istituto di linguistica computazionale del Consiglio Nazionale delle Ricerche, su beniculturali.ilc.cnr.it:8080. URL consultato il 30 aprile 2026 (archiviato dall'url originale il 4 marzo 2016).
  16. Archivio Centrale dello Stato - Guida ai Fondi - ARCHIVI DEI COMITATI DI LIBERAZIONE NAZIONALE (1944-1946), su search.acs.beniculturali.it. URL consultato il 30 aprile 2026 (archiviato dall'url originale il 18 aprile 2024).
  17. Rapporto della Commissione storica italo-tedesca insediata dai Ministri degli Affari Esteri della Repubblica Italiana e della Repubblica Federale di Germania il 28 marzo 2009 (PDF), su italien.diplo.de, p. 123. URL consultato il 7 giugno 2024.
  18. Marco Palmieri e Mario Avagliano, Atlante stragi nazifasciste: episodio di Opicina Trieste 3 aprile 1944 (PDF), su anrp.it, p. 37. URL consultato il 7 giugno 2024 (archiviato dall'url originale il 22 luglio 2011).
  19. Peli 2004, pp. 176–185.
  20. Bocca 1995, pp. 96 e 283-285.
  21. Giovanni Cerchia, Giorgio Amendola: un comunista nazionale, Rubbettino, 2004, p. 398
  22. Assunzione di potere (PDF), in Avanti, 26 aprile 1945, p. 1. URL consultato il 22 aprile 2023.
  23. Verso il governo del popolo, p. 331.
  24. «I membri del Governo Fascista e i gerarchi del fascismo colpevoli di aver contribuito alla soppressione delle garanzie costituzionali, di aver distrutto le libertà popolari, creato il regime fascista, compromesso e tradito le sorti del Paese, e di averlo condotto all’attuale catastrofe, sono puniti con la pena di morte e, nei casi meno gravi, con l’ergastolo.» Cfr. Verso il governo del popolo, p. 325.
  25. Arrendersi o perire (PDF), in Avanti, 26 aprile 1945, p. 1. URL consultato il 22 aprile 2023.
  26. De Felice, 1995, p. 22.
  27. Luigi Bonanate, La violenza nelle guerre del Novecento (archiviato dall'url originale il 29 ottobre 2007)., "l'impegno", a. XIV, n. 2, agosto 1994, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
  28. Decreto legislativo del Capo Provvisorio dello Stato 12 aprile 1947, n. 208, in Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, 18 aprile 1947. URL consultato il 22 aprile 2023.
  29. Decreto legislativo 20 aprile 1948, n. 322, in Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, 24 aprile 1948. URL consultato il 22 aprile 2023.
  30. Cfr. art. 2 della Legge 27 maggio 1949, n. 260, in Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, 31 maggio 1949. URL consultato il 22 aprile 2023.
  31. Strategia della tensione in Dizionario di storia Treccani.
  32. Giovanni De Luna, Donne in oggetto. L'antifascismo nella società italiana 1922-1939, Bollati Boringhieri, 1995.
  33. Berlusconi e le vere radici del fascismo.
  34. «Furono gli stessi ex partigiani che nel 2006, quando era presidente Carlo Smuraglia, autorizzarono anche i non combattenti ad iscriversi all'associazione: una sorta di passaggio di testimone dai partigiani a tutti gli antifascisti»: Le polemiche sull’ANPI in vista del 25 aprile, Il Post, 24 aprile 2022.
  35. ANPI, Bella Ciao, su anpi.it, 25 dicembre 2012. URL consultato il 22 dicembre 2024.
  36. La vera storia di “”Bella ciao”, che non venne mai cantata nella Resistenza, su lanostrastoria.corriere.it. URL consultato il 16 agosto 2021 (archiviato il 20 gennaio 2021).
  37. Giacomini, pag.28.
  38. La vera storia di “”Bella ciao”, che non venne mai cantata nella Resistenza, su lanostrastoria.corriere.it. URL consultato il 16 agosto 2021.
  39. Come ha fatto Bella Ciao a diventare l'inno dei movimenti di mezzo mondo, su L'Espresso, 12 novembre 2019. URL consultato il 21 settembre 2021.
  40. lalli, Bella ciao come 'inno istituzionale' del 25 aprile: la proposta, su Adnkronos, 6 giugno 2021. URL consultato il 5 dicembre 2021.
  41. Bruno Tobia, L'Altare della Patria, Il Mulino, 2011, p. 109, ISBN 978-88-15-23341-7.
  42. Decreto del Presidente della Repubblica 7 aprile 2000, n. 121, in Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, 16 maggio 2000. URL consultato il 12 aprile 2024.
  43. Serene parole di concordia nelle celebrazioni del 25 aprile, in La Stampa, 26 aprile 1955, p. 1. URL consultato il 24 aprile 2023.
  44. I riti a Roma per la pacificazione, in Secolo d'Italia, 24 aprile 1955, p. 1.
  45. Vivaci incidenti a Roma tra missini e comunisti, in La Stampa, 26 aprile 1955, p. 1. URL consultato il 24 aprile 2023.
  46. Una seduta movimentata da polemiche e clamori, in La Stampa, 26 aprile 1960, p. 1. URL consultato il 24 aprile 2023.
  47. 1 2 Il 25 Aprile del Presidente partigiano nel 1973 al Duomo di Milano, su Raiplay. URL consultato il 24 aprile 2023 (archiviato dall'url originale il 23 aprile 2023).
  48. Celebrazione del 25 aprile, in Corriere della Sera, 21 aprile 1946, p. 2.
  49. F. Fortini, Foglio di via e altri versi, Torino, Einaudi, 1946, SBN UBO0093615.
  50. G. Rodari, La madre del partigiano, in Pioniere, n. 10, 1954, p. 4.
  51. Legge 30 marzo 2004, n. 92, su camera.it. URL consultato il 3 maggio 2026 (archiviato dall'url originale il 9 novembre 2013).

Voci correlate

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