Stefano Jacini

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Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando il nipote del senatore, vedi Stefano Jacini (1886-1952).
Stefano Jacini
Stefano Jacini.jpg

Ministro dei lavori pubblici del Regno d'Italia
Durata mandato 28 settembre 1864 –
20 giugno 1866
Monarca Vittorio Emanuele II di Savoia
Capo del governo Alfonso La Marmora
Predecessore Luigi Federico Menabrea
Legislature IX legislatura del Regno d'Italia

Durata mandato 20 giugno 1866 –
17 febbraio 1867
Capo del governo Bettino Ricasoli
Successore Giuseppe Devincenzi

Senatore del Regno d'Italia
Legislature X

Deputato del Regno d'Italia
Legislature VIII, IX, X
Sito istituzionale

Ministro dei lavori pubblici del Regno di Sardegna
Durata mandato 21 gennaio 1860 –
14 febbraio 1861
Capo del governo Camillo Benso, conte di Cavour
Predecessore Pietro Monticelli
Successore Ubaldino Peruzzi
Legislature VII legislatura del Regno di Sardegna

Deputato del Regno di Sardegna
Legislature VII
Sito istituzionale
Stefano Jacini giovane.gif

Il conte Stefano Francesco [1] Jacini (Casalbuttano ed Uniti, 26 giugno 1826Milano, 25 marzo 1891) è stato un politico ed economista italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nascita e giovinezza[modifica | modifica wikitesto]

Stefano Jacini nacque il 26 giugno 1826 a Casalbuttano ed Uniti, presso Cremona, da una delle famiglie più ricche e benestanti della Bassa lombarda: infatti suo padre, Giovanni Battista Jacini, era un agiato proprietario terriero che possedeva anche una fabbrica tessile per la filatura di lino e di seta, mentre anche la madre Maria Grazia Romani proveniva da una famiglia borghese.

Giovanni Battista, oltre a dedicarsi agli studi di agricoltura e di economia, si interessò anche alla vita politico-amministrativa lombarda, occupando importanti cariche: membro della deputazione provinciale (1823), consigliere comunale di Pizzighettone e membro della congregazione provinciale di Cremona (1843). Oltre a questo, era in contatto con i più illuminati rappresentanti della borghesia agraria della Lombardia e aveva fatto investimenti mobiliari in società che si occupavano del commercio della seta e della produzione del lino. Per permettere ai figli di continuare a guidare l'impresa di famiglia, Jacini decise di iscrivere i figli Stefano, Paolo e Pietro al collegio dell'agronomo svizzero Philipp Emanuel von Fellenbeg, sito a Hofwyl, presso Berna, in Svizzera, dove studiò lingue e tecnica agraria.

Nel 1836, tuttavia, dopo appena tre anni di permanenza, Stefano dovette essere ritirato dal collegio a causa di un decreto asburgico di due anni prima che vietava ai sudditi dell'Impero di far studiare i figli all'estero. Continuò dunque i suoi studi al collegio San Paolo di Milano, poi al ginnasio di Brera e infine al liceo di Porta Nuova, dedicandosi agli studi umanistici, affiancati da nozioni di contabilità e all'uso delle lingue straniere. E mentre il fratello Pietro prendeva in gestione l'azienda di famiglia e l'altro fratello Paolo divenne architetto e membro della Società di incoraggiamento d'arti e mestieri di Milano, Stefano nel 1846 si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell'Università di Pavia, dove si laureò il 10 marzo 1850.

La formazione politica[modifica | modifica wikitesto]

Divenuto avvocato, Jacini ultimò i suoi studi a Vienna, da dove poi completò la sua formazione con viaggi di studio in Germania (visitando Baden, Francoforte, la Sassonia e la Prussia), in Svezia, in Russia, in Ungheria, fino in Grecia e in Turchia. Successivamente, tra il 1851 e il 1852, Stefano Jacini visitò Paesi Bassi, Belgio e Inghilterra, dove incontrò il politico e pensatore inglese Richard Cobden, per poi recarsi in Francia, paese nel quale, oltre a visitare le regioni agricole meridionali, assistette al colpo di Stato di Napoleone III, proclamatosi imperatore, meravigliandosi della scarsa resistenza incontrata. Infine, nel maggio del 1852, Jacini rientrò a Milano, dove si stabilì come rappresentante della ditta commerciale paterna.

Frattanto, fin dal 1851 il borghese lombardo aveva iniziato a lavorare sulle condizioni economiche e sociali dell'agricoltura lombarda, un tema indetto dalla "Società d'incoraggiamento di scienze e lettere" del capoluogo lombardo. La sua opera sull'argomento, intitolata La proprietà fondiaria e le popolazioni agricole in Lombardia, venne premiata dal consesso il 19 maggio 1853, edita a Milano l'anno dopo, (la seconda edizione uscì nel 1856). Inoltre, grazie alla rapida diffusione dell'opera, più volte ristampata, tradotta in tedesco e apprezzata da studiosi europei, Jacini nel 1857, a soli 30 anni, divenne membro prima dell'Istituto Lombardo e, subito dopo, dell'Accademia dei Georgofili di Firenze.

Ben presto cominciò ad interessarsi alla politica, frequentando i circoli culturali milanesi e stringendo rapporti con importanti personaggi, come Carlo Cattaneo, Cesare Giulini della Porta e Ludovico Trotti. Pur prendendo le distanze dal dominio austriaco, Jacini nel 1857 accettò l'incarico, ricevuto dal nuovo governatore Ferdinando Massimiliano d'Asburgo, fratello dell'imperatore Francesco Giuseppe d'Asburgo, di condurre un'inchiesta sulle condizioni economiche della regione della Valtellina.

Il risultato di questo lavoro fu l'opera Sulle condizioni economiche della provincia di Sondrio, pubblicato a Milano nel 1858, nella quale l'imprenditore lombardo illustrava i disagi e l'arretratezza economica della provincia, dando anche suggerimenti sulle migliorie da apportare all'economia e alla viabilità. Oltre a questo, tra il 1857 e il 1858, Jacini pubblicò una serie di memorie, destinate a importanti personaggi politici stranieri, dove espose i mali del dominio austriaco nel Regno Lombardo-Veneto: una di queste era diretta a Camillo Cavour, primo ministro del Regno di Sardegna, e vi si descrivevano le condizioni generali della Lombardia e del Veneto.

La carriera politica[modifica | modifica wikitesto]

Per via della sua esperienza economica e finanziaria, Jacini, dopo le vicende della Seconda Guerra d'Indipendenza, nell'agosto del 1859 fece parte di una commissione governativa, istituita da Giovanni Battista Oytana, ministro delle Finanze nel Governo La Marmora I, incaricata di preparare i disegni di legge finanziaria varati successivamente dall'esecutivo. Dopo il ritorno di Cavour al potere nel gennaio del 1860, il politico lombardo prese parte alla commissione che doveva provvedere alla stesura della nuova legge elettorale, per poi essere nominato da Cavour stesso ministro dei Lavori pubblici del Regno di Sardegna. In tale veste si impegnò per uniformare il genio civile, il servizio postale e telegrafico delle nuove province al Piemonte, fece approvare dal Parlamento le convenzioni ferroviarie per la ferrovia del Cenisio e per la linea Bologna-Ancona, progetti di legge per migliorare i porti di Genova e di Ancona e l'istituzione di una commissione per la progettazione della ferrovia transalpina. Inoltre, controfirmò i decreti reali di annessione delle nuove province (Marche, Umbria, Sicilia e Mezzogiorno) dopo i plebisciti del 1860.

Dimessosi dagli incarichi ministeriali il 14 febbraio 1861, a causa della sconfitta al primo turno alle elezioni politiche del 27 gennaio 1861, Jacini indicò a Cavour il suo successore, il banchiere toscano Ubaldino Peruzzi; ritornò ad occupare il dicastero dei Lavori Pubblici nel neonato Regno d'Italia nei Governi La Marmora II e Ricasoli II (fino al 17 febbraio 1867). Nel suo secondo periodo ministeriale, Jacini fornì preziose consulenze anche sull'organizzazione della rete ferroviaria nazionale, fece riordinare il sistema postale e telegrafico italiano, uniformò la legislazione sulle opere pubbliche e regolamentò la costruzione delle strade pubbliche.

Inoltre le sue capacità diplomatiche, unite alla conoscenza del tedesco, fruttarono il raggiungimento di un accordo anti-austriaco con la Prussia, che fu alleata dell'Italia nella terza guerra di indipendenza.

Dimessosi il 17 febbraio 1867, Stefano Jacini rifiutò, sebbene vincitore, l'elezione a deputato del 20 dicembre 1868, accettando, invece, la nomina a senatore, avvenuta il 7 febbraio 1870 e ricevuta dal re Vittorio Emanuele II. Conservatore cattolico, si oppose al trasferimento della capitale italiana a Roma dopo i fatti della Breccia di Porta Pia del 20 settembre 1870, chiedendo al contempo il riconoscimento della protezione internazionale per il papa.

Negli anni che seguirono, il politico italiano si segnalò per molte sue pubblicazioni di carattere economico e politico, nelle quali ad esempio si esprimeva per il miglioramento delle istituzioni statali tramite il decentramento amministrativo e l'allargamento del suffragio elettorali. Tuttavia, il nome di Jacini rimane ancora oggi legato alla famosa inchiesta agraria, varata il 15 marzo 1877 durante il governo presieduto da Agostino Depretis, esponente della Sinistra storica, per verificare le condizioni economiche e sociali delle campagne italiane e lo stato dell'agricoltura nazionale.

Infatti Jacini, dal 1881 al 1886 fu presidente della commissione d'inchiesta istituita a tale scopo, pubblicando nel 1884 un voluminoso rapporto, tuttora noto col nome Inchiesta Jacini. L'inchiesta fu promossa dalla Camera dei deputati il 15 marzo 1877.[2] Liberista, chiedeva la riduzione delle spese militari e sgravi fiscali per l'agricoltura. Per contro pur provenendo da una delle zone di maggiore diffusione della pellagra, nega la natura sociale della malattia.[3]

Ultimi anni[modifica | modifica wikitesto]

Negli ultimi anni Jacini, che aveva ricevuto il titolo di conte per sé e discendenti (solo al maschio primogenito) nel 1880 da Re Umberto I di Savoia, dai banchi dell'opposizione moderata, osteggiò aspramente il trasformismo di Depretis e le tendenze autoritarie ed imperialistiche di Francesco Crispi, in particolare la stipula della Triplice Alleanza, il colonialismo in Africa e la politica economica governativa.

Infine, Stefano Jacini morì a Milano il 25 marzo 1891, a 64 anni, e fu sepolto nella tomba di famiglia.

Vita privata[modifica | modifica wikitesto]

Stefano Jacini si sposò nel 1858 con Teresa Prinetti, all'epoca diciassettenne, che morì nel 1887 a causa della tisi, contratta mentre curava una cameriera affetta dalla malattia. Afflitto dalla sua scomparsa e affaticato dalla mole di lavoro che il suo ruolo politico comportava, Jacini non si riprese più e morì quattro anni dopo.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Grand'Ufficiale dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria Grand'Ufficiale dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
Grand'Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Grand'Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Scheda senatore Stefano Jacini, su notes9.senato.it. URL consultato il 13 novembre 2015.
  2. ^ AA.VV., Storia d'Italia, Novara, DeAgostini, 1991, p. 180 e 204, ISBN 88-402-9440-6.
  3. ^ Antonio Saltini in Storia delle scienze agrarie vol. IV p.273 avanza l'ipotesi che questo giudizio di Jacini dipenda dalla sua qualità di grande proprietario terriero: anche se storicamente la pellagra era allora molto più diffusa al sud Italia, piuttosto che al nord, dove la sensibilità umana e sociale dei grandi e piccoli benestanti era invece molto più diffusa.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Nicola Raponi, «JACINI, Stefano», in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 61, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2004.

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