Democrazia rappresentativa

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La democrazia rappresentativa è una forma di governo nella quale gli aventi diritto al voto eleggono dei rappresentanti per essere governati (in contrapposizione alla democrazia diretta).

Tassonomia[modifica | modifica wikitesto]

Sono democrazie rappresentative le democrazie in cui è presente un Parlamento o più in generale un'assemblea legislativa. Le democrazie rappresentative si distinguono in democrazie parlamentari, se il parlamento ha i più ampi poteri (a partire dalla fiducia obbligatoria all'esecutivo) oppure presidenziali o semipresidenziali se il presidente della repubblica o il capo dello stato ha poteri abbastanza estesi da essere concorrenziali a quelli dell'assemblea legislativa.

Sono forme di democrazie rappresentative anche le monarchie costituzionali e le monarchie parlamentari.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Nella trattazione del filosofo greco Aristotele, la democrazia rappresentativa corrisponde alla πολιτεία (v. politeia), democrazia rappresentativa del ceto medio, giusto mezzo fra le due forme di governo degenerate dell'oligarchia e della tirannide: cariche elette come nell'oligarchia, ma indipendentemente dalla classe sociale-censo come nella tirannide. Il popolo è diviso in classi sociali e la democrazia rappresentativa è tanto più stabile e tanto più non degenerata, quanto più è numeroso il ceto medio e al suo interno distribuita la ricchezza, poiché gli eletti -oggi diremmo lo Stato- si trovano a mediare e dover trovare una legge-compromesso fra gli opposti e legittimi interessi di parte, tanto più facilmente ottenibile quanto più questi interessi per richhezza e virtù non sono divergenti in partenza, come cioè avviene quando sono concentrati in un ampio ceto medio.

Negli ultimi anni un forte dibattito sulla crisi della democrazia rappresentativa ha investito in particolare l'America latina e l'Europa. A livello municipale, infatti, in Brasile, Italia, e altri paesi, sono in via di sperimentazione forme di maggiore coinvolgimento dei cittadini e dei corpi intermedi (sindacati, associazioni, ecc.); queste iniziative di partecipazione sono volte ad affiancare, ai tradizionali organi istituzionali, assemblee e altre forme consultive. Questo modello, a metà tra la democrazia rappresentativa e quella diretta, prende il nome di democrazia partecipativa.

Influenza dei sistemi elettorali[modifica | modifica wikitesto]

Secondo i sostenitori del modello bipartitico, la presenza di soli due partiti porta alla formazione di governi stabili e maggioranze parlamentari che durano fino al termine della legislatura, senza elezioni anticipate, ma secondo i detrattori questo porta ad una ridotta sovranità popolare sullo Stato e un minor controllo diretto della vita politica tramite le elezioni. Deputati e senatori, dovrebbero[secondo chi?] essere presenti settimanalmente[senza fonte] nel proprio collegio elettorale, ricevere periodicamente i propri elettori e dare seguito con l'azione in Parlamento alle richieste legittime, con un ruolo di mediazione fra cittadini del collegio elettorale e istituzioni, in modo da compensare in parte un limite della democrazia indiretta, che è l'esclusione degli elettori dalla vita politica.

Secondo i sostenitori del modello proporzionale invece, la presenza di più partiti (con la presenza o meno di soglie di consenso per l'accesso al parlamento) permette di rappresentare più fedelmente la nazione, ma per i detrattori questo trasforma i partiti in attori che di fatto controllano lo Stato con maggioranze variabili e spesso opportunistiche.

Esiste poi il modello bipolare, applicato in Italia nella Seconda Repubblica: da un lato una serie di partiti costituisce una coalizione che viene premiata come in un sistema bipartitico, ma nella pratica la rappresentanza parlamentare - così ottenuta dai piccoli partiti - contente loro di condizionare l'attività di governo o perfino di determinarne la fine; dall'altro lato, "di fatto si è prepotentemente imposta tramite i mass media e, spesso, tramite distorsioni e aggiramenti a opera del legislatore, la sensazione che si elegga direttamente il governo e il suo capo", secondo "una concezione del sistema politico italiano declinata su un versante di tipo neopresidenzialista; va da sé che si tratta di un presupposto basato su un falso, essendo l’Italia una repubblica parlamentare"[1].

Influenza del mandato imperativo[modifica | modifica wikitesto]

La rappresentatività parlamentare è divisa fra libertà morale degli eletti e mandato imperativo.

Per quanti sostengono la necessità di un mandato imperativo, in cambio di legislature di lunga durata, gli eletti politici dovrebbero avere degli obblighi di legge di fedeltà al programma elettorale e al partito col quale i cittadini li hanno eletti. Il mandato imperativo sarebbe il contrappeso al ridotto ricorso alla consultazione elettorale e, lungo questa linea, si potrebbe persino arrivare a richiedere al candidato, prima delle elezioni, le cosiddette "dimissioni in bianco"[2] o altro documento giuridicamente impegnativo[3].

Diversamente, la scelta fatta dalle Costituzioni moderne[4] è quella del divieto di mandato imperativo: l'indicazione elettorale è basata solamente su un patto di fiducia e un mero obbligo morale fra eletti ed elettori. La possibilità dell'elettorato di "punire" la deviazione - con una scelta diversa alle elezioni successive - non appare efficace[5] quando la rappresentanza politica si riduce a due partiti, il che fa diventare pratica diffusa promettere in un modo e agire diversamente; sotto il ricatto del "voto utile", quel sistema elettorale aumenta il rischio che gli elettori non possano sanzionare il transfuga nelle votazioni successive.

Dove il parlamentare o il governante eletto hanno piena libertà morale, quindi autonomia di condotta e opinioni, e nessun obbligo giuridico verso l'elettorato, il trasformismo non è reato e si pone in termini più forti la questione morale della politica. Infatti, il reato di corruzione esiste fra privato e pubblico ufficiale, mentre è più complesso dimostrare che possa esistere nei confronti dei parlamentari, la cui stessa natura di pubblici ufficiali è contestata[6]; il reato di voto di scambio sussiste per chi riceve denaro in cambio di un voto, in modo indipendente dalla presenza di un'organizzazione criminale, ma non per chi cambiando partito ottiene nuovi incarichi politici. Resta impossibile per la legge valutare le intenzioni, e stabilire se il cambio di appartenenza sia dovuto alla ricerca di una contropartita personale oppure a un percorso che ha portato a un legittimo mutamento di convinzioni politiche.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Marchianò, Francesco, I paradossi del populismo iperdemocratico, Democrazia e diritto : XLVII, 3 4, 2010, p. 185 (Milano: Franco Angeli, 2010).
  2. ^ Vittorio Pezzuto, Grillo, niente dimissioni in bianco per gli eurocandidati, La Notizia, 28 marzo 2014.
  3. ^ "Sarebbe ora in distribuzione un modello, sottoposto alla firma di ciascun candidato alle elezioni europee del 25 maggio 2014 per una determinata forza politica, contenente l'impegno a dimettersi da deputato europeo, tra l'altro, nell'ipotesi in cui venisse ritenuto gravemente inadempiente al rispetto del codice di comportamento e, in difetto, a versare l'importo di 250.000 euro (...)": Repubblica italiana, XVII legislatura, Senato della Repubblica, interrogazione n. 4-01959, pubblicata il 27 marzo 2014, nella seduta n. 218.
  4. ^ Ma anche di vari trattati internazionali, per una cui ricognizione esaustiva, v. i seguenti rapporti della "Commissione di Venezia" (Commission européenne pour la démocratie par le droit): 1) il rapporto Closa Montero on the imperative mandate and similar practices, adopted by the Council for Democratic Elections at its 28th meeting (Venice, 14 March 2009) and by the Venice Commission at its 79th Plenary Session (Strasbourg, 16 June 2009), Study No. 488/2008 CDL-AD(2009)027; 2) il rapporto Jensen-Scholsem sul Projet d'avis sur le projet de loi "modifiant et amendant la loi relative à l'élection des membres du parlement" de la république de Serbie CDL(2011)013 (Strasbourg, 11 mars 2011 - Avis n. 619/2011); 3) il rapporto Kvalöy, La démocratie locale et régionale en Serbie, approvato nella 21a sessione, 6 octobre 2011 con numero CG(21)4 e poi sottoposto alla 92e Session plénière de la Commission Venise il 12-13 ottobre 2012; 4) il rapporto Siljanovska-Davkova e Karakamisheva-Jovanovska on democracy, limitation of mandates and incompatibility of political functions, adopted by the Venice Commission at its 93rd Plenary Session, Venice, 14-15 December 2012. Quanto alla cogenza di queste tradizioni costituzionali, si veda anzitutto, all'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa, il Rapport BEAUMONT n. 608 (2010-2011), fait au nom de la commission des affaires étrangères et de la défense, 14 juin 2011, sul Projet de loi autorisant la ratification de l'accord de stabilisation et d'association entre la Communauté européenne et ses Etats membres, d'une part, et la Serbie, d'autre part.
  5. ^ Si tratta del principale addebito fatto alle democrazie rappresentative dal populismo, che è “essenzialmente un attacco alla natura dei partiti politici e, quindi, alla forma assunta dalla politica rappresentativa dei Paesi dove opera": Lorella Cedroni, Democrazia e populismo, Democrazia e diritto : XLVII, 3 4, 2010, p. 179 (Milano: Franco Angeli, 2010).
  6. ^ v. Resoconto stenografico della conferenza dell'8 giugno 2015 a via di Campo Marzio in Roma, p. 15-16 .

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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