Slobodan Milošević

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Slobodan Milošević
Слободан Милошевић
Stevan Kragujevic, Slobodan Milosevic, portret.jpg

Presidente della Repubblica Federale di Jugoslavia
Durata mandato 23 luglio 1997 –
5 ottobre 2000
Capo del governo Radoje Kontić
Momir Bulatović
Predecessore Zoran Lilić
Successore Vojislav Koštunica

Presidente della Repubblica di Serbia
Durata mandato 11 gennaio 1991 –
23 luglio 1997
Capo del governo Dragutin Zelenović
Radoman Božović
Nikola Šainović
Mirko Marjanović
Predecessore carica creata
Successore Milan Milutinović

Presidente della Presidenza della Repubblica Socialista di Serbia
Durata mandato 8 maggio 1989 –
11 gennaio 1991
Capo del governo Desimir Jevtić
Stanko Radmilović
Predecessore Petar Gračanin
Successore carica abolita

Presidente della Lega dei Comunisti di Serbia
Durata mandato 15 maggio 1986 –
8 maggio 1989
Predecessore Ivan Stambolić
Successore Bogdan Trifunović

Dati generali
Partito politico Partito Socialista di Serbia
(1990-2006)
Precedente:
Lega dei Comunisti di Jugoslavia
(1959-1990)
Università Università di Belgrado
Firma Firma di Slobodan Milošević Слободан Милошевић

Slobodan Milošević, ascolta pronuncia[?·info], in cirillico Слободан Милошевић, pronuncia IPA [sloˈbodan miˈloʃevitɕ] (Požarevac, 20 agosto 1941L'Aia, 11 marzo 2006), è stato un politico serbo.

È stato presidente della Serbia dal 1989 al 1997 e presidente della Repubblica Federale di Jugoslavia dal 1997 al 2000 come leader del Partito Socialista di Serbia e fu tra i protagonisti politici delle Guerre nella ex-Jugoslavia. Fu accusato di crimini contro l'umanità per le operazioni di pulizia etnica dell'esercito jugoslavo contro i musulmani in Croazia, Bosnia ed Erzegovina e Kosovo ma il processo a suo carico presso il Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia (Tpi) si estinse nel 2006 per sopraggiunta morte prima che venisse emessa la sentenza.[1]

Contro di lui era stata mossa anche l'accusa di aver disposto l'assassinio di Ivan Stambolić, suo mentore negli anni ottanta del XX secolo e suo possibile avversario nelle elezioni presidenziali del 2000.[2]

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Milošević, di origini Vasojevići, un clan montenegrino, nacque e crebbe a Požarevac, Serbia durante l'occupazione tedesca nella Seconda Guerra mondiale. Aveva un fratello maggiore, Borislav (1934-2013) diventato diplomatico[3]. I suoi genitori si separarono subito dopo la fine del conflitto. Suo padre Svetozar Milošević, catechista, si sparò nel 1962[4], mentre sua madre, Stanislava Koljenšić, un'insegnante e membro attivo del Partito Comunista di Jugoslavia, si uccise nel 1972[5].

Si laurea in Legge all'università di Belgrado nel 1964.

Era sposato con Mirjana Marković, che sarà una delle sue più importanti consigliere[6].

Stanislava Koljenšić coi figli Borislav e Slobodan

Fu prima militante e poi dirigente della Lega dei Comunisti di Jugoslavia e poi del Partito Socialista di Serbia, di cui fu tra i fondatori.

Primi passi in politica[modifica | modifica wikitesto]

A partire dagli anni ottanta era considerato uno dei migliori e più capaci amministratori e funzionari dello Stato della Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia.

Nell'aprile del 1984 fu nominato Segretario della Federazione di Belgrado della Lega dei Comunisti; dal maggio 1986 al maggio 1989 fu presidente del Comitato Centrale della Lega dei Comunisti e al primo Congresso del Partito Socialista di Serbia nel luglio 1990 venne eletto Presidente del Partito, che era nato dall'unificazione della Lega dei Comunisti e dalla Lega Socialista del Popolo Lavoratore di Serbia.

La scalata al potere[modifica | modifica wikitesto]

A capo della Lega Comunista Serba[modifica | modifica wikitesto]

La svolta nella sua carriera di funzionario statale avviene nel 1986: Milošević viene eletto presidente della Lega di comunisti serbi, grazie al sostegno del presidente della Serbia, Ivan Stambolić, suo amico personale e padrino politico conosciuto ai tempi dell'università che durante il congresso della Lega perorò per tre giorni la validità della candidatura di Milošević, allo scopo di sconfiggere gli altri candidati alla presidenza del partito. Milošević ottenne una vittoria di misura, la più risicata nella storia delle elezioni del partito.

La rinascita del nazionalismo serbo[modifica | modifica wikitesto]

Gli anni ottanta si caratterizzano per la rinascita del nazionalismo serbo e per il disconoscimento del modello della Jugoslavia titoista e della figura di Tito stesso.

L'apice del nazionalismo è raggiunto il 24 settembre 1986, quando il quotidiano belgradese Večernje Novosti pubblica alcune parti di un documento noto come il Memorandum dell'Accademia Serba delle Scienze. Questo testo, redatto da intellettuali serbi guidati dal romanziere Dobrica Ćosić, cattura subito l'attenzione del pubblico in Jugoslavia, in quanto dà voce a opinioni controverse sullo stato della nazione e sostiene la necessità di una riorganizzazione completa dello Stato. La sua tesi principale è che la decentralizzazione porta alla disintegrazione della Jugoslavia e che i serbi sono discriminati dalla costituzione jugoslava. Il testo è considerato pericolosissimo per la stabilità della zona e tutta l'élite serba, a partire dal presidente Ivan Stambolić, ne prende le distanze. Milošević stesso lo definisce "nient'altro che il nazionalismo più buio"; tuttavia concorderà pubblicamente con la maggior parte di esso e stringerà legami politici con alcuni dei suoi autori.

Tuttavia, il patriottismo socialista lentamente divenne nell'ideologia di Milosevic proprio una forma di nazionalismo serbo[7] (Grande Serbia), sotto l'aspetto di un nazionalismo di sinistra[7], socialista nazionale e populista, distaccandosi completamente dal marxismo-leninismo, dal titoismo e dal socialismo reale.[7][8][9]

La successione a Stambolić[modifica | modifica wikitesto]

Nella Jugoslavia della seconda metà degli anni ottanta la situazione più difficile si registra nella provincia autonoma serba del Kosovo, con tensione e piccoli scontri tra serbi e albanesi, mentre in Croazia e in Bosnia ed Erzegovina la convivenza fra le diverse etnie è serena.

Nel 1987 il presidente Ivan Stambolić (inconsapevole di aver firmato con questo gesto la sua fine politica e una degenerazione complessiva dei rapporti fra le etnie) manda Milošević in Kosovo, affinché egli ristabilizzi una situazione di convivenza tra albanesi e serbi.

Sulle prime battute Milošević mantiene una linea coerente con quella del Partito, rassicurando la folla che il Comitato Centrale è al corrente della loro situazione, ma senza entrare direttamente nel merito della questione. Tuttavia, su pressione di Miroslav Solević, uno dei leader serbi locali, Milošević acconsente[10] ad un tratto ad un incontro faccia a faccia con alcuni rappresentanti della minoranza serba in Kosovo. Il suo assenso va a costituire, per la prima volta, una pesantissima frattura con la politica di Fratellanza e Unità costruita nei decenni da Tito e che aveva da sempre poggiato le sue basi sul fermo rifiuto a qualsiasi tipo di dialogo con i movimenti nazionalisti della Jugoslavia.

Il giorno dell'incontro, in una situazione di forte tensione, Milošević pronuncerà un discorso che susciterà scalpore e sostegno popolare, sostenendo che "a nessuno è dato il permesso di picchiarvi"[11]. Egli si riferiva alle numerosissime rimostranze della minoranza serba in Kosovo, che lamentava un trattamento sfavorevole da parte della polizia e del potere giudiziario, sotto il completo controllo dei kosovari di etnia albanese della Lega dei Comunisti del Kosovo. Fu proprio il trattamento discriminatorio verso i serbi kosovari[12] da parte delle autorità locali ad indurre Milošević, due anni dopo, a sospendere l'autonomia della regione per ripristinare il controllo diretto di Belgrado su polizia e tribunali.

Abilissimo nel guidare i sentimenti più profondi dell'opinione pubblica serba, Milošević spazza via l'intera classe politica serba, accusata di immobilismo e inettitudine.

Il successore liberale di Milošević alla guida del partito nella sezione di Belgrado, Dragiša Pavlović, si oppose fermamente alla sua politica nei confronti dei Serbi del Kosovo. Milošević rispose accusando Pavlović di essere troppo tenero nei confronti degli Albanesi radicali, in opposizione alle intenzioni di Stambolić. Il 23 e 24 settembre del 1987, durante l'ottava sessione del comitato centrale del partito, durata 30 ore e trasmessa sulla rete di stato serba, Milošević costrinse Pavlović alle dimissioni, con grande imbarazzo di Stambolić, che si dimise pochi giorni dopo nel dicembre del 1987 dalla carica di Presidente della Serbia, a causa della pressione dei sostenitori di Milošević, venendo ufficialmente sostituito da Petar Gracanin, a cui succedette l'anno seguente lo stesso Milošević che diventa presidente serbo, ottenendo un potere enorme.

Alla guida della Serbia[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1988 si acuì la tensione sia all'interno dei confini della Serbia (in Kosovo), che fra la Serbia e le altre repubbliche, in particolare la Slovenia. Mentre Milošević era sostenitore di un modello centralista (sia a livello di istituzioni che di politica economica), alla cui guida doveva esserci la Serbia in quanto maggior repubblica della Federazione, Lubiana (con il presidente Milan Kučan) sosteneva il diritto all'autodeterminazione delle repubbliche e il rispetto di ogni minoranza e autonomia.

Milošević capisce di godere di un enorme sostegno popolare: i Serbi vedono in lui la guida di una nazione orgogliosa, un capo carismatico. Gode inoltre del sostegno della Chiesa ortodossa serba e dell'Armata popolare jugoslava. Il popolo serbo rielabora il mito della vittoria mutilata (la Seconda guerra mondiale, vinta dai partigiani jugoslavi contro fascisti e nazionalisti), che non consentì ai Serbi l'unità politica della nazione (rilevanti minoranze serbe erano presenti in Croazia e in Bosnia ed Erzegovina, mentre alla Serbia erano state imposte due province autonome, Kosovo e Voivodina).

La rivoluzione anti-burocratica[modifica | modifica wikitesto]

A partire dal 1982 e 1983, in risposta alle rivolte nazionaliste albanesi in Kosovo, il Comitato centrale della Lega comunista aveva adottato una serie di decisioni volte a centralizzare il controllo della Serbia sull'applicazione della legge e sulla magistratura nelle province del Kosovo e della Vojvodina. Dall'inizio alla metà degli anni '80, furono fatte affermazioni su un esodo di massa di serbi e montenegrini dal Kosovo a seguito delle rivolte albanesi.[13] I nazionalisti serbi denunciarono la costituzione jugoslava del 1974 e le richieste di cambiamento erano forti tra i serbi kosovari.[13] Stambolić aveva istituito una commissione per modificare la costituzione serba in linea con le conclusioni adottate dal Partito comunista federale. La commissione costituzionale aveva lavorato per tre anni per armonizzare le sue posizioni e nel 1989 una costituzione serba modificata fu sottoposta ai governi del Kosovo, Vojvodina e Serbia per l'approvazione.

Milošević capì che per portare avanti le istanze nazionali serbe occorreva sciogliere il nodo della costituzione ma per farlo si doveva assicurare la non opposizione di Kosovo, Vojvodina e Montenegro. A partire dal 1988, Milošević con il sostegno delle forze armate e dei servizi segreti aveva guidato la cosiddetta "Rivoluzione anti-burocratica" la quale portò alla sostituzione dei governi della provincie autonome della Vojvodina e del Kosovo e della repubblica del Montenegro e all'elezione di funzionari alleati di Milošević.[14]

In Vojvodina, dove il 54% della popolazione era serba, si stima che circa 100.000 manifestanti si radunarono fuori dal quartier generale del Partito comunista, a Novi Sad, il 6 ottobre 1988 per chiedere le dimissioni della leadership provinciale. La maggior parte dei manifestanti era costituita da lavoratori della città di Bačka Palanka, 40 chilometri a ovest di Novi Sad. Sostenevano Milošević e si opponevano alle mosse del governo provinciale per bloccare i futuri emendamenti alla costituzione serba.[15][16] Il New York Times riferì che le manifestazioni si svolsero "con il sostegno di Slobodan Milošević".[17] Le dimostrazioni ebbero successo, la direzione provinciale si dimise e la Lega dei comunisti della Vojvodina scelse una nuova direzione. Alle elezioni seguenti il dott. Dragutin Zelenović, alleato di Milošević, fu eletto membro della presidenza della Vojvodina.

Azem Vllasi e Kaqusha Jashari, i due politici di spicco del Kosovo, furono sostituiti nel novembre 1988[14], per la loro opposizione agli emendamenti costituzionali che avrebbero ridotto l'autonomia del Kosovo (già concessa da Tito nel 1974).[18] Essi vennero sostituiti da incaricati di Milošević. La popolazione albanese del Kosovo in risposta di questi eventi divenne irrequieta, e nel febbraio 1989 fu indetto uno sciopero generale che coinvolse in maniera particolare il settore minerario della regione. Il 27 febbraio 1989 fu dichiarato un parziale stato di emergenza in Kosovo, e i leader appena nominati si dimisero il 28 febbraio mentre una grande manifestazione in senso contrario si tenne a Belgrado in sostegno di Milošević. Tre giorni dopo venne arrestato Vllasi e processato per "attività controrivoluzionarie" per essere rilasciato nel 1990.

Il 10 gennaio 1989, in Montenegro, dove il salario mensile medio era il più basso della Jugoslavia, il tasso di disoccupazione di quasi il 25% e dove un quinto della popolazione viveva al di sotto della soglia di povertà, 50.000 manifestanti si radunarono nella capitale Titograd (ora Podgorica) per protestare contro la situazione economica della repubblica e per chiedere le dimissioni della sua leadership.[19] I dimostranti trasportavano ritratti di Milošević ed urlavano il suo nome, ma il New York Times ha riportato "non ci sono prove che il leader serbo abbia avuto un ruolo organizzativo nelle dimostrazioni".[20] Il giorno successivo, la presidenza del Montenegro rassegna le dimissioni collettive insieme ai delegati montenegrini nel Politburo jugoslavo. Il rappresentante del Montenegro alla presidenza federale, Veselin Đuranović, affermò che la decisione di dimettersi "è motivata da un senso di responsabilità per la situazione economica".[21] Le successive elezioni multipartitiche portarono Momir Bulatović, alleato di Milošević, ad essere eletto presidente montenegrino.

Il 10 marzo 1989, l'Assemblea della Vojvodina approvò gli emendamenti. Poco dopo, il 23 marzo 1989, il parlamento del Kosovo, sotto la minaccia della presidenza federale di un intervento militare, accettò e approvò gli emendamenti che consentivano alla Serbia di affermare la sua autorità sul Kosovo. I rappresentanti albanesi dell'assemblea cercarono di boicottare la votazione sulla questione, ma indipendentemente dal fatto che la mozione non avesse raggiunto la maggioranza dei due terzi richiesta, venne dichiarata approvata.[18] Alla seduta del parlamento del Kosovo erano presenti 187 dei 190 membri dell'assemblea, al momento della votazione: 10 hanno votato contro gli emendamenti, due si sono astenuti e i restanti 175 hanno votato a favore degli emendamenti. Sebbene la composizione etnica dell'Assemblea del Kosovo fosse al 70% albanese, i parlamentari sono stati costretti a votare a favore degli emendamenti sotto l'attenta sorveglianza delle forze di polizia serbe appena arrivate. Gli emendamenti ripristinavano il controllo serbo sulla polizia, i tribunali, la difesa nazionale e gli affari esteri della provincia. Secondo un rapporto della United Press, le rivolte scoppiate a seguito del voto hanno ucciso 29 persone e ferito 30 poliziotti e 97 civili.A seguito degli emendamenti costituzionali del 1989, gli albanesi in Kosovo hanno ampiamente boicottato il governo provinciale e si sono rifiutati di votare alle elezioni. Sulla scia del boicottaggio albanese, i sostenitori di Milošević sono stati eletti a posizioni di autorità dai rimanenti elettori serbi in Kosovo. Il boicottaggio ha presto incluso l'educazione alla lingua albanese in Kosovo che Milošević ha tentato di risolvere firmando nel 1996 l'accordo sull'istruzione Milošević-Rugova mediato dalla Comunità di Sant'Egidio.

Il 28 marzo, il parlamento serbo approvò in via definitiva le modifiche costituzionali.

Le rivoluzioni anti-burocratiche in Montenegro e Vojvodina, associate al boicottaggio albanese in Kosovo, significarono che Slobodan Milošević e i suoi sostenitori detenevano il potere in quattro delle otto repubbliche e province autonome che costituivano la Federazione jugoslava. Poiché i sostenitori di Milošević controllavano metà dei voti nella presidenza federale, i suoi critici lo hanno accusato di aver minato la federazione stessa. Questo, sostengono i suoi detrattori, sconvolse l'equilibrio di potere in Jugoslavia e provocò il separatismo. I sostenitori di Milošević affermano invece che i rappresentanti alla presidenza federale furono eletti secondo la legge affermando che Milošević godette di un autentico sostegno popolare, quindi era perfettamente logico che i suoi alleati fossero eletti alla presidenza. I suoi sostenitori respinsero le accuse di aver sconvolto l'equilibrio di potere in Jugoslavia come uno stratagemma di propaganda progettato per giustificare il separatismo.

Politica economica[modifica | modifica wikitesto]

Milošević ha sostenuto una sintesi tra politiche economiche socialiste e liberali che avrebbero gradualmente spostato la Serbia da un'economia pianificata a un'economia mista.[22] Durante la campagna per le prime elezioni democratiche in Serbia, Milošević promise di proteggere i lavoratori industriali dagli effetti negativi delle politiche del libero mercato mantenendo la proprietà sociale dell'economia e sostenendo le barriere commerciali al fine di proteggere le industrie locali.[23] Nonostante ciò, molti accusarono Milošević di creare una cleptocrazia trasferendo la proprietà di gran parte del settore industriale e finanziario ai suoi alleati e finanziatori politici.[24]

Sotto pesanti sanzioni economiche delle Nazioni Unite a causa del ruolo percepito di Milošević nelle guerre jugoslave, l'economia serba iniziò un periodo prolungato di collasso economico e isolamento. Le politiche monetarie legate alla guerra della Banca nazionale della Jugoslavia hanno contribuito all'iperinflazione che ha raggiunto un tasso allarmante del 313 milioni per cento nel gennaio 1994.[25] Secondo la Banca mondiale, l'economia serba si è contratta del 27,2% e del 30,5% rispettivamente nel 1992 e nel 1993. In risposta al deteriorarsi della situazione, l'economista della Banca mondiale Dragoslav Avramović è stato nominato governatore della Banca nazionale della Jugoslavia nel marzo 1994. Avramović ha avviato riforme monetarie che hanno posto fine all'iperinflazione e riportato l'economia serba alla crescita economica dando al dinaro jugoslavo un tasso di 1 a 1 in parità con il marchio tedesco.

Il ruolo di Milošević nella firma degli Accordi di Dayton ha consentito la revoca della maggior parte delle sanzioni economiche, ma alla Jugoslavia non era ancora consentito l'accesso agli aiuti finanziari e stranieri a causa della percepita oppressione degli albanesi in Kosovo. L'economia serba ha iniziato a crescere dal periodo 1994-1998, a un certo punto ha persino raggiunto un tasso di crescita del 10,1% nel 1997. Tuttavia, questo tasso di crescita non è stato sufficiente per riportare la Serbia al suo stato economico prebellico. Al fine di pagare pensioni e stipendi, il governo socialista di Milošević non aveva altra scelta che iniziare a vendere le telecomunicazioni più redditizie della Serbia, il che ha dato al governo federale circa $ 1,05 miliardi di entrate in più.[26] Nel 1998, Miloševic ha promesso di introdurre un nuovo programma economico che avrebbe avviato un processo di riforme del mercato, riduzione delle barriere commerciali e la privatizzazione di più imprese statali al fine di raggiungere un tasso di crescita economica del 10%.[27] Tuttavia, questo piano non fu mai attuato a causa della guerra del Kosovo, dell'attacco alla Jugoslavia della NATO e del suo successivo rovesciamento nell'ottobre 2000.

Fine della Jugoslavia[modifica | modifica wikitesto]

Milošević fotografato durante gli Accordi di Dayton nel 1995

Il 28 giugno 1989, seicento anni dopo la battaglia di Kosovo Polje, (nella "piana dei merli" si svolse una epica battaglia tra Serbi ortodossi e Ottomani musulmani) tenne un discorso celebrativo davanti a centinaia di migliaia di Serbi confluiti sul posto, nel quale esaltò la nazione serba e l'unità multietnica jugoslava, senza mai citare l'entità etnica albanese. In seguito (19 novembre 1989) radunò un milione di manifestanti a Belgrado.

Milošević decise di cavalcare la campagna nazionalista forte anche delle paure serbe derivanti dalla modifiche costituzionali promosse da Franjo Tuđman in Croazia nel 1990 che toglievano alla minoranza serba (600.000 persone pari al 12,2% della popolazione croata) lo status di nazione costituente della repubblica croata accompagnando il tutto con un'ondata di licenziamenti e atti discriminatori.[14]

Nel gennaio del 1990 si tiene il quattordicesimo e ultimo congresso (convocato in via straordinaria) della Lega dei comunisti jugoslavi. La frattura tra Serbi e Sloveni è insanabile, soprattutto a causa dell'intransigenza di Milošević. Milan Kučan, che guida gli Sloveni, decide di ritirare la delegazione della sua nazione dal congresso, e lo stesso farà subito dopo il croato Ivica Račan. È la fine politica della Jugoslavia federale e multietnica. Nel giugno del 1990 Milošević ribattezza la Lega dei Comunisti Serbi in Partito Socialista Serbo, di cui viene eletto presidente.

Nello stesso anno, dopo che altre repubbliche abbandonarono la Lega dei comunisti della Jugoslavia e adottarono sistemi multipartitici democratici, il governo di Milošević seguì rapidamente l'esempio e fu varata la nuova Costituzione serba. La Costituzione del 1990 ribattezzò ufficialmente la Repubblica socialista di Serbia con la Repubblica di Serbia e abbandonò il sistema comunista monopartitico e creò un sistema democratico multipartitico. In seguito, Serbia e Montenegro hanno concordato di creare la nuova federazione jugoslava chiamata Repubblica Federale di Jugoslavia nel 1992, che ha smantellato le restanti infrastrutture comuniste e creato un sistema di governo democratico multipartitico federale.

Il 28 dicembre 1990, Milošević compì un altro atto con cui assestò un colpo mortale alla Federazione jugoslava: poco dopo le elezioni che si era deciso ad indire anche in Serbia su base pluralistica, egli si impossessò, alle spalle dell'ignaro Ante Markovic, di un terzo circa dell'emissione monetaria jugoslava prevista per il 1991 (1,7 miliardi di dollari), pagando con i soldi così ottenuti le paghe e le pensioni dei suoi elettori, riuscendo così a sbaragliare gli altri oppositori.[14]

Nel gennaio 1991 viene scoperta l'emissione clandestina e illegale di moneta federale da parte del governo serbo, mentre in marzo Milošević manda l'esercito a fermare le manifestazioni dell'opposizione a Belgrado. Dopo aver indetto referendum popolari il 25 giugno del 1991, Slovenia e Croazia proclamano l'indipendenza.

Le guerre in Croazia e Bosnia Erzegovina[modifica | modifica wikitesto]

Milošević (al centro) durante la firma degli Accordi di Dayton

L'esercito federale interviene in Slovenia. Milošević non ha alcun interesse nel paese, etnicamente compatto e sostenuto da Austria e Germania. La prima guerra europea dalla fine del secondo conflitto mondiale si conclude dopo dieci giorni, l'8 luglio (Accordi di Brioni).

L'attenzione di Milošević si sposta tutta sulla Croazia, in particolare sulle regioni abitate da Serbi (le pianure della Slavonia e la regione montuosa della Krajina). Milošević non accetta che popolazioni serbe vivano al di fuori della nuova "piccola" Jugoslavia (cioè la Serbia e il Montenegro). Il suo progetto è quello di annettersi i territori serbi della Croazia e una buona metà della Bosnia ed Erzegovina (nel 1991 ancora estranea alla guerra), creando così la "Grande Serbia". Nella seconda metà del 1991 Milošević, l'esercito federale jugoslavo e truppe paramilitari iniziano una violenta guerra contro la Croazia. Assediano e distruggono completamente la città multietnica di Vukovar (città in cui la convivenza fra serbi e croati era storica e pacifica, caduta l'8 novembre 1991).

L'esercito jugoslavo penetra in profondità in territorio croato, arrivando a minacciare Zagabria.

Dopo il referendum in Bosnia Erzegovina sull'indipendenza (1º marzo 1992), boicottato dai serbo-bosniaci, scoppia la guerra di Bosnia. Milošević sostiene militarmente e politicamente Radovan Karadžić, leader dei serbo-bosniaci che si macchierà di crimini di guerra. La guerra, fra continue tregue e riprese militari, si concluderà il 21 novembre 1995, con gli accordi di Dayton. A Dayton i due nemici Milošević e Tuđman, presidente della Croazia (che più volte si erano incontrati – secondo alcuni era presente un "telefono rosso" diretto fra i due politici), accusati di responsabilità politiche nelle operazioni di pulizia etnica e in enormi massacri, saranno descritti come "gli uomini della pace" e lasciati al loro posto.

La guerra del Kosovo e il tramonto di Milošević[modifica | modifica wikitesto]

1996, Milošević incontra l'Ammiraglio degli USA Joseph Lopez

Milošević è eletto presidente della Repubblica Federale Jugoslava (cioè Serbia e Montenegro) nel novembre del 1996. Annulla i risultati delle elezioni municipali dello stesso anno, vinti dalla coalizione d'opposizione Zajedno (Insieme). Questo provoca enormi manifestazioni popolari a Belgrado e l'intervento dell'OSCE. Milošević riconoscerà i risultati 11 settimane più tardi. Nelle successive elezioni presidenziali serbe non viene rispettato alcuno standard di legalità e correttezza: le consultazioni vengono vinte da Milan Milutinović, stretto collaboratore di Milošević.

In Kosovo si intensificano gli scontri tra UCK, l'esercito di liberazione albanese, e la polizia federale. Nella provincia erano presenti inoltre truppe paramilitari serbe, che non godevano ufficialmente dell'appoggio di Belgrado. La strage di Račak, con la morte di 40-45 kosovari di etnia albanese, apparentemente giustiziati, acuisce la crisi, anche se tutt'oggi permangono forti dubbi sulle responsabilità e le autorità serbe hanno negato di aver effettuato esecuzioni di massa. A Rambouillet falliscono i tentativi di mediazione tra governo federale e gruppo di contatto (USA, Russia, Francia, Germania, Regno Unito e Italia) sullo status della provincia. Tra marzo e giugno del 1999 la NATO bombarda la Jugoslavia (Operazione Allied Force), colpendo anche molti obiettivi civili, fino al completo ritiro dell'esercito dal Kosovo.

Isolato a livello internazionale e interno (il Montenegro non riconosceva più le istituzioni federali), Milošević si ricandida alle elezioni del 24 settembre 2000, grazie ad una riforma costituzionale. Viene sconfitto da Vojislav Koštunica, un nazionalista moderato, a capo di tutta l'opposizione, e il 5 ottobre è costretto, dopo una grande manifestazione con l'occupazione del parlamento, a riconoscere la sconfitta.

Il primo ministro serbo Zoran Đinđić lo consegna al Tribunale Penale Internazionale per i Crimini nella Ex-Jugoslavia (l'Aia) il 28 giugno 2001, nonostante la contrarietà di Koštunica e di parte dell'opinione pubblica serba, Milošević non riconosce la validità legale del tribunale, facendo appello alle leggi del diritto internazionale.

Morte[modifica | modifica wikitesto]

Milošević fu trovato morto nel carcere dell'Aia la mattina dell'11 marzo 2006. La morte dell'ex presidente serbo segue di pochi giorni quella - avvenuta nello stesso carcere - di Milan Babić, ex-leader dei serbi di Krajina, suicidatosi il 5 marzo 2006 impiccandosi nella cella dove scontava una condanna patteggiata a 13 anni.

Poco prima della morte Milošević aveva espresso timori che lo si stesse avvelenando. Il 12 gennaio 2006, due mesi prima della morte, vi era stato uno scandalo in quanto nelle analisi del sangue di Milošević era stato rilevato l'antibiotico Rifampicin, ordinariamente usato per la tubercolosi e la lebbra e capace di neutralizzare l'effetto dei farmaci che Milošević usava per la pressione alta e la cardiopatia di cui soffriva. Della presenza di tale farmaco nel suo sangue Milošević si era lamentato in una lettera inviata al ministro degli esteri russo.

Il Tribunale penale internazionale per i crimini nella ex-Jugoslavia ha disposto un'indagine sulle cause e le circostanze del decesso. Dai risultati degli esami autoptici sembra escluso che l'ex leader serbo abbia assunto, negli ultimi giorni prima della morte, il farmaco Rifampicin.

Milošević aveva richiesto nei mesi precedenti la morte il ricovero presso una clinica specializzata a Mosca, senza ottenere l'autorizzazione a recarvisi. Da parte dei critici di Milošević si è dunque avanzata l'ipotesi che in gennaio egli avesse assunto volontariamente il farmaco, onde forzare il Tribunale a permettergli di viaggiare in Russia e scappare. Tuttavia sembra escluso che egli potesse procurarsi il Rifampicin in carcere. Infatti, dopo che nel settembre 2005 Milošević aveva utilizzato un farmaco prescritto da un medico serbo ma non autorizzato dai medici del Tribunale, tutte le persone che gli rendevano visita venivano preventivamente perquisite con il compito specifico di non permettere che gli fosse consegnato alcun farmaco.

Entro pochi giorni il Tribunale avrebbe dovuto decidere sulla richiesta, avanzata da Milošević, di un confronto in aula con l'ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton e con Wesley Clark, il generale statunitense che aveva guidato l'intervento NATO contro la Jugoslavia nel 1999. La morte di Milošević - che dopo anni di processo aveva ormai esaurito i quattro quinti del tempo a disposizione per la sua difesa - precede di qualche mese la data presumibile della conclusione del processo a suo carico e mette in grave imbarazzo il Tribunale, che il 14 marzo 2006 ha ufficialmente estinto l'azione penale e chiuso senza una sentenza il più importante processo per il quale era stato istituito.

Il procuratore generale della Corte dell'Aia Carla Del Ponte in un'intervista[28] al quotidiano la Repubblica avrebbe sostenuto che la morte di Milošević rappresenta per la sua attività "una sconfitta totale". La stessa Del Ponte ha però poi sottolineato che quanto scritto da Repubblica è privo di fondamento, visto che lei non ha mai pronunciato quella frase (si veda ad esempio l'intervista pubblicata dal quotidiano tedesco Die Zeit il 15 dicembre 2011,[29]").

Michail Gorbačëv ha accusato il TPI di aver compiuto un "grave errore" non consentendo il ricovero in una clinica russa, giudicando "piuttosto inumano" il comportamento dei giudici. Borislav Milošević, fratello dell'ex leader serbo, ha incolpato della sua morte il TPI: "L'intera responsabilità di quanto è accaduto è del Tribunale penale internazionale". Ivica Dačić, membro dell'SPS, ha detto che "Milošević non è morto al Tribunale dell'Aia, ma è stato ucciso presso il Tribunale".

In Serbia è stato proposto di sospendere il mandato di cattura internazionale alla moglie di Milošević per permettere la sua partecipazione al funerale: secondo la legge avrebbe dovuto essere arrestata non appena si fosse trovata in territorio serbo. Tuttavia nessun membro della famiglia (la moglie Mira e il figlio Marko, rifugiati in Russia e la figlia Marija residente nel Montenegro) ha partecipato alle esequie. Il presidente della Repubblica Boris Tadić ha rifiutato di organizzare un funerale di Stato. Più sfumata la posizione del premier Vojislav Koštunica, in quanto il governo da lui guidato si basava sull'appoggio esterno dei parlamentari del Partito Socialista Serbo, di cui Milošević era ancora formalmente presidente. Al funerale dell'ex leader serbo fece scalpore la presenza del futuro Premio Nobel per la Letteratura austriaco Peter Handke, nel corso degli Anni Novanta sostenitore di un approccio equilibrato, da parte dell'Occidente, alle crisi balcaniche che non coincidesse con la demonizzazione dei serbi[30].

Essendo stato negato un funerale di stato, a Belgrado si è svolta una cerimonia di addio, nella piazza antistante al parlamento federale della Serbia-Montenegro, con una consistente partecipazione popolare (tra le 50.000 e le 80.000 persone, soprattutto anziani e esponenti dell'SPS e del Partito Radicale Serbo). Successivamente il corpo di Milošević è stato inumato presso il giardino di famiglia della casa natale di Požarevac.

Post-mortem[modifica | modifica wikitesto]

Riguardo Milošević, dopo la sua morte, in una sentenza di condanna a 40 anni di reclusione per Radovan Karadžić per i crimini del periodo 1992-1995, il tribunale dell'Aja ha fatto un accenno anche alle responsabilità dell'ex Presidente serbo riguardo al piano di espulsione dei bosniaci musulmani e dei croato-bosniaci, dichiarando che il collegio giudicante «non è soddisfatto dell'insufficiente prova che Milošević fu favorevole» poiché "non esistono prove sufficienti a dimostrare che Slobodan Milošević fosse d'accordo con il piano comune", affermando anche che, comunque, «Milošević fornì assistenza nella forma di personale, logistica e armi ai serbo-bosniaci durante il conflitto».[31][32]

I mass-media serbi, con una notizia rilanciata poi da quelli internazionali vicini o direttamente legati alla Russia e critici del tribunale dell'Aja, come Sputnik News[32], hanno interpretato ciò come un'assoluzione postuma o una giustificazione della condotta del leader nazionalista, sebbene non sia così e la sentenza parlasse solamente in maniera marginale di Milošević, essendo incentrata su Karadžić.[31]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Cfr. [1]
  2. ^ .Cfr. [2]
  3. ^ Borislav Milosevic: Diplomat who defended his brother Slobodan, The Independent, 1º febbraio 2013. URL consultato il 2 febbraio 2013.
  4. ^ probabilmente dopo che un suo alunno si suicidò dopo aver da lui ricevuto un cattivo voto scolastico - Slobodan Milosevic and the destruction of Yugoslavia - Louis Sell, su books.google.com. URL consultato il 19 ottobre 2009.
  5. ^ Slobodan Milosevic and the destruction of Yugoslavia - Louis Sell, su books.google.com. URL consultato il 19 ottobre 2009.
  6. ^ Alessandro Marzo Magno, Una morte annunciata, in La guerra dei dieci anni, Milano, Il saggiatore, 2001, p. 35.
  7. ^ a b c Populism in the Balkans
  8. ^ Christian Costamagna: Slobodan Milošević cercò di rivitalizzare il socialismo reale attraverso il nazionalpopulismo
  9. ^ Nazionalismi a confronto: la Grande Serbia
  10. ^ Dal minuto 4:04- BBC: the Death of Yugoslavia, su youtube.com. URL consultato il 25 giugno 2015.
  11. ^ Šta Je On To U Stvari Rekao
  12. ^ In Yugoslavia, Rising Ethnic Strife Brings Fears of Worse Civil Conflict - NYTimes.com
  13. ^ a b Ramet, Sabrina P., 1949-, The three Yugoslavias : state-building and legitimation, 1918-2005, Woodrow Wilson Center Press, 2006, ISBN 0-253-34656-8, OCLC 61687845. URL consultato il 27 dicembre 2019.
  14. ^ a b c d Joze Pirjevec, Introduzione, in Le guerre jugoslave: 1991-1999, Einaudi.
  15. ^ (EN) Yugoslav Protesters Demand Firing of Local Party Leaders, su Los Angeles Times, 8 ottobre 1988. URL consultato il 27 dicembre 2019.
  16. ^ (EN) Henry Kamm e Special To the New York Times, Growing Yugoslav Ethnic Protests Lead Province Officials to Resign, in The New York Times, 7 ottobre 1988. URL consultato il 27 dicembre 2019.
  17. ^ (EN) Henry Kamm e Special To the New York Times, Growing Yugoslav Ethnic Protests Lead Province Officials to Resign, in The New York Times, 7 ottobre 1988. URL consultato il 27 dicembre 2019.
  18. ^ a b Krieger, Heike., The Kosovo conflict and international law : an analytical documentation, 1974-1999, Cambridge University Press, 2001, ISBN 0-521-80071-4, OCLC 59550258. URL consultato il 27 dicembre 2019.
  19. ^ (EN) Reuters, 50,000 in Yugoslavia Press For Ouster of Area's Leaders, in The New York Times, 11 gennaio 1989. URL consultato il 27 dicembre 2019.
  20. ^ (EN) Henry Kamm e Special To the New York Times, The Yugoslav Republic That Roared, in The New York Times, 22 gennaio 1989. URL consultato il 27 dicembre 2019.
  21. ^ Gadsden Times - Google News Archive Search, su news.google.com. URL consultato il 27 dicembre 2019.
  22. ^ Ideology, Legitimacy and the New State, 19 settembre 2002, DOI:10.4324/9780203045725. URL consultato il 27 dicembre 2019.
  23. ^ (EN) Celestine Bohlen e Special To the New York Times, Ruling Party Wins Serbian Elections, in The New York Times, 11 dicembre 1990. URL consultato il 27 dicembre 2019.
  24. ^ Global Corruption Report 2004: Political Corruption, su issuu. URL consultato il 27 dicembre 2019.
  25. ^ (EN) The World's Greatest Unreported Hyperinflation, su Cato Institute, 7 maggio 2007. URL consultato il 27 dicembre 2019.
  26. ^ (EN) United Nations High Commissioner for Refugees, Refworld | The Milosevic Factor, su Refworld. URL consultato il 27 dicembre 2019.
  27. ^ ECONOMY: Milosevic Fiddles While Serbian Economy Burns | Inter Press Service, su www.ipsnews.net. URL consultato il 27 dicembre 2019.
  28. ^ Intervista a la Repubblica.
  29. ^ Intervista di Carla Del Ponte con il quotidiano tedesco Die Zeit, 15.12.2011: "Ich bin eine Pazifistin", https://www.zeit.de/2011/51/CH-Interview-C-del-Ponte
  30. ^ Andrea Zhok, I guardiani dell'ipocrisia, Osservatorio Globalizzazione, 16 ottobre 2019
  31. ^ a b SERBIA: “Milošević è innocente”. Ma non è vero
  32. ^ a b Giulietto Chiesa, Milosevic scagionato dal Tribunale penale internazionale per Jugoslavia. E nessuno lo dice

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • M. Nava, Milošević, L'ultimo tiranno, Rizzoli, Milano 2000 ISBN 88-17-86267-3
  • P. Rumiz, Maschere per un massacro, Editori Riuniti, Roma 1996 ISBN 88-359-4868-1
  • P. Handke, Un viaggio d'inverno ai fiumi Danubio, Sava, Morava e Drina, ovvero: Giustizia per la Serbia, Einaudi, Torino 1996 ISBN 88-06-14175-9
  • P. Handke, Un disinvolto mondo di criminali. Annotazioni a posteriori su due attraversamenti della Iugoslavia in guerra - marzo e aprile 1999, Einaudi, Torino 2002 ISBN 88-06-16145-8
  • L. Silber, A. Little Yugoslavia: Death of a Nation, Penguin Books, Londra 1997 ISBN 1-57500-005-9
  • M. Mandel, Come l'America la fa franca con la giustizia internazionale, EGA Editore, Torino 2005 ISBN 88-7670-545-7
  • Alessandro Marzo Magno, La guerra dei dieci anni - Jugoslavia 1991-2001, Il saggiatore, Milano 2001, ISBN 978-885650064-6

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