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Rivoluzione americana

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Disambiguazione – Se stai cercando la guerra civile scoppiata in concomitanza agli eventi della rivoluzione americana, vedi Guerra d'indipendenza americana.
Rivoluzione americana
parte delle Rivoluzioni atlantiche e Decolonizzazione delle Americhe
Declaration of Independence di John Trumbull
Data22 marzo 1765
3 settembre 1783
LuogoTredici colonie
CausaStamp Act e Tea Act
EsitoIndipendenza degli Stati Uniti d'America dal Regno Unito; perdita dei possedimenti coloniali nelle Americhe da parte dei britannici; fine del "primo Impero Britannico"; inizio dell'era delle rivoluzioni e Decolonizzazione delle Americhe
Schieramenti
Comandanti
Comandante in capo:
George Washington

altri comandanti:
Nathanael Greene
Benedict Arnold (passato al nemico nel 1780)
Charles Lee
Alexander Hamilton
Benjamin Lincoln
Daniel Morgan
Henry Knox
Israel Putnam
John Sullivan
John Paul Jones
George Rogers Clark
Artemas Ward
Edward Hand
John Stark
John Cadwalader
William Alexander
Arthur St. Clair
Anthony Wayne
Philemon Dickinson
Charles Scott
Paul Revere
Horatio Gates
Ethan Allen
Marchese de La Fayette
Jean-Baptiste de Rochambeau
Joseph de Grasse
Charles Henri d'Estaing
Matthias Alexis Roche de Fermoy
Bernardo de Gálvez
Polonia (bandiera) Tadeusz Kościuszko
Friedrich von Steuben
Comandante in capo:
Thomas Gage
William Howe
Henry Clinton
Guy Carleton

altri comandanti:
Charles Cornwallis, I marchese Cornwallis
John Burgoyne
Banastre Tarleton
Benedict Arnold
(dal 1780)
George Rodney
Richard Howe
Simon Fraser di Balnain
John Campbell di Strachur
Hugh Percy
Francis Smith
John Pitcairn

Wilhelm von Knyphausen
Karl Emil von Donop
Friedrich von Lossberg
Johann Rall
Friedrich Adolf Riedesel
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La Rivoluzione americana avvenne nel Nord America occupato dalle colonie britanniche tra il 1765 e il 1783. Gli eventi della rivoluzione portarono alla guerra d'indipendenza americana (1775-1781), che si concluse con la vittoria delle Tredici colonie e la sconfitta dei britannici. Gli eventi della rivoluzione portarono gli americani a firmare il trattato che sancì la loro indipendenza dal Regno Unito e che portò alla nascita degli Stati Uniti d'America, il primo Paese al mondo basato su una democrazia liberale di stampo costituzionale.[1][2]

La rivoluzione

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Durante la seconda metà del Settecento, i coloni inglesi giunti nelle Americhe non volevano essere tassati dal Parlamento britannico, un organismo politico con cui non si identificavano più. Prima degli anni sessanta del Settecento, le colonie britanniche oltreoceano erano gestite dalle legislature locali a stretto contatto con la Corona britannica, che allora stava seguendo un principio di "salutare negligenza" (ovvero di attenta tutela e pragmatica tolleranza) nei confronti dei suoi territori.

L'approvazione dello Stamp Act del 1765, che imponeva tasse interne alle colonie, spinse i rappresentanti delle stesse a riunirsi a New York nell'assemblea conosciuta come Stamp Act Congress, durante la quale riuscirono a riaffermare il diritto di poter essere tassati solo con leggi volute durante i raduni fra i capi coloniali, allentando così le tensioni interne. Tuttavia, l'emanazione dei Townshend Acts del 1767 fu all'origine di disordini che spinsero il governo britannico a inviare a Boston delle truppe militari durante il 1768. Una parentesi particolarmente drammatica fu il massacro di Boston del 1770, durante il quale cinque civili persero la vita.

Ad esso seguirono l'incendio della goletta Gaspee, avvenuto a Rhode Island nel 1772, e il Boston Tea Party del mese di dicembre del 1773, entrambi eventi che aumentarono ulteriormente il clima di tensione. In segno di risposta, gli inglesi fecero chiudere il porto di Boston e promulgarono una serie di leggi punitive che revocavano di fatto i diritti di autogoverno della Colonia della Baia del Massachusetts. Altre colonie decisero di sostenere gli abitanti della Massachusetts Bay, e alcuni leader patrioti americani istituirono il proprio governo alla fine del 1774 in occasione del congresso continentale per coordinare le loro operazioni militari contro la Gran Bretagna; i coloni che invece restavano fedeli alla Corona inglese prendevano il nome di lealisti o tories.

La guerra civile scoppiò quando i soldati britannici giunti nelle Americhe per appropriarsi dei rifornimenti militari in un deposito di armi ebbero un violento scontro con la milizia patriota di Lexington e Concord il 19 aprile 1775.[3] Grazie al supporto delle neonate forze armate coloniali, i militi sconfissero gli inglesi a Boston. I coloni formarono intanto un congresso continentale che deteneva il controllo degli ex governi coloniali, ruppero ogni rapporto di fedeltà con il Regno Unito e formarono l'esercito continentale guidato da George Washington.[4] I congressisti consideravano il sovrano britannico Giorgio III del Regno Unito un tiranno che calpestava i diritti dei coloni perché inglesi e durante il 4 luglio 1776, firmarono la carta con cui rivendicavano la loro indipendenza dai britannici. I patrioti professavano le filosofie politiche del liberalismo e del repubblicanesimo, rinnegavano ogni forma di monarchia e aristocrazia, e sostenevano che tutti gli uomini sono uguali e hanno quindi pari diritti.

Una mappa del 1775 dell'America settentrionale orientale, che comprende la provincia del Quebec, le tredici colonie sulla costa atlantica e la riserva indiana definita dal Proclama reale del 1763. Il confine tra le aree rossa e rosa rappresenta la linea del Proclama del 1763, mentre l'area arancione rappresenta le rivendicazioni coloniali spagnole.

Durante i mesi invernali del 1775 e il 1776, i patrioti tentarono senza successo di invadere il Québec.[5] L'esercito continentale americano costrinse i britannici a lasciare Boston nel mese di marzo del 1776, ma, durante l'estate di quell'anno, gli inglesi conquistarono la città di New York e si servirono della sua area portuale per le loro missioni navali nel corso di tutta la rivoluzione. La Royal Navy fece chiudere diversi porti e riuscì a conquistare alcune città, ma fallì nei suoi tentativi di fermare l'esercito di George Washington. L'esercito continentale sconfisse l'armata britannica durante la battaglia di Saratoga nel mese di ottobre del 1777.[6] I britannici decisero di dispiegare le forze contro la Francia, che si era intanto alleata con gli Stati Uniti.[7] La Gran Bretagna tentò di mantenere il controllo degli stati del sud grazie al sostegno dei lealisti, e il punto focale del conflitto si spostò a sud. Durante i primi mesi del 1780, il britannico Charles Cornwallis sconfisse gli americani a Charleston, nella Carolina del Sud, ma non riuscì ad arruolare abbastanza volontari fra i lealisti per mantenere il controllo del territorio. Durante l'autunno del 1781, gli eserciti degli Stati Uniti e della Francia riuscirono a fermare le forze britanniche durante la battaglia di Yorktown.[8] La fine della guerra civile si ebbe solo quando, il 3 settembre del 1783, venne firmato il trattato di Parigi, che rendeva gli ex territori coloniali britannici una nazione a sé stante. Gli Stati Uniti occuparono quasi tutti i territori a est del fiume Mississippi e a sud dei Grandi Laghi, mentre gli inglesi mantennero il controllo del Canada settentrionale. La Spagna, che aveva preso parte alla guerra contro il Regno Unito senza però allearsi con gli americani, ottenne la Florida.[9]

Dopo la rivoluzione

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Al termine della guerra e della rivoluzione, le due fazioni nemiche ripresero gli scambi commerciali fra loro e, nel 1787, gli americani firmarono la costituzione, con la quale istituirono un governo rappresentato da un presidente, un organo giuridico nazionale e un congresso bicamerale composto da un Senato che rappresentava gli Stati, e una Camera dei rappresentanti che faceva il "portavoce" del popolo. Circa 60000 lealisti emigrarono in altri territori britannici, soprattutto nel Nord America Britannico, in Canada,[10] ma la grande maggioranza di essi rimase negli Stati Uniti.

Difendendo la rivoluzione

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Ritorno degli inglesi:1776-1777

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La flotta britannica si radunò al largo di Staten Island nel porto di New York nell'estate del 1776, come raffigurato in Harper's Magazine nel 1876

Secondo lo storico britannico Jeremy Black, gli inglesi godevano di vantaggi significativi, tra cui un esercito altamente addestrato, la marina più grande del mondo e un efficiente sistema di finanza pubblica che avrebbe potuto facilmente finanziare la guerra. Tuttavia, fraintesero gravemente la profondità del sostegno alla posizione dei patrioti americani, interpretando erroneamente la situazione come una semplice rivolta su larga scala. Il governo britannico credeva di poter intimidire gli americani inviando una grande forza militare e navale:

«Convinti che la Rivoluzione fosse opera di pochi malfattori che avevano radunato una folla armata alla propria causa, si aspettavano che i rivoluzionari si sarebbero lasciati intimidire... Allora la stragrande maggioranza degli americani, leali ma intimoriti dalle tattiche terroristiche... si sarebbe ribellata, avrebbe cacciato i ribelli e avrebbe ripristinato un governo leale in ogni colonia.[11]»

Durante l'assedio di Boston, Washington costrinse gli inglesi a lasciare la città nella primavera del 1776, e né gli inglesi né i lealisti controllavano aree significative. Gli inglesi, tuttavia, stavano radunando forze nella loro base navale di Halifax, in Nuova Scozia. Ritornarono in forze nel luglio del 1776, sbarcando a New York e sconfiggendo l'esercito continentale di Washington in pieno agosto nella battaglia di Brooklyn. Dopo quella vittoria, e pronti a conquistare New York City, chiesero un incontro con i rappresentanti del Congresso per negoziare la fine delle ostilità.[12][13]

Una delegazione, comprendente John Adams e Benjamin Franklin, incontrò l'ammiraglio britannico Richard Howe a Staten Island, nel porto di New York, l'11 settembre, in quella che divenne nota come la Conferenza di Pace di Staten Island. Howe chiese agli americani di ritrattare la Dichiarazione d'Indipendenza, cosa che si rifiutarono di fare, e i negoziati si conclusero. Gli inglesi conquistarono New York City e quasi catturarono l'esercito di Washington. Fecero della città la loro principale base politica e militare delle operazioni, mantenendo il porto strategico fino al novembre 1783. La città divenne la destinazione dei rifugiati lealisti e un punto focale della rete di intelligence di Washington.[12][13]

Washington attraversa il Delaware il 25-26 dicembre 1776, raffigurato nel dipinto di Emanuel Leutze del 1851 .

Gli inglesi conquistarono anche il New Jersey, spingendo l'Esercito Continentale in Pennsylvania. Washington attraversò il fiume Delaware per rientrare nel New Jersey con un attacco a sorpresa alla fine di dicembre del 1776 e sconfisse gli eserciti assiano e britannico a Trenton e Princeton, riprendendo così il controllo di gran parte del New Jersey. Le vittorie diedero un importante impulso ai Patrioti in un momento in cui il morale era a terra, e sono diventate eventi emblematici della guerra.

Nel settembre del 1777, in previsione di un attacco coordinato dell'esercito britannico alla capitale rivoluzionaria di Filadelfia, il Congresso Continentale fu costretto a lasciare temporaneamente Filadelfia per Baltimora, dove continuò le deliberazioni.

Il 23 agosto 1775, Giorgio III dichiarò che gli americani sarebbero stati traditori della Corona se avessero preso le armi contro l'autorità reale. Migliaia di soldati britannici e assiani erano nelle mani degli americani dopo la loro resa nelle battaglie di Saratoga. Lord Germain adottò una linea dura, ma i generali britannici sul suolo americano non celebrarono mai processi per tradimento, e invece trattarono i soldati americani catturati come prigionieri di guerra.[14] Il dilemma era che decine di migliaia di lealisti erano sotto il controllo americano e la rappresaglia americana sarebbe stata facile. Gli inglesi costruirono gran parte della loro strategia attorno all'utilizzo di questi lealisti.[15]

Alleanze americane dopo il 1778

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Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra anglo-spagnola (1779-1783).
Truppe assiane assunte dagli inglesi dai loro sovrani tedeschi

La cattura di un esercito britannico a Saratoga incoraggiò i francesi a entrare formalmente in guerra a sostegno del Congresso, e Benjamin Franklin negoziò un'alleanza militare permanente all'inizio del 1778; la Francia divenne così la prima nazione straniera a riconoscere ufficialmente la Dichiarazione d'Indipendenza. Il 6 febbraio 1778, gli Stati Uniti e la Francia firmarono il Trattato di Amicizia e Commercio e il Trattato di Alleanza.[16] William Pitt intervenne in Parlamento esortando la Gran Bretagna a fare la pace in America e a unirsi all'America contro la Francia, mentre i politici britannici che avevano simpatizzato per le rivendicazioni coloniali si rivoltarono contro gli americani per essersi alleati con il rivale e nemico della Gran Bretagna.[17]

Spagnoli e olandesi divennero alleati dei francesi rispettivamente nel 1779 e nel 1780, costringendo gli inglesi a combattere una guerra globale senza alleati di rilievo e costringendoli a superare un blocco congiunto dell'Atlantico. La Gran Bretagna cominciò a considerare la guerra americana per l'indipendenza semplicemente come un fronte in una guerra più ampia,[18] e gli inglesi scelsero di ritirare le truppe dall'America per rafforzare le colonie britanniche nei Caraibi, che erano sotto la minaccia di un'invasione spagnola o francese.

1778–1783: gli inglesi si spostano a sud

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La Royal Navy britannica bloccò i porti e tenne New York City per tutta la durata della guerra, e altre città per brevi periodi, ma fallì nel suo tentativo di distruggere le forze di Washington. La strategia britannica si concentrò ora su una campagna negli stati del sud. A causa della mancanza di truppe regolari a loro disposizione rispetto agli americani, i comandanti britannici consideravano la "strategia del sud" un piano più praticabile, poiché percepivano le colonie del sud come fortemente lealiste, con una numerosa popolazione di immigrati recenti e un gran numero di schiavi che avrebbero potuto essere tentati di fuggire dai loro padroni per unirsi agli inglesi e ottenere la libertà.[19]

A partire dalla fine di dicembre del 1778, gli inglesi conquistarono Savannah e controllarono la costa della Georgia. Nel 1780, lanciarono una nuova invasione e presero Charleston. Una significativa vittoria nella battaglia di Camden significò che le forze reali presto controllarono gran parte della Georgia e della Carolina del Sud.

Resa a Yorktown (1781)

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Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Yorktown.
L'assedio di Yorktown del 1781 si concluse con la resa di un secondo esercito britannico, segnando una vera e propria sconfitta britannica.

L'esercito britannico sotto Cornwallis marciò verso Yorktown, in Virginia, dove si aspettava di essere salvato da una flotta britannica.[20] La flotta arrivò, ma lo fece anche una flotta francese più numerosa. I francesi vinsero la battaglia di Chesapeake e la flotta britannica tornò a New York per rinforzi, lasciando Cornwallis intrappolato. Nell'ottobre del 1781, gli inglesi si arresero al loro secondo esercito invasore della guerra sotto un assedio da parte degli eserciti francese e continentale congiunti comandati da Washington.[21]

Fine della guerra

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Washington non sapeva se e quando gli inglesi avrebbero riaperto le ostilità dopo Yorktown. Avevano ancora 26.000 soldati che occupavano New York City, Charleston e Savannah, insieme a una potente flotta. L'esercito e la marina francesi se ne andarono, quindi gli americani si ritrovarono da soli nel 1782-83.[22] Le casse dello Stato americano erano vuote e i soldati non pagati stavano diventando sempre più irrequieti, quasi al punto di un ammutinamento o di un possibile colpo di stato. Washington dissipò i disordini tra gli ufficiali della Cospirazione di Newburgh nel 1783, e il Congresso successivamente creò la promessa di un bonus di cinque anni per tutti gli ufficiali.[23]

Gli storici continuano a dibattere se le probabilità di vittoria americana fossero alte o basse. John E. Ferling afferma che le probabilità erano così basse che la vittoria americana fu "quasi un miracolo".[24] D'altro canto, Joseph Ellis afferma che le probabilità erano a favore degli americani e si chiede se ci sia mai stata una possibilità realistica di vittoria per gli inglesi.[25]

Trattato di pace a Parigi

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Lo stesso argomento in dettaglio: Trattato di Parigi (1783).
Trattato di Parigi di Benjamin West ritrae la delegazione americana in procinto di firmare il Trattato di Parigi del 1783 (John Jay, John Adams, Benjamin Franklin, Henry Laurens, W.T. Franklin). La delegazione britannica si rifiutò di posare e il dipinto non fu mai completato.

Durante i negoziati a Parigi, la delegazione americana scoprì che la Francia sosteneva l'indipendenza americana, ma non le conquiste territoriali, sperando di confinare la nuova nazione nell'area a est dei Monti Appalachi. Gli americani avviarono negoziati segreti diretti con Londra, escludendo i francesi. Il Primo Ministro britannico Lord Shelburne era responsabile dei negoziati con la Gran Bretagna e vide l'opportunità di fare degli Stati Uniti un prezioso partner economico, facilitando il commercio e le opportunità di investimento.[26] Gli Stati Uniti ottennero tutti i territori a est del fiume Mississippi, incluso il Canada meridionale, ma la Spagna prese il controllo della Florida dagli inglesi. Ottenne i diritti di pesca al largo delle coste canadesi e accettò di consentire ai mercanti britannici e ai lealisti di recuperare le loro proprietà. Il Primo Ministro Shelburne previde un commercio bilaterale altamente redditizio tra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti in rapida crescita, cosa che effettivamente si realizzò. Il blocco fu revocato e i mercanti americani furono liberi di commerciare con qualsiasi nazione in qualsiasi parte del mondo.[27]

Gli inglesi abbandonarono in gran parte i loro alleati indigeni, che non erano parte di questo trattato e non lo riconobbero finché non furono sconfitti militarmente dagli Stati Uniti. Tuttavia, gli inglesi vendettero loro munizioni e mantennero forti in territorio americano fino al Trattato di Jay del 1795.[28]

Ideologia e fazioni

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L'ideologia alla base della rivoluzione

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Lo stesso argomento in dettaglio: Illuminismo.
Samuel Adams indica la Carta del Massachusetts, che considerava una costituzione che proteggeva i diritti del popolo, in questo ritratto del 1772 circa di John Singleton Copley.

L'Illuminismo americano fu un precursore fondamentale della Rivoluzione americana. Tra le idee principali dell'Illuminismo americano figuravano i concetti di diritto naturale, diritti naturali, consenso dei governati, individualismo, diritto di proprietà, autodeterminazione, liberalismo, repubblicanesimo e intolleranza verso la corruzione politica.

Lo stesso argomento in dettaglio: Contratto sociale.

John Locke è spesso definito "il filosofo della Rivoluzione americana" per via del suo lavoro sulle teorie del Contratto sociale e dei Diritti naturali che furono alla base dell'ideologia politica della Rivoluzione.[29] I Due trattati sul governo di Locke, pubblicati nel 1689, furono particolarmente influenti. Egli sosteneva che tutti gli esseri umani fossero creati ugualmente liberi e che, pertanto, i governi avessero bisogno del "consenso dei governati". Questo contrastava e si scontrava nettamente con il sistema britannico di potere politico ereditario e gerarchia.[30] Nell'America di fine XVIII secolo, la credenza nell'"uguaglianza per creazione" e nei "diritti per creazione" era ancora diffusa.[31]

Le idee di Locke sulla libertà influenzarono il pensiero politico di scrittori inglesi come John Trenchard, Thomas Gordon e Benjamin Hoadly, le cui idee politiche a loro volta ebbero una forte influenza sui Patrioti americani. La sua opera ispirò anche simboli usati nella Rivoluzione americana come l'"Appello al Cielo" presente sulla bandiera del pino, che allude al concetto di Locke del diritto di rivoluzione.[32]

Repubblicanesimo

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L'interpretazione americana del repubblicanesimo fu ispirata dal partito Whig in Gran Bretagna, che criticava apertamente la corruzione all'interno del governo britannico. Gli americani abbracciavano sempre più i valori repubblicani, considerando la Gran Bretagna corrotta e ostile agli interessi americani. L'ideologia radicale Whig influenzò profondamente la filosofia politica americana coloniale con il suo amore per la libertà e l'opposizione al governo tirannico.[33] I coloni associavano la corruzione politica al lusso ostentato e all'aristocrazia ereditaria.

I Padri Fondatori furono forti sostenitori dei valori repubblicani, in particolare Samuel Adams, Patrick Henry, John Adams, Benjamin Franklin, Thomas Jefferson, Thomas Paine, George Washington, James Madison e Alexander Hamilton, che richiedevano agli uomini di anteporre il dovere civico ai propri desideri personali. Gli uomini erano vincolati dall'onore e dall'obbligo civico a essere preparati e disposti a combattere per i diritti e le libertà dei loro compatrioti. John Adams scrisse a Mercy Otis Warren nel 1776, concordando con alcuni pensatori classici greci e romani: "La virtù pubblica non può esistere senza la virtù privata, e la virtù pubblica è l'unico fondamento delle repubbliche". E continuò:

«There must be a positive Passion for the public good, the public Interest, Honour, Power, and Glory, established in the Minds of the People, or there can be no Republican Government, nor any real Liberty. And this public Passion must be Superior to all private Passions. Men must be ready, they must pride themselves, and be happy to sacrifice their private Pleasures, Passions, and Interests, nay their private Friendships and dearest connections, when they Stand in Competition with the Rights of society.[34]»

I dissidenti protestanti e il Grande Risveglio

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Lo stesso argomento in dettaglio: Dissenzienti inglesi e Primo grande risveglio.

Le chiese protestanti che si erano separate dalla Chiesa d'Inghilterra, chiamate "dissidenti", costituivano la "scuola della democrazia", secondo le parole della storica Patricia Bonomi. Prima della Rivoluzione, le colonie del Sud e tre delle colonie del New England avevano chiese ufficiali: la Chiesa congregazionalista nella Baia del Massachusetts, nel Connecticut e nel New Hampshire, e la Chiesa d'Inghilterra nel Maryland, in Virginia, nella Carolina del Nord, nella Carolina del Sud e in Georgia. Le colonie di New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware e la Colonia del Rhode Island e delle Piantagioni di Providence non avevano chiese ufficiali.[35] Le statistiche sull'appartenenza alle chiese di quel periodo sono inaffidabili e scarse,[36] ma i pochi dati esistenti indicano che la Chiesa d'Inghilterra non era la maggioranza, nemmeno nelle colonie in cui era la chiesa ufficiale, e probabilmente non rappresentava nemmeno il 30% della popolazione nella maggior parte delle località (con la possibile eccezione della Virginia).

John Witherspoon, considerato un presbiteriano della "nuova luce", scrisse sermoni ampiamente diffusi che collegavano la Rivoluzione americana agli insegnamenti della Bibbia. In tutte le colonie, i ministri protestanti dissidenti delle chiese congregazionaliste, battiste e presbiteriane predicavano temi rivoluzionari nei loro sermoni, mentre la maggior parte del clero della Chiesa d'Inghilterra predicava la lealtà al re, capo titolare della chiesa di stato inglese. La motivazione religiosa per combattere la tirannia trascendeva le linee socioeconomiche.

  1. (EN) Comparative Studies in Society and History, Vol. 41, No. 4. (PDF), su pscourses.ucsd.edu. URL consultato il 4 febbraio 2021.
  2. (EN) History of Democracy: Modern Democracy, su historyworld.net. URL consultato il 4 febbraio 2021.
  3. G. B. Tindall/D. E. Shi, La grande storia dell'America, p. 107.
  4. (EN) John K. Alexander, Samuel Adams: The Life of an American Revolutionary, Rowman & Littlefield, 2011, pp. 187-94.
  5. (EN) Harvey, A few bloody noses, 2002, pp. 208–10.
  6. (EN) Lord George Germain, Alan Valentine, 1962, pp. 309-10.
  7. (EN) David Patrick Geggus, A Companion to the American Revolution, Jack P. Greene and J.R. Pole, 2000, pp. 523-30.
  8. (EN) Joseph J. Ellis, Revolutionary Summer: The Birth of American Independence, Random House, 2013, p. 11.
  9. (EN) Jonathan R. Dull, A Diplomatic History of the American Revolution, Yale, 1987, pp. 144-51.
  10. (EN) Walter Isaacson, Benjamin Franklin: An American Life, Simon & Schuster, 2003, pp. 303.
  11. Jeremy Black, Crisis of Empire: Britain and America in the Eighteenth Century (2008) p. 140
  12. 1 2 Schecter, Barnet. The Battle for New York: The City at the Heart of the American Revolution. (2002)
  13. 1 2 McCullough, 1776 (2005)
  14. Alan Valentine, Lord George Germain (1962) pp. 309–310
  15. John C. Miller, Triumph of Freedom, 1775–1783 (1948) p. 166.
  16. Hamilton, The Papers of Alexander Hamilton (1974) p. 28
  17. Stanley Weintraub, Iron Tears: America's Battle for Freedom, Britain's Quagmire, 1775–1783 (2005) p. 151
  18. Mackesy, The War for America (1993) p. 568
  19. Crow and Tise, The Southern Experience in the American Revolution (1978) pp. 157–159
  20. Brendan Morrissey, Yorktown 1781: The World Turned Upside Down (1997)
  21. Harvey pp. 493–515
  22. Jonathan R. Dull, The French Navy and American Independence (1975) p. 248
  23. Richard H. Kohn, Eagle and Sword: The Federalists and the Creation of the Military Establishment in America, 1783–1802 (1975) pp. 17–39
  24. John Ferling, Almost A Miracle: The American Victory in the War of Independence (2009)
  25. Joseph J. Ellis, Revolutionary Summer: The Birth of American Independence, Random House, 2013, p. 11, ISBN 978-0-307-70122-0.
  26. Charles R. Ritcheson, "The Earl of Shelbourne and Peace with America, 1782–1783: Vision and Reality". International History Review 5#3 (1983): 322–345.
  27. Jonathan R. Dull, A Diplomatic History of the American Revolution, Yale up, 1987, pp. 144–151, ISBN 0-300-03886-0.
  28. William Deverell (a cura di), A Companion to the American West, John Wiley & Sons, 2008, p. 17, ISBN 978-1-4051-3848-2.
  29. Jeffrey D. Schultz, Encyclopedia of Religion in American Politics, Greenwood, 1999, p. 148, ISBN 978-1-57356-130-3.
  30. Jenny Waldron, God, Locke, and Equality, Cambridge University Press, 2002, p. 136, DOI:10.1017/CBO9780511613920, ISBN 978-0-521-81001-2.
  31. Thomas S. Kidd (2010): God of Liberty: A Religious History of the American Revolution, New York, pp. 6–7
  32. Right of Revolution: John Locke, Second Treatise, §§ 149, 155, 168, 207–10, 220–31, 240–43, su press-pubs.uchicago.edu. URL consultato il 7 giugno 2024.
  33. Robert Middlekauff, The Glorious Cause: The American Revolution, 1763–1789, Oxford History of the United States, vol. 3, revised and expanded, Oxford University Press, 2005, ISBN 978 0-19-516247-9.
  34. Adams quoted in Paul A. Rahe, Republics Ancient and Modern: Classical Republicanism and the American Revolution. Volume: 2 (1994) p. 23.
  35. Oscar T. Barck e Hugh T. Lefler, Colonial America, New York, Macmillan, 1958, p. 404.
  36. John Mack Faragher, The Encyclopedia of Colonial and Revolutionary America, Da Capo Press, 1996, p. 359, ISBN 978-0-306-80687-2.

Voci correlate

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