Federalismo in Italia

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Stendardo tricolore usato dai volontari federalisti intervenuti nella prima guerra d'indipendenza italiana (1848-1849) a fianco del Regno di Sardegna contro l'Impero austriaco

Il federalismo italiano è un'ideologia politica che vorrebbe la trasformazione della Repubblica Italiana in uno Stato federale.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il Rinascimento[modifica | modifica wikitesto]

Francesco Burlamacchi

Di fronte all'avanzata degli Stati assoluti e allo strapotere delle potenze straniere, non pochi furono i politici italiani che nel Cinquecento auspicavano la creazione di una federazione di repubbliche cittadine. Il più noto esponente di tali idee fu senza dubbio il lucchese Francesco Burlamacchi, che pagò con la vita la sua lotta allo strapotere di Carlo V d'Asburgo e degli alleati Medici.

Il Seicento e Settecento[modifica | modifica wikitesto]

Ancora nel XVII secolo e XVIII secolo non pochi pensatori guardavano al federalismo come alla forma più consona alla tradizione italiana (si citava a tal proposito la gloria dei comuni medievali e l'organizzazione delle città etrusche in epoca pre-romana): dal Regno delle Due Sicilie grazie a Antonio Genovesi, al Regno di Sardegna grazie a Gian Francesco Galeani Napione e a Giovanni Antonio Ranza[1].

Montesquieu, Alexander Hamilton, Immanuel Kant ebbero idee federaliste che si diffusero in tutta Europa e quindi anche in Italia. Il federalismo, per esempio, era ben rappresentato nel Granducato di Toscana, sia ai tempi di Leopoldo II d'Asburgo-Lorena, che più tardi, ovvero ai tempi di Leopoldo II di Toscana), dove erano conosciute, per esempio, le idee di Hamilton (quello del principio dell'"unità nella diversità", il cui libro Il federalista fu pubblicato in Italia per la prima volta nel 1955 da Nistri-Lischi).

L'Ottocento[modifica | modifica wikitesto]

Bettino Ricasoli

Ma è con il XIX secolo che l'idea federalista vive un momento di grande favore. Ci sono autorevoli studiosi che individuano nell'idea di italianità, di nazione italiana, di Risorgimento, di autoritarismo modernizzatore dell'assolutismo illuminato, di Napoleone e dei regnanti della Restaurazione, un forte e fondante carattere federalista[2].

L'Ottocento è ricco di intellettuali italiani che, partendo da pensatori europei come Montesquieu, si impegnano per far risorgere l'Italia delle libertà comunali, le autonomie medievali, con il loro policentrismo culturale, la loro intraprendenza economica. Primo fra tutti nell'esprimere questi concetti fu Jean Charles Léonard Simonde de Sismondi, amico di Madame de Staël, il quale, già nel 1807 aveva pubblicato i primi volumi della sua Histoire des républiques italiennes. Tra i più importanti pensatori federalisti dell'Ottocento abbiamo Carlo Cattaneo, Giuseppe Ferrari, Vincenzo Gioberti (promotore del progetto "neoguelfo"), Pietro Calà Ulloa e Vincenzo d'Errico.

Ma gli stessi concetti si trovano anche in personalità del calibro di Bettino Ricasoli, tra i "padri della patria italiana", che cercò di difendere strenuamente fino all'ultimo l'idea federalista. Lo stesso Cavour non si oppose a priori alle richieste di confederazione italica che venivano dalle corti di Napoli, Roma e Firenze e da molti intellettuali e politici del Nord Italia. Lo stesso Metternich concepiva l'Impero asburgico come una federazione di Stati dotati di un alto grado di autonomia[3].

Carlo Cattaneo

Tra i più importanti critici del federalismo troviamo invece, a sinistra (su posizioni identiche a quelle espresse dai Giacobini contro i Girondini ai tempi della Rivoluzione francese) Filippo Buonarroti e Giuseppe Mazzini, e a destra chi nei vari Stati italiani preunitari lavorava per uno scontro, da cui sarebbe emerso vincitore, che sarebbe stato il più forte e quello che avrebbe unificato l'Italia (questa era l'idea di molti, soprattutto nel Regno di Sardegna, dove si puntava ad allargare il dominio dei Savoia su Milano e la Lombardia)[4].

Il federalismo fu promosso anche dal movimento "neoguelfo" capeggiato da Vincenzo Gioberti, che ebbe un momento di grande fortuna in tutta Italia tra 1846 (salita al soglio pontificio di Pio IX) e l'estate del 1848. L'idea di Gioberti era quella di creare una confederazione di Stati italiani sotto la presidenza del papa. Nella primavera del 1848 tutti gli Stati italiani sembravano convinti del progetto, che si tradusse ben presto in una lega doganale e in una guerra comune all'Impero austriaco. Poi però ci fu il ritiro del papa dalla coalizione militare e il Regno di Sardegna, che aveva più carte da giocare, ne approfittò per dare al movimento d'indipendenza una sua lettura espansionistica in ottica centralista, che è proprio l'opposto dell'idea federalista.

Esponenti neoguelfi si trovavano allora al governo sabaudo (primo ministro Gioberti), a quello del Granducato di Toscana (primo ministro Gino Capponi) e a quello del Regno delle Due Sicilie (primo ministro Carlo Troya). Nonostante le divergenze e le sconfitte militari subite dagli eserciti italiani, nell'estate del 1848 il governo provvisorio di Milano e Lombardia (guidato da Gabrio Casati) tentò il rilancio del progetto federativo. Il Regno di Sardegna vi aderì a condizione però che gli venissero concessi Lombardia, Parma e Piacenza (come annessione e non come unione): la cosa non venne accettata dal governo Casati e il sogno neoguelfo tramontò di nuovo e per sempre - nonostante Gioberti ne avesse tentato il rilancio con la sua Società nazionale per la confederazione italiana (creata a Torino nell'ottobre 1848)[5].

Vincenzo Gioberti

A rilanciare il progetto e le idee federaliste fu Carlo Cattaneo, che - partecipe degli eventi politici e militari del 1848 (fino a quel momento aveva creduto più utile lottare per avere più autonomia all'interno del Regno Lombardo-Veneto a guida absburgica) - si rese conto che il popolo italiano, facendo forza sulle proprie risorse locali (massimamente, anche per lui, espresse durante la Civiltà comunale medievale), ma ben coordinate e unite, poteva sconfiggere i grandi Stati europei. Utilizzando il pensiero di John Locke e Gian Domenico Romagnosi, Pierre-Joseph Proudhon (che auspicava il comune come centro del potere; vedi in particolare La Fédération et l'unité en Italie, 1862), criticò l'"unitarismo ossessivo" di Mazzini e prese la Svizzera e gli Stati Uniti d'America a modello di democrazia federale.

Una volta però represse le esperienze di autogoverno sorte nel 1848 in Europa (Vienna, Budapest, ecc.) e in Italia (Milano, Roma, Firenze, Venezia, Palermo, ecc.) ad opera dell'Impero austriaco e dell'Impero russo (che contro l'Ungheria di Kossuth, anche lui approdato ad idee federaliste, aveva inviano un'armata di ben 250.000 soldati) con il benestare delle altre potenze, non restavano molte carte al partito federalista da giocare[6]. I particolarismi, le velleità autonomistiche erano state troppe e troppo forti per quel 1848 "mosso da poesia d'unione e passione di separamento", come ebbe a dire Giuseppe Montanelli nelle sue Memorie d'Italia (Sansoni, Firenze, 1963, p. 558).

Fu quindi per molti una grande sconfitta vedere concretizzarsi il sogno politico risorgimentale in un'Italia centralistica e decisamente non federale. Invece che all'insegna del motto unità nella diversità, da molti auspicato, l'Italia dei Savoia fu governata all'insegna del conservatorismo, dell'autoritarismo e del rigido centralismo. Tra i fatti più vistosi in questo senso segnaliamo l'estensione a tutte le terre degli ex-Stati preunitari conquistati le normative e la legislazione piemontese.

Nel 1860, comunque, a Napoli si riaccesero per un attimo le speranze federalista, quando, poco dopo l'impresa dei Mille, alla "corte" di Giuseppe Garibaldi accorse Cattaneo per chiedere con forza la concessione del suffragio e la riunione di un'assemblea costituzionale a cui far decidere i modi di unione del Sud al Regno di Sardegna e l'assetto istituzionale del nuovo Stato, che mutò nome in "Regno d'Italia" (17 marzo 1861).

In quel frangente sembra che addirittura Mazzini si fosse avvicinato a Cattaneo su posizioni federaliste[7]. Ma anche quelle speranze si spensero presto. Non è quindi un caso che molti patrioti italiani di idee federaliste dopo il 1860 entrarono nelle file di quello che è stato definito il partito antiunitario, all'interno del quale però militavano personalità di orientamento assai diverso, dai conservatori, reazionari, ai socialisti, agli anarchici che di lì a poco fonderanno la Federazione italiana dell'Associazione internazionale dei lavoratori (ispirata a Bakunin).

Giuseppe Ferrari

Il nuovo Stato vedeva anche la pur minima concessione di autogoverno come un pericolo e una caduta di immagine. Così, nonostante le numerose promesse fatte agli autonomisti moderati siciliani, lombardi, toscani (dallo stesso Cavour, fin dagli accordi di Plombières), i numerosi progetti di decentramento amministrativo (proposto da Luigi Carlo Farini e Marco Minghetti nel 1860, Stefano Jacini nel 1870) lo Stato unitario si mantenne fino agli anni settanta del XX secolo fortemente centralizzato (nel 1970 furono infatti rese operative le regioni italiane).

L'apice del centralismo del Regno d'Italia si ebbe durante il regime fascista, durante il quale furono soppresse molte autonomie locali (comuni e province ebbero vertici politici di nomina governativa, con la soppressione dei consigli comunali, delle giunte comunali e della carica di sindaco, che fu sostituito da quella di podestà).

Non mancarono, in precedenza, fervide opposizioni e resistenze nei confronti dell'appena proclamato Regno d'Italia, a partire da Cattaneo, Ferrari e altri federalisti. L'azione del partito federalista-autonomista fu però di scarso rilievo, prima a causa soprattutto della pregiudiziale antimonarchica e poi a causa della generale resistenza alle idee dell´autonomia, sia nelle file dei governi che dei nuovi movimenti politici sorti alla fine del XIX secolo.

Tra gli oppositori del federalismo e dell´autonomismo troviamo ex autonomisti come Francesco Crispi e più avanti Giovanni Giolitti e Filippo Turati. Invece, tra gli esponenti del federalismo citiamo Arcangelo Ghisleri, Ettore Ciccotti, socialista attivo tra 1898 e 1904 (che sostenne la necessità di organizzare il Paese sul modello della Svizzera), Gaetano Salvemini, repubblicano federalista, poi militante del Partito Socialista Italiano (dal quale uscì in contrasto con Turati, accusato di aver preferito dare priorità all'"aristocrazia operaia" del Nord, per fondare il giornale federalista L'Unità).[8]

Paradossalmente con l'italianizzazione della società, prima frammentata nelle varie peculiarità regionali, aumentò anche l'antistatalismo, il bisogno di autonomia, di maggior rappresentanza per le istanze locali, quelle provenienti "dal basso"[9].

Dal Novecento a oggi[modifica | modifica wikitesto]

Alberto Mario

Tra la fine del XIX secolo e gli inizi del XX secolo ci fu una ripresa delle idee autonomiste e federaliste ad opera della Rivista repubblicana, diretta da Alberto Mario, di una parte non indifferente del Partito Socialista Italiano (soprattutto ad opera di Gaetano Salvemini e del gruppo della rivista federalista L'Unità) e del nascente movimento politico cattolico (con don Sturzo)[10]. Le elezioni politiche del 1899, per esempio, si svolsero all'insegna delle tematiche localiste (soprattutto a Milano).

Con l'alzarsi dei venti di guerra e lo scoppio nel 1914 della prima guerra mondiale furono moltissime le adesioni, sia in Italia che in Europa, alle idee federaliste (vedi, per esempio, le proposte di creare una confederazione balcanica avanzata dall'Internazionale socialista nel 1908). Dopo lo scoppio della Rivoluzione russa nel 1917 però andò prevalendo anche nel movimento socialista il programma massimalista e i temi dell'autonomia e del federalismo persero credito. Si rileva la presenza significativa del partito storico di massa allora più influente in Sardegna, il Partito Sardo d'Azione guidato da Emilio Lussu, che guardava con favore al repubblicanesimo catalano e si ergeva in rappresentanza di una congerie di vedute riassunte nel nome di sardismo, e spazianti dall'autonomismo federalista di Camillo Bellieni all'indipendentismo della base militante.

Fu solo dopo la presa del potere da parte di gruppi politici autoritari e filo-centralisti in molti paesi europei, quali i fascisti e i nazisti, che le idee federaliste e autonomiste si imposero in tutti i partiti (eccetto i nazionalisti e i comunisti).

Luigi Sturzo

Tra i più originali pensatori federalisti di questi anni citiamo Silvio Trentin, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Leone Ginzburg e Leo Valiani. Nel 1945, dopo la fine della seconda guerra mondiale, l'Europa imboccò la strada delle autonomie e del federalismo, anche se non senza contraddizioni. Per esempio, in Italia, la nuova Costituzione repubblicana istituì le regioni quali enti autonomi con poteri legislativi. Molti dei protagonisti della nascita della Repubblica Italiana, primo fra tutti Alcide De Gasperi, non nascondevano le loro idee federaliste, anche se le condizioni politiche e sociali in cui versava il paese consigliarono i governanti dell'Italia ad una (eccessiva) cautela nei confronti del riassetto federale del paese.

La Guerra Fredda, il monopolio politico della Democrazia Cristiana, lo scontro ideologico, la coincidenza di vedute filo-centraliste tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano, portarono quindi ad un ulteriore ritardo nell'applicazione di quelle seppur minime idee federaliste che molti intellettuali italiani attendevano dalla seconda metà del XVIII secolo. Le regioni a statuto ordinario, istituite nel 1948, furono infatti attivate solamente nel 1970. Quelle a statuto speciale furono essenzialmente motivate dall'intento di evitare perdite territoriali o ingerenze da parte degli Stati confinanti, soprattutto Francia (che rivendicava la Valle d'Aosta) e la Jugoslavia (che giustificava il suo intento di controllare i territori della Venezia Giulia e del Friuli orientale con la motivazione di difendere le popolazioni slavofone ivi residenti, costrette a subire un processo di italianizzazione negli anni del fascismo). Gran parte delle regioni a statuto autonomo, comunque, risentì del ritardo con cui si diede attuazione al dettato costituzionale delle regioni a statuto ordinario, in quanto le prime finirono per apparire enti anomali nel quadro dell'architettura statale presente in via di fatto, e le loro prerogative subirono nel tempo una serie di ridimensionamenti in conseguenza dell'adozione di moduli organizzativi di tipo accentrato nell'amministrazione pubblica nazionale.

Con la crescente crisi politica, culturale, economica e sociale italiana, l'implementazione del sistema delle autonomie regionali, l'allentarsi delle tensioni a livello internazionale, negli anni settanta del XX secolo le idee federaliste ripresero un certo vigore. Proposte di riarticolazione in senso federale della Repubblica giunsero trasversalmente, per esempio dal comunista e sindacalista Bruno Trentin al costituzionalista Gianfranco Miglio (per un periodo considerato l'ideologo della Lega Nord).

Gaetano Salvemini

Ma, tramontata, nel 1848, l'idea di un'Italia realizzata attraverso l'unione federale tra i sette stati preunitari, da allora il tema non è stato più affrontato secondo il suo significato storico, ossia come percorso politico verso un'unità statuale fra enti prima sovrani, ma piuttosto come ristrutturazione dell'impianto statale sotto il profilo politico, amministrativo e soprattutto fiscale, e nell'ottica di una responsabilizzazione dei livelli operativi regionali e locali, della trasparenza, dell'efficienza ed efficacia dell'azione pubblica.

Questa nuova visione politica ed economica vede un crescente decentramento nella gestione pubblica, in cui si vorrebbe attribuire ai singoli enti locali una maggiore autonomia nella raccolta delle imposte e nell'amministrazione delle proprie entrate e delle spese. Epicentro del dibattito è il diffuso malcontento nei confronti della gestione centralizzata delle funzioni di governo, che ha dato adito alla promozione di politiche tese al superamento del forte accentramento delle funzioni in capo allo Stato e all'affermazione dell'esigenza della decentralizzazione delle competenze a livello di governo sub-statale, ritenuti maggiormente in grado di dare risposte efficienti ed efficaci in quanto più vicini al cittadino[11].

Il dibattito abbraccia una serie di argomenti: il binomio federalismo centripeto-federalismo centrifugo, ovvero il dibattito tra chi vede il federalismo come una forma di organizzazione statale di tipo divisorio e chi, invece, come una forma di tipo aggregante; il federalismo nell'era della globalizzazione, dibattito che tende a stabilire se il federalismo sia o meno in grado di rispondere adeguatamente alle grandi sfide e ai soggetti della globalizzazione; "questione settentrionale" e "questione meridionale", ovvero il ruolo del federalismo rispetto al rapporto tra Nord e Sud Italia; in ultimo, i costi del federalismo, per comprendere se il sistema federalista sarebbe in grado di ridurre e razionalizzare le spese statali o, al contrario, se rappresenterebbe un aumento dei costi rispetto ai sistemi accentrati[12].

Gianfranco Miglio

Per il dibattito sul binomio federalismo centripeto-federalismo centrifugo, sarà la Lega Nord a riaccendere il dibattito attorno agli anni novanta, quando il giurista Gianfranco Miglio parlò di un'Italia non predisposta per un regime centralizzato, essendo composta da una popolazione disomogenea e non avendo né un passato unitario né un buon livello di democrazia[13]. In occasione del meeting Federalismo e federalismo fiscale nell'Italia che cambia[14], tenutosi a Rimini, il 26 agosto 2010, organizzato dalla Fondazione Meeting per l'amicizia fra i popoli in collaborazione con Unioncamere, il presidente del Veneto Luca Zaia, e l'allora presidente della Lombardia, Roberto Formigoni, sottolinearono che 150 anni di unità centralista, almeno negli ultimi decenni, non avevano funzionato e che il vero nemico della crescita e dello sviluppo era proprio il centralismo.

Tra gli altri partiti italiani, il Partito Democratico afferma di sostenere "i valori dell'autonomia e del federalismo in quanto promotori delle capacità di autorganizzazione in grado di garantire la coesione sociale e territoriale del Paese" (punto 5 del manifesto dei valori).[15]

Di contro, c'è chi conferisce al concetto di federalismo un'accezione negativa, evidenziando quelli che sarebbero i rischi di una sfaldatura del Paese, chiamando in causa il termine "secessione". Uno dei pericoli maggiori, secondo questa tesi, risiederebbe nell'esasperazione degli egoismi locali[16], in favore di un federalismo che diverrebbe di natura centrifuga, che sarebbe causa di competizione tra i territori e che vedrebbe i ricchi svincolarsi dagli obblighi di solidarietà derivanti dalla comune appartenenza alla comunità nazionale. Alcuni studiosi annoverano tra gli esempi di federalismo centrifugo i casi della Catalogna e dello stesso Nord Italia[17][18][19].

Il federalismo, secondo i suoi detrattori, che lo definiscono anche "federalismo per disaggregazione", rappresenterebbe l'inizio di un processo di detronizzazione dello Stato che rinuncerebbe a ogni pretesa gerarchica nel sistema delle fonti per diventare una semplice parte dello stesso rango di Comuni, Province, Regioni. Alla base di questa visione del federalismo come detronizzazione dello Stato c'è la motivazione storica per la quale il federalismo si svilupperebbe solo "per aggregazione", cioè come ricomposizione paziente e delicata di società plurali attraversate da forti linee di frattura.[20].

Elenco di federalisti italiani[modifica | modifica wikitesto]

Ecco un elenco di federalisti italiani[21]:

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Zeffiro Ciuffoletti, Federalismo e regionalismo, Laterza, Roma-Bari 1994 (ISBN 88-420-4380-X), pp. 11-13
  2. ^ Zeffiro Ciuffoletti, pp. 14-16 e 25.
  3. ^ a b c Zeffiro Ciuffoletti, p. 19.
  4. ^ Zeffiro Ciuffoletti, p. 34.
  5. ^ Cfr., oltre a Zeffiro Ciuffoletti, pp. 35-36, anche i Discorsi detti nella pubblica tornata della Società nazionale per la confederazione italiana, Marzorati, Torino 1848
  6. ^ Zeffiro Ciuffoletti, op. cit., pp. 38-40
  7. ^ Zeffiro Ciuffoletti, p. 48
  8. ^ Zeffiro Ciuffoletti, pp. 84-99.
  9. ^ Zeffiro Ciuffoletti, p. 82.
  10. ^ Zeffiro Ciuffoletti, p. 64.
  11. ^ Claudio Di Tucci, Napolitano: con il federalismo Italia più ricca e viva, su Il Sole 24 Ore, 15 marzo 2011.
  12. ^ Riforma federalista dello Stato italiano. Favorevole o contrario?, su Proversi, 3 ottobre 2016.
  13. ^ Gianfranco Miglio, Augusto Barbera, Federalismo e secessione. Un dialogo, Mondadori, 1997.
  14. ^ Federalismo e federalismo fiscale nell’Italia che cambia, su youtube.com.
  15. ^ Manifesto dei Valori del Partito Democratico
  16. ^ Palmiro Togliatti, Palmiro Togliatti Opere vol. V 1944-1955, a cura di Luciano Gruppi, Editori Riuniti - Istituto Gramsci, 1984, p. 206.
  17. ^ Claudio De Fiores, Daniele Petrosino, Secessione, Ediesse, 1996.
  18. ^ Antonio Iannello, Carlo Iannello, "Note sul Federalismo" in "Il falso federalismo", La scuola di Pitagora, 2004.
  19. ^ Claudio De Fiores, Federalismo centrifugo, in La Rivista del Manifesto, nº 5, aprile 2000.
  20. ^ Michele Prospero, Federalismo, così la destra sfascia la Repubblica. Nel mirino di Domenico Fisichella c'è il governo, ma il suo pamphlet spiega anche gli errori del centrosinistra, in L'Unità, 4 aprile 2004.
  21. ^ Basato su A. Salvestrini, Il movimento antiunitario in Toscana (1859-1866), Olschki Editore, Firenze 1967; C. Mangio, I patrioti toscani fra "Repubblica Etrusca" e Restaurazione, Olschki, Firenze 1991 e M. Luzzatti, Orientamenti democratici e tradizione Leopoldina nella Toscana del 1799: la pubblicistica pisana, in «Critica storica», VIII, 1969, pp. 466-509; T. Kroll, La rivolta del patriziato. Il liberismo della nobiltà nella Toscana del Risorgimento, Olschki Editore, Firenze 2005; Zeffiro Ciuffoletti, Federalismo e regionalismo, Laterza, Bari-Roma 1994, pp. 11-13.
  22. ^ a b c d e f Zeffiro Ciuffoletti, op. cit., pp. 11-13
  23. ^ Zeffiro Ciuffoletti, op. cit., p. 18.
  24. ^ Zeffiro Ciuffoletti, op. cit., pp. 20-21.
  25. ^ Zeffiro Ciuffoletti, p. 22.
  26. ^ Ibidem.
  27. ^ Zeffiro Ciuffoletti, p. 25.
  28. ^ Zeffiro Ciuffoletti, p. 29.
  29. ^ Zeffiro Ciuffoletti, p. 23.
  30. ^ Zeffiro Ciuffoletti, pp. 24-25.
  31. ^ D. Preda, Alcide De Gasperi federalista europeo, Il Mulino, Bologna 2004, pp. 196 e segg.
  32. ^ Quando frana il centralismo statale

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • L'originale proposta federalista dell'ultimo Premier delle Due Sicilie / Antonio Boccia. - Lauria: Crisci. - 2004.
  • Archivio triennale delle cose d'Italia / Carlo Cattaneo; a cura di Luigi Ambrosoli. - Milano: Mondadori. - 1974. - 2 v.
  • Cattaneo e il Federalismo / Clemente Galligani. - Roma : Armando. - 2010
  • Contro lo statalismo: federalismo e regionalismo / Luigi Sturzo ; a cura di Luciana Dalu ; prefazione di Dario Antiseri. - Soveria Mannelli; Messina: Rubbettino. - 1995
  • La Costituente: la teoria, la storia, il problema italiano. / Costantino Mortati. - Roma : Darsena, 1945, - viii, 233 p.
  • Del primato morale e civile degli italiani / Vincenzo Gioberti ; introduzione e note di Gustavo Balsamo-Crivelli. - Torino : Unione tipografico-editrice torinese. - 1843
  • Il Federalismo libertario e anarchico in Italia: dal Risorgimento alla seconda guerra mondiale / Gigi Di Lembo. - Livorno : Sempre avanti. - 1994. - 76 p.
  • La fédération et l'unité en Italie / Pierre-Joseph Proudhon. - Paris : E. Dentu. - 1862. - 143 p. ;
  • Il Federalismo / Gaetano Salvemini. - in Il Sud nella storia d'Italia. - Bari: Laterza. - 1961. - p. 458-475.
  • Filosofia della Rivoluzione / Giuseppe Ferrari. - Londra, s.e.. - 1851.
  • La formazione dello Stato unitario. / Ettore Passerin d'Entrèves ; a cura di Nicola Raponi. - Roma : Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1993. - 380 p.
  • L'idea federalista nel Risorgimento italiano/ Antonio Monti. - Bari: Laterza. - 1922. - viii, 186 p.
  • Idea nazionale e ideali di unità supernazionali in Italia dal 1815 al 1918. / Mario Albertini. - Milano, Marzorati. - 1961. - 62 p.
  • Italia fedele: il mondo di Gobetti. / Norberto Bobbio. - Firenze : Passigli. - 1986. - 270 p.
  • Italia civile: ritratti e testimonianze. / Norberto Bobbio. - Manduria Lacaita. - 1964. - 325 p.
  • Maestri e compagni : Piero Calamandrei, Aldo Capitini, Eugenio Colorni, Leone Ginzburg, Antonio Giuriolo, Rodolfo Mondolfo, Augusto Monti, Gaetano Salvemini. / Norberto Bobbio. - Firenze : Passigli. -1984. - 299 p.
  • L'originale proposta federalista dell'ultimo Premier delle Due Sicilie. / Antonio Boccia. - Lauria: Crisci. - 2004.
  • Le più belle pagine di Carlo Cattaneo / Gaetano Salvemini. - Milano: Fratelli Treves. - 1922. - xxi, 268
  • Profilo ideologico del Novecento italiano. / Norberto Bobbio. - Torino : Einaudi. - 1986. - 190 p.
  • Le speranze d'Italia (1844). / Cesare Balbo; introduzioni e note di Achille Corbelli. Torino: Utet. - 1925. - lix, 272 p.
  • Stati uniti d'Italia: scritti sul federalismo democratico. / Carlo Cattaneo; a cura di Norberto Bobbio; prefazione di Nadia Urbinati. - Roma: Donzelli, 2010. - xxvi, 148 p.
  • Unione e non unità d'Italia. (1867) / Pietro Ulloa Calà con postfazione di Corrado Augias e Carmelo Pasimeni. - Lecce: Argo. - 1988.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]