Nazionalismo di sinistra

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Il nazionalismo di sinistra è l'insieme delle posizioni ideologiche – sviluppatesi generalmente nel XX secolo nell'ambito delle lotte contro il colonialismo e l'imperialismo – che associano la causa dell'indipendenza nazionale alle istanze rivoluzionarie socialiste. Tale orientamento ideologico contravviene ai modelli predominanti nella cultura politica occidentale, per cui i concetti di nazionalismo e sinistra sarebbero in posizioni antitetiche in quanto, secondo l'internazionalismo proletario propugnato dal marxismo, i lavoratori «non hanno patria» e la costruzione dello Stato nazionale è opera della borghesia[1].

In riferimento alle tendenze nazionaliste dei partiti comunisti si usa specificamente il termine nazionalcomunismo[2].

I movimenti di sinistra del XX secolo attribuivano generalmente al termine nazionalismo un'intrinseca connotazione negativa, associandolo strettamente al nazionalismo borghese da essi avversato. Di conseguenza, per definire il proprio legame con la nazione preferivano tendenzialmente parlare di patriottismo proletario, contrapponendolo al nazionalismo borghese. Tuttavia, in sede scientifica il termine nazionalismo è utilizzato per designare tutte le forme di identificazione nazionale, intercambiabilmente con patriottismo e senza connotazioni valutative, non sussistendo un chiaro confine tra i due concetti[3].

Un altro termine impiegato in sostituzione di nazionalismo è nazionalitarismo, adoperato in riferimento ai nazionalismi del terzo mondo[4] e ai cosiddetti nazionalismi periferici, i quali si battono per l'indipendenza di entità substatali[5].

Nei decenni 2010 e 2020 la definizione di nazionalisti di sinistra è stata applicata anche a partiti e movimenti europei su posizioni caratterizzate da populismo di sinistra, euroscetticismo, antiglobalismo e critica (o cumunque cautela) verso l'immigrazione di massa, in un'ottica di protezione socio-economica dei ceti meno abbienti della nazione[6][7].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Dalla Rivoluzione francese alla prima guerra mondiale[modifica | modifica wikitesto]

La dicotomia politica tra destra e sinistra ebbe origine con la Rivoluzione francese, allorché nell'Assemblea nazionale costituente, riunitasi per la prima volta nel 1789, si sedettero a destra i sostenitori del re e a sinistra i sostenitori della Rivoluzione. Risale a quest'epoca anche l'associazione tra il nazionalismo e la sinistra, la quale allora si definiva variamente anche partito del popolo, partito della nazione o partito nazionale. Profondamente radicato nella Rivoluzione francese, il nazionalismo moderno nelle sue forme più aggressive fu consacrato per la prima volta sul campo di battaglia di Valmy (1792) e nei conflitti rivoluzionari successivi[8].

Alla metà del XIX secolo, i filosofi tedeschi Karl Marx e Friedrich Engels, fondatori della dottrina politica in seguito definita marxismo, al nazionalismo borghese contrapposero l'internazionalismo proletario nel Manifesto del Partito Comunista (1848):

«Inoltre, si è rimproverato ai comunisti ch'essi vorrebbero abolire la patria, la nazionalità.
Gli operai non hanno patria. Non si può togliere loro quello che non hanno. Poiché la prima cosa che il proletario deve fare è di conquistarsi il dominio politico, di elevarsi a classe nazionale, di costituire se stesso in nazione, è anch'esso ancora nazionale, seppure non certo nel senso della borghesia.
Le separazioni e gli antagonismi nazionali dei popoli vanno scomparendo sempre più già con lo sviluppo della borghesia, con la libertà di commercio, col mercato mondiale, con l'uniformità della produzione industriale e delle corrispondenti condizioni d'esistenza.
Il dominio del proletariato li farà scomparire ancor di più. Una delle prime condizioni della sua emancipazione è l'azione unita, per lo meno dei paesi civili.
Lo sfruttamento di una nazione da parte di un'altra viene abolito nella stessa misura che viene abolito lo sfruttamento di un individuo da parte di un altro.
Con l'antagonismo delle classi all'interno delle nazioni scompare la posizione di reciproca ostilità fra le nazioni[9]

Tuttavia, il tema della questione nazionale occupa una posizione giudicata marginale nel complesso della vasta produzione di Marx ed Engels, essendo affrontato perlopiù in scritti giornalistici, lettere e commenti occasionali soprattutto in seguito alle rivoluzioni del 1848[10].

Nell'ambito del socialismo tedesco del XIX secolo non mancarono in ogni caso posizioni nazionaliste. Ferdinand Lassalle, fondatore dell'Associazione generale dei lavoratori tedeschi nel 1863, fu fortemente influenzato dal nazionalismo sociale di Fichte[11] e arrivò a intavolare delle trattative con il primo ministro prussiano Bismarck, esponente dell'aristocrazia Junker, per formare un'alleanza contro la borghesia liberale. Il nazionalismo di Lassalle contribuì al suo allontanamento da Marx ed Engels[12].

Se nei primi decenni del XIX secolo il nazionalismo era legato soprattutto alla democrazia e al liberalismo borghesi, al tramonto del secolo fu «scoperto» dalle forze di destra come strumento di lotta contro la sinistra, per cui essere «nazionali» finì per significare prima di tutto essere ostili all'internazionalismo. Alla fine del XIX secolo il nazionalismo transitò dunque da sinistra a destra in molti Paesi tra cui la Francia[13], madrepatria del nazionalismo moderno, e con particolare accentuazione in Germania[14].

I movimenti nazionalisti che si svilupparono in Europa tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo (Action française, Lega pangermanica, Associazione Nazionalista Italiana) avversavano la lotta di classe condotta dai movimenti socialisti e cercavano di conciliare i conflitti sociali in nome degli interessi nazionali della patria[15][16]. La prima guerra mondiale, scoppiata nel 1914 con il determinante contributo dei contrapposti movimenti nazionalisti, determinò il consolidamento del tradizionale modello politico occidentale che colloca il nazionalismo agli antipodi della sinistra[1].

Il fallimento della Seconda Internazionale e la nascita del movimento comunista[modifica | modifica wikitesto]

Tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, nell'Europa occidentale i partiti socialisti intrapresero un percorso di integrazione nei rispettivi sistemi parlamentari nazionali, che – secondo lo storico Edward Carr – determinò una «socializzazione della nazione» e una conseguente «nazionalizzazione del socialismo»[17]. Ciò portò a un progressivo allontanamento dei partiti socialisti dall'originaria impostazione internazionalista, che finì per ridursi a un generico atteggiamento pacifista e di sostegno alle nazionalità oppresse[18]. Il processo di trasformazione in partiti nazionali portò i partiti socialisti ad adottare, allo scoppio della grande guerra, una politica di solidarietà con il proprio Stato nazionale che prevedeva una tregua parlamentare e sindacale (tale politica assunse il nome di Union sacrée in Francia e di Burgfrieden in Germania). Ne derivarono il fallimento della Seconda Internazionale e l'ampia confluenza della sinistra rivoluzionaria – di cui facevano parte, tra gli esponenti più noti, il russo Vladimir Lenin e la tedesca di origine polacca Rosa Luxemburg – nel nascente movimento comunista[19].

Fino alla prima guerra mondiale nessun marxista sviluppò una teoria sistematica e approfondita sul nazionalismo, lasciando quella che molti studiosi hanno considerato un'eredità contraddittoria sulla questione nazionale. All'inizio del XX secolo, i marxisti dedicarono numerosi scritti alla questione nazionale, ma non lanciarono mai una vasta polemica contro il nazionalismo in quanto tale. Tra loro ci furono anche Otto Bauer e Iosif Stalin[20].

Divergenze sulla questione nazionale nel movimento comunista[modifica | modifica wikitesto]

Rosa Luxemburg, ostile alla causa dell'indipendenza polacca ritenendo che favorisse la borghesia, considerava il diritto di autodeterminazione dei popoli una formula astratta

Nel 1893, Rosa Luxemburg fu tra i fondatori della Socialdemocrazia del Regno di Polonia (SDKP), formazione politica rivale del Partito Socialista Polacco (PPS). L'SDKP denunciava il PPS come «socialpatriottico», poiché quest'ultimo partito si batteva per l'indipendenza della Polonia, allora divisa tra gli imperi russo, tedesco e austro-ungarico. Al contrario, il partito di Luxemburg insisteva sulla fratellanza tra il proletariato polacco e quello russo, e – in contrasto con la tradizionale posizione marxista favorevole all'indipendenza polacca – propugnava per il Regno di Polonia sottoposto al dominio zarista non l'indipendenza, ma una mera autonomia nel quadro di una futura repubblica democratica russa[21].

Nel 1908-1909, Luxemburg espose le sue tesi nell'articolo Questione nazionale e autonomia, pubblicato sull'organo di stampa del partito (nel frattempo divenuto Socialdemocrazia del Regno di Polonia e Lituania, SDKPiL), Przegląd Socjaldemokratyczny: il diritto di autodeterminazione è un diritto «astratto» e «metafisico», paragonabile al «diritto al lavoro» o al bizzarro «diritto di ogni uomo a mangiare in piatti dorati» proclamato dallo scrittore Černyševskij; poiché la nazione come totalità omogenea non esiste, essendo essa divisa in classi sociali portatrici di interessi contrapposti, nel sostenere l'autodeterminazione nazionale si sostiene di fatto il nazionalismo borghese; l'indipendenza delle piccole nazioni, e in particolare della Polonia, è un'utopia irrealizzabile dal punto di vista economico (con l'eccezione delle nazioni balcaniche sottoposte al decadente Impero ottomano)[22].

Lenin polemizzò con la posizione di Luxemburg, evidenziando che contrastare le aspirazioni indipendentistiche della borghesia nazionalista polacca favoriva il più dannoso nazionalismo feudale grande russo

Nel 1914 Lenin criticò queste tesi nello scritto Sul diritto di autodecisione delle nazioni[23]. Chiarito il significato di questa espressione come il diritto delle nazioni alla «loro separazione statale dalle collettività nazionali straniere» e alla «formazione di uno Stato nazionale indipendente», Lenin dichiarò: «se non diffondessimo questa parola d'ordine, aiuteremmo non solo la borghesia, ma anche i feudali e l'assolutismo della nazione che opprime»[24]. Secondo Lenin, Luxemburg si era lasciata accecare dalla lotta contro la borghesia nazionalista polacca:

«Trascinata dalla lotta contro il nazionalismo polacco, Rosa Luxemburg ha dimenticato il nazionalismo grande-russo, sebbene questo nazionalismo sia, nel momento attuale, il più dannoso: esso è meno borghese, ma più feudale, e costituisce il principale ostacolo alla democrazia e alla lotta proletaria. Ogni nazionalismo borghese delle nazioni oppresse ha un contenuto democratico generale diretto contro l'oppressione, e questo contenuto noi lo sosteniamo incondizionatamente, separando da esso con rigore la tendenza all'esclusivismo nazionale, combattendo l'aspirazione del borghese polacco a schiacciare gli ebrei, ecc. ecc[25]

Luxemburg tornò sulla questione durante la prima guerra mondiale, in un opuscolo scritto nel 1915 mentre era prigioniera e pubblicato clandestinamente l'anno seguente, la Brossura Junius (o Opuscolo di Junius). In questo scritto (firmato appunto con lo pseudonimo di "Junius"), la rivoluzionaria sembrò riconoscere il diritto di autodeterminazione dei popoli, ma lo ritenne realizzabile solo dall'internazionalismo socialista e non nel quadro degli Stati capitalistici. Nell'appendice Tesi sui compiti della socialdemocrazia internazionale, Luxemburg affermò che la guerra mondiale in corso non era una guerra nazionale, bensì «esclusivamente un parto delle rivalità imperialistiche tra le classi capitalistiche di vari paesi»; da qui la conclusione: «Nell'era dell'imperialismo scatenato non c'è più posto per guerre nazionali. Gli interessi nazionali servono solo di pretesto per porre le masse lavoratrici al servizio del loro mortale nemico, l'imperialismo». Lo stesso valeva per le «piccole nazioni», che sarebbero state inevitabilmente «soltanto delle pedine nel gioco imperialistico delle grandi potenze»[26][27].

Lenin giudicò la tesi di "Junius" viziata da un'indebita generalizzazione, poiché dalla natura imperialista e non nazionale della guerra in corso non derivava la generale impossibilità delle guerre nazionali. Ammonì dunque a non cadere nell'errore «di estendere la valutazione della guerra attuale a tutte le guerre possibili nell'epoca dell'imperialismo, di dimenticare i movimenti nazionali contro l'imperialismo». Lenin continuò: «Nel periodo dell'imperialismo, guerre nazionali da parte delle colonie e dei paesi semicoloniali sono non soltanto probabili, ma inevitabili. Nelle colonie e nei paesi semicoloniali (Cina, Turchia, Persia) vive una popolazione di quasi mille milioni, cioè più della metà degli abitanti del globo. I movimenti di liberazione nazionale in questi paesi o sono già molto forti o vanno crescendo e maturando. Ogni guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Continuazione della politica di liberazione nazionale delle colonie saranno, necessariamente, le guerre nazionali da parte di queste contro l'imperialismo»[28].

La Rivoluzione d'ottobre e la fondazione del Comintern[modifica | modifica wikitesto]

Nel periodo della Rivoluzione d'ottobre e della guerra civile russa, i bolscevichi assunsero nei riguardi dei nazionalismi dei diversi popoli che componevano l'ex Impero russo un atteggiamento pragmatico, contrastandoli quando rappresentavano un ostacolo alla loro causa e viceversa alimentandoli quando la favorivano. Un buon esempio di tale approccio tattico si rinviene in un discorso pronunciato da Grigorij Zinov'ev nel 1924:

«[...] noi [bolscevichi] non abbiamo ammesso i nazionalisti ucraini nel nostro partito. [...] Ma abbiamo sfruttato il loro malcontento per il bene della rivoluzione proletaria. [...] Gli era stato detto che dopo la rivoluzione sarebbero stati indipendenti, non che Karl Marx aveva detto che il proletariato non aveva patria[29]

Lo stesso atteggiamento si riscontra in diversi scritti di Lenin del periodo 1914-1924[20].

Nel marzo 1919 fu fondata l'Internazionale Comunista (detta anche Terza Internazionale o Comintern), con sede a Mosca, a cui aderirono i partiti comunisti dei diversi Paesi in qualità di sezioni nazionali, con l'obiettivo della rivoluzione mondiale[19].

Nell'ottobre dello stesso anno, due esponenti di spicco del partito bolscevico russo, Nikolaj Bucharin ed Evgenij Preobraženskij, pubblicarono l'ABC del comunismo, testo che si proponeva di rappresentare «il manuale elementare del sapere comunista», scritto in un linguaggio semplice affinché fosse comprensibile anche da operai e contadini e come tale destinato alle scuole di partito per la formazione ideologica. In merito al concetto di patria, il manuale contrapponeva la patria borghese e la patria proletaria, per cui il proletariato doveva essere devoto solo alla propria patria, fino all'estremo sacrificio, seguendo l'esempio della borghesia: «Il proletariato deve imparare dalla borghesia. Esso deve distruggere la patria borghese e non difenderla o contribuire ad ingrandirla. Esso ha però il dovere di difendere la sua patria proletaria con tutte le sue forze fino all'ultima goccia di sangue»[30].

Il socialismo in un solo Paese e il nazionalismo stalinista[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Patriottismo socialista sovietico.
Iosif Stalin, vincitore della lotta per la successione di Lenin e sostenitore della dottrina del socialismo in un solo Paese
Lev Trockij, sconfitto ed esiliato, vide nella dottrina di Stalin l'origine di un'involuzione nazionalista della politica sovietica

Alla morte di Lenin nel 1924, Iosif Stalin prevalse su Lev Trockij nella lotta per la successione alla guida dell'Unione Sovietica, contrapponendo alla dottrina della rivoluzione permanente sostenuta dal rivale la propria dottrina del socialismo in un solo Paese. Secondo la dottrina propugnata da Stalin, sarebbe stato possibile edificare il socialismo nella sola Unione Sovietica senza attendere una rivoluzione mondiale, prospettiva che dopo il fallimento della rivoluzione tedesca appariva ormai sempre più improbabile.

Perseguitato ed esiliato, Trockij accusò Stalin di aver compiuto un tradimento del marxismo non dissimile da quello imputato ai socialdemocratici tedeschi nel 1914: «"L'errore" di Stalin, come "l'errore" della socialdemocrazia tedesca, è il socialismo nazionale». Secondo Trockij, i sostenitori della teoria del socialismo in un solo Paese «combinano meccanicamente un internazionalismo astratto con un socialismo nazionale utopistico e reazionario» (ancora: «Il nazionalismo messianico è completato da un internazionalismo burocraticamente astratto»)[31].

Secondo lo storico Edward Carr, dopo il generalizzato fallimento dell'internazionalismo socialista nel 1914, la fondazione dello "Stato dei lavoratori" in Russia, la dottrina del socialismo in un solo Paese e gli eventi successivi «costituiscono un tributo eloquente alla solidità dell'alleanza tra nazionalismo e socialismo»[17].

Dopo aver concentrato il potere nelle proprie mani, a partire dagli anni 1930 Stalin incoraggiò la creazione di un nazionalismo sovietico russocentrico, per cui da "paese della dittatura proletaria" e "patria del socialismo", l'Unione Sovietica divenne semplicemente "la nostra patria"[32]. A partire dal 1934 Stalin attaccò l'autorità del defunto storico Michail Pokrovskij, fino ad allora considerato il principale esponente della storiografia marxista sovietica, ordinando la rimozione dei suoi libri di testo dalle scuole. Le tesi di Pokrovskij, per cui il vecchio Impero russo era stato una "prigione di popoli" (definizione adoperata anche da Lenin[33]) e un "gendarme internazionale", furono considerate viziate da "nichilismo nazionale" e mancanza di sensibilità patriottica[34][35].

Sebbene venisse formalmente proclamata l'uguaglianza di tutti i popoli dell'URSS, al popolo russo veniva attribuito il particolare status di "primo tra pari" in qualità di artefice della rivoluzione, secondo quanto proclamato dalla Pravda il 1º febbraio 1936:

«Tutti i popoli, partecipanti alla grande costruzione socialista, possono essere orgogliosi dei risultati del loro lavoro. Ma il primo tra pari è il popolo russo, gli operai russi, i lavoratori russi, il cui ruolo durante l'intera Grande Rivoluzione Socialista Proletaria è stato eccezionalmente ampio, dalle prime vittorie al brillante periodo di sviluppo odierno[36]

Mentre negli anni 1920 e nei primi anni 1930 la cinematografia sovietica si era ispirata a eventi rivoluzionari, a partire dalla seconda metà del decennio Stalin promosse la realizzazione di opere celebrative degli eroi nazionali russi, spesso seguendone personalmente i lavori di sceneggiatura, ripresa e montaggio. Tra i titoli del periodo si annoverano Pietro il grande (1937) di Petrov, Aleksandr Nevskij (1938) di Ėjzenštejn, Minin e Požarskij (1939) e Suvorov (1941) di Pudovkin e Doller[32][37].

I fronti popolari[modifica | modifica wikitesto]

Stalin e Georgi Dimitrov, segretario generale del Comintern (1936). Nella sua relazione al VII Congresso del Comintern, Dimitrov condannò il "nichilismo nazionale".

La conquista del potere da parte dei nazisti in Germania nel 1933 indusse il Comintern a rivedere la linea politica seguita fino ad allora, caratterizzata da una chiusura settaria verso le forze della sinistra riformista, in applicazione della teoria del "socialfascismo". Il 2 agosto 1935 il segretario generale del Comintern, il bulgaro Georgi Dimitrov, nella relazione presentata al VII Congresso esortò i partiti comunisti a prestare attenzione ai sentimenti e ai simboli nazionali dei popoli, affinché fossero sottratti alla propaganda fascista e servissero invece da collante ideologico per la formazione di fronti popolari antifascisti composti da tutte le forze di sinistra[38].

Nell'esaminare le cause dell'avanzata dei movimenti fascisti, Dimitrov mise in rilievo la loro pratica di «fruga[re] tutta la storia di ogni popolo per presentarsi come gli eredi e i continuatori di tutto ciò che vi è di sublime e di eroico nel suo passato e utilizza[re] tutto ciò che vi è di umiliante e di ingiurioso per i sentimenti nazionali del popolo, come strumento di lotta contro i nemici del fascismo». Citò ad esempio i libri di storia pubblicati nella Germania nazista, in cui tutta la storia tedesca veniva rappresentata come preparazione dell'avvento del "salvatore nazionale" Hitler e tutti i più grandi personaggi storici quali nazionalsocialisti ante litteram. Analogamente, gli altri movimenti fascisti si erano richiamati agli eroi nazionali dei loro Paesi: Garibaldi in Italia, Giovanna d'Arco in Francia, Washington e Lincoln negli Stati Uniti, Vasil Levski e Stefan Karadzha in Bulgaria. Quindi Dimitrov ammonì:

«Quei comunisti, i quali pensano che tutto ciò non riguardi la classe operaia e non fanno nulla per spiegare alle masse lavoratrici il passato del loro popolo con un autentico spirito marxista, leninista-marxista, leninista-stalinista, in modo storicamente obiettivo per legare le loro lotte attuali alle tradizioni passate del loro popolo, siffatti comunisti abbandonano volontariamente tutto quanto vi è di prezioso nel passato storico della nazione ai falsificatori fascisti, perché questi se ne servano a istupidire le masse popolari.

No, compagni! Tutte le questioni importanti, non soltanto del presente e del futuro, ma del passato del nostro popolo, ci riguardano. [...]

Noi comunisti siamo per principio avversari irriducibili del nazionalismo borghese in tutte le sue sfumature. Ma noi non siamo fautori del nichilismo nazionale e non dobbiamo mai presentarci in tal veste. Il compito di educare gli operai e tutti i lavoratori nello spirito dell'internazionalismo proletario è uno dei compiti fondamentali di ogni Partito comunista. Ma chi ritiene che ciò gli permetta o addirittura lo costringa a sputar sopra a tutti i sentimenti nazionali delle grandi masse lavoratrici è ben lontano dal vero bolscevismo, non ha capito per niente la dottrina della questione nazionale di Lenin e di Stalin[39]

Come esempio del corretto approccio alla questione nazionale, Dimitrov citò lo scritto di Lenin Della fierezza nazionale dei grandi-russi (1914)[40], in cui il capo dei bolscevichi aveva espresso «un sentimento di orgoglio nazionale» per i numerosi gesti rivoluzionari che costellavano la storia russa. Secondo il segretario generale del Comintern, «l'internazionalismo proletario deve, per così dire, "acclimatarsi" in ogni paese per mettere radici profonde nella terra natale. Le forme nazionali della lotta di classe proletaria e del movimento operaio nei singoli paesi non sono affatto in contraddizione con l'internazionalismo proletario, anzi sono appunto queste forme che permettono di difendere con successo gli interessi internazionali del proletariato». Per Dimitrov era quindi «necessario dimostrare, con la lotta stessa della classe operaia e con le manifestazioni dei partiti comunisti, che il proletariato, insorgendo contro ogni specie di asservimento e di oppressione nazionale, è l'unico vero combattente per la libertà nazionale e per l'indipendenza del popolo»[41].

La seconda guerra mondiale: la grande guerra patriottica[modifica | modifica wikitesto]

Propaganda di guerra sovietica del 1941. La scritta recita: «Per la patria».

Dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale, nel novembre 1939 l'Unione Sovietica invase la Finlandia in quella che è ricordata come guerra d'inverno. Per fronteggiare le gravi difficoltà iniziali, sul piano propagandistico Stalin, attraverso il suo luogotenente Lev Mechlis, dispose che fossero esaltate la disciplina e le tradizioni dell'esercito imperiale russo. Dalla fine del 1939 al 1940, la stampa sovietica dedicò una serie di articoli al genio militare di Aleksandr Suvorov e al nazionalismo grande russo, trasformando il conflitto in una "guerra patriottica"[42].

Durante la guerra contro la Germania nazista, definita nell'URSS "grande guerra patriottica" per evocare la "guerra patriottica" contro l'invasione napoleonica, il nazionalismo russo raggiunse il suo apice e le parole d'ordine internazionaliste furono messe da parte[32][43]. Il 7 novembre 1941, in un discorso dinanzi al mausoleo di Lenin, Stalin esortò a trarre ispirazione dalle «maschie immagini dei nostri antenati Aleksandr Nevskij, Dmitrij Donskoj, Kuz'ma Minin, Dmitrij Požarskij, Aleksandr Suvorov e Michail Kutuzov»[44].

Nel luglio 1942 furono fondati gli ordini militari di Aleksandr Nevskij (riprendendo il quasi omonimo ordine zarista), di Suvorov e di Kutuzov. Per la marina, nel marzo 1944 furono istituiti gli ordini di Ušakov e di Nachimov, dedicati agli ammiragli della marina imperiale russa Fëdor Ušakov e Pavel Nachimov. Vi furono anche richiami alla storia nazionale ucraina, attraverso l'intitolazione di un ordine all'atamano dei cosacchi Bohdan Chmel'nyc'kyj. L'epopea antinapoleonica non mancò di essere evocata anche nella nomenclatura delle operazioni militari, con la grande offensiva dell'estate 1944 intitolata personalmente da Stalin al generale Pëtr Bagration.

Nel marzo 1944 L'Internazionale, inno del movimento operaio mondiale, fu sostituito quale inno nazionale dell'URSS da un nuovo inno, patriottico e russocentrico (inizia con le parole: «Un'unione indivisibile di repubbliche libere / La Grande Russia ha saldato per sempre»). Fu inoltre sponsorizzato un nuovo movimento slavofilo. Tali provvedimenti realizzarono nell'URSS una simbiosi tra marxismo e nazionalismo[45].

Al termine della guerra, in occasione della celebrazione della vittoria tenutasi al Cremlino il 24 maggio 1945, Stalin brindò alla salute del popolo russo quale «nazione più eminente fra tutte le nazioni che appartengono alla collettività dell'Unione Sovietica [...] fra tutti i popoli del nostro paese la forza principale dell'Unione Sovietica»[46].

Lo scioglimento del Comintern[modifica | modifica wikitesto]

Tra il 1939 e il 1941, presso i vertici sovietici cominciò ad affermarsi l'idea per cui, nell'ambito della «deradicalizzazione» del movimento comunista, occorresse rafforzare la «nazionalizzazione» dei partiti in modo da incrementarne l'influenza sulla politica nazionale dei loro Paesi a beneficio degli interessi sovietici. In tale contesto, il diario di Georgi Dimitrov riporta che il 27 febbraio 1940, durante una riunione sulla preparazione dei quadri dei Paesi slavi, Andrej Ždanov dichiarò: «Noi ci siamo smarriti sulla questione nazionale. Non abbiamo rivolto sufficiente attenzione agli aspetti nazionali. Combinare l'internazionalismo proletario con i sani sentimenti nazionali di ogni determinato popolo. Bisogna preparare i nostri "nazionalisti"»[47]. Nel solco di tale riflessione, il 19 aprile 1941 Stalin individuò «un elemento di disturbo» nel Comintern:

«Bisognerebbe far diventare i partiti comunisti assolutamente autonomi, e non sezioni dell'Internazionale comunista. Essi devono trasformarsi in partiti comunisti nazionali con diverse denominazioni: partito operaio, partito marxista eccetera. Il nome non è importante. L'importante è che essi si radichino nel proprio popolo e si concentrino sui propri specifici compiti. Devono avere un programma comunista, devono basarsi su un'analisi marxista, ma non con lo sguardo rivolto a Mosca; che risolvano autonomamente i problemi concreti che stanno dinanzi a loro nel paese dato[48]

Il 12 maggio 1941 Ždanov riferì a Dimitrov: «tra il nazionalismo correttamente inteso e l'internazionalismo proletario non c'è e non può esserci contraddizione»: era invece il «cosmopolitismo senza patria, che nega il sentimento nazionale e l'idea di patria», a dover essere rinnegato[49].

Il Comintern fu infine sciolto nel giugno 1943, al fine di favorire l'integrazione dei partiti comunisti nei loro rispettivi contesti nazionali, nonché di inviare un segnale distensivo agli Alleati occidentali[50].

La guerra fredda[modifica | modifica wikitesto]

L'inizio della guerra fredda nel 1946 e il conseguente isolamento culturale e politico dell'Unione Sovietica determinarono un inasprimento dei controlli ideologici. In questo quadro il nazionalismo russo divenne, insieme al marxismo, il principio regolatore della vita politica, culturale e scientifica[51]. Insieme al nazionalismo russo si diede impulso alla diffusione dell'antisemitismo nel Paese, con un'estesa campagna lanciata da Ždanov, ispiratore della dottrina culturale sovietica, contro gli intellettuali ebrei accusati di essere portatori di un «cosmopolitismo senza radici» a cui il «sentimento di orgoglio nazionale sovietico era estraneo»[52][53].

Il 14 ottobre 1952, Stalin concluse il discorso di chiusura del XIX Congresso del Partito Comunista dell'Unione Sovietica (il suo ultimo discorso pubblico) esortando i partiti comunisti e democratici a sostenere la causa dell'indipendenza nazionale, che secondo il capo dell'URSS la borghesia aveva tradito in quanto prezzolata dagli Stati Uniti d'America:

«Prima la borghesia era considerata la guida della nazione; essa poneva i diritti e l'indipendenza della nazione al di sopra di tutto. Ora non vi è più traccia dei principi nazionali, oggi la borghesia vende il diritto e l'indipendenza della nazione per dollari.

La bandiera dell'indipendenza nazionale e della sovranità nazionale è stata gettata a mare e non vi è dubbio che questa bandiera toccherà a voi di risollevarla e portarla in avanti; a voi rappresentanti dei Partiti comunisti e democratici, se volete essere i patrioti del vostro Paese, se volete essere la forza dirigente della nazione. Non vi è nessun'altra forza che possa risollevare e portare avanti questa bandiera[54][55]

La decolonizzazione[modifica | modifica wikitesto]

In un'ottica di contrasto al colonialismo, vari esponenti del movimento comunista si espressero in favore del nazionalismo delle masse popolari delle nazioni coloniali. Ad esempio, commentando una dichiarazione degli esponenti dell'Opposizione di sinistra nell'Indocina francese, nel 1930 Lev Trockij contestò

«l'affermazione per cui il nazionalismo, "che in ogni momento è stato un'ideologia reazionaria, può solo forgiare nuove catene per la classe operaia". Qui il nazionalismo è inteso astrattamente come un'idea sovrasociale trascendente che rimane sempre reazionaria. Questo non è un modo storico né dialettico di porre la questione e apre la porta a conclusioni errate. Il nazionalismo non è sempre stato un'ideologia reazionaria, non fin da tempi lontani e non lo è sempre neanche oggi. Si può dire, ad esempio, che il nazionalismo della Grande Rivoluzione francese fu una forza reazionaria nella lotta contro l'Europa feudale? Senza senso. Anche il nazionalismo della tarda e codarda borghesia tedesca nel periodo dal 1848 al 1870 (lotta per l'unificazione nazionale) rappresentò una forza progressista contro il bonapartismo.

Attualmente il nazionalismo del contadino indocinese più arretrato, diretto contro l'imperialismo francese, è un elemento rivoluzionario di fronte all'astratto e falso cosmopolitismo dei massoni e di altri tipi democratici borghesi, o all'"internazionalismo" dei socialdemocratici, che derubano o aiutano a derubare il contadino indocinese. La dichiarazione afferma giustamente che il nazionalismo della borghesia è un mezzo per subordinare e ingannare le masse. Ma il nazionalismo delle masse popolari è la forma elementare assunta dal loro giusto e progressivo odio per i più abili, capaci e spietati dei loro oppressori, cioè gli imperialisti stranieri. Il proletariato non ha il diritto di voltare le spalle a questo tipo di nazionalismo. Al contrario, deve dimostrare nella pratica di essere il combattente più coerente e devoto per la liberazione nazionale dell'Indocina[56]

Secondo lo storico Odd Arne Westad, la formazione di movimenti rivoluzionari anticoloniali e i processi di costruzione dello Stato nei Paesi del Terzo mondo furono indissolubilmente legati al conflitto e alle ideologie della guerra fredda[57]. Dopo la seconda guerra mondiale fu difficile per i movimenti di liberazione nazionale rimanere estranei alla lotta tra capitalismo liberale dominato dagli Stati Uniti e comunismo di Stato dominato dall'Unione Sovietica. Poiché le potenze coloniali europee erano collocate nel primo campo e i bolscevichi in Russia avevano condannato il colonialismo, la scelta spesso cadde sul campo socialista come alleato geopolitico e sul marxismo e il socialismo come impianto culturale e modello di società di riferimento[58].

Attori del processo di decolonizzazione furono sia movimenti di matrice socialista e comunista che si richiamarono al tema nazionale della liberazione dal dominio straniero ai fini della mobilitazione sociale e della lotta per un modello di sviluppo alternativo, sia movimenti di liberazione nazionale che si collocarono nel campo socialista per trovare sostegno contro le potenze coloniali. Nel discorso anticoloniale il tema dello sviluppo economico-sociale assumeva connotazioni socialiste quando l'opposizione tra proletariato sfruttato e capitalista sfruttatore veniva reinterpreta come opposizione tra popolo coloniale sfruttato e Stato colonialista sfruttatore. Questo tema spesso si intrecciava con l'antimperialismo, che denunciava gli interessi commerciali e finanziari alla base dell'espansione europea, e con il nazionalismo, declinato in termini di diritto di ogni popolo al proprio destino e alla propria storia[59].

Il nazionalismo come espressione della lotta dei popoli coloniali contro il dominio straniero fu allora il rovescio della medaglia dell'anticolonialismo. Secondo il socialista indonesiano Soetan Sjahir, ad esempio, «il nazionalismo dei popoli coloniali» rappresentava «una cosa piuttosto naturale» nonché «una fonte di rinnovamento e di forza»[60]. Inoltre, il nazionalismo fu spesso abbracciato come vettore di "modernizzazione" e di rafforzamento delle nuove fragili strutture statali nella lotta di alcuni movimenti anticoloniali contro la religione tradizionale, il tribalismo, le tendenze secessionistiche e le forme di organizzazione sociale ritenute arcaiche e incompatibili con lo sviluppo[61].

Perciò negli anni della decolonizzazione si moltiplicarono movimenti rivoluzionari al tempo stesso nazionalisti e socialisti[62].

Esempi di partiti e movimenti nazionalisti di sinistra[modifica | modifica wikitesto]

Africa[modifica | modifica wikitesto]

Etiopia[modifica | modifica wikitesto]

La rivoluzione etiope del febbraio 1974 che portò al potere il Derg e Menghistu fu uno dei più importanti eventi politici ispirati da un'ideologia marxista-leninista: «Poiché si svolse nell'unico paese africano che avesse sconfitto i colonialisti europei, molti nel continente videro il nuovo regime di Addis Abeba come l'incarnazione della tendenza a sinistra del nazionalismo africano»[62].

America[modifica | modifica wikitesto]

Brasile[modifica | modifica wikitesto]

In riferimento al Partito Comunista Brasiliano, lo storico Eric Hobsbawm scrive che, benché «fosse rimasto sempre fedele all'ideologia marxista, sin dai primi anni '30 un particolare tipo di nazionalismo centrato sullo sviluppo economico divenne un "ingrediente fondamentale" della sua politica, anche quando entrò in conflitto con gli interessi della classe operaia considerati a sé stanti»[63].

Cuba[modifica | modifica wikitesto]

In un'intervista concessa nel 1960 alla rivista Bohemia, pubblicata all'Avana, Che Guevara affermò il carattere congiuntamente socialista e nazionalista della Rivoluzione cubana, dichiarando: «Si potrebbe schematizzare chiamandola nazionalismo di sinistra»[64].

Venezuela[modifica | modifica wikitesto]

Immagine raffigurante Hugo Chávez e Fidel Castro con alle loro spalle gli eroi nazionali del Venezuela e di Cuba, Simón Bolívar e José Martí, esposta al 16º Festival mondiale della gioventù e degli studenti, Caracas, 2005

Il nazionalismo di sinistra è una delle componenti del chavismo, l'ideologia basata sul pensiero politico di Hugo Chávez, guida della Rivoluzione bolivariana e presidente del Venezuela dal 1999 al 2013[65].

Asia[modifica | modifica wikitesto]

Vietnam[modifica | modifica wikitesto]

Il movimento indipendentista Viet Minh era guidato dal nazionalista e comunista Ho Chi Minh[66], considerato «fra i maggiori esponenti del moderno nazionalismo rivoluzionario asiatico»[67]. Ricevuta un'educazione familiare improntata ai valori patriottici, Ho Chi Minh si avvicinò al nazionalismo di sinistra in gioventù[68].

Europa[modifica | modifica wikitesto]

Germania[modifica | modifica wikitesto]

A seguito della prima guerra mondiale, la Germania (Repubblica di Weimar) fu pervasa da un forte sentimento nazionalista di rivalsa contro le potenze vincitrici, che le avevano imposto dure condizioni di pace con il trattato di Versailles. In riferimento alla linea politica adottata dal Partito Comunista di Germania (KPD), lo storico Timothy S. Brown scrive: «Comunismo e nazionalismo sono, ovviamente, ben lungi dall'essere mutuamente esclusivi: sono stati intimi compagni di letto nel secolo appena passato. L'internazionalismo era, in generale, un lusso per i movimenti comunisti nei paesi con forti tradizioni nazionali. Nei paesi con deficit nazionalisti – come in quelli in fase di decolonizzazione – i partiti comunisti erano, senza eccezioni, intensamente nazionalisti. Sarebbe stato quindi sorprendente se un tentativo di elaborare un nazionalismo di sinistra indigeno non fosse stato intrapreso nella Germania del dopoguerra»[69].

Valutazioni critiche[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1960 Altiero Spinelli, ex comunista che abbracciò l'ideale del federalismo europeo, dedicò un approfondito articolo al rapporto tra comunismo e nazionalismo. Secondo Spinelli, i comunisti sceglievano la posizione da assumere nei confronti del nazionalismo in base alla condizione internazionale del Paese in cui operavano:

«Col sottilissimo fiuto politico caratteristico di tutti coloro che aspirano al potere totale, i comunisti sono riusciti prima e meglio dei democratici a scoprire le caratteristiche proprie del nazionalismo. Ogniqualvolta si oppongono ad uno Stato fondato sul principio della sovranità nazionale, i comunisti sentono istintivamente di trovarsi innanzi ad un altro principio totalitario, e perciò necessariamente antagonista al loro. Mettono allora in moto tutta la loro pesante ideologia per condannare il nazionalismo, che considerano espressione politica del capitalismo; ne denunziano gli aspetti imperialistici ed illiberali, gli contrappongono il proprio internazionalismo. Quando però si tratta di una minoranza nazionale che resiste allo Stato-nazione dominante, di un popolo coloniale che si agita contro la metropoli, di una piccola nazione che vuole sottrarsi all'influenza di una grande, i comunisti comprendono che il sentimento nazionale può essere mobilitato contro lo Stato esistente e diventare un'importante forza esplosiva. Lasciando quindi nell'ombra l'internazionalismo, fanno proprie tutte le aspirazioni nazionali e persino nazionalistiche del popolo in questione. Tuttavia, anche quando sostengono il nazionalismo, ciò cui i comunisti mirano non è mai l'idea dello Stato al servizio della nazione, ma quella dello Stato al servizio del partito[70]

Nel 1975 Adam Ulam, politologo specializzato in sovietologia, a conclusione della voce dedicata al comunismo dell'Enciclopedia del Novecento edita dall'Istituto Treccani, scrisse: «Il comunismo si è dimostrato l'ideologia più dinamica dell'ultimo mezzo secolo. Va però osservato che la sua fortuna è dovuta al fatto ch'è stato alimentato dalla più universale tra le tendenze dell'età contemporanea: il nazionalismo. La sua sorte finale, come quella delle ideologie concorrenti, dipenderà dunque dalla sua capacità di conciliare il nazionalismo con ciò che il progresso della scienza moderna e della tecnologia ha reso sempre più essenziale: la creazione di una società internazionale vitale»[71].

Il politologo di Harvard Yascha Mounk, a proposito dei nazionalismi e protezionismi sorti nel XX secolo a seguito dei fenomeni di migrazioni di massa, identifica il nazionalismo di sinistra come la assunzione di valori sempre lasciati al controllo e alle politiche della destra, declinati in un diverso orgoglio nazionale basato su un inclusivismo consapevole anziché sul respingimento e segregazione di tali fenomeni come nel nazionalismo di destra[72].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Chumbita 2008, p. 361.
  2. ^ nazionalcomunismo, in Treccani.it – Vocabolario Treccani on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato il 18 giugno 2022.
  3. ^ Sygkelos 2011, p. 6 n.
  4. ^ Ad esempio dal panarabista marxista egiziano Anouar Abdel-Malek per definire i nazionalismi africani, asiatici e latinoamericani, con particolare riferimento all'Egitto di Nasser. Cfr. Marta Petricioli, Dal nazionalismo arabo al nazionalismo egiziano, in Realtà e memoria di una disfatta. Il Medio Oriente dopo la guerra dei Sei Giorni, a cura di Alberto Tonini e Marcella Simoni, Firenze, Firenze University Press, p. 11 n.
  5. ^ Perri 2012.
  6. ^ (EN) David Adler, Meet Europe's Left Nationalists, in The Nation, 10 gennaio 2019. URL consultato il 30 settembre 2022.
  7. ^ Anderl 2021.
  8. ^ Conversi 2017.
  9. ^ Karl Marx, Friedrich Engels, Il Manifesto del Partito Comunista, 1848, II. Proletari e Comunisti.
  10. ^ Sygkelos 2011, p. 10.
  11. ^ Arturo Beccari, Lassalle, Ferdinand, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1933. URL consultato il 13 gennaio 2022.
  12. ^ Lassalle, Ferdinand, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato il 13 gennaio 2022.
  13. ^ Hobsbawm 1991La trasformazione del nazionalismo, 1870-1918, p. 140.
    «Nell'ambito degli strati intermedi di livello più basso, il nazionalismo si trasformò [...] da concetto associato al liberalismo e alla sinistra, in movimento di destra sciovinista, imperialista e xenofobo, o più precisamente di estrema destra: spostamento già verificabile nell'uso ambiguo di termini quali "patria" e "patriottismo" intorno al 1870 in Francia.»
  14. ^ Winkler 1998, pp. 703-704.
    «In origine il nazionalismo era stato un'arma della borghesia liberale nella lotta contro le dinastie, la nobiltà e la frantumazione della Germania in tanti Stati particolari, cui si aggiungeva il tema della emancipazione borghese. Solo nel decennio successivo alla fondazione del Reich, il nazionalismo fu "scoperto" dalla destra politica e messo al servizio della lotta contro la sinistra in tutte le sue varianti. Da allora in poi essere "nazionali" significò prima di tutto essere anti-internazionali. Questa trasformazione del nazionalismo "di sinistra" in nazionalismo "di destra", del nazionalismo di emancipazione in nazionalismo integrale alla fine del XIX secolo non si verificò soltanto in Germania, ma in molti paesi, fra cui la madrepatria del moderno nazionalismo, la Francia. Ma l'eliminazione dal nazionalismo dei suoi contenuti democratici e liberali non si spinse mai così avanti come in Germania.»
  15. ^ Al principio marxista della lotta di classe il nazionalismo contrapponeva il principio della lotta internazionale. Cfr. Enrico Corradini, Nazionalismo, in Rivista navale. Mare nostrum, VII, n. 1, prima quindicina di gennaio 1911, pp. 85-86: 86. URL consultato il 9 gennaio 2022.
    «Il nazionalismo poggia, come vedremo, tutto quanto sul principio della lotta internazionale, come il socialismo tutto quanto poggia sul principio della lotta di classe. Il socialismo è una conquista interna, il nazionalismo è una conquista esterna.»
  16. ^ Nazionalismo, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato il 9 gennaio 2022.
  17. ^ a b Lucio Levi, Internazionalismo, in Enciclopedia delle scienze sociali, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1996. URL consultato il 7 luglio 2022.
  18. ^ Spinelli 1960, I.
  19. ^ a b Internazionale, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2010. URL consultato il 10 gennaio 2022.
  20. ^ a b Sygkelos 2011, p. 12.
  21. ^ Löwy 1974, pp. 71-72. Secondo Löwy, «Rosa Luxemburg (al contrario di Lenin) si è profondamente ingannata per quanto concerne la questione nazionale» (p. 71).
  22. ^ Löwy 1974, pp. 73-74.
  23. ^ [V. Ilin], Sul diritto di autodecisione delle nazioni, in Prosvestcenie, n. 4-6, aprile-giugno 1914, ora in Lenin 1966, XX, p. 379.
  24. ^ Lenin 1966, XX, p. 392.
  25. ^ Lenin 1966, XX, p. 393.
  26. ^ Rosa Luxemburg, La crisi della socialdemocrazia ("Juniusbroschure") (1915), su marxists.org. URL consultato il 15 gennaio 2022.
  27. ^ Löwy 1974, p. 74.
  28. ^ Lenin 1966, XXII, pp. 304-318.
  29. ^ Sygkelos 2011, p. 11. Cfr. anche p. 23.
  30. ^ Bucharin, Preobraženskij 2020, p. 157 (corsivo nel testo).
  31. ^ Trotskij 1975Prefazione all'introduzione americana, pp. 7-11.
  32. ^ a b c Sygkelos 2011, p. 17.
  33. ^ Lenin 1966, XXI, p. 90.
  34. ^ (EN) David Brandenberger, Politics Projected into the Past: What Precipitated the 1936 Campaign Against M. N. Pokrovsky?, in Ian D. Thatcher (a cura di), Reinterpreting Revolutionary Russia: Essays in Honour of James D. White, Houndmills, Palgrave, 2006, pp. 202-214: 207-208.
  35. ^ Falk 1951, pp. 459-460.
    «Con la legge di Stalin del 16 maggio 1934 sull'insegnamento della storia, si creò una situazione del tutto nuova: era suonata l'ora della nascita del nazionalismo sovietico»
    .
  36. ^ Kotkin 2017, pp. 281-282.
  37. ^ Medvedev 2006, p. 301.
  38. ^ Georgi Dimitrov, Rapporto al VII Congresso dell'Internazionale Comunista, in Dimitrov 1950, pp. 3-82.
  39. ^ Dimitrov 1950, pp. 66-67.
  40. ^ Lenin 1966, XXI, pp. 90-94.
  41. ^ Dimitrov 1950, pp. 68-69.
  42. ^ Kotkin 2017Chapter 12: Smashed Pig, Revelation.
  43. ^ Andrea Possieri, L'Unione Sovietica, in Storia della civiltà europea a cura di Umberto Eco, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2014.
    «Stalin, facendo ricorso al nazionalismo russo e mettendo da parte le parole d'ordine internazionaliste, dichiara la "grande guerra patriottica" in difesa [dal] nemico invasore.»
  44. ^ Anderson B. 2018Il nuovo disordine mondiale. Un'appendice (1992).
  45. ^ Sygkelos 2011, pp. 16-17.
  46. ^ Falk 1951, p. 462.
  47. ^ Pons 2002, p. 77.
  48. ^ Pons 2002, pp. 77-78.
  49. ^ Pons 2002, p. 78.
  50. ^ Comintern, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2010.
  51. ^ Ulam 19756. La fase stalinista.
  52. ^ (EN) Anticosmopolitan Campaign, su yivoencyclopedia.org. URL consultato il 22 giugno 2022.
  53. ^ URSS, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato il 22 giugno 2022.
    «Nel campo culturale fu condotta una campagna di intimidazione contro intellettuali e scienziati, stimolando il nazionalismo russo e l'antisemitismo. [...] Nel 1948 si scatena la campagna contro il cosmopolitismo che colpisce ebrei e critici colpevoli di scorgere tracce di influenze straniere nelle opere di autori russi.»
  54. ^ Antonio Giolitti, Il comunismo in Europa da Stalin a Krusciov, Milano, Garzanti, 1960, p. 216.
  55. ^ (EN) J. V. Stalin, Speech of the 19th Party Congress of the Communist Party of the Soviet Union, su marxists.org, 14 October, 1952. URL consultato il 26 giugno 2022.
  56. ^ Leon Trotsky, On the declaration by the Indochinese Oppositionists, 18 settembre 1930, ora in Trotsky 1973, p. 36.
  57. ^ Westad 2005, p. 74.
  58. ^ Westad 2005, pp. 80, 92-93, 207-208.
  59. ^ Betts 2007, p. 61.
  60. ^ Imlay 2013, p. 1110.
  61. ^ Westad 2005, p. 95.
  62. ^ a b Westad 2005, p. 251.
  63. ^ Hobsbawm 2021a, p. 243.
  64. ^ Ernesto Guevara, intervista a cura di Carlos M. Castañeda, in Bohemia, 30 gennaio 1960, p. 49, cit. in (EN) Thomas Neuner, Cuba and the armed conflicts (1956-1989): Local actor or caught between bipolar and colonial patterns of politics (PDF), in Tzintzun, Revista de Estudios Históricos, n. 45, gennaio-giugno 2007, pp. 123-154: 153. URL consultato il 10 gennaio 2022.
    «Se podría esquematizar llamándole Nacionalismo de Izquierda»
  65. ^ Ilenia Rossini, Chávez Frías, Hugo Rafael, in Enciclopedia Italiana, IX Appendice, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2015. URL consultato l'8 gennaio 2022.
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  68. ^ Lupo 2002, p. 218
  69. ^ Brown 2009, p. 94.
  70. ^ Spinelli 1960, II.
  71. ^ Ulam 19759. Conclusione.
  72. ^ Si può costruire un nazionalismo di sinistra?, su Rivista Studio, 12 marzo 2018. URL consultato il 30 ottobre 2020.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Studi storici e politologici
Scritti politici

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]