Nazionalismo di sinistra

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search

Il nazionalismo di sinistra rappresenta la posizione dei movimenti e dei partiti situati a sinistra nello spettro politico che si fanno promotori di una forma di nazionalismo. Istanze di giustizia sociale, come ad esempio l'antischiavismo, si coniugano per questi movimenti a istanze di indipendenza nazionale (sostenendo ad esempio l'antimperialismo) e, in generale, di avanzamento sociale, civile ed economico per la propria nazione.[1] Questa visione politica è spesso coniugata alla visione repubblicana e laica della nazione, anche se non sono mancati esempi di movimenti nazionalisti di sinistra che hanno contemplato nel loro programma la difesa delle tradizioni e religioni locali.[2] I suoi valori di base sono quelli dell'autodeterminazione dei popoli, del principio di sovranità popolare e della repubblica come forma di governo legittima a difesa dell'indipendenza nazionale. In molti casi queste teorie e queste prassi politiche si sono sviluppate in quei paesi in cui movimenti indipendentisti si sono contrapposti all'occupazione da parte di potenze straniere[3].

Origini e influenze socialiste[modifica | modifica wikitesto]

«L'autonomia, come riforma, è per principio diversa dalla libertà di separazione come misura rivoluzionaria. Questo è indubbio. Ma la riforma — come tutti sanno — è spesso in pratica un passo verso la rivoluzione. [...] Credere che la rivoluzione sociale sia immaginabile senza le insurrezioni delle piccole nazioni nelle colonie e in Europa, senza le esplosioni rivoluzionarie di una parte della piccola borghesia, con tutti i suoi pregiudizi, senza il movimento delle masse proletarie e semiproletarie arretrate contro il giogo dei grandi proprietari fondiari, della Chiesa, contro il giogo monarchico, nazionale, eccetera, significa rinnegare la rivoluzione sociale.»

(Lenin, Risultati della discussione sull'autodecisione, Sbornik Sotsial-Demokrata n° 1, ottobre 1916)
Francobollo sovietico del 1982 che celebra il 70º anniversario della fondazione del Congresso Nazionale Africano, partito sudafricano impegnato nella lotta all'apartheid

Nella prima metà del XIX secolo alcuni paesi economicamente e militarmente avanzati, specialmente quelli della regione nord-atlantica (e in particolare il Regno Unito), riuscirono a estendere con grande facilità il loro dominio su buona parte del globo. La creazione di grandi imperi comprendenti paesi economicamente e socialmente arretrati, e dipendenti, non solo dal punto di vista politico, dalla nazione occupante, indusse alcune componenti delle élite di questi paesi occupati ad abbracciare tesi nazionaliste volte a ottenere l'indipendenza nazionale e la modernizzazione socio-economica. Al nascente movimento modernizzatore nelle nazioni subalterne contribuì anche la volontà di rivendicare un orgoglio nazionale e di far rispettare i diritti civili che spesso venivano calpestati dalle politiche discriminatorie, razziste ed etnocentriche attuate, o comunque tollerate, dalle autorità dei paesi dominanti. Il modello di sviluppo nazionale per questi paesi poteva combinarsi con svariate convinzioni ideologiche, tuttavia in molti casi presero il sopravvento visioni progressiste e di sinistra, meglio confacenti al superamento di modelli arretrati di società.[4]

Le élite nazionaliste di questi paesi, benché fossero in molti casi occidentalizzate, non accettavano necessariamente tutti i valori degli Stati e delle culture prese a modello. Tuttavia, quali che fossero i loro obiettivi, la modernizzazione, cioè l'imitazione dei modelli derivanti dall'occidente (nazionalismo, socialismo, laicismo, liberalismo, ecc.), fu per essi l'unico modo per poterli conseguire.[5]

Negli anni precedenti la prima guerra mondiale i paesi occupati dalle grandi potenze dovevano pagare l'importazione dei manufatti prodotti nelle industrie dei paesi occupanti con la vendita dei loro prodotti primari. L'interesse dell'industria dei paesi colonizzatori era ovviamente teso a rendere il mercato dei paesi colonizzati interamente dipendente dalla loro produzione. Ciò aveva come conseguenza per i paesi colonizzati una difficoltà nello sviluppo delle proprie manifatture che non fosse legato allo sfruttamento delle materie prime condotto dalle potenze occupanti. Per questi motivi i teorici di sinistra della "dipendenza economica" avevano fondati motivi per attaccare l'imperialismo come un modo di perpetuare l'arretratezza dei paesi sottosviluppati. Anche per questi motivi, in seguito alla rivoluzione d'ottobre, il socialismo (nella versione comunista sovietica) attirò molte simpatie dei movimenti indipendentisti e nazionalisti di sinistra (i quali in molti casi svilupparono la loro azione politica nell'ottica del patriottismo socialista internazionalista). Non solo perché la causa dell'antimperialismo era sempre stata perseguita dal movimento comunista, ma anche perché vedevano nell'URSS il modello per superare l'arretratezza grazie alla pianificazione industriale.[6]

Altro fattore importante che contribuì al diffondersi di idee nazionaliste di sinistra fu la presenza, in alcuni paesi arretrati, di entità politiche autonome di lunga tradizione, entità politiche spesso costruite sulla presenza di un grande popolo-stato (come gli Han in Cina o i musulmani sciiti in Persia). In ogni caso, queste erano eccezioni. In molti casi il concetto di una unità politica permanente dotata di una precisa unità territoriale era estraneo ai popoli occupati. In tali regioni l'unico fondamento per la creazione di nazioni indipendenti furono i territori in cui esse erano state divise in seguito alle conquiste, generalmente senza alcun riferimento alle strutture locali.[7]

Il grande compito dei movimenti nazionalisti delle classi medie in questi paesi era quello di conquistare l'appoggio di masse essenzialmente tradizionaliste e antimoderne, senza con ciò danneggiare il proprio progetto di modernizzazione. Ad esempio in India e nel mondo islamico i modernizzatori di sinistra dovettero spesso mostrarsi rispettosi della religiosità popolare. Un profondo conflitto separava perciò i modernizzatori, che erano anche nazionalisti (concetto del tutto estraneo alla tradizione), dai popoli che intendevano emancipare.[8]

Negli anni 1930, in seguito alla Grande depressione, nei paesi occupati dalle potenze imperialiste si verificò finalmente un raccordo tra élite modernizzatrici e masse radicalizzate. Ciò fu vero soprattutto in un paese come l'India, dove il movimento nazionalista aveva già un supporto di massa. Questo fenomeno fu ancora più evidente in quei paesi dove fino ad allora la mobilitazione politica era stata scarsa: nei paesi sudamericani, retti da leader autoritari, cominciò a farsi strada un populismo che cercava l'appoggio della classe operaia urbana. Nei Caraibi britannici i capi dei sindacati si trasformarono in leader di partiti progressisti (ad esempio il MIM). In Algeria iniziò a istaurarsi un movimento rivoluzionario formato dai lavoratori tornati dalla Francia. In Vietnam cominciò a svilupparsi una resistenza popolare comunista con forti legami contadini. In Malesia la depressione spezzò i vincoli di obbedienza tra masse contadine e autorità coloniali. Nel Marocco spagnolo venne proclamata la Repubblica del Rif, sostenuta dal movimento comunista. Nel 1942 il nazionalista indiano di sinistra Chandra Bose, riuscì a mettersi al capo di 55 000 soldati indiani che avevano disertato dalle forze armate britanniche.[9]

In seguito alle rivolte anticoloniali, dopo la seconda guerra mondiale, le grandi potenze occidentali decisero di concedere l'indipendenza formale a gran parte dei paesi prima occupati. Ciò veniva reputato preferibile alla continuazione di sanguinose lotte contro i movimenti nazionalisti/indipendentisti e al conseguente rischio di far insediare in quei paesi dei regimi indipendenti di sinistra. Tuttavia le potenze occidentali, quando possibile, fecero in modo di mantenere la dipendenza economica e culturale.[10]

Il politologo di Harvard Yascha Mounk, a proposito dei nazionalismi e protezionismi sorti nel XX secolo a seguito dei fenomeni di migrazioni di massa, identifica il nazionalismo di sinistra come la assunzione di valori sempre lasciati al controllo e alle politiche della destra, declinati in un diverso orgoglio nazionale basato su un inclusivismo consapevole anziché sul respingimento e segregazione di tali fenomeni come nel nazionalismo di destra.[11]

Esempi di movimenti e partiti nazionalisti di sinistra[modifica | modifica wikitesto]

Esempi rilevanti di movimenti nazionalisti di sinistra sono stati il Sinn Féin in Irlanda, protagonista delle lotte per l'indipendenza dal Regno Unito, Al-Fatah in Palestina, il Partito Nazionale Scozzese, impegnato nel preservare l'autonomia della Scozia, il Congresso Nazionale Indiano, anch'esso protagonista della lotta per l'indipendenza dalla corona britannica, il Congresso Nazionale Africano in Sudafrica, che ebbe come esponente di spicco Nelson Mandela, l'Unione Socialista Araba di Nasser, fautore del panarabismo, il Fronte Nazionale dell'Iran di Mossadeq, sostenuto anche dai comunisti del Tudeh, il Partito Democratico di Guinea di Sékou Touré, uno dei primi leader africani a ricercare l'appoggio sovietico, i guerriglieri Mau-Mau in Kenya, il Partito Popolare Repubblicano di Mustafa Kemal Atatürk, modernizzatore laico della Turchia, e molte altre esperienze politiche indipendentiste/autonomiste e progressiste.[12]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Eric J. Hobsbawm,"Il secolo breve", 1997,BUR Rizzoli Milano, pag. 240
  2. ^ Eric J. Hobsbawm,"Il secolo breve", 1997,BUR Rizzoli Milano, pag. 242
  3. ^ https://www.marxismo.net/index.php/teoria-e-prassi/questione-nazionale/272-la-questione-nazionale-irlandese
  4. ^ Eric J. Hobsbawm, Il secolo Breve, BUR Rizzoli Milano, 1997, pag. 240
  5. ^ Eric J. Hobsbawm, Il secolo Breve, BUR Rizzoli Milano, 1997, pag. 240
  6. ^ Eric J. Hobsbawm, Il secolo Breve, BUR Rizzoli Milano, 1997, pagg. 243-245
  7. ^ Eric J. Hobsbawm, Il secolo Breve, BUR Rizzoli Milano, 1997, pag. 248
  8. ^ Eric J. Hobsbawm, Il secolo Breve, BUR Rizzoli Milano, 1997, pag. 248
  9. ^ Eric J. Hobsbawm, Il secolo Breve, BUR Rizzoli Milano, 1997, pagg. 255-258
  10. ^ Eric J. Hobsbawm, Il secolo Breve, BUR Rizzoli Milano, 1997, pag. 263
  11. ^ Si può costruire un nazionalismo di sinistra?, su Rivista Studio, 12 marzo 2018. URL consultato il 30 ottobre 2020.
  12. ^ Eric J. Hobsbawm, Il secolo Breve, BUR Rizzoli Milano, 1997, pagg. 239-264

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]