Socialdemocrazia

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La socialdemocrazia è una filosofia politica, sociale ed economica che sostiene riforme in senso socialista all'interno dei sistemi di democrazia liberale, rifiutando perciò le teorie rivoluzionarie proprie del comunismo e del massimalismo.[1] È emersa alla fine del XIX secolo[1] ed è propria delle politiche di centro-sinistra[2] e di sinistra[3].

Per socialdemocrazia s'intende il socialismo riformista, ispirato ai principi della democrazia parlamentare, rispettoso dei diritti individuali di libertà (inclusa la libertà di mercato) e fortemente sostenitore dello stato sociale, per realizzare una maggiore equità sociale e correggere i “difetti” del mercato.[4][5][6]

Dagli accademici la socialdemocrazia è descritta come sostenitrice di interventi economici e sociali per promuovere la giustizia sociale nel quadro di un sistema politico liberal-democratico e di un'economia mista orientata al capitalismo. I protocolli e le norme utilizzati per raggiungere questo obiettivo comportano un impegno per la democrazia rappresentativa e partecipativa, misure per la redistribuzione dei redditi, regolazione dell'economia nell'interesse generale e disposizioni socio-assistenziali. Grazie ai governi di lunga data dei partiti socialdemocratici durante il dopoguerra nell'Europa settentrionale e occidentale, la socialdemocrazia divenne associata al socialismo liberale, al keynesismo, al modello nordico[7][8], al paradigma social-liberale e agli stati assistenziali all'interno dei circoli politici negli ultimi anni del XX secolo.

È stata descritta come la forma più comune di socialismo occidentale o moderno così come l'ala riformista del socialismo democratico.

Pur mantenendo il socialismo come obiettivo a lungo termine, la socialdemocrazia cerca di umanizzare il capitalismo e creare le condizioni perché porti a maggiori risultati democratici, egualitari e solidaristici. È caratterizzato da un impegno a favore di politiche volte a ridurre la disuguaglianza, eliminare l'oppressione dei gruppi svantaggiati e sradicare la povertà, nonché il sostegno a servizi pubblici universalmente accessibili come l'assistenza agli anziani, l'assistenza all'infanzia, l'istruzione, l'assistenza sanitaria e la compensazione dei lavoratori.

Generalità[modifica | modifica wikitesto]

Secondo alcuni storici, il concetto di democrazia sociale sarebbe nato in Francia negli anni quaranta dell'Ottocento relativamente alle istanze di riforma politica e sociale sostenute da movimenti democratici, spesso di matrice borghese, e solo in un secondo momento il termine sarebbe stato fatto proprio dal movimento operaio[9]. Albert Mathiez indica invece l'idea socialdemocratica come trasformazione pacifica delle idee rivoluzionarie del 1792: lo storico francese indica addirittura il leader giacobino Maximilien Robespierre (1758-1794) come il "padre della moderna socialdemocrazia", come esposta nella Costituzione francese del 1793, che riconosceva il diritto alla proprietà privata, ma prevedeva molte misure sociali in favore del popolo e della media e bassa borghesia e contro la nobiltà.[10][11]

I socialdemocratici veri e propri, convinti che la transizione verso una società socialista potesse essere attuata attraverso un processo democratico e non mediante una svolta rivoluzionaria, si proponevano quindi di diffondere gli ideali del socialismo nel contesto di un sistema democratico, riconoscendo le loro radici politico-culturali soprattutto nel revisionismo bernsteiniano e nell'umanesimo socialista di impronta turatiana.

Col tempo, i socialdemocratici hanno elaborato tesi riguardanti il socialismo liberale, il progressismo, il laburismo e la terza via, distinguendosi dai socialisti "democratici" autentici, che hanno come obiettivo la fine pacifica del capitalismo.

Socialismo democratico e socialdemocrazia, a volte intesi in maniera analoga, presentano una caratterizzazione da parte di alcuni studiosi per cui tra i partiti socialdemocratici troveremmo coloro che originariamente hanno dato vita all'Internazionale Socialista in opposizione al Comintern, mentre tra i partiti socialisti democratici sarebbero collocati diversi partiti ex-comunisti.[12][13][14][15]

Nel significato attuale, dunque, "la socialdemocrazia si riconosce e si identifica nelle politiche dello Stato sociale" , prediligendo la democrazia parlamentare, il mercato capitalistico", nonché un "intervento regolatore dello Stato e la redistribuzione del reddito in senso egualitario".[16] La socialdemocrazia divenne in questo senso, in maniera del tutto identica al socialismo liberale, una corrente politica aperta alla rappresentanza anche dei ceti medi e si allontanò definitivamente dalla radice rivoluzionaria e operaia del marxismo.[9]

A livello europeo i partiti socialdemocratici, socialisti democratici e laburisti si sono organizzati nel Partito del Socialismo Europeo, mentre alcuni partiti che si dicono tuttavia socialisti democratici e socialdemocratici hanno aderito, assieme a partiti di ispirazione comunista, al Partito della Sinistra Europea.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Le origini[modifica | modifica wikitesto]

Il socialdemocratico tedesco Eduard Bernstein

Molti partiti, nella seconda metà del XIX secolo, si autodefinirono "socialdemocratici", come l'inglese Social Democratic Federation, e il Partito Operaio Socialdemocratico Russo ma all'epoca tutti questi partiti prevalentemente marxisti prevedevano la necessità di una rivoluzione per giungere al socialismo.

La situazione cambiò nel corso degli anni e la pubblicazione nel 1899 da parte di Eduard Bernstein de I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia diede inizio a una profonda revisione del pensiero marxista e l'abbandono della necessità della prospettiva rivoluzionaria. Il rifiuto della prospettiva rivoluzionaria, già prima della fine della grande guerra, caratterizzò, probabilmente per primo, il Partito Socialdemocratico di Germania, pur in presenza di distinguo tra il revisionismo di Eduard Bernstein ed il marxismo ortodosso di Karl Kautsky. Malgrado le divergenze, i socialisti riformisti e quelli rivoluzionari rimasero uniti fino allo scoppio della prima guerra mondiale. Il conflitto però, acuì le tensioni interne fino alla rottura definitiva.

I socialisti riformisti scelsero, infatti, di appoggiare i rispettivi governi nazionali in occasione dell'entrata in guerra[17], cosa che per i socialisti rivoluzionari significò un vero e proprio tradimento ai danni del proletariato (visto che si tradiva il principio secondo cui i proletari di tutti i paesi dovevano essere uniti nella loro lotta al capitalismo, non prendendo parte ai conflitti fra i governi "capitalisti"). Si ebbero perciò violenti scontri fra i due schieramenti, questa nuova posizione e la successiva Rivoluzione russa del 1917 portarono a una frattura all'interno del movimento socialista, con i socialdemocratici che abbandonarono i metodi rivoluzionari e i socialisti rivoluzionari marxisti che presero il nome di comunisti.

Il secondo dopoguerra[modifica | modifica wikitesto]

La maggioranza dei partiti socialdemocratici fra la fine della seconda guerra mondiale e gli anni ottanta del XX secolo però finì con l'abbandonare definitivamente ogni proposta di superamento del capitalismo, rappresentando così l'ala più moderata del movimento socialista, sostenitrice di riforme sociali all'interno delle istituzioni liberal democratiche. Tappa fondamentale di questo processo è sicuramente il congresso di Bad Godesberg del 1959, in cui il Partito Socialdemocratico di Germania – uno dei partiti più influenti della socialdemocrazia – eliminò ogni riferimento al marxismo nel suo programma.

I partiti socialdemocratici dei paesi del Nord Europa (come Norvegia, Finlandia, Danimarca, Svezia, Islanda), in realtà, avevano già ideato negli anni trenta un sistema, definito modello nordico,[18] in cui vengono infatti fortemente promossi l'uguaglianza di status ed un ampio welfare state[19][20], pur rimanendo nel libero mercato.

Dopo il crollo del Muro di Berlino[modifica | modifica wikitesto]

A partire dalla fine degli anni ottanta, quasi tutti i partiti socialdemocratici europei avevano intrapreso la cosiddetta "terza via", una politica moderata volta a corrispondere ancor meglio alle esigenze del ceto medio, traguardando così sia la stabilità economica che il pieno consenso elettorale, che promuove una deregolamentazione dell'economia e sottolinea il concetto di "uguaglianza di opportunità" quale misura dell'uguaglianza sociale. I moderni socialdemocratici sono generalmente favorevoli all'economia di mercato nella forma di un'economia mista che bilanci il capitalismo con provvedimenti governativi in favore di certi servizi d'interesse pubblico. Molti partiti socialdemocratici hanno gradualmente aggiornato i tradizionali obiettivi del socialismo delle origini, spostando la propria attenzione verso la tutela dei diritti umani e le richieste di sviluppo, tagliando (ove possibile) la tassazione e procedendo a una moderata deregolamentazione in campo industriale per favorire gli investimenti. In questo senso tale forma di socialdemocrazia sembra essersi contaminata con il liberalismo sociale.

Molte scelte politiche approvate da socialdemocratici nel passato permangono ancora oggi nei vari paesi dove sono state applicate, essendo state ormai adottate da tutti i principali partiti politici; tra questi provvedimenti si collocano, ad esempio, il principio di progressività nella tassazione sul reddito, la sanità e l'istruzione pubbliche. Tuttavia altre misure - come l'istruzione universitaria gratuita - sono state, in seguito, parzialmente modificate, spesso proprio dagli stessi governi socialdemocratici. La maggior parte dei socialdemocratici ha anche abbandonato il concetto di nazionalizzazione (precedentemente pilastro della vecchia socialdemocrazia) ed ha invece avviato processi di privatizzazione (totale o parziale) di aziende e servizi di proprietà dello Stato. Questi cambiamenti sono avvenuti in governi come quelli di Bob Hawke e Paul Keating (Australia), in quello di Tony Blair (Regno Unito), in quello di Gerhard Schröder (Germania) e nella Rogernomics di Roger Douglas (Nuova Zelanda).

Una socialdemocrazia di questo tipo, "socialdemocrazia liberale" secondo la definizione di Blair[senza fonte], rappresenta dunque l'ala più moderata del vasto movimento socialista, sostenitrice di riforme sociali all'interno delle istituzioni liberaldemocratiche, compresa l'economia di mercato. Le politiche perseguite da leader socialdemocratici come Blair e Schröder (taglio delle tasse, privatizzazioni e deregolamentazione in campo industriale, senza tuttavia trascurare il welfare e i programmi sociali), testimoniano un completo abbandono dell'orizzonte socialista. Questi sviluppi potrebbero contribuire alla trasformazione dell'Internazionale Socialista in un vasto schieramento progressista che integri sempre di più le frange di sinistra del liberalismo (il liberalismo sociale) e del cristianesimo democratico (il cristianesimo sociale).[senza fonte].

Definizione[modifica | modifica wikitesto]

La socialdemocrazia sostiene la necessità di un programma di graduali riforme legislative del sistema capitalistico, al fine di rendere quest'ultimo più equo. Questo "doppio nodo" che esiste tra le riforme e il pensiero socialdemocratico, ha fatto sì che per molti decenni il riformismo si identificasse nella sostanza con la socialdemocrazia. Spesso la socialdemocrazia non esclude l'ipotetico raggiungimento della società socialista tramite il graduale superamento del capitalismo, ma decide di farlo lentamente tramite riforme.

Si definiscono socialdemocratici partiti che si rifanno all'esperienza dei partiti socialisti nati alla fine del XIX secolo. Nella prassi contemporanea, pertanto, i partiti socialdemocratici sono formazioni progressiste, in genere aperte alle libertà personali e alla tutela non solo della classe lavoratrice ma anche del lavoro autonomo, e quindi aperto alle classi medie. I partiti socialdemocratici sono particolarmente forti nell'Europa settentrionale (Svezia, Norvegia e Danimarca) e in Germania.

L'Internazionale Socialista definì la socialdemocrazia come la forma ideale di democrazia rappresentativa, che avrebbe potuto risolvere i problemi tipici della democrazia liberale. Tale forma ideale si sarebbe raggiunta seguendo i principi del cosiddetto welfare state (traducibile in italiano con "stato del benessere"). Il primo di questi principi guida è la libertà, che non include solo le libertà individuali, ma anche la libertà dalla discriminazione e quella dalla dipendenza dai proprietari dei mezzi di produzione o dai detentori illegittimi del potere politico, così come la libertà di poter determinare il proprio destino. Si aggiungono poi l'equità e la giustizia sociale, intese non solo come eguaglianza di fronte alla legge ma anche come equità socioeconomica e culturale, concedendo perciò a tutti gli esseri umani in quanto tali le medesime opportunità, a prescindere dalle loro differenze. Infine, vi è una sorta di solidarietà che porta all'unità e a un senso di compassione (da intendersi, però, con accezione positiva) nei confronti delle vittime delle ingiustizie e delle disuguaglianze.[senza fonte]

Obiettivi politici[modifica | modifica wikitesto]

Socialdemocratici e socialisti democratici[modifica | modifica wikitesto]

Nella più recente evoluzione storica, almeno a partire dalla fine del XIX secolo, anche le componenti più a sinistra del socialismo occidentale hanno definitivamente acquisito l'idea di non poter prescindere dal contesto democratico: i socialisti più tradizionalisti e più a sinistra si sono inseriti in quel filone culturale e politico chiamato socialismo democratico, rappresentandone la "sinistra" interna. Tale tendenza, secondo alcuni, coesisterebbe e si contrapporrebbe all'altra ala presente nell'Internazionale Socialista e, in Europa, nel Partito del Socialismo Europeo, costituita da coloro che si definiscono "socialdemocratici". In realtà, nella famiglia del socialismo internazionale, le definizioni di "socialdemocratico" e di "socialista democratico" sono usate in modo intercambiabile, così come avveniva in Italia per indicare il filone riformista di Giuseppe Saragat.

Vi sono taluni soggetti politici neo-comunisti (per es. il Partito del Socialismo Democratico tedesco) che - pur avendo abbandonato pienamente la visione rivoluzionaria - sostengono di poter superare, almeno in parte, il capitalismo attraverso riforme mirate alla instaurazione non di uno "Stato socialista", ma di un sistema democratico parzialmente basato sulla democrazia diretta e radicato (tesi riprese dall'eurocomunismo), tanto a livello locale come a livello nazionale, attraverso associazioni popolari e dei lavoratori. Tale formazione, seguita da altri movimenti "neo-comunisti", in Europa si è incontrata con alcuni partiti di "sinistra" in un unico soggetto politico di sinistra: il Partito della Sinistra Europea, formando con gli "eco-socialisti" l'euro-gruppo della Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica: sebbene l'area risultante si riferisca talvolta al "socialismo democratico", essa è formata tuttavia da realtà minoritarie, considerato peraltro che il suddetto euro-gruppo è risultato dopo le elezioni europee del 2019 il più esiguo del Parlamento europeo; difatti, la maggior parte dei socialisti democratici europei storici continua a ritrovarsi piuttosto nel Partito del Socialismo Europeo.

La socialdemocrazia scandinava[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Modello svedese.

Se la socialdemocrazia è nata in Germania, essa si è radicata in modo del tutto particolare nei Paesi scandinavi, Svezia, Norvegia e Danimarca.

In Svezia la socialdemocrazia ha giocato un ruolo politico dominante sin dal 1917, dopo che i riformisti confermarono la loro forza e i rivoluzionari e i massimalisti lasciarono il partito. L'influenza socialdemocratica sulla società e il governo è spesso descritta come egemonica: paragonabile a quella esercitata in Italia fino ai primi anni novanta dalla Democrazia Cristiana. Dopo il 1932 i gabinetti sono stati guidati e dominati dai socialdemocratici con l'eccezione di pochi mesi nel 1936; sei anni dal 1976 al 1982; e tre anni dal 1991 al 1994. Dalle elezioni del 2006 i socialdemocratici sono usciti sconfitti di misura.

I risultati delle amministrazioni socialdemocratiche non hanno tardato ad emergere evidenti[senza fonte]: tra gli anni novanta e il 2000 infatti la Svezia ha prodotto un'economia notevolmente forte, composta da forti e robuste imprese sia piccole, sia medie e grandi fino alle enormi multinazionali (per esempio, Saab, IKEA e Ericsson); essa mantiene inoltre una delle aspettative di vita più alte del mondo, bassa la disoccupazione, l'inflazione, la mortalità infantile, il debito pubblico e il costo della vita, tutto all'interno di un generale andamento di crescita economica considerevole.

La Svezia inoltre, sperimenta dipendenza assistenziale di circa il 20% della popolazione in età da lavoro secondo la confederazione di sindacato svedese. Tuttavia, in Svezia si è registrato un lieve aumento della criminalità, la cui origine è però da ritrovare durante gli anni novanta, quando cioè le politiche socialdemocratiche hanno iniziato a diminuire e fatte scorrere pesantemente all'indietro[senza fonte]. I medesimi risultati si sono verificati anche in Norvegia, altro esempio di Paese a lunga guida socialdemocratica. Rispetto al resto delle socialdemocrazie europee, che hanno adottato un modello simile a questo solo negli anni '80 per poi abbandonarlo negli anni '90 in favore di una terza via più liberista sempre però con un influsso del pensiero keynesiano, la socialdemocrazia scandinava non ha aderito al liberalismo sociale[senza fonte].

L'assetto della socialdemocrazia svedese è andato via via modificandosi a partire dalla crisi petrolifera che colpì, negli anni settanta, tutta l'economia mondiale, portando il governo svedese a mettere in discussione gli stessi obiettivi dello Stato sociale; questo periodo fu caratterizzato da una elevata inflazione, che terminò con la crescita economica - spinta da condizioni internazionali favorevoli - di metà anni ottanta. A partire dalla fine del decennio, la produzione industriale è andata però diminuendo, e il tasso di disoccupazione ha raggiunto valori allarmanti, portando il governo ad intervenire più volte a sostegno del settore privato[22].

Nel corso degli anni novanta il governo svedese ha cercato di rimediare alle crescenti difficoltà con un programma di privatizzazione delle aziende statali, con riforme in campo previdenziale e pensionistico, e con la concessione di una più ampia autonomia alla banca centrale al fine di contenere l'inflazione. Per promuovere l'ingresso della Svezia nell'Unione Europea, vi sono state ulteriori liberalizzazioni: il mercato del credito è stato deregolamentato, sono stati rimossi i controlli sul mercato dei cambi, il sistema fiscale è stato riformato, ed è stato favorito l'ingresso degli investimenti esteri. Il ruolo dello Stato è comunque tuttora rilevante, sia nel campo della previdenza sociale che in quello degli incentivi al settore privato[22].

Critiche alla socialdemocrazia[modifica | modifica wikitesto]

Le forze di destra, solitamente, sostengono che i sistemi socialdemocratici siano troppo restrittivi nei confronti dei diritti individuali e che la scelta del singolo sia impoverita in un sistema in cui lo Stato offre (fino ad arrivare a una sorta di monopolio) scuole, assistenza sanitaria e molti altri servizi.

Le componenti più conservatrici del pensiero liberale e le forze conservatrici in generale affermano che la socialdemocrazia interferisce con i meccanismi del libero mercato e danneggi l'economia, portando a una crescita eccessiva del debito pubblico e scoraggiando gli investimenti degli imprenditori, esponendo inoltre il ceto medio e gli strati sociali più svantaggiati a rischi quali la perdita del potere d'acquisto, dovuta principalmente all'elevata tassazione necessaria a mantenere lo stato assistenziale, a fenomeni inflazionistici e alla disoccupazione sul lungo periodo.

Sul versante opposto, vi sono forze di sinistra che muovono delle critiche alla socialdemocrazia. I marxisti e i comunisti in particolare criticano i socialdemocratici accusandoli di essere così legati al sistema capitalistico da divenire indistinguibili dai moderni liberali. Il fatto che molti socialdemocratici abbiano rinunciato alla denominazione di "socialisti" e alla realizzazione di uno Stato socialista quale ultima tappa del loro impegno politico, con la decisione di operare all'interno del sistema capitalistico piuttosto che di provare a superarlo, ha fatto sì che molte forze di sinistra abbiano accusato i socialdemocratici di essere dei traditori. Di fatto la socialdemocrazia scandinava entra a pieno regime nella definizione di economia mista, una "terza via" al di là del puro capitalismo o del socialismo reale: obiettivo dei socialdemocratici infatti è non rinunciare ai presunti vantaggi offerti dal sistema capitalistico, operando allo stesso tempo affinché siano mantenute politiche di sostegno sociale ai ceti medio-bassi.

Partiti politici socialdemocratici[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Lista dei partiti socialdemocratici.

I partiti politici socialdemocratici sono presenti in numerosi Paesi democratici. Nel corso del XX secolo, partiti come il Partito Laburista nel Regno Unito, il Partito Socialdemocratico Tedesco e molti altri in Europa, Canada (Nuovo Partito Democratico), Australia (Partito Laburista Australiano) e Nuova Zelanda (Partito Laburista) hanno implementato o proposto programmi politici riguardanti la legislazione del lavoro e un crescente welfare state.

Sul finire del XX secolo, molti di questi partiti hanno finito col prendere le distanze dalla tradizionale proposta economica socialdemocratica[23]. Attualmente, i socialdemocratici non ritengono che vi sia un conflitto fra l'economia di libero mercato e la loro definizione di società socialdemocratica. Molti partiti socialdemocratici hanno adottato il liberalismo sociale o politiche della cosiddetta terza via.

La maggior parte dei partiti socialdemocratici è membro dell'Internazionale Socialista, succeduta alla Seconda Internazionale in contrapposizione con il Comintern. In Europa il Partito del Socialismo Europeo (PSE) raccoglie i partiti socialdemocratici di tutti i Paesi, sia quelli socialiberali (socialdemocratici liberali) che quelli della socialdemocrazia classica. Tuttavia importanti tratti correlati alla socialdemocrazia si ritrovano anche nel Partito Democratico Europeo (PDE), il quale si propone di conciliare la tradizione cristiano-sociale con quella del liberalismo sociale. Esempi di partiti socialdemocratici classici nel mondo oggi sono il Congresso Nazionale Africano, Fatah, il Partito Socialista dell'Uruguay e Meretz.

Per quanto riguarda l'Italia, fanno parte del PSE il Partito Socialista Italiano ed il Partito Democratico. Vi sono poi altri partiti con sfumature socialdemocratiche: Sinistra Italiana[24], Possibile[25], Articolo Uno, Partito Socialista Democratico Italiano.

Attualmente il Partito Democratico fa parte del gruppo dell'Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici, nato a seguito delle elezioni europee 2009 con l'intento di riunire tutti i partiti progressisti europei compresi quelli di estrazione non europea.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b SOCIALDEMOCRAZIA in "Enciclopedia Italiana", su treccani.it.
  2. ^ centrosinistra in "Dizionario di Storia", su treccani.it.
  3. ^ https://www.treccani.it/enciclopedia/socialdemocrazia_%28Enciclopedia-Italiana%29/
  4. ^ socialdemocrazia nell'Enciclopedia Treccani, su treccani.it. URL consultato il 22 novembre 2019 (archiviato dall'url originale il 29 agosto 2019).
  5. ^ Dizionario Sabatini-Coletti: Socialdemocrazia: 1 Denominazione assunta dal partito socialista riformista tedesco nell'Ottocento; oggi designa ogni tendenza che voglia attuare una politica di riforme sociali senza mettere in discussione i fondamenti della società capitalistica; 2 Forma di governo costituita dal partito o da partiti socialisti democratici
  6. ^ welfare state nell'Enciclopedia Treccani, su treccani.it.
  7. ^ I sistemi di welfare in Europa e nel mondo in "Atlante Geopolitico", su treccani.it.
  8. ^ Christa Liukas, The Nordic brand replaced the welfare state – did politics disappear from the Nordic model?, su helsinki.fi, University of Helsinki, 1º novembre 2019. URL consultato il 15 agosto 2020.
  9. ^ a b Salvadori, Massimo, Enciclopedia storica, Zanichelli, Bologna 2000, p. 1467
  10. ^ Robespierre: azione politica, su robespierre.it.
  11. ^ Albert Mathiez, Robespierre, Bolsena, Massari, 1999, pp. 3-31, ISBN 88-85378-00-5.
  12. ^ Appendix A3 (PDF), su europeansocialsurvey.org, 2012 (archiviato dall'url originale il 3 marzo 2016).
  13. ^ Parties and Elections in Europe, su parties-and-elections.de.
  14. ^ Social Democracy Versus Revolutionary Democratic Socialism, su etext.org, 13 settembre 2000. URL consultato il 16 settembre 2008 (archiviato dall'url originale il 6 settembre 2008).
  15. ^ Open Mike – Democratic Socialism and Social Democracy, by Rowland « "Catch a fire", su jonnystar.wordpress.com, 17 ottobre 2007.
  16. ^ Marchese, Riccardo - Mancini, Bruno - Greco, Domenico - Assini, Luigi, Stato e società. Dizionario di educazione civica, La Nuova Italia, Firenze 1991, voce "Socialdemocrazia", pp. 419-421
  17. ^ Ernesto Ragionieri e Leo Valiani, Socialdemocrazia austriaca e socialisti italiani nell'agosto del 1914, Studi Storici, Anno 2, No. 1 (Jan. - Mar., 1961), pp. 100-104.
  18. ^ (EN) Christa Liukas, The Nordic brand replaced the welfare state – did politics disappear from the Nordic model?, su helsinki.fi, University of Helsinki, 1º novembre 2019. URL consultato il 26 ottobre 2021.
  19. ^ I sistemi di welfare in Europa e nel mondo in "Atlante Geopolitico", su treccani.it.
  20. ^ welfare state nell'Enciclopedia Treccani, su treccani.it.
  21. ^ SOCIALDEMOCRAZIA in "Enciclopedia Italiana", su treccani.it. URL consultato il 3 novembre 2019 (archiviato dall'url originale il 29 agosto 2019).
  22. ^ a b Svezia nell'Enciclopedia Treccani, su treccani.it. URL consultato il 28 aprile 2020.
  23. ^ Bernstein, Eduard in "Dizionario di filosofia", su treccani.it. URL consultato il 2 novembre 2019 (archiviato dall'url originale il 20 giugno 2019).
  24. ^ http://www.sinistraitaliana.si/congresso/statuto/
  25. ^ https://www.glistatigenerali.com/partiti-politici/a-sinistra-del-pd-la-storia-si-ripete-sempre-identica/

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • B. Vivekanandan (auth.), Global Visions of Olof Palme, Bruno Kreisky and Willy Brandt : International Peace and Security, Co-operation, and Development [1 ed.], Palgrave Macmillan 2016, 978-3-319-33710-4, 978-3-319-33711-1

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