Nazionalismo di sinistra

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Il nazionalismo di sinistra è l'insieme delle posizioni ideologiche – sviluppatesi generalmente nel XX secolo nell'ambito delle lotte contro il colonialismo e l'imperialismo – che associano la causa dell'indipendenza nazionale alle istanze rivoluzionarie socialiste. Tale orientamento ideologico contravviene ai modelli predominanti nella cultura politica occidentale, per cui i concetti di nazionalismo e sinistra sarebbero in posizioni antitetiche in quanto, secondo l'internazionalismo proletario propugnato dal marxismo, i lavoratori «non hanno patria» e la costruzione dello Stato nazionale è opera della borghesia[1].

Origini[modifica | modifica wikitesto]

Dalla Rivoluzione francese alla prima guerra mondiale[modifica | modifica wikitesto]

La dicotomia politica tra destra e sinistra ebbe origine con la Rivoluzione francese, allorché nell'Assemblea nazionale costituente, riunitasi per la prima volta nel 1789, si sedettero a destra i sostenitori del re e a sinistra i sostenitori della Rivoluzione. Risale a quest'epoca anche l'associazione tra il nazionalismo e la sinistra, la quale allora si definiva variamente anche partito del popolo, partito della nazione o partito nazionale. Profondamente radicato nella Rivoluzione francese, il nazionalismo moderno nelle sue forme più aggressive fu consacrato per la prima volta sul campo di battaglia di Valmy (1792) e nei conflitti rivoluzionari successivi[2].

Alla metà del XIX secolo, i filosofi tedeschi Karl Marx e Friedrich Engels, fondatori della dottrina politica in seguito definita marxismo, contrapposero al nazionalismo borghese l'internazionalismo proletario nel Manifesto del Partito Comunista (1848):

«Inoltre, si è rimproverato ai comunisti ch'essi vorrebbero abolire la patria, la nazionalità.
Gli operai non hanno patria. Non si può togliere loro quello che non hanno. Poiché la prima cosa che il proletario deve fare è di conquistarsi il dominio politico, di elevarsi a classe nazionale, di costituire se stesso in nazione, è anch'esso ancora nazionale, seppure non certo nel senso della borghesia.
Le separazioni e gli antagonismi nazionali dei popoli vanno scomparendo sempre più già con lo sviluppo della borghesia, con la libertà di commercio, col mercato mondiale, con l'uniformità della produzione industriale e delle corrispondenti condizioni d'esistenza.
Il dominio del proletariato li farà scomparire ancor di più. Una delle prime condizioni della sua emancipazione è l'azione unita, per lo meno dei paesi civili.
Lo sfruttamento di una nazione da parte di un'altra viene abolito nella stessa misura che viene abolito lo sfruttamento di un individuo da parte di un altro.
Con l'antagonismo delle classi all'interno delle nazioni scompare la posizione di reciproca ostilità fra le nazioni[3]

Tuttavia, il tema della questione nazionale occupa una posizione giudicata marginale nel complesso della vasta produzione di Marx ed Engels, essendo affrontato perlopiù in scritti giornalistici, lettere e commenti occasionali soprattutto in seguito alle rivoluzioni del 1848[4].

Nell'ambito del socialismo tedesco del XIX secolo non mancarono in ogni caso posizioni nazionaliste. Ferdinand Lassalle, fondatore dell'Associazione generale dei lavoratori tedeschi nel 1863, fu fortemente influenzato dal nazionalismo sociale di Fichte[5] e arrivò a intavolare delle trattative con il cancelliere prussiano Bismarck, rappresentante dell'aristocrazia Junker, per formare un'alleanza contro la borghesia liberale. Il nazionalismo di Lassalle contribuì al suo allontanamento da Marx ed Engels[6].

Se nei primi decenni del XIX secolo il nazionalismo era legato soprattutto alla democrazia e al liberalismo borghesi, al tramonto del secolo fu «scoperto» dalle forze di destra come strumento di lotta contro la sinistra, per cui essere «nazionali» finì per significare prima di tutto essere ostili all'internazionalismo. Alla fine del XIX secolo il nazionalismo transitò dunque da sinistra a destra in molti Paesi tra cui la Francia, madrepatria del nazionalismo moderno, e con particolare accentuazione in Germania[7].

I movimenti nazionalisti che si svilupparono in Europa tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo (Action française, Lega pangermanica, Associazione Nazionalista Italiana) avversavano la lotta di classe condotta dai movimenti socialisti e cercavano di conciliare i conflitti sociali in nome degli interessi nazionali della patria[8][9]. La prima guerra mondiale, scoppiata nel 1914 con il determinante contributo dei contrapposti movimenti nazionalisti, determinò il consolidamento del tradizionale modello politico occidentale che colloca il nazionalismo agli antipodi della sinistra[1].

La nascita del movimento comunista novecentesco[modifica | modifica wikitesto]

Tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, i partiti socialisti dei diversi Paesi intrapresero un percorso di integrazione nei rispettivi sistemi parlamentari nazionali. Ciò determinò un progressivo allontanamento dall'originaria impostazione internazionalista, che finì per ridursi a un generico atteggiamento pacifista e di sostegno alle nazionalità oppresse[10]. Il processo di trasformazione in partiti nazionali portò i partiti socialisti ad adottare, allo scoppio della grande guerra, una politica di solidarietà con il proprio Stato nazionale che prevedeva una tregua parlamentare e sindacale (tale politica assunse il nome di Union sacrée in Francia e di Burgfrieden in Germania). Ne derivarono il fallimento della Seconda Internazionale e l'ampia confluenza della sinistra rivoluzionaria – di cui facevano parte, tra gli esponenti più noti, il russo Vladimir Lenin e la tedesca di origine polacca Rosa Luxemburg – nel nascente movimento comunista[11].

Fino alla prima guerra mondiale nessun marxista sviluppò una teoria sistematica ed approfondita sul nazionalismo, lasciando quella che molti studiosi hanno considerato un'eredità contraddittoria sulla questione nazionale. All'inizio del XX secolo, i marxisti scrissero numerosi trattati sulla questione nazionale, ma non lanciarono mai una vasta polemica contro il nazionalismo in quanto tale. Tra loro ci furono anche Otto Bauer e Iosif Stalin[12].

Divergenze tra Lenin e Luxemburg sulla questione nazionale[modifica | modifica wikitesto]

Rosa Luxemburg, ostile alla causa dell'indipendenza polacca ritendendo che favorisse la borghesia, considerava il diritto di autodeterminazione dei popoli una formula astratta

Nel 1893, Luxemburg fu tra i fondatori della Socialdemocrazia del Regno di Polonia (SDKP), formazione politica rivale del Partito Socialista Polacco (PPS). L'SDKP denunciava il PPS come «socialpatriottico», poiché quest'ultimo partito si batteva per l'indipendenza della Polonia, allora divisa tra gli imperi russo, tedesco e austro-ungarico. Al contrario, il partito di Luxemburg insisteva sulla fratellanza tra il proletariato polacco e quello russo, e – in contrasto con la tradizionale posizione marxista favorevole all'indipendenza polacca – propugnava per il Regno di Polonia sottoposto al dominio zarista non l'indipendenza, ma una mera autonomia nel quadro di una futura repubblica democratica russa[13].

Nel 1908-1909, Luxemburg espose le sue tesi nell'articolo Questione nazionale e autonomia, pubblicato sull'organo di stampa del partito (nel frattempo divenuto Socialdemocrazia del Regno di Polonia e Lituania, SDKPiL), Przegląd Socjaldemokratyczny: il diritto di autodeterminazione è un diritto «astratto» e «metafisico», paragonabile al «diritto al lavoro» o al bizzarro «diritto di ogni uomo a mangiare in piatti dorati» proclamato dallo scrittore Černyševskij; poiché la nazione come totalità omogenea non esiste, essendo essa divisa in classi sociali portatrici di interessi contrapposti, nel sostenere l'autodeterminazione nazionale si sostiene di fatto il nazionalismo borghese; l'indipendenza delle piccole nazioni, e in particolare della Polonia, è un'utopia irrealizzabile dal punto di vista economico (con l'eccezione delle nazioni balcaniche sottoposte al decadente Impero ottomano)[14].

Lenin polemizzò con la posizione di Luxemburg, evidenziando che contrastare le aspirazioni indipendentistiche della borghesia nazionalista polacca favoriva il più pericoloso nazionalismo feudale russo

Lenin criticò queste tesi nello scritto Sul diritto di autodecisione delle nazioni[15]. Chiarito il significato di questa espressione come il diritto delle nazioni alla «loro separazione statale dalle collettività nazionali straniere» e alla «formazione di uno Stato nazionale indipendente», Lenin dichiarò: «se non diffondessimo questa parola d'ordine, aiuteremmo non solo la borghesia, ma anche i feudali e l'assolutismo della nazione che opprime»[16]. Agli occhi di Lenin, Luxemburg si era lasciata accecare dalla lotta contro la borghesia nazionalista polacca:

«Trascinata dalla lotta contro il nazionalismo polacco, Rosa Luxemburg ha dimenticato il nazionalismo grande-russo, sebbene questo nazionalismo sia, nel momento attuale, il più dannoso: esso è meno borghese, ma più feudale, e costituisce il principale ostacolo alla democrazia e alla lotta proletaria. Ogni nazionalismo borghese delle nazioni oppresse ha un contenuto democratico generale diretto contro l'oppressione, e questo contenuto noi lo sosteniamo incondizionatamente, separando da esso con rigore la tendenza all'esclusivismo nazionale, combattendo l'aspirazione del borghese polacco a schiacciare gli ebrei, ecc. ecc.[17]

Luxemburg tornò sulla questione durante la prima guerra mondiale, in un opuscolo scritto nel 1915 mentre era prigioniera e pubblicato clandestinamente l'anno seguente, la Brossura Junius (o Opuscolo di Junius). In questo scritto (firmato appunto con lo pseudonimo di "Junius"), la rivoluzionaria sembrò riconoscere il diritto di autodeterminazione dei popoli, ma lo ritenne realizzabile solo dall'internazionalismo socialista e non nel quadro degli Stati capitalistici. Nell'appendice Tesi sui compiti della socialdemocrazia internazionale, Luxemburg affermò che la guerra mondiale in corso non era una guerra nazionale, bensì «esclusivamente un parto delle rivalità imperialistiche tra le classi capitalistiche di vari paesi»; da qui la conclusione: «Nell'era dell'imperialismo scatenato non c'è più posto per guerre nazionali. Gli interessi nazionali servono solo di pretesto per porre le masse lavoratrici al servizio del loro mortale nemico, l'imperialismo». Lo stesso valeva per le «piccole nazioni», che sarebbero state inevitabilmente «soltanto delle pedine nel gioco imperialistico delle grandi potenze»[18][19].

Lenin giudicò la tesi di "Junius" viziata da un'indebita generalizzazione, poiché dalla natura imperialista e non nazionale della guerra in corso non derivava la generale impossibilità delle guerre nazionali. Ammonì dunque a non cadere nell'errore «di estendere la valutazione della guerra attuale a tutte le guerre possibili nell'epoca dell'imperialismo, di dimenticare i movimenti nazionali contro l'imperialismo». Lenin continuò: «Nel periodo dell'imperialismo, guerre nazionali da parte delle colonie e dei paesi semicoloniali sono non soltanto probabili, ma inevitabili. Nelle colonie e nei paesi semicoloniali (Cina, Turchia, Persia) vive una popolazione di quasi mille milioni, cioè più della metà degli abitanti del globo. I movimenti di liberazione nazionale in questi paesi o sono già molto forti o vanno crescendo e maturando. Ogni guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Continuazione della politica di liberazione nazionale delle colonie saranno, necessariamente, le guerre nazionali da parte di queste contro l'imperialismo»[20].

La Rivoluzione d'ottobre e la fondazione dell'Internazionale Comunista[modifica | modifica wikitesto]

Nel periodo della Rivoluzione d'ottobre e della guerra civile russa, i bolscevichi assunsero nei riguardi del nazionalismo un atteggiamento pragmatico, contrastandolo quando rappresentava un ostacolo alla loro causa e viceversa mobilitandolo quando la favoriva. Un buon esempio di tale approccio tattico si rinviene in un discorso pronunciato da Grigorij Zinov'ev nel 1924:

«[...] noi [bolscevichi] non abbiamo ammesso i nazionalisti ucraini nel nostro partito. [...] Ma abbiamo sfruttato il loro malcontento per il bene della rivoluzione proletaria. [...] Gli era stato detto che dopo la rivoluzione sarebbero stati indipendenti, non che Karl Marx aveva detto che il proletariato non aveva patria[21]

Lo stesso atteggiamento si riscontra in diversi scritti di Lenin del periodo 1914-1924[12].

Nel marzo 1919 fu fondata l'Internazionale Comunista (detta anche Terza Internazionale o Comintern), con sede a Mosca, a cui aderirono i partiti comunisti dei diversi Paesi in qualità di sezioni nazionali, con l'obiettivo della rivoluzione mondiale[11].

Esempi di partiti e movimenti nazionalisti di sinistra[modifica | modifica wikitesto]

America[modifica | modifica wikitesto]

Immagine raffigurante Hugo Chávez e Fidel Castro con alle loro spalle gli eroi nazionali del Venezuela e di Cuba, Simón Bolívar e José Martí, esposta al 16º Festival mondiale della gioventù e degli studenti, Caracas, 2005

Cuba[modifica | modifica wikitesto]

In un'intervista concessa nel 1960 alla rivista Bohemia, pubblicata all'Avana, Che Guevara affermò il carattere congiuntamente socialista e nazionalista della Rivoluzione cubana, dichiarando: «Si potrebbe schematizzare chiamandola nazionalismo di sinistra»[22].

Venezuela[modifica | modifica wikitesto]

Il nazionalismo di sinistra è una delle componenti del chavismo, l'ideologia basata sul pensiero politico di Hugo Chávez, guida della Rivoluzione bolivariana e presidente del Venezuela dal 1999 al 2013[23].

Europa[modifica | modifica wikitesto]

Germania[modifica | modifica wikitesto]

A seguito della prima guerra mondiale, la Germania (Repubblica di Weimar) fu pervasa da un forte sentimento nazionalista di rivalsa contro le potenze vincitrici, che le avevano imposto dure condizioni di pace con il trattato di Versailles. In riferimento alla linea politica adottata dal Partito Comunista di Germania (KPD), lo storico Timothy S. Brown scrive: «Comunismo e nazionalismo sono, ovviamente, ben lungi dall'essere mutuamente esclusivi: sono stati intimi compagni di letto nel secolo appena passato. L'internazionalismo era, in generale, un lusso per i movimenti comunisti nei paesi con forti tradizioni nazionali. Nei paesi con deficit nazionalisti – come in quelli in fase di decolonizzazione – i partiti comunisti erano, senza eccezioni, intensamente nazionalisti. Sarebbe stato quindi sorprendente se un tentativo di elaborare un nazionalismo di sinistra indigeno non fosse stato intrapreso nella Germania del dopoguerra»[24].

Valutazioni critiche[modifica | modifica wikitesto]

Il politologo di Harvard Yascha Mounk, a proposito dei nazionalismi e protezionismi sorti nel XX secolo a seguito dei fenomeni di migrazioni di massa, identifica il nazionalismo di sinistra come la assunzione di valori sempre lasciati al controllo e alle politiche della destra, declinati in un diverso orgoglio nazionale basato su un inclusivismo consapevole anziché sul respingimento e segregazione di tali fenomeni come nel nazionalismo di destra[25].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Chumbita 2008, p. 361.
  2. ^ Conversi 2017.
  3. ^ Karl Marx, Friedrich Engels, Il Manifesto del Partito Comunista, 1848, II. Proletari e Comunisti.
  4. ^ Sygkelos 2011, p. 10.
  5. ^ Arturo Beccari, Lassalle, Ferdinand, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1933. URL consultato il 13 gennaio 2022.
  6. ^ Lassalle, Ferdinand, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato il 13 gennaio 2022.
  7. ^ Winkler 1998, pp. 703-704.
    «In origine il nazionalismo era stato un'arma della borghesia liberale nella lotta contro le dinastie, la nobiltà e la frantumazione della Germania in tanti Stati particolari, cui si aggiungeva il tema della emancipazione borghese. Solo nel decennio successivo alla fondazione del Reich, il nazionalismo fu "scoperto" dalla destra politica e messo al servizio della lotta contro la sinistra in tutte le sue varianti. Da allora in poi essere "nazionali" significò prima di tutto essere anti-internazionali. Questa trasformazione del nazionalismo "di sinistra" in nazionalismo "di destra", del nazionalismo di emancipazione in nazionalismo integrale alla fine del XIX secolo non si verificò soltanto in Germania, ma in molti paesi, fra cui la madrepatria del moderno nazionalismo, la Francia. Ma l'eliminazione dal nazionalismo dei suoi contenuti democratici e liberali non si spinse mai così avanti come in Germania.»
  8. ^ Al principio marxista della lotta di classe il nazionalismo contrapponeva il principio della lotta internazionale. Cfr. Enrico Corradini, Nazionalismo, in Rivista navale. Mare nostrum, VII, n. 1, prima quindicina di gennaio 1911, pp. 85-86: 86. URL consultato il 9 gennaio 2022.
    «Il nazionalismo poggia, come vedremo, tutto quanto sul principio della lotta internazionale, come il socialismo tutto quanto poggia sul principio della lotta di classe. Il socialismo è una conquista interna, il nazionalismo è una conquista esterna».
  9. ^ Nazionalismo, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato il 9 gennaio 2022.
  10. ^ Spinelli 1960, I.
  11. ^ a b Internazionale, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2010. URL consultato il 10 gennaio 2022.
  12. ^ a b Sygkelos 2011, p. 12.
  13. ^ Löwy 1974, pp. 71-72. Secondo Löwy, «Rosa Luxemburg (al contrario di Lenin) si è profondamente ingannata per quanto concerne la questione nazionale» (p. 71).
  14. ^ Löwy 1974, pp. 73-74.
  15. ^ [V. Ilin], Sul diritto di autodecisione delle nazioni, in Prosvestcenie, n. 4-6, aprile-giugno 1914, ora in Lenin 1966, XX, p. 379.
  16. ^ Lenin 1966, XX, pp. 392.
  17. ^ Lenin 1966, XX, pp. 393.
  18. ^ Rosa Luxemburg, La crisi della socialdemocrazia ("Juniusbroschure") (1915), su marxists.org. URL consultato il 15 gennaio 2022.
  19. ^ Löwy 1974, p. 74.
  20. ^ Lenin 1966, XXII, pp. 304-318.
  21. ^ Sygkelos 2011, p. 11. Cfr. anche p. 23.
  22. ^ Ernesto Guevara, intervista a cura di Carlos M. Castaòeda, in Bohemia, 30 gennaio 1960, p. 49, cit. in (EN) Thomas Neuner, Cuba and the armed conflicts (1956-1989): Local actor or caught between bipolar and colonial patterns of politics (PDF), in Tzintzun, Revista de Estudios Históricos, n. 45, gennaio-giugno 2007, pp. 123-154: 153. URL consultato il 10 gennaio 2022.
    «Se podría esquematizar llamándole Nacionalismo de Izquierda».
  23. ^ Ilenia Rossini, Chávez Frías, Hugo Rafael, in Enciclopedia Italiana, IX Appendice, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2015. URL consultato l'8 gennaio 2022.
  24. ^ Brown 2009, p. 94.
  25. ^ Si può costruire un nazionalismo di sinistra?, su Rivista Studio, 12 marzo 2018. URL consultato il 30 ottobre 2020.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Studi storici e politologici
Scritti politici

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]