Simón Bolívar

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Simón Bolívar
Simón Bolívar 2.jpg

Presidente della Grande Colombia
Durata mandato 17 dicembre 1819 –
4 maggio 1830
Predecessore Nessuno
Successore Domingo Caycedo

Presidente del Venezuela
Durata mandato 6 agosto 1813 –
7 luglio 1814
Predecessore Cristóbal Mendoza
Successore Nessuno

Presidente del Venezuela
Durata mandato 15 febbraio 1819 –
17 dicembre 1819
Predecessore Nessuno
Successore José Antonio Páez

Presidente della Bolivia
Durata mandato 12 agosto 1825 –
29 dicembre 1825
Predecessore Nessuno
Successore Antonio José de Sucre

Presidente del Perù
Durata mandato 17 febbraio 1824 –
28 gennaio 1827
Predecessore José Bernardo de Tagle
Successore Andrés de Santa Cruz

Dati generali
Suffisso onorifico El Libertador

Simón José Antonio de la Santísima Trinidad Bolívar y Palacios de Aguirre, Ponte-Andrade y Blanco, noto come Simón Bolívar (Caracas, 24 luglio 1783Santa Marta, 17 dicembre 1830), fu un generale, patriota e rivoluzionario venezuelano, che fu insignito del titolo onorifico di Libertador (Liberatore) in ragione del suo decisivo contributo all'indipendenza di Bolivia, Colombia, Ecuador, Panama, Perù e Venezuela. Fu, inoltre, presidente delle repubbliche di Colombia, Venezuela, Bolivia e Perù e uno dei personaggi più rappresentativi della storia dell'America Latina[1]..

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Infanzia e giovinezza[modifica | modifica sorgente]

Bolívar nacque a Caracas (Venezuela) il 24 luglio 1783, quartogenito di Juan Vicente Bolívar y Ponte e di María de la Concepción Palacios y Blanco, entrambi di famiglia aristocratica di origine basca. Rimase presto orfano (il padre morì nel gennaio 1786 e la madre nel luglio 1792, entrambi per tubercolosi), e per testamento divenne suo legittimo tutore il nonno materno, don Feliciano Palacios[2], infermo: per questo motivo i fratelli Bolívar furono affidati ai due zii materni[3].

Bolívar fu educato da diversi insegnanti, tra i quali si ricordano Simón Rodríguez (presso cui fu costretto ad abitare per qualche tempo) alla Escuela Pública del Cabildo (municipio coloniale) di Caracas e poi Andrés Bello - la cui influenza fu notevole in termini di ideali e di stile di vita - alla Academia de Matemáticas.

Il 14 gennaio 1797, a nemmeno 14 anni, Simón Bolívar entrò nel Batallón de Milicias de blancos de los Valles de Aragua, del quale alcuni anni prima fu colonnello suo padre[2].

Nel 1799 si trasferì in Spagna per completare gli studi. Vi sposò María Teresa Rodríguez del Toro y Alaysa nel 1802 ma, in occasione di un breve rientro in Venezuela nel 1803, la donna si ammalò di febbre gialla e morì. L'evento traumatizzò Bolivar al punto che giurò di non sposarsi mai più come gesto di fedeltà alla moglie scomparsa[4]. Bolívar ritornò in Europa nel 1804 e rimase diverso tempo a Parigi, dove ebbe una vita agiata e dove conobbe la figura di Napoleone, dal quale era rimasto inizialmente affascinato ma da quale poi si discostò per aver "tradito" secondo lui, gli ideali della Rivoluzione francese[5][3].

Simon Bolivar (circa 1800)

Ritorno in Venezuela[modifica | modifica sorgente]

Simon Bolivar in un olio su tela di Rita Matilde de la Peñuela (XIX secolo)

Nel 1807 Bolivar tornò, dopo essere stato in Europa, in Venezuela dove un tentativo di insurrezione di Francisco de Miranda era appena stato represso nel sangue e lo stato di agitazione[6].

Intanto in Europa sotto la crescente pressione francese il re Carlo IV di Spagna abdicò a favore del figlio Ferdinando il 19 marzo 1808, ma il 5 maggio a Baiona entrambi furono costretti a cedere il trono a Napoleone, che incoronò il fratello Giuseppe re di Spagna e delle sue colonie. La notizia giunse in Sudamerica, dopo che tentativi di rivolta alla corona di Spagna erano già avvenuti a Rio de la Plata, a Charchas, a La Paz e a Quito; tra il popolo nativo si diffuse quindi ancor più l'idea della necessità di una sovranità popolare libera dalla dipendenza europea, non avendo più la Spagna un governo legale ed essendo il Re stato incarcerato[7].

Il 19 aprile 1810 il Municipio di Caracas deliberò di costituire una Giunta a tutela dei diritti del deposto re Ferdinando VII di Spagna, rifiutando l’autorità del Consiglio di Reggenza spagnolo, rappresentato dal governatore Vicente Emparán. Bolívar fu inviato in Inghilterra in missione diplomatica assieme a Andrés Bello e Antonio Lopez Mendez. Dal cancelliere Richard Wellesley ottenne l'amichevole neutralità britannica e ritornò in Venezuela il 5 dicembre, dove, cinque giorni dopo, fece tornare il generale indipendentista Francisco de Miranda, già combattente nella rivoluzione americana e nella rivoluzione francese[8]. Presto Miranda entrò in conflitto con il capo militare del Governo, il marchese del Toro, incapace di controllare i ribelli, mentre l'azione politica indipendentista si sviluppava attraverso la Sociedad Patriótica (e il suo organo El Patriota de Venezuela), di cui Bolívar era membro importante.

La Giunta di Caracas proclamò l'Atto di Indipendenza e costituì la prima Repubblica il 5 luglio 1811. Il 13 agosto le truppe agli ordini di Miranda sconfissero i ribelli di Valencia; Bolívar partecipò all'azione e, promosso sul campo colonnello, fu inviato ad annunciare la vittoria al Governo di Caracas. Il 21 dicembre il Governo fece approvare una Costituzione, che Bolívar criticò come copia carbone di quella degli Stati Uniti. Il terremoto del 26 marzo 1812 e la sconfitta dell'inesperto Bolívar per mano dei realisti a Puerto Cabello il 30 giugno portarono alla caduta della Prima Repubblica[9]. Il 26 luglio il comandante militare della Giunta, Francisco de Miranda, si arrese, ma Bolívar, sentendosi tradito, il 30 luglio catturò a tradimento Miranda e lo consegnò alle autorità spagnole.

In cambio di Miranda, Bolìvar ottenne dagli Spagnoli un salvacondotto che gli permise di esiliarsi il 27 agosto a Curaçao e poi a Cartagena de Indias, nell'allora Nuova Granada (Colombia), dove il processo indipendentista era iniziato il 20 luglio 1810[8]. Da lì Bolívar scrisse il Manifesto di Cartagena, che conteneva l'analisi politica e militare della caduta della Prima Repubblica venezuelana, esortava la Nuova Granada a non commettere gli stessi errori e proponeva rimedi alle divisioni coloniali in favore dell'obiettivo comune: l'indipendenza. Poco dopo chiese e ottenne di prestare servizio nelle truppe del Governo di Cartagena, con le quali risollevò il suo prestigio combattendo i realisti neo-granadini e sconfiggendo gli spagnoli a Cúcuta, alla frontiera con il Venezuela, il 28 febbraio 1813. La vittoria gli fruttò la cittadinanza neo-granadina e il rango di Brigadiere, oltre alla fedeltà degli ufficiali neo-granadini.

El Libertador[modifica | modifica sorgente]

Simon Bolivar
Simón Bolívar, di Antonio Salas

Nell'aprile 1813 Bolívar guidò l'invasione del Venezuela attraverso le Ande venezuelane, nota come Campaña Admirable[2]. Sfruttando il fattore sorpresa entrò a Mérida il 23 maggio quasi senza combattere, ottenendo dal cabildo di Merida il titolo di El Libertador ("il liberatore")[8], titolo onorifico che poi rimase legato al suo nome[10], e sconfisse gli Spagnoli e i monarchici a Los Taguanes, tra Tucupido e Valencia, forzandoli alla capitolazione. Entrato trionfalmente a Caracas il 6 agosto, Bolívar fu nominato Capitano Generale e nuovamente proclamato El Libertador ("Il Liberatore") e instaurò la Seconda Repubblica Venezuelana. Simón Bolívar si dedicò a organizzare l'amministrazione del nuovo stato, ma dall'inizio del 1814 truppe spagnole nei los llanos misero in crescente difficoltà quelle repubblicane finché nell'estate Bolívar e i repubblicani dovettero abbandonare Caracas per l'Oriente, dove si trovava Santiago Mariño, e il 17 agosto Bolívar stesso fu sconfitto ad Aragua de Barcelona, di fronte ad un esercito realista molto più numeroso, comandato da Francisco Tomás Morales. Bolivar riuscì a fuggire miracolosamente, mentre Morales intraprese una spietata carneficina sugli avversari che portò violenze, incendi e esecuzioni su 500 e più patrioti[11].

Con l'appoggio del Governo neo-granadino, fu riconosciuto come capo dagli esuli venezuelani. Bolívar allora prese il comando di una formazione nazionalista neogranadina, la "Armada Nacional de Colombia" e, in dicembre, conquistò Santa Fe (dal 1821 Bogotà). Non potendo agire in Venezuela, Bolívar si recò in Giamaica, dominio britannico, dove giunse il 14 maggio 1815 e il 6 settembre scrisse la lettera nota come Carta de Jamaica[12], in cui analizzò la situazione dell'America Latina considerata in modo unitario, riprendendo il progetto confederale di Francisco de Miranda (la "Colombia")[10]. Temendo però per la sua vita, il 19 dicembre partì per Haiti indipendente, dove chiese aiuto a Alexandre Sabes Pétion.

Il 23 marzo 1816, con l'aiuto di Haiti e con l'ammiraglio Luis Brión, Simón Bolívar ritornò a combattere, salpando per Margarita, dove arriverà in maggio, conquistando Angostura (oggi Ciudad Bolívar)[9]. Arrivato sul continente, a Carúpano, il 7 maggio 1816 Bolívar proclama l'abolizione della schiavitù in Venezuela[8]. Il Venezuela doveva essere solo la prima tappa del suo progetto politico, che presupponeva la totale sconfitta militare spagnola, ma molti patrioti seguirono Bolívar come capo militare senza condividerne affatto il progetto politico.

Grazie anche all'alleanza con il neogranadino Francisco de Paula Santander, già nel 1818 la situazione militare divenne abbastanza solida da permettere il 15 febbraio 1819 la convocazione ad Angostura del Supremo Congreso de la República (Congresso di Angostura) durante la quale tenne il suo celebre Discurso de Angostura, in cui prefigurava i principi della Costituzione confederale, che sarebbe stata approvata a Cúcuta il 3 ottobre 1821[13]. Sei mesi più tardi, dopo il sorprendente Paso de las Andes, la vittoria di Boyacá il 7 agosto 1819 liberò la Colombia dal dominio spagnolo e fu l'inizio delle guerre d'indipendenza decisive per l'emancipazione del Sudamerica, liberazione simboleggiata dall'ingresso trionfale di Bolívar in Santa Fe (Bogotà) il 10 agosto[14]. In dicembre, Bolívar creò la Grande Colombia, una federazione che si estendeva sulla maggior parte dei territori di Venezuela, Colombia, Panamá, ed Ecuador[2], e, secondo le decisioni di Angostura, se ne proclamò presidente con de Paula Santander vicepresidente (cariche rese effettive dal congresso nel dicembre 1821)[9]. Le ulteriori vittorie, sua a Carabobo nel 1821, e di Antonio José de Sucre a Quito nella Battaglia di Pichincha, nel 1822, oltre alla vittoria navale nel lago di Maracaibo nel 1823, completarono la vittoria sui realisti e la liberazione dagli spagnoli e consolidarono il suo ruolo[9].

Il Perù era stato in parte liberato dalla Spagna dall'altro Libertador del Sudamerica, il generale argentino José de San Martín nel luglio 1821, tanto che già il 28 luglio si era dichiarato indipendente Un anno dopo Bolívar si incontrò con San Martín a Guayaquil e concordarono che il primo avrebbe continuato la campagna in Perù e Alto Perù. Bolívar fu nominato presidente della Gran Colombia il 10 settembre 1822 e autorizzato nel 1823 a mettere in pratica gli accordi di Guayaquil. Bolívar, giunto a Lima in settembre e nominato dittatore dal congresso peruviano il 10 febbraio 1824, con l'aiuto di Antonio José de Sucre sconfisse definitivamente gli spagnoli il 6 agosto a Junín. Il Mariscal Sucre distrusse il resto delle forze spagnole nella Battaglia di Ayacucho il 9 dicembre: era la fine di tre secoli di dominio coloniale della Spagna in Sudamerica[15]. Il 6 agosto 1825 l'Alto Perù divenne la Repubblica di Bolivia, così nominata in onore di Bolívar, che ne scrisse la prima costituzione, mentre la capitale fu chiamata Sucre, in onore al fedele generale di Bolivar, vincitore della battaglia decisiva[16].

La fine politica e personale[modifica | modifica sorgente]

Statua dei due Libertadores del Sudamerica, Simon Bolivar e José de San Martín, a Guayaquil (Ecuador).

A partire dal 1827, le divisioni interne e le rivalità personali tra i generali rivoluzionari provocarono dei conflitti politici e la fragile confederazione Sud Americana sognata da Bolívar si ruppe per sempre. La Convenzione di Ocaña (presso Cúcuta) si riunì da aprile a giugno del 1828 per risolvere i problemi di governabilità riformando la costituzione del 1821, ma non fu possibile forgiare un compromesso tra la posizione federalista del vicepresidente Paula Santander e quella unitaria - dittatoriale del presidente Bolívar. Quest'ultimo si proclamò dittatore il 27 agosto abolendo la vicepresidenza e scampò a un attentato santanderista in settembre[3]; gli attentatori furono condannati alla fucilazione e Santander dovette prendere la via dell'esilio.

Nonostante i poteri dittatoriali, Bolívar, ormai malato di tubercolosi come i genitori, vide la sua costruzione disfarsi: il Perù si dichiarò contro di lui nel 1829 e il Venezuela si proclamò indipendente il 13 gennaio 1830[17]. Bolívar si dimise dalla presidenza il 20 gennaio in congresso, ma le dimissioni furono accettate solo il 4 maggio, con la concessione di una pensione annua di 3.000 pesos. Amaramente dichiarò: "Ho arato il mare!"[18]. Il 20 settembre 1830 scrive al Pedro Briceño Méndez, suo ex ministro della Marina e della Guerra: "Sono vecchio, malato, stanco, disilluso, nauseato, calunniato e pagato male. Non chiedo altra ricompensa che il riposo e la salvaguardia del mio onore; disgraziatamente è quello che non riesco ad ottenere"[9].

L'8 maggio un disilluso Bolívar partì da Bogotá, con l'intenzione di tornare in Europa, passando per la Giamaica. Arrivò a Cartagena in giugno, sulla cui stampa a fine luglio lesse la risoluzione del Congresso venezuelano di rompere le relazioni con la Colombia finché egli rimaneva sul suolo colombiano.

Mentre la sua salute peggiorava, impedendogli comunque di partire, si trasferì da Bogotà a una tenuta presso Santa Marta, in cerca di un clima migliore. Vi giunse il 1º dicembre ma, peggioratovi rapidamente, il 17 dicembre 1830 «A la una y tres minutos de la tarde murió el sol de Colombia» («all'una e tre minuti del pomeriggio morì il sole della Colombia»), come recitò il comunicato ufficiale[19]. Negli ultimi momenti di lucidità dettò il testamento e un proclama in cui auspicava che almeno la sua morte servisse a consolidare l'unità e a far sparire le fazioni.

Poco dopo la sua morte, la Gran Colombia, già moribonda per le dispute politiche interne, fu dichiarata legalmente dissolta nel 1831. Le succedettero le tre repubbliche di Nueva Granada, Venezuela ed Ecuador, sotto la guida del neogranadino Francisco de Paula Santander, del venezuelano José Antonio Páez e dell'ecuadoriano Juan José Flores.

Le spoglie di Bolívar furono seppellite nella Basilica Cattedrale di Santa Marta finché nel dicembre 1842 furono traslate in Venezuela, suo paese d'origine, come da richiesta testamentaria. Lì furono inumate nella cripta della cattedrale di Caracas, luogo sepolcrale della famiglia, finché la Repubblica del Venezuela non edificò il Pantheon Nazionale, dove furono traslate in via definitiva[20].

Onorificenze[modifica | modifica sorgente]

Gran Maestro dell'Ordine del Sole del Perù - nastrino per uniforme ordinaria Gran Maestro dell'Ordine del Sole del Perù

Opere[modifica | modifica sorgente]

La prima opera "Bolívar" fu scritta per Andrés Delgado Pardo e il suo esordio data dal 1938 nel teatro Juares di Barquisimeto. Il francese Darius Milhaud compose l'opera "Bolivar" nel 1943 ispirata nel drama omonimo di Jules Supervielle e finalmente Thea Musgrave, statounitense nata in Scozia, scrisse "Simon Bolivar", opera in due atti con libretto della stessa Musgrave.

Cinema[modifica | modifica sorgente]

Una versione cinematografica della sua vita fu girata nel 1969 dal regista Alessandro Blasetti dal titolo Simon Bolivar (film) e interpretato da Maximilian Schell.

Nel 2012 è stato annunciato il film Libertador, di Alberto Arvelo, con Edgar Ramirez[21]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Scocozza, op. cit., p. 1
  2. ^ a b c d Manuel Pérez Vila Simón Bolívar, el Libertador
  3. ^ a b c Biografía de Simón Bolívar, por Pedro Arciniegas (Credencial Historia), Biblioteca Virtual Biblioteca Luis Ángel Arango, 2011. URL consultato il 26 giugno 2013.
  4. ^ Bushnell, op. cit., p. 17
  5. ^ Bushnell, op. cit., p. 18
  6. ^ Bushnell, op. cit., p. 20
  7. ^ Scocozza, op. cit., p. 18
  8. ^ a b c d Hasta la Independencia Venezuelatuya.com
  9. ^ a b c d e Simon Bolivar resistenze.org
  10. ^ a b Simón José Antonio de la Santísima Trinidad Bolívar y Palacios de Aguirre, Ponte-Andrade y Blanco scribd.com
  11. ^ En la batalla de Aragua de Barcelona, las diferencias entre Bolívar y Bermúdez condujeron a una desastrosa derrota diariovea.com.ve
  12. ^ La Carta prófetica o Carta de Jamaica
  13. ^ El Discurso de Angostura Venezuelatuya.com
  14. ^ La Batalla de Boyacá colombiaaprende.edu.co
  15. ^ La batalla de Ayacucho y el fin del dominio español en América El Historiador.com
  16. ^ De Bolívar a Bolivia lapatriaenlinea.com
  17. ^ Simón Bolívar, el Libertador
  18. ^ Roberto Bardini (trad. F.Maioli), Venezuela: Simon Bolivar , 178 anni dopo, peacelink.it, dicembre 2004. URL consultato il 26 giugno 2013.
  19. ^ Rosa Restrepo de Martínez, Así era Bolívar, Editorial Cosmos, 1980, p. 231.
  20. ^ Partida de defunción de Simón Bolívar fue hallada en Santa Marta, El Tiempo. URL consultato il 26 giugno 2013.
  21. ^ Scheda, mymovies.it.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Antonio Scocozza, Bolivar e la rivoluzione panamericana, Bari, Edizioni Dedalo, 1979. ISBN 978-88-220-0342-3.
  • Joaquin Diaz Gonzalez, Giuramento di Bolívar sul Monte Sacro, Bolsena, Massari Editore, 2005. ISBN 88-457-0223-5.
  • David Bushnell, Simón_Bolívar, Biblos, 2002. ISBN 950-786-315-X.
  • Acosta Rodríguez, Luis José. 1979: “Bolívar para todos”. Sociedad Bolivariana de Venezuela. Caracas - Venezuela.” 2 volúmenes. ISBN 968-484-000-4.
  • Bolívar, Simón. 1980: “Simón Bolívar”. Ediciones Treccani - Roma – Italia. Tables José Ortega. Presidente L.H. Campins - Presidente Sandro Pertini. 196p.
  • Boulton, Alfredo. 1980: “Miranda, Bolívar y Sucre tres estudios Icnográficos”. Biblioteca de Autores y Temas Mirandinos. Caracas – Venezuela. 177p.
  • Boyd, Bill. 1999: “Bolívar, Liberator of a continent, An historical novel, Sterling, Virginia 20166, Capital Books, Inc., ISBN 1-892123-16-9.
  • Caballero, Manuel. S/F: “"Por qué no soy bolivariano. Una reflexión antipatriótica"”. Alfa Grupo Editorial. ISBN 980-354-199-4.
  • Campos, Jorge. 1984: “Bolívar”. Salvat Editores, S. A. Barcelona - España. 199p.
  • Carrera Damas, Germán, S/F: “"El Culto a Bolívar"”. Alfa Grupo Editorial. ISBN 980-354-100-5.
  • Lecuna, Vicente. 1995: “Documentos referentes a la creación de Bolivia”. Comisión Nacional del Bicentenario del Gran Mariscal Sucre (1795-1995). Caracas – Venezuela. 2 volúmenes. ISBN 980-07-2353-6.
  • Lievano Aguirre, Indalecio. 1988: “Bolivar”. Academia Nacional de la Historia. Caracas Venezuela. 576p.
  • Masur, Gerhard. 1974: “Simón Bolívar”. Circulo de Lectores S.A. y Editorial Grijalbo S.A. Barcelona - España. 600p. ISBN 84-226-0346-2.
  • Mijares, Augusto. 1987: “El Libertador”. Academia Nacional de la Historia y Ediciones de la Presidencia de la República. Caracas- Venezuela 588p. ISBN 980-265-724-7
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  • Pérez Arcay, Jacinto. 1980: “El fuego sagrado. Bolívar hoy”. Edición CLI-PER. Caracas - Venezuela. 347p.
  • Rojas, Armando. 1996: “Ideas educativas de Simón Bolívar”. Monte Ávila Latinoamericana S.A. Caracas - Venezuela. 245p. ISBN 980-01-0304-X
  • Rosa, Diógenes de la. 1979: “Precursor del Panamericanismo. La integración, reto y compromiso”. En: “Bolívar. Hombre del presente, nuncio del porvenir”. Auge, S. A. Editores. Lima – Perú.
  • Salcedo Bastardo, José Luis. 1972: “Bolívar: un continente y un destino”. Ediciones de la Presidencia de la República. Caracas - Venezuela. 436p.
  • Verna, Paul., Y Christian. Bossu-Picat. 1983: “El mundo de Bolívar”. Ediciones Delroisse. Distribuidora Santiago. Caracas - Venezuela. 135p. ISBN 2-85518-097-X.

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Predecessore Presidente del Venezuela Successore
Cristóbal Mendoza 6 agosto 1813 – 7 luglio 1814 José Antonio Páez
Predecessore Presidente della Gran Colombia Successore
nessuno 17 dicembre 1819 – 4 maggio 1830 Domingo Caycedo
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Predecessore Liberatore della Bolivia Successore
nessuno - Alto Perù 12 agosto 1825 – 29 dicembre 1825 Antonio José de Sucre

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