Globalizzazione

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Mappa delle rotte aeree nel 2009

La globalizzazione è il fenomeno causato dall'intensificazione degli scambi e degli investimenti internazionali che, nei decenni tra XX e XXI secolo, sono cresciuti più rapidamente dell'economia mondiale nel suo complesso[1], con la conseguenza di una tendenzialmente sempre maggiore interdipendenza delle economie nazionali[2], che ha portato anche a interdipendenze sociali, culturali, politiche e tecnologiche i cui effetti positivi e negativi hanno una rilevanza planetaria, unendo commercio, le culture, i costumi e il pensiero e beni culturali

Tra gli aspetti positivi della globalizzazione vanno annoverati la velocità delle comunicazioni e della circolazione di informazioni, l'opportunità di crescita economica per nazioni a lungo rimaste ai margini dello sviluppo economico mondiale, la contrazione della distanza spazio-temporale e la riduzione dei costi per l'utente finale grazie all'incremento della concorrenza su scala planetaria. Gli aspetti negativi sono il degrado ambientale, il rischio dell'aumento delle disparità sociali, la perdita delle identità locali, la riduzione della sovranità nazionale e dell'autonomia delle economie locali, la diminuzione della privacy.

Politologi, filosofi, economisti e storici di varia nazionalità hanno espresso i loro pareri pure sul globalismo, che può essere considerato un processo economico, sociale e politico simile alla globalizzazione nonché su mondialismo e mondializzazione, che sono altri fenomeni paralleli e conseguenti alla globalizzazione.

Definizione[modifica | modifica wikitesto]

La globalizzazione è il frutto di un processo economico per il quale mercati, produzioni, consumi e anche modi di vivere e di pensare vengono connessi su scala mondiale, grazie ad un continuo flusso di scambi che li rende interdipendenti e tende a unificarli. Questo processo dura da tempo e negli ultimi trent'anni (1980-2010) ha avuto una forte accelerazione in concomitanza con la terza rivoluzione industriale.

Il termine "globalizzazione" è un neologismo[3] utilizzato dagli economisti per riferirsi prevalentemente agli aspetti economici delle relazioni fra popoli e aziende multinazionali. Il fenomeno, invece, va inquadrato anche nel contesto delle complesse interazioni su scala mondiale che, soprattutto a partire dagli anni Ottanta, in questi ambiti hanno avuto una sensibile accelerazione. Il termine "globalizzazione" deriva dalla parola inglese globalize ("globalizzare"), che si riferisce all'ascesa di una rete internazionale di sistemi economici.[4][5] Uno dei primi utilizzi conosciuti del termine come nome fu trovato in una pubblicazione del 1930, intitolata Towards New Education, dove denotava una visione olistica dell'esperienza educativa umana. Un termine correlato, corporate giants, fu coniato da Charles Taze Russell (della Watch Tower Bible and Tract Society) nel 1897[6], per riferirsi agli ampi trust nazionali e altre grosse imprese del tempo.

Dagli anni Sessanta, entrambi i termini iniziarono a essere utilizzati come sinonimi dagli economisti e altri sociologi. L'economista Theodore Levitt è largamente riconosciuto per aver coniato il termine in un articolo intitolato Globalization of Markets, che apparve nel numero del maggio-giugno 1983 della Harvard Business Review. Comunque, il termine "globalizzazione" era già in uso prima di questa circostanza (almeno dal 1944) ed era utilizzato dagli studiosi già dal 1981.[7] Levitt può essere riconosciuto per averlo reso popolare e averlo portato all'audience del business mainstream durante la seconda metà degli anni Ottanta. Fin dalla sua introduzione, il concetto di globalizzazione ha ispirato definizioni e interpretazioni competitive, con antecedenti risalenti ai grandi moti commerciali e imperiali lungo l'Asia e l'Oceano Indiano dal XV secolo in poi.[8][9] A causa della complessità del concetto, i progetti di ricerca, gli articoli e le discussioni spesso restano focalizzati su un singolo aspetto della globalizzazione.

I sociologi...

  • Martina Albrow e Elizabeth King definiscono la globalizzazione come «tutti quei processi attraverso i quali le persone di tutto il mondo vengono incorporate in una singola società globale».[10]
  • Anthony Giddens scrive che «la globalizzazione può perciò essere definita come l'intensificazione delle relazioni sociali globali che collegano località distanti in un modo tale che gli eventi locali vengono modellati da eventi che si verificano a molte miglia distanti, e viceversa».[11]
  • Roland Robertson, professore di sociologia alla Università di Aberdeen, un primo scrittore del campo, nel 1992 ha definito la globalizzazione come «compressione del mondo e intensificazione della coscienza mondiale in quanto insieme».[12]
  • Zygmunt Bauman, scrive che «La globalizzazione divide quanto unisce. Divide mentre unisce, e le cause della divisione sono le stesse che, dall'altro lato, promuovono l'uniformità del globo».[13]

Nei primi anni Duemila, il dibattito sul concetto di globalizzazione si è infittito e ha coinvolto in misura sempre maggiore filosofi e sociologi. Alcuni hanno proposto di distinguere tra un approccio descrittivo e uno normativo al problema.[14]

Dal punto di vista descrittivo si può distinguere tra...[14]

  1. Globalizzazione economica (commerciale, produttiva, finanziaria), e in tal senso il termine è utilizzato dai teorici del liberismo per indicare le strategie e i successi delle politiche del "libero mercato" (deregulation dei mercati internazionali, outsourcing della produzione, "flessibilità" del lavoro e aumento del potere economico-politico delle multinazionali a scapito degli Stati-nazione).
  2. Globalizzazione spaziale, relativa ai fenomeni migratori e all'"accorciamento" delle distanze in virtù delle moderne tecnologie di trasporto.
  3. Globalizzazione informatico-telematica, concernente il potenziamento dei flussi dell'informazione.
  4. Globalizzazione culturale, legata alla trasformazione del mondo in un «villaggio globale», in cui a fronte di una crescente omologazione culturale, dovuta al predominio di pochi mass media, si verifica una rapida diffusione delle differenze interculturali che origina a volte fenomeni di tribalizzazione (radicalizzazione, dal punto di vista sociale, politico, etnico, delle differenze locali e delle tradizioni; ritorno a forme premoderne di convivenza).
  5. Globalizzazione psicologica, ovvero la diffusione su scala mondiale di un sentimento di paura per epidemie, terrorismo, guerre.
  6. Globalizzazione militare, ovvero la possibile estensione dei conflitti su una scala mondiale.

Dal punto di vista normativo si può distinguere tra...[14]

  1. Globalizzazione giuridica, ovvero l'universalismo dei diritti. Si parla sempre più spesso di "globalizzazione dei diritti"[15] e perciò di rispetto dell'ambiente, di eliminazione povertà, di abolizione della pena di morte ed emancipazione femminile in tutti i paesi del mondo[16].
  2. Globalizzazione politica, cioè l'espansione della democrazia, e il fatto che tutti gli Stati hanno legami complessi tra loro, regolati da numerosi organismi internazionali e si indirizzano sempre di più a una visione mondiale della politica, soprattutto per quanto riguarda i grandi temi della difesa dei diritti e delle libertà civili e della tutela dell'ambiente.[17]
  3. Globalizzazione della sinistra, cioè il movimento no o new global.

Inoltre, nel 2000, il Fondo Monetario Internazionale ha identificato quattro aspetti base della globalizzazione: commercio e transazioni, movimenti di capitale e investimento, migrazione e movimenti di persone, e la diffusione della conoscenza.[18] Sfide ambientali come il riscaldamento globale, il risparmio dell'acqua e l'inquinamento dell'aria, e l'eccesso di pesca oceanica, sono connesse alla globalizzazione.[19]

Nell'immaginario collettivo la globalizzazione è spesso percepita come un fenomeno progressivo, che si è andato sviluppando nel tempo in modo naturale e che vede la condizione attuale nei suddetti ambiti come una fase intermedia tra un generico passato e un vago futuro. Ma se con globalizzazione ci si riferisce a un fenomeno specifico degli ultimi decenni, il concetto è tutt'altro che univoco e consolidato, anche se è entrato a far parte del lessico comune e i mass media ne fanno larghissimo uso[20].

Per quanto riguarda l'economia, per esempio, diversi autori sottolineano che il sistema degli scambi internazionali era più "globalizzato" negli anni precedenti il 1914 di quanto non sia attualmente[21], che i sistemi economici sono comunque fondamentalmente a base nazionale e anche quelli di dimensione tendenzialmente continentale presentano diversi aspetti di chiusura (ad esempio le politiche protezionistiche dell'Unione Europea in ambito agricolo). D'altra parte, Amartya Sen sostiene che i processi di globalizzazione sono in corso da almeno un millennio, affogando così il concetto e le pratiche che lo sottendono nel mare magnum della lunga durata.[22] Anche questo invita a maneggiare il concetto con una certa cautela.

Autori come Arjun Appadurai e Giulio Angioni invitano anche a un uso neutro della nozione di globalizzazione, non solo in quanto fenomeno vario con aspetti negativi e/o positivi a seconda delle circostanze e dei punti di vista, ma indicando anche che proprio la globalizzazione innesca spesso una domanda globale di particolarità locali.[23]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Fino alla crisi petrolifera del 1973, lungo tutta la fase di grande prosperità attraversata dai paesi più sviluppati, l'economia mondiale aveva acquisito un carattere compiutamente internazionale, ma non ancora transnazionale.[24] Le singole aziende, pur commercializzando i propri prodotti in tutto il mondo, svolgevano la maggior parte dell'attività ancora all'interno dei confini dei rispettivi Stati.[24] Dalla fine degli anni Settanta questo scenario cominciò a cambiare, nella direzione di un'economia completamente globalizzata, segnata da una nuova divisione internazionale del lavoro, affollata di società multinazionali e transnazionali.[24] Nel XXI secolo un ulteriore e sensibile impulso alla globalizzazione è stato dato dalle tecnologie informatiche e dalla diffusione capillare della rete Internet.

Globalizzazione arcaica[modifica | modifica wikitesto]

Il mondo del XIII secolo, come descritto da Janet Abu-Lughod

L'espressione "globalizzazione arcaica" convenzionalmente esprime la fase della storia della globalizzazione che include eventi e sviluppi dai tempi delle prime civiltà fino all'incirca il XVII secolo. È utilizzata per descrivere le relazioni fra le comunità e gli Stati e come esse si sono originate, attraverso la diffusione geografica di idee e norme sociali sia a livello locale, sia a livello regionale.[25]

Nello schema seguente, vengono posti tre prerequisiti principali per il verificarsi della globalizzazione. La prima è l'idea delle origini orientali, che mostra come gli Stati occidentali abbiano adottato e implementato principi acquisiti dall'Oriente.[25] Senza le idee tradizionali dell'Oriente, la globalizzazione occidentale non sarebbe emersa allo stesso modo. La seconda è la distanza. Le interazioni fra gli Stati non rientravano in una scala globale e molto spesso erano confinate in Asia, Nord Africa, il Medio Oriente, e certe parti d'Europa.[25] Durante la prima globalizzazione, era difficile per gli Stati interagire gli uni con gli altri, a me no che non fossero in vicina prossimità. Eventualmente, gli avanzamenti tecnologici permisero agli Stati di sapere dell'esistenza degli altri, e un'altra fase della globalizzazione fu capace di verificarsi. La terza ha a che fare con l'interdipendenza, stabilità, e regolarità.

Se uno Stato non è dipendente da un altro, allora non c'è alcun modo, per qualunque Stato, di essere mutualmente influenzato dall'altro. Questa è una delle forze trainanti che stanno dietro le connessioni e il commercio globali; senza di essa, la globalizzazione non sarebbe emersa allo stesso modo, e gli Stati sarebbero ancora dipendenti in base alla propria produzione e risorse per funzionare. Questo è uno degli argomenti che circondano l'idea di una primitiva globalizzazione. Si sostiene che la globalizzazione arcaica non funzionò in un maniera similare a quella della globalizzazione moderna perché gli Stati non erano, allora, interdipendenti gli uni con gli altri come lo sono oggi.[25]

Alla globalizzazione arcaica viene apposta anche una natura "multi-polare", nel senso che coinvolse la partecipazione attiva di non-europei. Poiché precedette la Grande Divergenza (il miracolo europeo) del XIX secolo, nel quale l'Europa occidentale ottenne un vantaggio sul resto del mondo in termini di produzione industriale e output economico, la globalizzazione arcaica fu un fenomeno guidato non solo dall'Europa ma anche da altri centri sviluppati economicamente del Vecchio Mondo come Gujarat, Bengala, la Cina costiera, e il Giappone.[26]

Caracca portoghese a Nagasaki. Arte nanban giapponese del XVII secolo

Lo storico dell'economia e sociologo tedesco Andre Gunder Frank sostiene che una forma di globalizzazione ebbe iniziò con l'ascesa dei collegamenti commerciali fra Sumer e la civiltà della valle dell'Indo, durante il III millennio a.C. Questa globalizzazione arcaica permase nell'Età ellenistica, quando i centri urbani commerciali spedirono la cultura greca verso l'India e la Spagna, includendo Alessandria e le altre città alessandrine. Nel primo periodo, la posizione geografica della Grecia e la necessità di importare il grano, forzarono i Greci a impegnarsi nel commercio marittimo. Il commercio nell'antica Grecia era ampiamente senza restrizioni: lo Stato controllava solo il rifornimento del grano.[27]

Il commercio lungo la Via della Seta fu un fattore significativo dello sviluppo delle civiltà della Cina, del subcontinente indiano, Persia, Europa, e Arabia, aprendo interazioni politiche ed economiche a lunga distanza tra di esse.[28] Sebbene la seta fosse l'oggetto maggiormente commerciato dalla Cina, venivano commerciati molti altri beni, come religioni, filosofie sincretistiche, e varie tecnologie. Perfino alcune malattie viaggiarono lungo la Via della Seta. Oltre al commercio economico, la Via della Seta servì come mezzo di comunicazione per scambi culturali tra le civiltà che si incontravano lungo la propria rete.[28] Il movimento di persone, come rifugiati, artisti, artigiani, missioni, rapinatori, e emissari, sfociò nello scambio di religioni, arti, lingue, e nuove tecnologie.[29]

Proto-globalizzazione[modifica | modifica wikitesto]

Con l'espressione "prima globalizzazione moderna" o "proto-globalizzazione" si intende un periodo della storia della globalizzazione che all'incirca è contenuto tra i secoli XVII e XIX. Il concetto di "proto-globalizzazione" fu introdotto per la prima volta dagli storici A.G. Hopkins e Christopher Bayly. Il termine descrive la fase caratterizzata da crescenti collegamenti commerciali e scambio culturale che caratterizzò il periodo immediatamente antecedente l'avvento dell'alta "globalizzazione moderna" nel tardo XIX secolo.[8] Questa fase della globalizzazione fu caratterizzata dall'ascesa degli imperi marittimi europei, nel XVI e XVII secolo (prima l'impero portoghese e spagnolo, in seguito quello olandese e britannico). Nel XVII secolo, il commercio mondiale si sviluppò ulteriormente quando furono istituite compagnie qualificate come la British East India Company (fondata nel 1600) e la Dutch East India Company (fondata nel 1602, spesso descritta come la prima corporazione multinazionale per cui fossero offerte azioni).[30]

La prima globalizzazione moderna si distingue da quella moderna sulla base dell'espansionismo, il metodo di gestione del commercio globale, e il livello di scambio dell'informazione. Il periodo è segnato da organizzazioni commerciali come la East India Company, lo spostamento dell'egemonia verso l'Europa occidentale, l'ascesa di conflitti di vasta scala tra potenti nazioni come per esempio la Guerra dei Trent'anni, e quella di nuove merci ‒ come gli schiavi. Il commercio triangolare rese possibile all'Europa l'acquisizione di risorse dentro l'emisfero occidentale. Il primo commercio moderno e le prime comunicazioni coinvolsero un vasto gruppo di popoli, fra cui europei, musulmani, indiani, sudest asiatici, e mercanti cinesi, in particolare nella regione dell'Oceano Indiano.

Globalizzazione moderna[modifica | modifica wikitesto]

Durante il primo XIX secolo, il Regno Unito è stato una superpotenza mondiale

Durante il XIX secolo, la globalizzazione si avvicinò alla sua forma attuale come risultato diretto della Rivoluzione industriale. L'industrializzazione permise la produzione standardizzata di oggetti per la casa impiegando le economie di scala mentre la rapida crescita della popolazione creava una costante domanda di beni. Nel corso del secolo, le navi a vapore ridussero significativamente il costo dei trasporti internazionali e quelli ferroviari fecero altrettanto con i trasporti nell'entroterra. La rivoluzione dei trasporti si verificò circa tra il 1820 e il 1850.[31] Più e più nazioni abbracciarono il commercio internazionale.[31] La globalizzazione in questo periodo venne modellata in modo decisivo dall'imperialismo di fine secolo, rivolto verso l'Africa e l'Asia.

Nel 1956, l'invenzione dei container da spedizione aiutò la globalizzazione del commercio

Dopo la Seconda guerra mondiale, il lavoro dei politici portò agli accordi della Conferenza di Bretton Woods, nella quale i maggiori governi costituirono il framework della politica monetaria internazionale, del commercio, e della finanza, e venne considerata la fondazione di svariate istituzioni internazionali per facilitare la crescita economica, abbassando le barriere commerciali. Inizialmente, l'Accordo Generale sulle Tariffe ed il Commercio (GATT), portò a una serie di accordi per rimuovere le restrizioni commerciali. Il successore del GATT fu l'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), che fornì un framework per la negoziazione e la formalizzazione degli accordi commerciali e un processo per la risoluzione delle dispute. Le esportazioni raddoppiarono circa dall'8,5% del PIL totale nel 1970 al 16,2% nel 2001.[32] L'approccio di utilizzo degli accordi globali per far progredire il commercio inciampò con il fallimento del Doha Development Round per la negoziazione commerciale. Molti paesi allora si spostarono verso accordi bilaterali o multilaterali minori, come lo United States ‒ Korea Free Trade Agreement del 2011.

A partire dagli anni Settanta, l'aviazione divenne sempre più conveniente per la classe media nei paesi più sviluppati. Politiche di cielo aperto e compagnie aree a basso costo aiutarono a portare competizione nel mercato. Negli anni Novanta, la crescita delle reti di comunicazione a basso costo tagliarono il prezzo necessario alla comunicazione tra paesi differenti. Si poté lavorare di più, utilizzando un computer senza considerare la posizione sul globo. Ciò includeva la contabilità, lo sviluppo di software informatici, e l'ingegneria.

I programmi di scambio interculturale per studenti divennero popolari dopo la Seconda guerra mondiale, ed erano (e sono) intesi per incrementare la comprensione e la tolleranza dei partecipanti nei confronti di altre culture, e anche per migliorarne le capacità linguistiche e ampliarne gli orizzonti sociali. Tra il 1963 e il 2006 il numero di studenti in un paese straniero è cresciuto di nove volte.[33]

Tra XIX e XX secolo, la connessione delle economie e culture mondiali crebbe molto velocemente. Rallentò dagli anni Dieci del secolo scorso in poi a causa delle Guerre mondiali e della Guerra Fredda,[34] ma riprese di nuovo negli anni Ottanta e Novanta.[35] Le rivoluzioni del 1989 e la successiva liberalizzazione in molte parti del mondo sfociò in una significativa espansione della interconnessione globale. La migrazione e il movimento di persone può essere anche evidenziata come caratteristica prominente del processo di globalizzazione. Nel periodo compreso tra il 1965 e il 1990, la quota di forza lavoro che migrava, approssimativamente raddoppiò. La maggior parte delle migrazioni si verificò tra i paesi in via di sviluppo e quelli meno sviluppati (LDC).[36] Quando l'integrazione economica si intensificò, i lavoratori si mossero verso aree con salari più alti, e la maggior parte del mondo in via di sviluppo si orientò verso l'economia di mercato internazionale.

Il collasso dell'Unione Sovietica non terminò solo la divisione del mondo instaurata con la Guerra Fredda, ma lasciò gli Stati Uniti come il suo unico protettore, e anche come difensore del libero mercato. Crebbe anche l'attenzione nei confronti dei movimenti delle malattie, della proliferazione della cultura popolare e dei valori del consumatore, come anche la prominenza di istituzioni internazionali come le Nazioni Unite, e si creò coordinazione nell'azione internazionale riguardo temi come l'ambiente e i diritti umani.[37] Altro sviluppo drammatico fu Internet, che fu fondamentale per connettere le persone nel mondo. Nel giugno 2012, più di 2,4 miliardi di persone ‒ più di un terzo della popolazione mondiale ‒ hanno utilizzato i servizi di Internet.[38][39] La crescita della globalizzazione non è mai stata così spianata.

Un evento notevole è stato la Grande Recessione del 2007, che è associata a una crescita minore (in aree come le chiamate internazionali e l'utilizzo di Skype), o addirittura una crescita negativa temporanea (in aree come il commercio) della interconnessione globale.[40][41] Il DHL Global Connectedness Index ha studiato quattro tipi principali di flussi internazionali: commercio (sia beni che servizi), informazione, persone (includendo turisti, studenti, e migranti), e capitale. Esso mostra che la profondità dell'integrazione globale è caduta di circa un decimo dopo il 2008, ma dal 2013 è stata recuperata ben al di sopra il picco pre-crac.[42][40] Il rapporto inoltre riscontra un cambiamento di attività economica nelle economie emergenti.[40]

La società globalizzata offre una complessa rete di forze e fattori che portano persone, culture, mercati, credenze e pratiche, in una crescente ‒ se non maggiore ‒ prossimità.[43]

Globalizzazione economica[modifica | modifica wikitesto]

In campo economico la globalizzazione è un fenomeno caratterizzato o causato da...

  • Liberalizzazione, ovvero la progressiva liberalizzazione degli scambi commerciali e dei movimenti internazionali di capitali.[2] I dati storici mostrano come la globalizzazione non sia un fenomeno recente: la prima ondata di globalizzazione si ebbe tra il 1840 e il 1914, anche grazie allo sviluppo di nuove tecnologie che resero il mondo «più piccolo» come navi a vapore, ferrovie e telegrafo. Il passaggio tra le due guerre, la grande depressione e il diffuso protezionismo risultarono in una diminuzione degli scambi commerciali, attuato mediante l'utilizzo di barriere quali dazi, sussidi e quote. A partire dalla fine degli anni Settanta si è verificata una nuova ondata di liberalizzazione del commercio mondiale, anche attraverso accordi e istituzioni internazionali appositamente concepite quali il GATT e successivamente il WTO finalizzate all'abolizione progressiva delle barriere al commercio internazionale.
  • Deregulation dei sistemi economici, ovvero la politica economica affermatasi soprattutto tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, con la formazione dei governi di orientamento conservatore rispettivamente capeggiati da Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Consiste nell'abolizione sistematica di norme legislative e di regolamenti imposti in precedenza a settori e imprese nel campo dei servizi e in quello energetico.[2]
  • Rivoluzione informatica, ovvero l'accelerazione del progresso tecnologico, soprattutto nell'ambito delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione[2], che ha permesso di abbattere i costi dei trasporti e delle comunicazioni[44].
  • Delocalizzazione della produzione, in quanto i costi di trasporto sono drasticamente diminuiti.[45] È oggi possibile realizzare i vari componenti di un prodotto in località anche molto lontane tra loro, assemblarli in un'altra ancora e infine vendere l'oggetto finito in tutto il mondo. Questo tipo di attività economiche è in genere gestito da società multinazionali, le cui funzioni sono cioè distribuite in diversi Stati a seconda della convenienza: la progettazione può essere concentrata nei paesi tecnologicamente all'avanguardia, la produzione nei paesi in via di sviluppo in cui possono pagare salari più bassi, infine la sede legale in alcuni Stati che garantiscono una tassazione particolarmente vantaggiosa, i cosiddetti "paradisi fiscali".[45] Lo spostamento di alcune produzioni in paesi dove il costo della vita è più basso e le garanzie sindacali sono scarse si accompagna a forme di sfruttamento del lavoro che non sarebbero accettate nelle società più ricche, ma è pur sempre un modo per creare occupazione in quelle realtà. D'altra parte, la dislocazione della produzione può generare problemi proprio nei paesi avanzati, in cui i lavoratori rischiano di perdere la propria occupazione o o sono costretti ad accettare condizioni peggiori per evitare il trasferimento della produzione in paesi con un costo del lavoro inferiore.[45]
  • Crollo dei paesi socialisti avvenuto a partire dal 1989 che ha ridotto il mondo da "bipolare" a "unipolare" (dissoluzione del blocco sovietico[2]).
  • Diffusione delle idee neo-liberiste.[2]
  • Riduzione della sovranità statale, cioè il progressivo trasferimento di sovranità democratica dagli Stati-nazione ad entità internazionali e sovranazionali con grado imperfetto di democrazia.[46] Più esattamente, la globalizzazione avrebbe drasticamente ridotto la sovranità statale in tre ambiti cruciali: politica fiscale, spesa pubblica a fini redistributivi, e politica macroeconomica.[44]

Effetti[modifica | modifica wikitesto]

Gli effetti economici e sociali della globalizzazione sono ampiamente dibattuti e controversi. Da un lato, istituzioni come la Banca Mondiale ritengono che la globalizzazione abbia portato ad una maggiore crescita a livello globale, migliorando l'economia e le condizioni sociali dei paesi in via di sviluppo mediante la liberalizzazione dei relativi mercati.[47] Altre organizzazioni ‒ come l'Organizzazione Internazionale del Lavoro, ma anche molte organizzazioni non governative ‒ hanno invece una posizione molto critica, sottolineando soprattutto come la globalizzazione sia legata ad un aumento delle disuguaglianze mondiali e, in alcuni casi, della povertà. La ricerca empirica è attualmente insufficiente e inconclusiva, sottolineando come gli effetti economici e sociali variano a seconda dei paesi e delle politiche che vengono considerate.[48][49]

In conclusione, se il fenomeno della globalizzazione appare come un fenomeno economico-sociale inevitabile e inarrestabile ‒ in quanto legato all'evoluzione della stessa società moderna e più in generale alla modernità ‒ i contenuti delle politiche economiche della globalizzazione e i loro effetti sociali su povertà e disuguaglianza potrebbero essere governati e gestiti in maniera più attenta.

Globalizzazione spaziale[modifica | modifica wikitesto]

Il termine "globalizzazione" è utilizzato anche in ambito culturale ed indica genericamente il fatto che nell'epoca contemporanea ci si trova spesso a rapportarsi con le altre culture, sia a livello individuale a causa di migrazioni stabili, sia nazionale nei rapporti tra gli Stati. Spesso ci si riferisce anche all'elevata e crescente mobilità delle persone con una permanenza limitata temporalmente (turisti, uomini di affari, ecc.). Tra gli aspetti negativi degli scambi economico/culturali globalizzati dalle grandi industrie che producono a livello mondiale spesso le tradizioni locali vanno scomparendo. Un aspetto essenziale della globalizzazione è dunque il movimento delle persone.

Quando le tecnologie dei trasporti migliorarono tra il XVIII e il primo XX secolo, il tempo di viaggio e i costi diminuirono drammaticamente. Per esempio, viaggiare lungo l'Oceano Atlantico richiedeva, durante il XVIII secolo, ben cinque settimane; nel XX secolo, richiedeva solamente otto giorni.[50] Oggi, la moderna aviazione ha reso i trasporti a lunga distanza veloci e convenienti.

Il turismo è il viaggiare per provare piacere. Gli sviluppi nell'infrastruttura dei trasporti e della tecnologia, come per esempio l'aereo a fusoliera larga, le compagnie aeree a basso costo, e aeroporti più accessibili hanno reso molti generi di turismo più convenienti. Gli arrivi dei turisti internazionali sorpassarono la pietra miliare di un miliardo di turisti (globalmente) per la prima volta nel 2012.[51] Un visto d'ingresso è un'autorizzazione condizionale concessa da un paese a uno straniero, permettendogli di entrare e restarvi dentro temporaneamente, o di lasciare quel paese. Alcuni paesi – come quelli dello Spazio Schengen – hanno stretto accordi con altri paesi permettendo ai cittadini di viaggiare tra di essi senza visto di ingresso. L'Organizzazione Mondiale del Turismo ha annunciato che il numero di turisti che richiedono un visto d'ingresso prima di viaggiare ha raggiunto il livello minimo assoluto nel 2015.[52]

L'immigrazione è il movimento internazionale di persone che vanno in un paese di cui non sono nativi o non ne possiedono la cittadinanza in modo da risiedervi, specialmente come residenti permanenti o cittadini naturalizzati, o per accettare occupazione come lavoratori immigrati o temporaneamente come lavoratori stranieri.[53][54][55] Secondo l'Organizzazione Internazionale del Lavoro, nel 2014 si è stimato un numero di 232 milioni di migranti internazionali nel mondo (definiti come persone che si trovano fuori dal paese di origini per 12 mesi o più) e che approssimativamente metà si essi sono economicamente attivi (cioè sono occupati o cercano occupazione).[56] Il movimento internazionale del lavoro è spesso visto come importante per lo sviluppo economico. Per esempio, "libertà di movimento per i lavoratori dell'Unione Europea" significa che le persone possono muoversi liberamente tra gli stati membri per vivere, studiare o pensionarsi in un altro paese.

La globalizzazione è associata anche a un'ascesa drammatica dell'istruzione internazionale. Sempre più studenti sono alla ricerca di un'istruzione più alta in paesi stranieri e molti studenti internazionali oggi considerano lo studio d'oltremare un trampolino per la residenza permanente in un altro paese.[57] I contributi che gli studenti stranieri fanno nell'ospitare le economie nazionali, sia culturalmente che finanziariamente, ha incoraggiato i maggiori attori del settore a implementare ulteriori iniziative per facilitare l'arrivo e l'integrazione di studenti d'oltremare, tra cui emendamenti sostanziali all'immigrazione e procedure e politiche riguardo il visto d'ingresso.[33]

Un matrimonio transnazionale è un matrimonio tra persone di paesi differenti. Una gran varietà di inconvenienti si verificano in questi casi, tra cui quelli relativi alla cittadinanza e cultura, che aggiungono complessità e sfide a questo tipo di relazione. In un'era di crescente globalizzazione, dove un numero crescente di persone stringono legami in reti di persone e luoghi lungo il globo, piuttosto che nella corrente località geografica, le persone crescentemente si sposano attraverso i confini nazionali. Il matrimonio transnazionale è un prodotto dovuto al movimento e migrazione di persone.

Effetti[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Glocalizzazione.

Il processo di globalizzazione, in atto al livello economico e favorito dalla capillarità dei trasporti, ha ripercussioni anche a livello sociale con lo scambio culturale tra civiltà anche molto lontane e molto diverse tra loro con possibili scontri di civiltà (ad esempio il conflitto tra Oriente e Occidente) fino a possibili guerre di religione e omogeneizzazione culturale.

Se per alcuni[58][59] il superamento dei confini spazio-temporali costituisce una fonte di arricchimento culturale, aiuta a superare il nazionalismo, il razzismo e l'etnocentrismo delle più chiuse società tradizionali, altri autori[60][61][62] sottolineano, invece, gli aspetti negativi della globalizzazione: diminuzione dell’autorità dello Stato-nazione, aumento del divario tra ricchi e poveri tra nazioni e dentro ogni nazione, frammentazione culturale, assenza di confine come spaesamento, aumento di conflitti tra culture diverse e dei fondamentalismi. Bauman sottolinea le multiformi trasformazioni racchiuse nella frase «compressione del tempo e dello spazio» ed evidenzia come i processi di globalizzazione non presentino quella unicità di effetti positivi loro attribuita dai sostenitori di questi mutamenti.

In parallelo al processo emergente di una scala planetaria per l'economia, la finanza, il commercio e l'informazione, viene quindi messo in moto un altro processo, che impone dei vincoli spaziali, definito "glocalizzazione": «la complessa e stretta interconnessione dei due processi comporta che si vadano differenziando in maniera drastica le condizioni in cui vivono intere popolazioni e vari segmenti all'interno delle singole popolazioni, ciò che appare come conquista di globalizzazione per alcuni, rappresenta una riduzione alla dimensione locale per altri, dove per alcuni la globalizzazione segnala nuove libertà, per molti altri discende come un destino non voluto e crudele».[63]

Globalizzazione informatico-telematica[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Tecnologie dell'informazione e della comunicazione, Rivoluzione informatica e Rivoluzione digitale.

Con "globalizzazione", ci si riferisce oltre che allo sviluppo di mercati globali, anche alla diffusione dell'informazione e dei mezzi di comunicazione come Internet, che oltrepassano le vecchie frontiere nazionali. Nello stesso campo il termine indica la progressiva diffusione delle informazioni (notiziari locali) su temi internazionali.

Prima delle comunicazioni elettroniche, per comunicare a lunga distanza si usava la posta. La velocità delle comunicazioni globali, fino alla metà del XIX secolo, era limitata dalla massima velocità dei servizi dei corrieri (specialmente cavalli e navi). Il telegrafo elettrico fu la prima tecnologia di comunicazione istantanea a lunga distanza. Per esempio, prima dell'invenzione del cavo transatlantico, le comunicazioni tra l'Europa e l'America potevano richiedere settimane perché erano le navi che trasportavano la posta attraverso l'oceano. Il primo cavo transatlantico ridusse il tempo richiesto per comunicare considerevolmente, permettendo di spedire un messaggio e di riceverne la risposta nello stesso giorno. Le connessioni telegrafiche transatlantiche furono raggiunte nel 1866.[64]

Antonio Meucci, il famoso e tipico emigrante italiano andato in America, depositò l'idea, nel 1871, di un sistema elettrico per trasmettere la voce (il telefono), da lui ideato. Questo sistema era molto simile a quello brevettato nel 1876 da A.G. Bell e presentato nello stesso anno alla famosa Esposizione centenaria di Filadelfia.[64] In tale circostanza Bell ottenne un vero successo che gli permise di trovare i mezzi per realizzare, su scala industriale, l'apparecchiatura, creando così le basi dell'impresa telefonica mondiale che porta il suo nome. Nell'ottobre 1892, Bell inaugurò la linea telefonica di 1520 km che collegava New York a Chicago.[64]

Guglielmo Marconi, dopo le preliminari esperienze del 1895, depositò il brevetto nel 1896 per il suo sistema di telegrafia senza fili a mezzo di onde elettromagnetiche, invenzione che apriva una nuova strada rivoluzionaria nel mondo delle telecomunicazioni.[64] Nel 1899, Marconi stabilisce il primo collegamento radio tra l'Inghilterra e la Francia.[65]

Un succedersi di perfezionamenti nella telefonia e la radiotecnica, attorno gli anni Quaranta del XX secolo, sfocia nell'elettronica di carattere industriale. Diodi, triodi, tetrodi, pentodi, esodi, eptodi, ottodi e tubi elettronici multipli costituirono i nuovi componenti attivi per realizzare ogni tipo di circuito elettronico.[64]

La storia delle telecomunicazioni via satellite cominciò con l'utilizzazione del nostro satellite naturale: nel 1956, infatti, fu stabilito un servizio per conto della Marina militare americana fra Washington e le isole Hawaii, tramite la Luna.[64] È col 4 ottobre 1957 che ebbe inizio l'esplorazione del cosmo per mezzo di satelliti artificiali, con il lancio dello Sputnik 1. Il 12 agosto 1960 venne lanciato il satellite passivo per telecomunicazioni Echo, atto a riflettere, come una stazioni intermedia passiva di ponte radio, i segnali ricevuti da Terra e ancora verso Terra. Dal 1962 al 1964, venivano attuati altri esperimenti con satelliti attivi a orbita ellittica quali i famosi "Telstar" e "Relay".

Con l'espressione terza rivoluzione industriale, si indica tutta quella serie di processi di trasformazione della struttura produttiva, e più in generale del tessuto socio-economico, avvenuti nei paesi sviluppati occidentali del primo mondo nella seconda metà del Novecento a partire dal secondo dopoguerra, e caratterizzati da una forte spinta all'innovazione tecnologica e al conseguente sviluppo economico/progresso della società. In generale, per quello che ci riguarda, lo sviluppo dei nuovi media ha enormemente accelerato la velocità di trasmissione delle conoscenze e delle informazioni, con conseguenze positive nella ricerca da un lato e nel livello di consapevolezza dell'opinione pubblica dall'altro.

Il più importante progresso in questa direzione è stato conseguito dunque con l'invenzione di Internet, costituito da un insieme di reti di computer sparse in tutti il mondo e tra loro interconnesse. Ideato negli Stati Uniti nel 1969 con il nome di ARPANET, esso aveva originariamente scopi militari, ma a partire dagli anni Ottanta divenne il più efficace mezzo di comunicazione a livello mondiale; la prima connessione in Italia risale al 1986[45]. Internet ha consentito per esempio lo sviluppo della posta elettronica. Inoltre nel 1991 è nata la "Grande rete mondiale" (World Wide Web, in genere abbreviato "www"): si tratta di un sistema grazie al quale singoli, aziende, enti pubblici ecc. possono far conoscere la propria attività e mettere a disposizione informazioni di ogni genere aprendo un sito, una sorta di spazio o contenitore di dati, accessibile via Internet da qualsiasi distanza e da qualsiasi computer a costi estremamente contenuti.

L'economista Giancarlo Pallavicini afferma che, anche per effetto della tecnologia informatica, la globalizzazione può definirsi come «uno straordinario sviluppo delle possibili relazioni, non soltanto economico-finanziarie, pur preminenti, tra le diverse aree del globo, con modalità e tempi tali da far sì che ciò che avviene in un'area si ripercuota anche in tempo reale sulle altre aree, pure le più lontane, con esiti che i tradizionali modelli interpretativi dell'economia e della società non sono in grado di valutare correntemente, anche per la simultaneità tra l'azione ed il cambiamento che essa produce, in un'esaltazione della dinamica degli insiemi dell'economia, sempre più sollecitati al cambiamento dalla distruzione creatrice».[66]

Utenti Internet per regione
2005 2010 2016a
Africa 2% 10% 25%
Americhe 36% 49% 65%
Stati Arabi 8% 26% 42%
Asia e Pacifico 9% 23% 42%
Commonwealth degli Stati Indipendenti 10% 34% 67%
Europa 46% 67% 79%
a Stimato
Fonte: International Telecommunication Union

Effetti[modifica | modifica wikitesto]

Oggi, grazie alle innovazioni tecnologiche del settore informatico e alle nuove competenze, si parla di "società della conoscenza", in cui le informazioni, analizzate, comprese, teorizzate, si trasformano in un fattore produttivo e di sviluppo.[2]

La rete ha fatto emergere anche l'importanza della formazione e dell'istruzione dei giovani che, se privi di opportuni strumenti critici, rischiano sia di essere sommersi da un'eccessiva offerta di informazioni non adeguatamente selezionate, sia di confondere l'informazione con una conoscenza capace di far conseguire delle abilità.[2] L'informazione in rete è sempre più sovrabbondante, anche a causa della progressiva convergenza dei media sugli stessi strumenti tecnici. Trovare l'informazione, recepirla e diffonderla non basta. Bisogna anche capirla e utilizzarla al meglio: da qui l'espressione "economia della conoscenza".[2]

Oltre a questo, tra i prodotti della rivoluzione informatica, attinenti al tema della globalizzazione, vi sono...

  • E-commerce, cioè qualsiasi tipo di transazione finalizzata alla vendita di un prodotto o di un servizio in cui gli attori interagiscono elettronicamente tramite il Web anziché attraverso contatti fisici. I giganti dell'e-commerce (o commercio elettronico) al momento sono Amazon, Ebay e Alibaba.
  • E-finance, espressione costruita sul modello di e-commerce e traducibile con "finanza elettronica"; designa la prestazione di ogni genere di servizi finanziari attraverso Internet. Si distinguono tre aree principali di servizi offerti tramite il Web:
  1. Il sistema elettronico dei pagamenti.
  2. Le transazioni relative alla fornitura di servizi finanziari (finanziamenti, prodotti assicurativi, prodotti di investimento).
  3. L'operatività diretta nei mercati finanziari o trading online.

Globalizzazione culturale[modifica | modifica wikitesto]

Il noto sociologo Marshall McLuhan ha preconizzato con largo anticipo sui tempi lo sviluppo esplosivo dei sistemi telematici e ne ha esplorato le conseguenze sull'individuo e sulla società.[64] Con questi mezzi il mondo diventa sempre più piccolo, tutti possono comunicare con tutti in modo praticamente istantaneo, cadono secolari barriere di spazio e tempo. Si materializza così il «villaggio globale» profetizzato dallo stesso McLuhan. L'uomo vive ormai in un recinto, costituito al limite dalle pareti domestiche, che ha però le dimensioni virtuali del mondo intero. Con il suo computer portatile può tenersi informato di tutto che accade nel «villaggio» leggendo un "giornale elettronico" da lui scelto tra migliaia disponibili in base ai suoi interessi, le sue curiosità, le sue esigenze di lavoro, i suoi hobby.

L'espressione "globalizzazione culturale" si riferisce alla trasmissione di idee, significati, e valori in tutto il mondo, in un modo tale da estendere e intensificare le relazioni sociali.[67] Questo processo è caratterizzato dal consumo comune di culture che vengono diffuse da Internet, dai media di cultura popolare, e dai viaggi internazionali. Ciò si è aggiunto ai processi di scambio di materie prime e di colonizzazione, che hanno una storia più lunga circa il portare significato culturale per il globo. La circolazione delle culture consente agli individui di partecipare a relazioni sociali estese che attraversano i confini nazionali e regionali. La creazione e l'espansione di tali relazioni sociali non è osservata soltanto su un livello materiale. La globalizzazione culturale implica la formazione di norme e conoscenze condivise con le quali le persone associano le loro identità culturali individuali e collettive. Essa porta una crescente interconnessione tra diverse popolazioni e culture.[68]

Effetti[modifica | modifica wikitesto]

Un aspetto visibile della globalizzazione culturale è la diffusione di alcune cucine, come le catene di fast food americane. I due outlet di maggior successo, McDonald's e Starbucks, sono compagnie americane spesso citate come esempi di globalizzazione, con oltre rispettivamente 36.000[69] e 24.000 punti vendita operativi in tutto il mondo, nel 2015.[70] Il Big Mac Index è una misura informale della parità di potere d'acquisto tra le valute mondiali.

Il diffusionismo è la diffusione di oggetti culturali ‒ come per esempio idee, stili, religioni, tecnologie, lingue, ecc... La globalizzazione culturale ha incrementato i contatti interculturali, che possono essere però accompagnati da una diminuzione dell'unicità delle comunità un tempo isolate. Per esempio, il sushi è disponibile in Germania come in Giappone, ma l'Euro-Disney a Parigi richiama di più il pubblico, riducendo potenzialmente la domanda per gli "autentici" dolci francesi.[71][72][73] Il contributo della globalizzazione all'alienazione degli individui dalle proprie tradizioni può essere modesta, se comparata all'impatto della modernità stessa, come asserito da filosofi esistenzialisti come per esempio Jean-Paul Sartre e Albert Camus. La globalizzazione ha espanso le opportunità ricreative attraverso la diffusione della cultura pop, in particolare per mezzo di Internet e della televisione satellitare.

La musica ha un ruolo importante nello sviluppo economico e culturale nel tempo della globalizzazione. Generi musicali come il jazz e il reggae nacquero locali e in seguito divennero fenomeni internazionali. La globalizzazione ha dato pertanto supporto al fenomeno della musica mondiale, permettendo alla musica stessa di svilupparsi in paesi particolari per poi raggiungere audience più ampie.[74] Sebbene l'espressione "World Music" fosse originariamente intesa per indicare la musica etnica-specifica, la globalizzazione adesso sta espandendo il suo scopo in modo tale che l'espressione spesso include sottogeneri ibridi come il "world fusion", il "global fusion", l'"ethnic fusion", e il worldbeat. Pratiche culturali che includono la musica tradizionale possono essere perdute o volte a una fusione di tradizioni. La globalizzazione può scatenare uno stato di emergenza nei confronti di una preservazione dell'eredità musicale. Gli archivisti possono tentare di collezionare, registrare, o trascrivere repertori, prima che le melodie possano essere assimilate o modificate, mentre i musicisti locali possono lottare per l'autenticità e per preservare le tradizioni musicali locali. La globalizzazione può portare i performers a scartare strumenti tradizionali. La fusione di generi può diventare un interessante campo di analisi.[75]

Un rapporto dell'UNESCO del 2005, mostra che lo scambio culturale sta diventando più frequente da parte dell'Asia Orientale, ma che i paesi occidentali sono ancora i principali esportatori di beni culturali.[76] Nel 2002, la Cina era il terzo maggiore esportatore di beni culturali, dopo il Regno Unito e gli Stati Uniti. Tra il 1994 e il 2002 le esportazioni culturali, sia del Nord America, sia dell'Unione Europea sono diminuite, mentre quelle asiatiche sono cresciute. Fattori relativi sono il fatto che la popolazione e la regione asiatica sono svariate volte maggiori di quelle del Nord America. L'americanizzazione è associata a un periodo di alto prestigio politico americano e a una crescita significativa di negozi, mercati e oggetti americani che vengono portati verso altri paesi. Alcuni critici della globalizzazione sostengono che essa danneggia la diversità delle culture. Quando la cultura di un paese dominante viene introdotta in un altro paese a causa della globalizzazione, essa può rappresentare una minaccia per la diversità della cultura locale. Alcuni sostengono che la globalizzazione può portare all'occidentalizzazione o all'americanizzazione della cultura, dove i concetti culturali dominanti dei paesi occidentali più potenti economicamente e politicamente si diffondono e causano danni alle culture locali.

Prospettive[modifica | modifica wikitesto]

Ibridazione[modifica | modifica wikitesto]

Molti scrittori suggeriscono che la globalizzazione culturale è un processo storico a lungo termine che porta culture diverse in un rapporto di interrelazione. Jan Pieterse suggerisce che la globalizzazione culturale coinvolge l'integrazione e l'ibridazione umana, asserendo che è possibile rilevare il mescolamento culturale lungo i continenti e le regioni andando indietro nel tempo di molti secoli.[77] Essi si riferiscono, per esempio, al movimento delle pratiche religiose, della lingua e della cultura provocato dalla colonizzazione spagnola delle Americhe. L'esperienza indiana, per fare un altro esempio, rivela sia la pluralizzazione dell'impatto della globalizzazione culturale e sia la sua storia a lungo termine.[78] Il lavoro di certi storici culturali qualifica l'eredità degli scrittori ‒ in modo predominante economisti e sociologi ‒ che hanno tracciato le origini della globalizzazione al recente capitalismo, facilitato dagli avanzamenti tecnologici.

Omologazione[modifica | modifica wikitesto]

Una prospettiva alternativa alla globalizzazione culturale enfatizza la trasfigurazione della diversità mondiale in una pandemia di culture consumistiche occidentalizzate.[79] Alcuni critici sostengono che la predominanza della cultura americana ‒ che influenza il mondo intero ‒ risulterà nella fine della diversità culturale. Tale globalizzazione culturale potrebbe portare a una monocultura umana.[80][81] Questo processo, inteso come imperialismo culturale[82], è associato alla distruzione delle identità culturali, dominate da una cultura consumistica, omologata e occidentalizzata. L'influenza globale dei prodotti, business, e culture americani in altri paesi nel mondo è stata chiamata appunto "americanizzazione". Questa influenza è rappresentata, per esempio, dai programmi televisivi americani che vengono riproposti in tutto il mondo. Le maggiori aziende americane come McDonald's e Coca-Cola hanno svolto un ruolo cruciale nella diffusione della cultura americana per il mondo. Espressioni come "Coca-colonizzazione" sono state coniate per fare riferimento alla dominanza dei prodotti americani nei paesi stranieri, che alcuni critici della globalizzazione considerano come una minaccia per l'identità culturale di queste nazioni.

Intensificazione dei conflitti[modifica | modifica wikitesto]

Un'ultima prospettiva alternativa sostiene che in reazione al processo di globalizzazione culturale, potrebbe apparire uno "scontro di civiltà". Infatti, Samuel Huntington enfatizza il fatto che mentre il mondo sta divenendo più piccolo e interconnesso, le interazioni tra le persone di culture diverse potenziano la coscienza della civiltà che a sua volta rinvigorisce le differenze. Perciò, piuttosto che raggiungere una comunità culturale globale, le differenze fra le culture affilate da questo processo reale di globalizzazione culturale, diverranno fonte di conflitto.[83] Mentre non molti commentatori condividono che questo debba essere caratterizzato da uno scontro di civiltà, vi è una generale concordanza nel fatto che la globalizzazione culturale è un processo ambivalente che porta un intenso senso di differenza locale e contestazione ideologica.[68]

Alternativamente, Benjamin Barber, nel suo libro Jihad vs. McWorld, discute riguardo una diversa "divisione culturale" del mondo. Nel suo libro, il McWorld rappresenta uno mondo di globalizzazione, connettività globale e interdipendenza, che mira a creare una "rete globale omogenea commerciale". Questa rete globale è divisa in quattro imperativi: Mercato, Risorse, IT, Ecologia. Dall'altra parte, la Jihad rappresenta il tradizionalismo e il mantenimento di un'unica identità. Mentre lo scontro di civiltà ritrae un mondo con cinque coalizioni di Stati-nazione, Jihad vs. McWorld mostra un mondo dove le lotte prendono luogo a un livello sottonazionale. Sebbene molte delle nazioni occidentali siano capitaliste e possono essere viste come paesi del McWorld, le società dentro queste nazioni potrebbero essere considerate forse "Jihad" e viceversa.[84]

Critiche e controversie[modifica | modifica wikitesto]

Nell'accezione economica, l'odierno modello di globalizzazione è contestato da alcuni movimenti no-global e new-global (vedi anche Popolo di Seattle, No logo), mentre è fortemente sostenuta dai gruppi neoliberisti e anarco-capitalisti.

I dibattiti riguardo al suo effetto sui paesi in via di sviluppo sono infatti molto accesi: secondo i fautori della globalizzazione, questa rappresenterebbe la soluzione alla povertà del terzo mondo.

Secondo gli attivisti del movimento no-global essa causerebbe invece un impoverimento maggiore dei paesi poveri, attribuendo sempre più potere alle multinazionali, favorendo lo spostamento della produzione dai paesi più industrializzati a quelli in via di sviluppo, zone franche in cui tutti i diritti umani non sono garantiti e dove i salari sono più bassi. Il tutto senza dare reali benefici alla popolazione del posto, anzi distruggendone buona parte dell'economia locale[85]. I new-global asseriscono che uno Stato nazionale, limitato entro i propri confini, non riesce più a dettare regole ad imprese transnazionali, capaci di aggirare con la loro influenza ogni barriera politica e condizionare le decisioni dei governi anche contro gli interessi dei cittadini che li hanno eletti. Essi affermano inoltre che il potere di ciascuno Stato nazionale è smantellato dalla possibilità (di cui usufruiscono le imprese) di pagare le tasse dove costa meno, giocando sulla sede fiscale. Una delle proposte è appunto l'abolizione dei cosiddetti paradisi fiscali[86]. Gli attivisti del movimento precisano però che non sono contro la globalizzazione ma per un diverso modello di essa, più solidale, che tenga più conto delle diversità culturali e non cerchi di omologare tutto il pianeta sul modello occidentale. È molto criticato il fatto che sia stata attuata in modo selvaggio senza assumere dentro i criteri del commercio internazionale un limite allo sfruttamento delle risorse umane e ambientali, il cosiddetto sviluppo sostenibile, anche perché spesso le aziende delocalizzano solo per un breve periodo e poi delocalizzano di nuovo dove costa ancora meno, quindi non hanno interesse alla tutela dell'ambiente in loco né all'armonia tra le parti sociali, alle quali guardano da una prospettiva simile a quella dei colonialisti dell'età preindustriale.

Uno studio effettuato da Pranab Bardhan dell'Università della California, sostiene però che la globalizzazione non abbia reso nel complesso le nazioni più povere, ma che nemmeno abbia avuto grande influenza nella riduzione della povertà. Avrebbero invece effetto decisamente maggiore alcuni miglioramenti delle politiche interne dei paesi, quali lo sviluppo della rete infrastrutturale, il perseguimento della stabilità politica, le riforme del sistema agrario e il miglioramento dell'assistenza sociale[87].

Il Premio Nobel per la Pace Muhammad Yunus, teorico della finanza etica e fondatore della Grameen Bank, sostiene però che l'Organizzazione Mondiale del Commercio sia «un bulldozer al servizio delle maggiori economie, come gli Stati Uniti, che pretendono la libertà di vendere in qualsiasi mercato, ma che spesso temono, in casa loro, anche la concorrenza più piccola e innocua di qualche prodotto agricolo o artigianale»; aggiunge inoltre che è necessario promuovere delle forme di aiuto sostenibile affinché la globalizzazione possa davvero essere utile allo sviluppo.[88]

Secondo il rapporto di Amnesty International con la globalizzazione «il potere scivola dalle mani degli Stati e si sposta "silenziosamente" in quelle delle multinazionali, che diventano i nuovi interlocutori nelle campagne per la difesa dei diritti umani in tutto il mondo».[89]

L'economista indiana Vandana Shiva asserisce che la globalizzazione ha prodotto in India suicidi di massa[90] tra i contadini, strozzati dai debiti per l'aumento dei costi di produzione e la caduta dei prezzi. In India l'ingresso nel paese delle grande multinazionali come la Monsanto - con l'obbligo di acquistare da loro le sementi industriali dal costo sempre più elevato, biologicamente modificate e utilizzabili solo per un raccolto - si sta traducendo in una rovina per i piccoli agricoltori. Vandana Shiva aggiunge inoltre che «capitalismo globale e fragili equilibri ecologici, avidità e violenza contro i più deboli sono da combattere con la disobbedienza civile».[91]

Durante la messa dell'Epifania del gennaio 2008 Papa Benedetto XVI afferma che «non si può dire che la globalizzazione sia sinonimo di ordine mondiale, tutt'altro e aggiunge: i conflitti per la supremazia economica e l'accaparramento delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime rendono difficile il lavoro di quanti, ad ogni livello, si sforzano di costruire un mondo giusto e solidale».[92]

Effetti indiretti della globalizzazione sono le ripercussioni sull'ambiente e sull'inquinamento dell'aria, causate dall'industrializzazione e dall'aumento dei trasporti.

Ad una attenta analisi delle dinamiche che innescano la globalizzazione, si riscontrano anche aspetti che inducono a ritenere che nel lungo periodo essa potrebbe portare ad una profonda crisi delle aziende occidentali le quali, per realizzare le proprie produzioni, sono soggette a standard normativi molto alti sia per garantire i diritti dei lavoratori e sia per tutelare l'ambiente, precondizioni quasi mai presenti negli standard di produzione orientali in special modo asiatici. Questo disequilibrio alla base dei costi di produzione, infatti, rende i paesi occidentali meno competitivi e, considerando che il livello di ricchezza generale tende ad un abbassamento, i paesi che producono a costi bassi in assenza di tutele umane ed ambientalistiche avranno molte più possibilità di conquistare mercati prevalendo economicamente. Occorrerebbe quindi globalizzare le regole di produzione prima di globalizzare i mercati, se non si vogliono distorsioni e problemi economici e sociali a carattere mondiale.

Pro e Contro della globalizzazione[modifica | modifica wikitesto]

La globalizzazione può favorire lo sviluppo economico di alcuni Stati, in particolare quelli industrializzati e sviluppati, attraverso guadagni e profitti provenienti dal decentramento. Esso consiste nello spostare le industrie nei paesi sottosviluppati, dove la manodopera ha un costo inferiore. Così facendo si offre un lavoro nei paesi più poveri ma le multinazionali decentrano le loro industrie nei paesi in via di sviluppo che non possono così svilupparsi.

In ogni caso la globalizzazione "ferisce" le produzioni nazionali[93] e le tradizioni popolari[94]. Negli ultimi anni si è parimenti osservato un rapido sviluppo di pensiero espresso dal nuovo processo economico-sociale globalizzato[95]. Quest'ultimo, anche quando presentato come mera distorsione del processo di globalizzazione[96] avrebbe dunque ingenerato un rapido e progressivo processo di impoverimento culturale delle masse a seguito della mondializzazione dell'economia[97].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Nel quindicennio che precede il 2008 l'economia mondiale è cresciuta a un tasso medio annuo di circa il 3%. Molto più rapida è stata la crescita del commercio internazionale, stimabile intorno al 6% annuo. Enciclopedia dell'Economia, Garzanti, 2011
  2. ^ a b c d e f g h i AA.VV., Enciclopedia dell'Economia, in Le Garzantine, Garzanti, 2011.
  3. ^ Giovanni Gozzini, La parola globalizzazione, in Passato e presente: rivista di storia contemporanea, nº 58, Franco Angeli, 2003.
  4. ^ (EN) globalization | Origin and history of globalization by Online Etymology Dictionary, su www.etymonline.com. URL consultato l'11 settembre 2017.
  5. ^ (EN) globalize | Origin and history of globalize by Online Etymology Dictionary, su www.etymonline.com. URL consultato l'11 settembre 2017.
  6. ^ Battle of Armageddon Ch 07 - Studies in the Scriptures - Millennial Dawn - Tabernacle Shadows - Charles Taze Russell, su www.pastor-russell.com. URL consultato l'11 settembre 2017.
  7. ^ (EN) Barnaby J. Feder, Theodore Levitt, 81, Who Coined the Term 'Globalization', Is Dead, in The New York Times, 06 luglio 2006. URL consultato l'11 settembre 2017.
  8. ^ a b A.G. Hopkins, Globalization in World History, 2004, pp. 4-8, ISBN 9780393979428.
  9. ^ Mohamed El-Kamel Bakari, Globalization and Sustainable Development: False Twins?, in New Global Studies, vol. 7, nº 3, DOI:10.1515/ngs-2013-021.
  10. ^ Albrow, Martin and Elizabeth King (eds.) (1990). Globalization, Knowledge and Society London: Sage. ISBN 9780803983236
  11. ^ Anthony Giddens, The Consequences of Modernity, 1991, p. 64, ISBN 9780745609232.
  12. ^ Roland Robertson, Globalization: Social Theory and Global Culture, 1992, ISBN 0803981872.
  13. ^ Zygmunt Bauman, Dentro la globalizzazione. Conseguenze sulle persone, Laterza, 2001.
  14. ^ a b c AA.VV., Enciclopedia della Filosofia, in Le Garzantine, A-M, Corriere della Sera, 2006.
  15. ^ Umberto Allegretti, Della globalizzazione, oggi, in Democrazia e diritto, nº 4, Franco Angeli, 2003.
  16. ^ Pio Marconi, I diritti nella globalizzazione, in Sociologia del diritto, nº 1, Franco Angeli, 2002.
  17. ^ Elisabetta Sergio, Storia e Geografia, 1B, Loffredo Editore, 2010.
  18. ^ (EN) Globalization: Threat or Opportunity? An IMF Issues Brief, su www.imf.org. URL consultato l'11 settembre 2017.
  19. ^ Gavin Bridge, Grounding Globalization: The Prospects and Perils of Linking Economic Processes of Globalization to Environmental Outcomes, in Economic Geography, vol. 78, nº 3, 2002, DOI:10.2307/4140814.
  20. ^ Loretta Napoleoni, Globalizzazione: La fiera delle vanità, in Confronti: mensile di fede, politica, vita quotidiana, nº 3, Com Nuovi Tempi, 2009.
  21. ^ Paul Hirst e Grahame Thompson, La globalizzazione dell'economia, Editori Riuniti, 1997.
  22. ^ Amartya K. Sen, Globalizzazione e libertà, in Oscar saggi, Mondadori, 2003.
  23. ^ Arjun Appadurai, Modernità in polvere, in P. Vereni (a cura di), Culture e società, Cortina Raffaello, 2011.
  24. ^ a b c Giovanni de Luna e Marco Meriggi, Il segno della storia, vol. 3, Pearson, 2012.
  25. ^ a b c d Luke Martell, The Sociology of Globalization, Policy Press, 2010.
  26. ^ Hans Koechler, GLOBALITY VERSUS DEMOCRACY? The Changing Nature of International Relations in the Era of Globalization, International Progress Organization, 2000, ISBN 3-900704-19-8.
  27. ^ Andre Gunder Frank, ReOrient: Global Economy in the Asian Age, University of California Press, 1998, ISBN 9780520214743.
  28. ^ a b Jerry Bentley, Old World Encounters: Cross-Cultural Contacts and Exchanges in Pre-Modern Times, Oxford University Press, 1993.
  29. ^ (EN) The Legacy of the Silk Road | YaleGlobal Online, su yaleglobal.yale.edu. URL consultato l'11 settembre 2017.
  30. ^ K.N. Chauduri, The English East India Company: The Study of an Early Joint-stock Company 1600-1640, vol. 4, Routledge/Thoemmes Press, 1999.
  31. ^ a b Kevin H. O'Rourke e Jeffrey G. Williamson, When Did Globalization Begin?, nº 7632, National Bureau of Economic Research, April 2000. URL consultato l'11 settembre 2017.
  32. ^ World Exports as Percentage of Gross World Product - Social and Economic Policy - Global Policy Forum, globalpolicy.org, 12 luglio 2008. URL consultato l'08 settembre 2017 (archiviato dall'url originale il 12 luglio 2008).
  33. ^ a b N.V. Varghese, Globalization of higher education and cross-border student mobility (PDF), UNESCO, 2008.
  34. ^ (EN) Martin Wolf, Will the Nation-State Survive Globalization?, in Foreign Affairs, 1° gennaio 2001. URL consultato l'11 settembre 2017.
  35. ^ George Ritzer, Globalization: The Essentials, John Wiley & Sons, 2011.
  36. ^ Kamal Saggi, Trade, Foreign Direct Investment, and International Technology Transfer: A Survey, 2000.
  37. ^ Michael H. Hunt, The World Transformed 1945 to Present, 2004.
  38. ^ The Open Market Internet Index, treese.org, 1° giugno 2013. URL consultato l'11 settembre 2017 (archiviato dall'url originale il 1º giugno 2013).
  39. ^ (EN) World Internet Users Statistics and 2017 World Population Stats, su www.internetworldstats.com. URL consultato l'11 settembre 2017.
  40. ^ a b c (EN) Signs of life, in The Economist. URL consultato l'11 settembre 2017.
  41. ^ (EN) Anthony Faiola, A Global Retreat As Economies Dry Up, 05 marzo 2009. URL consultato l'11 settembre 2017.
  42. ^ Pankaj Ghemawat e Steven A. Altman, DHL GLOBAL CONNECTEDNESS INDEX 2014 (PDF).
  43. ^ Kathryn Sorrells, Intercultural Communication Globalization and Social Justice, Sage Pubs, 2012, ISBN 9781412927444.
  44. ^ a b Dizionario di Storia e Geopolitica, Garzanti, 2005.
  45. ^ a b c d Giovanni de Luna e Marco Meriggi, Lezioni di cittadinanza e costituzione, in Marco Chiauzza (a cura di), Il segno della storia, Pearson, 2012.
  46. ^ Paolo Figini, La Politica Economica della Globalizzazione (PDF), 2005. (archiviato dall'url originale il 23 novembre 2015).
  47. ^ AA.VV., Globalization, Growth and Poverty: Building an Inclusive World Economy, 2001.
  48. ^ Eddy Lee e Marco Vivarelli, Understanding Globalization, Employment and Poverty Reduction, Palgrave Macmillan UK, 2004.
  49. ^ Machiko Nissanke e Erik Thorbecke, The Poor under Globalization in Asia, Latin America, and Africa, Oxford University Press, 2010.
  50. ^ Adain May Boustan, Fertility and Immigration, UCLA, 2009.
  51. ^ Wayback Machine (PDF), dtxtq4w60xqpw.cloudfront.net, 28 febbraio 2013. URL consultato l'11 settembre 2017 (archiviato dall'url originale il 28 febbraio 2013).
  52. ^ Wayback Machine (PDF), dtxtq4w60xqpw.cloudfront.net, 23 gennaio 2016. URL consultato l'11 settembre 2017 (archiviato dall'url originale il 23 gennaio 2016).
  53. ^ immigration | Definition of immigration in US English by Oxford Dictionaries, su Oxford Dictionaries | English. URL consultato l'11 settembre 2017.
  54. ^ (EN) Definition of IMMIGRATION, su www.merriam-webster.com. URL consultato l'11 settembre 2017.
  55. ^ Who's who. Definitions: Refugee, refugeecouncil.org.uk.
  56. ^ Mainstreaming of Migration in Development Policy and Integrating Migration in the Post-2015 UN Development Agenda (PDF).
  57. ^ (EN) Policy options for managing international student migration: The sending country’s perspective. Journal of Higher Education Policy and Management, 30(1), 25-39 (PDF Download Available), su ResearchGate. URL consultato l'11 settembre 2017.
  58. ^ Denis MaQuail, Le comunicazioni di massa, il Mulino, 1993.
  59. ^ The Globalization of Markets, in Harvard Business Review. URL consultato l'11 settembre 2017.
  60. ^ Paul Kennedy, Preparing for Twenty-First Century, Vintage, 1994.
  61. ^ Dani Rodrik, Has Globalization Gone Too Far?, Institute for International Economics, U.S., 1997.
  62. ^ James H. Mittelman, The Globalization Syndrome. Transformation and Resistance, Princeton University Press, 2000.
  63. ^ Donata Francescato, Globalizzazione e comunità locali, in Gruppi: nella clinica, nelle istituzioni, nella società, nº 1, Franco Angeli, 2003.
  64. ^ a b c d e f g La Comunicazione. Informatica, Telematica, Le nuove tecnologie della comunicazione., in Enciclopedia della Scienza. Storia, Idee, Tecnologie, vol. 14, Il Giornale, 2005.
  65. ^ Brian Bunch e Alexander Hellemans, The Timetables of Technology. A Chronology of the Most Important People and Events in the History of Technology, Touchstone, 1993.
  66. ^ Relazioni di Giancarlo Pallavicini al III Encuentro Internacional de Economistas, "Globalizacion y problemas del desarrollo", La Habana, 24/29 de Henero del 2000, al Convegno Internazionale "Etica e Finanza", Fondazione Vaticana "Centesimus Annus Pro-Pontificie", Città del Vaticano, 30 aprile 2000 e alla 5.a Conferenza Internazionale Kondratiev "Evoluzione e prospettive delle trasformazioni sociali", San Pietroburgo, 19/22 ottobre 2004, richiamate nella bibliografia, nonché, del medesimo autore, "Centro Internazionale Studi "Michea", Seminario del 28 aprile 2007, Padenghe del Garda, "Internazionalizzazione dell'economia o globalizzazione?";ALICE Notizie-Esteri, da Apcom Mosca, 29.05.2008 h. 15.35, "Ne/Russia, Schroeder in "Club ristretto" Accademia delle Scienze. Più di 10 gli scienziati stranieri. Anche italiano Pallavicini (per studi sulla "Globalizzazione" all'Accademia delle Scienze, tra i quali: "The limits of the russian way to the Market and of globalization of the economy: two extremes heading towards the same destination, confirmation of Pitirim Sorokin's forecast", in "Return of Pitirim Sorokin", S. Kravchenko and N. Pokrovsky, Moscow, 2001, e "Libertà e responsabilità: un paradigma strategico nell'era globale", in bibliografia
  67. ^ (EN) Paul James, Globalism, Nationalism, Tribalism: Bringing Theory Back In (2006). URL consultato l'11 settembre 2017.
  68. ^ a b (EN) Paul James, Globalization and Culture, Vol. 4: Ideologies of Globalism (2010). URL consultato l'11 settembre 2017.
  69. ^ 10-K, su www.sec.gov. URL consultato l'11 settembre 2017.
  70. ^ (EN) Manfred B. Steger, Globalization, Sterling Publishing Company, Inc., 2010, ISBN 9781402768781. URL consultato l'11 settembre 2017.
  71. ^ Tyler Cowen e Benjamin Barber, Globalization and Culture (PDF), in Cato Policy Report, 2003.
  72. ^ Shehzad Nadeem, Macaulay’s (Cyber) Children: The Cultural Politics of Outsourcing in India (PDF), in Cultural Sociology.
  73. ^ (EN) Building Medias Industry while promoting a community of values in the globalisation. From quixotic choices to pragmatic boon for EU citizens, su ResearchGate. URL consultato l'11 settembre 2017.
  74. ^ (EN) The music industry in the new millennium: Global and local perspectives (PDF Download Available), su ResearchGate. URL consultato l'11 settembre 2017.
  75. ^ Thomas Clayton, “Competing Conceptions of Globalization” Revisited: Relocating the Tension between World‐Systems Analysis and Globalization Analysis, in Comparative Education Review, vol. 48, nº 3, The University of Chicago Press, 2004, pp. 274-294, DOI:10.1086/421180.
  76. ^ UNESCO, International Flows of Selected Cultural Goods and Services, 1994-2003 (PDF), 2005.
  77. ^ Jan Nederveen Pieterse, Globalization and Culture (PDF), Rowman & Littlefield Publishers, Inc, 2009.
  78. ^ (EN) Cultural Changes and Challenges in the Era of Globalization: The Case of India (PDF Download Available), su ResearchGate. URL consultato l'11 settembre 2017.
  79. ^ Marwan Kraidy, Hybridity, or the Cultural Logic of Globalization, Temple University Press, 2005.
  80. ^ (EN) Eugene D. Jaffe, Globalization and Development, Infobase Publishing, 2006, ISBN 9781438123318. URL consultato l'11 settembre 2017.
  81. ^ (EN) Bruce S. Jansson, Becoming an Effective Policy Advocate, Cengage Learning, 15 marzo 2010, ISBN 0495812390. URL consultato l'11 settembre 2017.
  82. ^ John Tomlinson, Globalization and Culture, Chicago University Press, 1999.
  83. ^ (EN) Samuel P. Huntington, The Clash of Civilizations?, in Foreign Affairs, 1° giugno 1993. URL consultato l'11 settembre 2017.
  84. ^ Frank J. Lechner e John Boli, The Globalization Reader: Fourth Edition, Blackwell Publishers Ltd., 2012.
  85. ^ Naomi Klein, No Logo, Baldini Castoldi Dalai, 2002.
  86. ^ Ulrich Beck, Che cos'è la globalizzazione?, Carocci, 1997.
  87. ^ Pranab Bardhan, Does Globalization Help or Hurt the World's Poor? (PDF), 2006.
  88. ^ Muhammad Yunus, Il seme del credito, in Corriere della Sera, 7 novembre 2002. URL consultato il 12 agosto 2010.
  89. ^ Il monito su globalizzazione torture ed esecuzioni capitali, in la Repubblica, 30 maggio 2001. URL consultato il 12 agosto 2010.
  90. ^ Vandana Shiva, Semi del suicidio. I costi umani dell'ingegneria genetica in agricoltura, Odradek, 2009, ISBN 9788896487006.
  91. ^ Terry Marocco, Vandana Shiva: il genocidio figlio della globalizzazione, in La Stampa, 18 settembre 2006. URL consultato il 12 agosto 2010.
  92. ^ Il Papa contro la globalizzazione "Una nebbia che avvolge le nazioni", in la Repubblica, 6 gennaio 2008. URL consultato il 12 agosto 2010.
  93. ^ Mario Sancetta, Autarchia e globalizzazione, Le Monnier, 2012.
  94. ^ Ciò è avvenuto diffondendo alcune feste che appartengono alla cultura dominante, quella che esprime la lingua veicolare, l'inglese. Ad esempio Halloween è una festa di origine celtica che si è diffusa nei popoli anglo-sassoni; con la globalizzazione si è diffusa nei popoli dei paesi sviluppati. Ciò non accade solo per le feste, ma anche per il modo di vestire, soprattutto quello giovanile, il modo di parlare, i cibi consumati, ecc. Ad esempio prima degli anni quaranta era impossibile trovare in Italia e in Europa persone che indossassero le T-shirt, ora è comunissimo.
  95. ^ Alberto Ramasso Valacca, Il dibattito sulla globalizzazione, in Affari sociali internazionali, nº 3, Franco Angeli, 2001.
  96. ^ Tommaso Detti, Paul Ginsborg e Bruno Bongiovanni, L'alba di una globalizzazione imperfetta, in Passato e presente: rivista di storia contemporanea, nº 77, Franco Angeli, 2009.
  97. ^ Roberto Cipriani, Comunicazione e globalizzazione. Una premessa, in Sociologia della comunicazione, nº 8, Franco Angeli, 2005.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Oppositori e antagonisti[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autorità GND: (DE4557997-0