Decolonizzazione

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Mappa con gli anni dell'ottenimento dell'indipendenza per le ex colonie inglesi e francesi nel XX secolo

La decolonizzazione è un processo con cui un territorio sottoposto a dominazione coloniale ottiene l’indipendenza dal Paese ex colonizzatore e/o viene riconsegnato al suo stato nazionale. In un significato più ampio si intende anche il processo attraverso cui un ex Stato coloniale (che ha formalmente ottenuto l’indipendenza politica) tende a raggiungere un’autonomia maggiore liberandosi delle residue ingerenze politiche ed economiche dell'Paese ex colonizzatore[1].

Tale processo storicamente ha i suoi inizi tra la fine dell'età moderna e gli inizi dell'età contemporanea con la decolonizzazione delle Americhe iniziata con la rivoluzione americana (1765-1783) e la rivoluzione haitiana (1791-1804) e culminata con la guerra d'indipendenza del Brasile (1822-1825) e le guerre d'indipendenza ispanoamericane (1808-1833) che hanno portato all'indipendenza di Haiti (dalla Francia), degli Stati Uniti d'America (dal Regno Unito) e delle colonie portoghesi e spagnole nell'America continentale. Gli altri due periodi fondamentali del processo di decolonizzazione sono stati il periodo interbellico tra le due guerre mondiali che ha conseguito in Medio Oriente la creazione del primo stato arabo davvero indipendente del XX secolo (l'Arabia Saudita, 1927) e all'indipendenza formale di: Regno dello Yemen (1918), Egitto (1922) ed Iraq (1932), ed il successivo periodo iniziato col secondo dopoguerra e protrattosi con la guerra fredda dov'è avvenuta la scomparsa della quasi totalità degli imperi coloniali col progressivo ottenimento dell'indipendenza da parte di quasi tutte le loro colonie. Sebbene la guerra fredda fu il periodo in cui il processo di decolonizzazione fu più attivo, essa non ne segnò la fine in quanto tale processo è continuato anche dopo il crollo dell'URSS nel 1991; nel periodo post guerra fredda degno di nota è il trasferimento della sovranità di Macau dal Portogallo alla Repubblica Popolare Cinese nel 1999.

XVIII-XIX secolo[modifica | modifica wikitesto]

Le prima fase di decolonizzazione dei possedimenti coloniali europei si ebbe tra XVIII e XIX secolo e coinvolse esclusivamente il continente americano, partendo dagli Stati Uniti d'America (la cui rivoluzione fu poi d'ispirazione ai rivoluzionari latinoamericani) ed Haiti che ottennero l'indipendenza dagli imperi britannico e francese, fino alla quasi interezza dell'America latina con le guerre d'indipendenza ispanoamericane e la guerra d'indipendenza brasiliana che causarono la secessione della maggior parte dei territori degli imperi spagnolo e portoghese dell'epoca. Quasi tutte le rivoluzioni separatiste di questo periodo furono scatenate dai coloni bianchi di origine europea che abitavano nelle colonie, quella di Haiti invece è stata l'unica eccezione dove la rivoluzione iniziò invece come rivolta antischiavista degli schiavi neri e non dei coloni di origine europea. In questa fase di decolonizzazione tutte le potenze coloniali si opposero con la forza ai tentativi di secessione delle proprie colonie mentre talvolta supportavano le ribellioni separatiste negli imperi coloniali rivali.

Rivoluzione americana[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Rivoluzione americana.

Rivoluzione haitiana[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Rivoluzione haitiana.
L'isola di Hispaniola divisa tra una parte occidentale sotto dominio francese ed una orientale appartenente alla Spagna

Sul finire del XVIII secolo l'isola di Hispaniola, situata nell'arcipelago delle Antille nell'America centrale caraibica, era divisa in una parte orientale, appartenente alla Spagna, ed una occidentale appartenente alla Francia (colonia di Saint-Domingue), in entrambe si praticava la coltivazione di piantagioni (soprattutto di zucchero, cotone, indaco e caffè) lavorate da schiavi neri portati dall'Africa. Nella metà francese la composizione razziale era circa 500.000 neri (schiavi), 28.000 mulatti e neri liberi, a fronte di 30.000 coloni bianchi. Nonostante l'avvento della rivoluzione francese ispirata dai valori illuministi di uguaglianza tra gli uomini, la quale portò alla pubblicazione nel 1789 alla pubblicazione della dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, nelle colonie francesi la schiavitù e le discriminazioni razziali non vennero abolite. Il primo scontro nacque tra i mulatti (insieme ai neri liberi) che chiedevano un'estensione verso di loro dei diritti dei bianchi, i quali però si opponevano. Ma è nell'agosto 1791 che la crisi assunse dimensioni enormi con la rivolta degli schiavi neri che causò nell'intera Isola scontri e massacri (da entrambe le parti). Gli insorti vennero guidati da Toussaint Louverture e furono supportati militarmente da Spagna e Regno Unito[2].

Nel marzo 1792 l'assemblea nazionale francese, per cercare di risolvere la questione, approvò l'estensione dell'eguaglianza giuridica ai mulatti, ma tale provvedimento fu tardivo in quanto ormai il problema non erano solo i mulatti ma soprattutto i ribelli neri che costituivano la stragrande maggioranza della popolazione nella colonia. Il commissario francese Léger-Félicité Sonthonax fu mandato sull'isola per riprenderne il controllo e nell'agosto 1793, per far cessare la rivolta, proclamò l'abolizione della schiavitù e tale decisione fu ratificata nel febbraio 1794 dalla convenzione nazionale francese. Dopo il provvedimento abolizionista, il leader degli insorti Louverture giurò fedeltà alla Francia e si mosse contro le truppe spagnoli e inglesi sull'isola[3].

Nel 1798 Louverture divenne l'effettivo leader della colonia di Saint-Domingue ma quando nel 1801 promulgò una costituzione autonomista, l'allora governo francese con a capo Napoleone Bonaparte decise di mandare delle truppe a riprendere possesso della colonia; nel 1802 fu ristabilita la schiavitù. Louverture fu arrestato e portato in Francia ma la spedizione militare non ebbe successo e nel 1803 le truppe si ritirarono, nel 1804 i ribelli proclamarono l'indipendenza dalla Francia e l'evento fu subito seguito da un massacro della popolazione bianca da parte degli ex insorti; la schiavitù tuttavia fu abolita solo nel 1848[3].

Rivoluzioni latinoamericane[modifica | modifica wikitesto]

Mappa dell'America centrale e meridionale con gli anni di ottenimento dell'indipendenza dei vari Paesi (con i confini attuali)

Ad inizio XVIII secolo nell'America centrale e meridionale sotto il controllo spagnolo e portoghese (che controllavano quasi totalmente le regioni) le società erano dominate da una classe di bianchi discendenti dei coloni europei ma nati in America (ceroli) e quando in seguito alla campagna di Napoleone in Spagna (1808-1809) il Paese iberico viene occupato dai francesi, nelle colonie spagnole in sud America le élite ceroli locali ne approfittano per ottenere l'indipendenza dalla madrepatria; essi erano ispirati politicamente dalla rivoluzione americana e dalla rivoluzione francese[4]. La decolonizzazione dei domini coloniali spagnoli portarono ad una serie di conflitti raggruppati sotto la definizione di "guerre d'indipendenza ispanoamericane".

Nel 1810 a Caracas venne formata una giunta di governo (Junta Suprema de Caracas) che nel 1811 dichiarò l'indipendenza della Repubblica del Venezuela. In seguito scoppiarono rivolte in altre zone latinoamericane supportate dal Regno Unito che voleva sostituire il dominio spagnolo e portoghese nell'area con la propria influenza commerciale. Alcune delle più importanti persone che contribuirono a tali rivolte furono José de San Martín che inizialmente operò nel sud dell'area sudamericana proclamando l'indipendenza di Argentina e Cile (rispettivamente in 1816 e 1818), e Simón Bolívar che operò nel nord proclamando l'indipendenza della Gran Colombia nel 1819[4].

Nel 1820 in seguito ad una crisi politica in Spagna che portò a dei moti culminati col triennio liberale spagnolo, la posizione dei rivoluzionari ceroli si rafforzò e nel 1821 ottennero l'indipendenza il Messico e la Repubblica Federale del Centro America. Nel 1824 fu il Perù ad ottenere l'indipendenza. Tra 1822 e 1925 fu anche il Brasile a raggiungere l'indipendenza in seguito ad una guerra col Portogallo[5].

Cuba[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra d'indipendenza cubana.

XX secolo[modifica | modifica wikitesto]

Le due guerre mondiali sono state seguite nel primo e secondo dopoguerra da fasi di decolonizzazione. La grande guerra fu seguita da una parziale decolonizzazione degli ex territori dell'Impero Ottomano in Medio Oriente dovuta anche alla diffusione del nazionalismo arabo che le potenze dell'Intesa sfruttarono in funzione anti-turca.

Primo dopoguerra[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Primo dopoguerra.

Contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Prima guerra mondiale e Nazionalismo arabo.

Paesi che hanno ottenuto l'indipendenza[modifica | modifica wikitesto]

Arabia Saudita[modifica | modifica wikitesto]
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Unificazione dell'Arabia Saudita.
Iraq[modifica | modifica wikitesto]
Aree coinvolte dalla rivolta araba del 1920 nel mandato britannico dell'Iraq (sopra a sinistra), il primo re iracheno Faysal I (sopra a destra) e la bandiera del Regno d'Iraq (sotto)

Il concetto di Iraq come entità geografica autonoma si andò formando alla fine della grande guerra come unione delle ex divisioni amministrative ottomane (vilayet) di Mossul, di Basra, di Baghdad ed in parte di Zor nella zona della Mesopotamia. Fu il Regno Unito ad occupare la zona dell'Iraq nella prima guerra mondiale e nell'aprile 1920 esso ottenne il mandato della Mesopotamia dalla Società delle Nazioni in seguito alla conferenza di San Remo[6], ma la mancata creazione di uno stato indipendente nell'area causò un'insurrezione anti-britannica che costrinse il Regno Unito ad impiegare 65.000 truppe per reprimere la rivolta. L'episodio tuttavia convinse il governo inglese a rivedere la propria politica in Medio Oriente e l'allora ministro inglese delle colonie Winston Churchill aveva intenzione di ridurre la presenza militare inglese nell'area.

Alla conferenza del Cairo del 1921 gli inglesi offrirono il trono dell'Iraq a Faysal I (il quale guidò la rivolta araba anti-ottomana del 1916-1918)[7] e col trattato anglo-iracheno del 1922 stabilirono delle condizioni per esercitare un potere indiretto sull'Iraq, quali la presenza di un alto commissario, l'assegnazione di consiglieri nel governo, il diritto inglese ad assistere l'esercito ed a mantenere una propria presenza militare nel Paese. Il trattato del 1922 sarebbe dovuto durare 20 anni ma tale scadenza fu accorciata a 10 con un protocollo del 1923. Nel 1925 fu promulgata la costituzione irachena che definiva lo stato una monarchia parlamentare e con i trattati anglo-iracheni del 1926 e del 1927 la presa inglese sul Paese diminuì. Col trattato del 1930 veniva siglata un'alleanza di 25 anni tra Iraq e Regno Unito, fu previsto che in politica estera ambo le parti si sarebbero dovute consultare sulle questioni potenzialmente contrarie agli interessi comuni dei due e non si sarebbero potute adottare politiche in contrasto con l'alleanza, la presenza militare inglese nel Paese fu ridotta ma agli inglesi restava il diritto di passaggio delle truppe sul suolo iracheno, veniva previsto anche che il Regno Unito avrebbe riconosciuto la piena indipendenza dell'Iraq solo quando sarebbe entrato nella Società delle Nazioni, evento che avvenne nell'ottobre 1932 e che segnò la fine del mandato britannico ed il formale ottenimento dell'indipendenza per il Regno dell'Iraq[8].

Secondo dopoguerra e guerra fredda[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Secondo dopoguerra e Guerra fredda.

La Seconda guerra mondiale ebbe un ruolo fondamentale nel processo di decolonizzazione in quanto rappresentò la scintilla che portò all'indipendenza della maggior parte delle colonie.

Ciò che rese la Seconda Guerra Mondiale un evento importante per la decolonizzazione fu innanzitutto il fatto che le potenze coloniali sfruttarono nuovamente risorse umane e materiali delle colonie, al fine di sostenere il proprio sforzo bellico; ciò comportò in molti casi feroci ribellioni da parte dei coloni, che si videro nuovamente costretti a combattere una guerra non loro, senza avere niente in cambio. Inoltre nella Seconda Guerra Mondiale il conflitto si estese anche nei continenti africano e asiatico, facendo sì che le colonie diventassero una posta in gioco strategica e politica molto importante, facendone oggetto di campagne di occupazione e di propaganda straniere che costringevano le potenze coloniali a una posizione di difesa. A questo proposito la guerra favorì l'affermazione dei nazionalismi e la radicalizzazione delle loro rivendicazioni, a cui troppo spesso le madripatrie non seppero offrire altro che risposte vaghe.[9]

All'indomani della guerra, nelle colonie, il ritorno allo “status quo” era pressoché impossibile; quelle che una volta erano considerate le potenze europee si trovarono indebolite dalla guerra, in preda ai problemi di ricostruzione e dipendenti dagli aiuti americani. Dal nuovo panorama mondiale, configuratosi dopo la guerra, emersero due realtà principali: la bipolarità tra Stati Uniti d'America e Unione Sovietica; dove entrambe le potenze erano favorevoli alla fine degli imperi coloniali, la prima per motivi di tradizione storica e la seconda per convinzione ideologica. In secondo luogo, l'avvio di un'internazionalizzazione nel quadro della Carta delle Nazioni Unite; che in modo congiunto o separato alla prima porterà alla dissoluzione degli imperi coloniali.[9]

Declino degli imperi coloniali[modifica | modifica wikitesto]

Impero coloniale francese[modifica | modifica wikitesto]
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Impero coloniale francese.
Impero coloniale inglese[modifica | modifica wikitesto]
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Impero coloniale inglese.
Impero coloniale italiano[modifica | modifica wikitesto]
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Impero coloniale italiano.
Impero coloniale olandese[modifica | modifica wikitesto]
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Impero coloniale olandese.
Impero coloniale portoghese[modifica | modifica wikitesto]
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Impero coloniale portoghese.
Impero coloniale spagnolo[modifica | modifica wikitesto]
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Impero coloniale spagnolo.
Stati Uniti d'America[modifica | modifica wikitesto]
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Colonialismo statunitense.

La decolonizzazione del globo[modifica | modifica wikitesto]

La decolonizzazione può essere suddivisa in tre fasi principali: la prima ebbe inizio negli anni Quaranta e vide la decolonizzazione del subcontinente indiano e di gran parte del Sud-Est asiatico; la seconda fase è identificabile negli anni Cinquanta, quando l'indipendenza fu conquistata dagli stati dell'Africa settentrionale; la terza e ultima fase ebbe inizio negli anni Sessanta quando la decolonizzazione si verificò con particolare rapidità e intensità, nell'Africa subsahariana.

Africa[modifica | modifica wikitesto]
Nord Africa[modifica | modifica wikitesto]
Africa occidentale e centrale[modifica | modifica wikitesto]
Africa orientale[modifica | modifica wikitesto]
Africa meridionale[modifica | modifica wikitesto]
America[modifica | modifica wikitesto]
Asia[modifica | modifica wikitesto]
India e Pakistan[modifica | modifica wikitesto]
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Partizione dell'India.
Indocina[modifica | modifica wikitesto]
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra d'Indocina.
Cina[modifica | modifica wikitesto]
Medio Oriente[modifica | modifica wikitesto]
Oceania[modifica | modifica wikitesto]

Il ruolo dell'ONU[modifica | modifica wikitesto]

L'ONU svolse un ruolo fondamentale nella storia della decolonizzazione, che può essere considerato sproporzionato rispetto alle clausole dello Statuto delle Nazioni Unite, adottato a San Francisco il 26 giugno del 1945, i cui principi in materia coloniale erano molto moderati e restrittivi.[10] La Carta del 1945 riconosceva l'esistenza di territori “non-self-governing” (non autonomi). Gli ex-mandati divennero territori sotto “tutela” (concetto simile a quello del “mandato”) attribuendo ai governi coloniali il carattere di amministratori fiduciari temporanei; la novità stava nel fatto che il Consiglio di tutela dell'ONU aveva il diritto di ispezione, per accertare i progressi compiuti verso l'indipendenza.[11] La Libia e la Somalia italiane furono poste sotto questo statuto, mentre gli ex possedimenti giapponesi e specialmente la Corea rappresentarono un caso a parte. Per quanto riguarda i territori “non-self-governing”, la Carta delle Nazioni Unite obbligava le potenze coloniali a “promuovere il progresso delle loro popolazioni” e a tenere aggiornata l'ONU. La Francia, ottenne inoltre che fosse vietato all'ONU “ogni intervento negli affari di esclusiva competenza nazionale degli stati”: si trattava del famoso “articolo 2, paragrafo 7” della Carta, di cui la Francia avrebbe fatto largo uso (e che era già presente nel patto della Società delle Nazioni).[12]

Il ruolo dell'ONU nel processo di decolonizzazione fu inizialmente marginale, soprattutto per quanto riguarda la prima ondata di decolonizzazioni; ma dal momento in cui le ex-colonie divennero un numero sempre maggiore all'interno dell'ONU, con una conseguente influenza sempre maggiore nelle decisioni dell'Organizzazione, in quanto da 23 membri afroasiatici del 1955 divennero 46 nel 1960 e 70 (più della metà) alla fine del 1971. Le ex-colonie poterono esprimersi, ancor prima di diventare la maggioranza, il 14 dicembre del 1960 quando, con il sostegno dei paesi dell'Est, fu adottata una dichiarazione sulla concessione dell'indipendenza ai popoli e ai paesi coloniali.[13] Questa dichiarazione (risoluzione 1514 - XV del 14 dicembre 1960), conosciuta come la Dichiarazione sulla decolonizzazione, proclamò che il colonialismo doveva essere portato a termine rapidamente e incondizionatamente. La Dichiarazione, che inizialmente era solo una risoluzione dell'Assemblea Generale, diventò un Comitato, composto da 17 membri (24, nel 1962). Nacque così il Comitato di decolonizzazione dell'ONU[14] con il compito di monitorare l'attuazione della Dichiarazione e formulare raccomandazioni sulla sua applicazione. Il testo della Dichiarazione, afferma che la sottomissione dei popoli, il loro dominio e il loro sfruttamento costituisce una negazione dei diritti umani fondamentali in contrasto con la Carta delle Nazioni Unite e impedisce la promozione della pace nel mondo e la cooperazione. Il Comitato di decolonizzazione dell'ONU, è un organo non previsto dalla Carta delle Nazioni Unite, ma dotato di una struttura permanente, con sottocomitati, una segreteria e missioni con relazioni “ad hoc”[13].

Le ex colonie si sono “servite” del sistema ONU, creando strutture nuove attente ai loro problemi. Tra le creazioni più importanti volute dai paesi decolonizzati, oltre al comitato per la decolonizzazione, troviamo infatti l'UNCTAD (congresso delle nazioni unite sul commercio e lo sviluppo), l'UNDP (programma delle nazioni unite per lo sviluppo) e l'UNIDO (l'organizzazione delle nazioni unite per lo sviluppo industriale). I paesi decolonizzati, inoltre, dominarono i dibattiti dell'assemblea generale e il voto delle risoluzioni e si accaparrarono alcuni organi specializzati come l'ILO e l'UNESCO, dai quali, nel 1984, Gran Bretagna e Stati Uniti si sono ritirati, stanchi delle rituali diatribe contro le malefatte dell'imperialismo occidentale.[15]

Conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Dopo aver conquistato l'indipendenza e dopo aver smaltito l'euforia per averla ritrovata o appena ottenuta, rimaneva in molte ex-colonie la necessità di costruire uno stato, ossia di definire una strategia di sviluppo e di acquisizione di legittimità internazionale. Tutto ciò risultava più facile a tutti quei paesi che avevano già alle spalle una storia nazionale; tutti gli altri, soprattutto i giovani stati africani, finirono spesso per essere influenzati dall'ex potenza coloniale.[16] Quello che non mancava a nessun paese, però, erano i simboli fondatori della sovranità: all'indomani dell'indipendenza ogni stato aveva una propria bandiera, un inno nazionale, un motto, delle giornate commemorative e una lingua nazionale (quest'ultima risultò essere in molti casi una decisione delicata). Vennero inoltre nella maggior parte dei casi rivisti anche i toponimi, non solo riguardanti i nomi degli stati, ma anche quelli delle città, delle vie e delle piazze; con l'obiettivo di creare una nuova identità,differente (almeno in apparenza) da quella di colonia.[17]

Questo sfoggio dei simboli di rottura fu attenuato dall'adesione ufficiale ai valori democratici, che aveva implicato la lotta per l'indipendenza. Salvo eccezioni, la pluralità delle opinioni e dei partiti, il suffragio universale e la separazione dei poteri vennero garantiti da costituzioni ispirate dall'ex potenza coloniale: di tipo parlamentare per gli ex possedimenti britannici e, semi-presidenziale per le ex colonie francesi. Sfortunatamente, tranne qualche raro caso (tra cui l'India), i regimi costituzionali generati dalla decolonizzazione ripiegarono sull'autocrazia, senza nessuna garanzia di stabilità politica. Questa situazione fu causata da diversi fattori, alcuni ereditati dall'epoca coloniale, altri legati alle strutture etniche e sociali dei paesi in questione: il sentimento nazionale non era accompagnato da una tradizione statale preesistente, l'arbitrarietà dei confini (tracciati dai colonizzatori) portò a una debole coesione degli stati multietnici o multi-religiosi, le masse rurali e urbane scarsamente alfabetizzate erano controllate da una borghesia avida di potere.[18] Tra i nuovi leader, pochi furono quelli che riuscirono ad affrontare nel modo giusto i problemi imposti dall'indipendenza. Nonostante quelle che potevano essere le buone intenzioni e le loro esperienze di ciascuno dei nuovi leader, essi si trovarono ad affrontare enormi difficoltà, tra cui quella di creare un sentimento di unità nazionale e assicurare un miglioramento economico del paese. Questi compiti erano spesso al di sopra della loro portata, così che i risultati furono spesso deludenti e al di sotto delle aspettative dei diversi segmenti di popolazione.

Il risultato di un'indipendenza frettolosa e in molti casi immatura portò alla maggior parte dei paesi decolonizzati: disordini, oppressioni, colpi di stato e dittature militari, repressioni di minoranze etniche e religiose; con il conseguente aumento della povertà e della disoccupazione urbana. Nei nuovi stati le economie risultarono deludenti, con la conseguente rovina delle infrastrutture. Ci furono ovviamente delle eccezioni come l'India, dove un certo livello di democrazia (ma non certamente l'economia) venne attuata, mentre Singapore, Taiwan, Hong Kong e inizialmente anche Corea del Nord furono la prova di economie che funzionavano in modo eccellente a discapito però, della politica.[19] I problemi economici nelle ex colonie erano spesso dovuti alla precedente trasformazione della loro economia, quando ancora colonie, la madrepatria impose loro la produzione di materie prime (agricole o minerarie) ad essa necessarie a discapito dei prodotti di prima necessità. All'indomani della decolonizzazione il risultato fu che la crescita economica veniva anteposta allo sviluppo economico e, nell'intento di generare nuove risorse finanziarie per lo stato, s'incoraggiava l'aumento della produzione “coloniale”, anziché la diversificazione economica o, cosa ancora più urgente, la garanzia di raccolti sufficienti a soddisfare le esigenze del consumo interno.[20] L'esportazione dei loro prodotti a basso costo e l'importazione dei prodotti di prima necessità a prezzi molto alti fece sì che il debito pubblico di questi paesi lievitasse e diventassero sempre più dipendenti dal resto del mondo.

Tra le varie ipotesi per spiegare il mancato miglioramento dei risultati economici dopo l'indipendenza c'è il neocolonialismo[21], che vede il capitale straniero utilizzato per lo sfruttamento, anziché per il progresso, delle parti meno sviluppate del mondo.

Territori attualmente non decolonizzati[modifica | modifica wikitesto]

La decolonizzazione formalmente durò una trentina d'anni, dall'immediato dopoguerra (1945) all'indipendenza delle colonie portoghesi (1974). Tuttavia durante gli anni '70 e '80 ci furono ancora molte altre dichiarazioni d'indipendenza, che passarono per lo più inosservate e che non è agevole considerare facenti parte del processo di decolonizzazione. In molti casi, infatti, si trattò dei cosiddetti “coriandoli d'impero”, divenuti microstati, che non avevano una vera e propria indipendenza e che finirono per integrarsi in sistemi più ampi. Si possono individuare tre zone distinte che videro sviluppare questo fenomeno: i Caraibi, l'Oceano Indiano e il Pacifico meridionale.[22]

La riscoperta delle culture caraibiche, con la conseguente rinascita di una coscienza nazionalista, ha portato gli ex possedimenti caraibici olandesi e inglesi a reclamare la propria indipendenza. I possedimenti britannici più numerosi andavano dall'America centrale (Belize) a quella meridionale (Guyana): la prima divenne indipendente nel 1981 mentre l'altra nel 1966. Gli anni successivi videro diverse indipendenze: Barbados (1966), Bahamas (1973), Grenada (1974), Suriname (1975), Dominica (1978), Saint Lucia (1979), Saint Vincent e Grenadine (1980), Antigua e Barbuda (1981), Saint Kitts e Nevis (1983).[22]

I possedimenti dell'Oceano Indiano videro l'indipendenza a partire dal 1968, quando furono decolonizzate l'isola di Mauritius e le Maldive; nel 1975 fu la volta dell'arcipelago delle Comore (tranne Mayotte) e nel 1976 delle Seychelles.[23]

L'Oceania era stata sottoposta alla colonizzazione europea, americana e (fino al 1945) giapponese. Il Regno Unito fece il primo passo rendendo indipendenti le Figi e le Tonga nel 1975, Tuvalu (ex isole Ellice) e le isole Salomone nel 1978, Kiribati (ex isole Gilbert) nel 1979. Nel 1980 venne abolito il co-dominio franco-britannico delle Nuove Ebridi, dando vita allo Stato di Vanuatu. L'Australia rese indipendente l'isola di Nauru nel 1968 e Papua Nuova Guinea nel 1975, la Nuova Zelanda proclamò indipendenti le Samoa occidentali nel 1976 e gli Stati Uniti resero indipendenti gli Stati Federati di Micronesia e le Isole Marshall nel 1986 e le isole Palau nel 1994.

Il processo di decolonizzazione, tuttavia non può ancora essere ritenuto completato, perché stati come la Francia rinviano ancora oggi la concessione dell'indipendenza completa ai loro restanti possedimenti,[24] e in diversi casi l'indipendenza viene democraticamente rifiutata dagli abitanti dei territori d'oltremare francesi, come è accaduto nei referendum del 2018 e del 2020 in Nuova Caledonia,[25] o nel referendum del 2010 in Guyana francese[26]. L'ONU continua a segnalare ancora qualche decina di isole e territori rimasti sotto la sovranità straniera: oltre al caso dei Dipartimenti d'oltremare e dei Territori d'oltremare francesi (DOM-TOM) e a quello dei Caraibi olandesi, il Regno Unito fa ancora sventolare la Union Jack su una quindicina di territori dipendenti, tra cui le isole Falkland (dove dopo la guerra in un referendum il 96% dei votanti scelse di restare nel Regno Unito[27]), Bermuda (dove in un referendum del 1995 il 73,6% dei votanti si espresse per restare nel Regno Unito[28]), Anguilla, Gibilterra, Sant'Elena, le isole della Georgia del Sud, mentre tra i possedimenti statunitensi, oltre a quelli nell'Oceano Pacifico, tra i quali vi sono le isole Hawaii, che nel 1959 vennero annesse cinquantesimo stato dell'Unione, è ancora da definire lo stato di Porto Rico,[29] che nel 2012, dopo un referendum approvato dal 61% degli elettori, ha iniziato l'iter per divenire il 51º stato degli USA.[30]

Note[modifica | modifica wikitesto]

Annotazioni

Fonti

  1. ^ Decolonizzazione, su www.treccani.it. URL consultato il 23 ottobre 2022.
  2. ^ Alberto Mario Banti, L'età contemporanea. Dalle rivoluzioni settecentesche all'imperialismo, p. 81
  3. ^ a b Alberto Mario Banti, L'età contemporanea. Dalle rivoluzioni settecentesche all'imperialismo, p. 82
  4. ^ a b Alberto Mario Banti, L'età contemporanea. Dalle rivoluzioni settecentesche all'imperialismo, p. 149
  5. ^ Alberto Mario Banti, L'età contemporanea. Dalle rivoluzioni settecentesche all'imperialismo, pp. 149-150
  6. ^ Lorenzo Medici, Colonialismo al tramonto. La neutralità dell'Iraq durante la seconda guerra mondiale, p. 1
  7. ^ Lorenzo Medici, Colonialismo al tramonto. La neutralità dell'Iraq durante la seconda guerra mondiale, p. 3
  8. ^ Lorenzo Medici, Colonialismo al tramonto. La neutralità dell'Iraq durante la seconda guerra mondiale, p. 4
  9. ^ a b Bernard Droz, Storia della decolonizzazione nel XX secolo, p.47
  10. ^ Bernard Droz, Storia della decolonizzazione nel XX secolo, p.77
  11. ^ Detti e Gozzini, Storia contemporanea: il Novecento, p.246
  12. ^ Bernard Droz, Storia della decolonizzazione nel XX secolo, p.78
  13. ^ a b Bernard Droz, Storia della decolonizzazione nel XX secolo, p.80
  14. ^ Sito ufficiale del Comitato di decolonizzazione, su un.org.
  15. ^ Bernard Droz, Storia della decolonizzazione nel XX secolo, p.249
  16. ^ Bernard Droz, Storia della decolonizzazione nel XX secolo, p.245
  17. ^ Bernard Droz, Storia della decolonizzazione nel XX secolo, p.252
  18. ^ Bernard Droz, Storia della decolonizzazione nel XX secolo, p.252-253
  19. ^ Ryamond F. Betts, La decolonizzazione, p.88
  20. ^ Ryamond F. Betts, La decolonizzazione, p.95
  21. ^ Raymond F. Betts, La decolonizzazione, p.101
  22. ^ a b Bernard Droz, Storia della decolonizzazione nel XX secolo, p.232
  23. ^ Bernard Droz, Storia della decolonizzazione nel XX secolo, p.233
  24. ^ Bernard Droz, Storia della decolonizzazione nel XX secolo, p. 233-234.
  25. ^ New Caledonia rejects independence, will stay part of France, su aljazeera.com.
  26. ^ [1]
  27. ^ Falkland-Inseln, 2. April 1986 : Status, su sudd.ch.
  28. ^ Bermudians vote to stay British, su independent.co.uk.
  29. ^ Bernard Droz, Storia della decolonizzazione nel XX secolo, p.234
  30. ^ Referendum a Porto Rico. Arriva la 51ª estrella? Archiviato il 23 ottobre 2014 in Internet Archive., ALTITUDE

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Bernard Droz, Storia della decolonizzazione nel XX secolo, Milano, Bruno Mondadori, 2007
  • Raymond F. Betts, La decolonizzazione, Bologna, Il mulino, 2007
  • Alberto Mario Banti, L'età contemporanea. Dalle rivoluzioni settecentesche all'imperialismo, 12ª ed., Laterza, 2009, ISBN 978-8842091431.
  • Massimo Campanini, Storia del Medio Oriente contemporaneo, 6ª ed., Il Mulino, 2020, ISBN 978-8815285966.
  • Lorenzo Medici, Colonialismo al tramonto. La neutralità dell'Iraq durante la seconda guerra mondiale, Guerra Edizioni, 1998, ISBN 978-8877152978.

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