Premierato

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Col termine premierato (dal francese premier, "primo", qui nel senso di primo ministro) si indicano nel linguaggio politico varianti della forma di governo parlamentare dai contorni non sempre ben definiti.

In generale le due caratteristiche che vengono attribuite (solo talvolta congiuntamente) al premierato sono l'indicazione del capo di governo da parte dell'elettorato (se non l'elezione diretta) e/o un ruolo rafforzato dello stesso capo di governo rispetto al parlamento.[1][2][3][4][5]

A seconda di quali di queste caratteristiche gli vengono attribuite, il concetto di premierato può sovrapporsi a quello di forma di governo neoparlamentare (dove il Capo del Governo è eletto direttamente)[6], a quello di cancellierato (dove il Capo del Governo ha un ruolo preminente, una maggiore stabilità e una certa legittimazione popolare) o a quello di parlamentarismo a prevalenza del governo (dove il Capo del governo riceve un'investitura popolare, se pure indiretta, e il suo legame con la maggioranza parlamentare assicura al sistema un certo grado di stabilità).[7]

Il concetto di premierato viene spesso ricollegato alla forma di governo del Regno Unito, il cosiddetto modello Westminster.[8]

Regno Unito: il "modello Westminster"[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Sistema Westminster.

Prototipo del premierato è il modello Westminster, ossia il sistema parlamentare e di governo vigente nel Regno Unito, dove si è affermato, nel corso dei secoli, soprattutto per via consuetudinaria.

Esso prevede che il ruolo di capo del governo sia affidato al leader del partito principale, facendo sì che gli elettori votino indirettamente per il candidato al ruolo di capo del governo (ferma restando la possibilità che in seguito questi venga sostituito a partire da un voto interno al partito); che il capo del governo sia anche guida della maggioranza parlamentare, garantendo al governo una certa stabilità; e che il capo del governo possa decidere lo scioglimento del parlamento in sostanziale autonomia. Non prevede invece l'elezione diretta del Primo ministro, che può inoltre essere sostituito senza bisogno di passare per le elezioni.[9] Può accadere pertanto che, nel corso della legislatura, i deputati appartenenti allo stesso partito del primo ministro gli revochino la fiducia tacitamente accordatagli, eleggendo un nuovo capo del partito che sarà nominato premier dal capo dello Stato. Tale eventualità si è verificata nel 1990, quando i parlamentari del Partito conservatore sostituirono Margaret Thatcher con John Major, e nel 2007, quando il Partito Laburista sostituì il proprio Leader Tony Blair con l'allora Cancelliere delle Scacchiere Gordon Brown.

Il premier, di fatto, nomina e revoca i ministri (secretaries) e scioglie la Camera dei comuni, anche se, formalmente, tali provvedimenti assumono l'etichetta di decreti reali.

Questi poteri presuppongono, per il loro esercizio, la fiducia del partito di maggioranza che può tuttavia sempre essere revocata.

Nonostante la centralità del Primo Ministro e del partito di maggioranza assoluta, non sono comunque escluse - e si sono verificate, anche recentemente - la necessità di accordi post-elettorali con partiti minori, al fine di raggiungere la maggioranza dei voti. È stato il caso, ad esempio, dell'accordo tra David Cameron (leader dei conservatori) e Nick Clegg (Liberal-Democratici) per formare un governo di coalizione nel 2010.

Proposte di introduzione del premierato in Italia[modifica | modifica wikitesto]

Origini[modifica | modifica wikitesto]

L'adozione di un nuovo sistema elettorale maggioritario nel 1993 tramite referendum, unita alla profonda trasformazione del sistema dei partiti a seguito degli scandali di Tangentopoli, ha posto le premesse, anche in Italia, per la strutturazione del sistema politico nella direzione del bipolarismo ed ha avviato il dibattito sulla possibile adozione del premierato.

Le elezioni politiche italiane del 1994, 1996 e 2001, tramite sistema elettorale maggioritario, hanno condotto alla nomina a Presidente del Consiglio dei ministri del leader designato di una coalizione presentatasi unitariamente alle urne.

La "bozza Salvi" e la "Bicamerale"[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Commissione parlamentare per le riforme costituzionali.

Dall'esperienza delle crisi di governo del 1995 e del 1998 nacque la proposta di una revisione formale della seconda parte della Costituzione (sull'ordinamento della Repubblica) che mirasse al rafforzamento della posizione del governo e a una sua maggiore stabilità, unite ad una riduzione della discrezionalità dei parlamentari nella formazione di maggioranze diverse da quella uscita dalle urne.

Venne così istituita la Commissione bicamerale per le riforme costituzionali, presieduta da Massimo D'Alema (allora segretario del PDS).

Nella "Bicamerale" venne chiamata premierato una proposta contenuta nella cosiddetta "bozza Salvi", dal nome del senatore Cesare Salvi, che l'aveva redatta. Essa prevedeva l'elezione diretta del primo ministro (denominazione che avrebbe sostituito quella di presidente del Consiglio dei ministri), il suo rapporto di fiducia con la sola Camera dei deputati e lo scioglimento della Camera stessa in caso di approvazione di una mozione di sfiducia. Il primo ministro, inoltre, avrebbe avuto il potere di nomina e revoca dei ministri, anche se ufficialmente spettante al presidente della Repubblica e avrebbe potuto proporre a quest'ultimo lo scioglimento delle Camere.[10]

Al premierato, la Commissione preferì poi il semipresidenzialismo, prima che l'intero progetto si "arenasse" in Parlamento.

Il progetto di riforma costituzionale del 2006[modifica | modifica wikitesto]

Durante la XIV Legislatura, la maggioranza parlamentare che sosteneva il governo della Casa delle Libertà approvò un disegno di legge costituzionale concernente "Modifiche alla Parte II della Costituzione" che ampliava i poteri del Capo del governo.[11] Tale riforma fu pertanto presentato come un tentativo di introdurre in Italia il premierato.[12]

In questa versione, l'elezione diretta del primo ministro era prevista soltanto secondo modalità stabilite dalla legge e non escludeva la nomina da parte del presidente della Repubblica. Il primo ministro, inoltre, nominava e revocava i ministri, senza la necessità di decreti presidenziali e poteva proporre lo scioglimento della Camera dei deputati.

A differenza della "bozza Salvi", l'impedimento permanente, la morte o le dimissioni del primo ministro ovvero l'approvazione di una mozione di sfiducia non comportavano il ricorso alle elezioni anticipate ma aprivano un periodo d'attesa di venti giorni durante i quali i deputati, purché appartenenti alla maggioranza elettorale, avrebbero potuto proporre un nuovo primo ministro che sarebbe stato nominato dal presidente della Repubblica. Ciò avrebbe potuto avvenire immediatamente in caso di mozione di sfiducia costruttiva, contenente, cioè, l'indicazione di un nuovo candidato alla carica di primo ministro, purché approvata da soli deputati appartenenti alla maggioranza espressa dalle urne. Stessa procedura in caso di richiesta di scioglimento da parte del primo ministro in carica.

La riforma costituzionale contenente quest'ultima versione del premierato è stata rifiutata dagli elettori durante il referendum costituzionale del 25 e 26 giugno 2006.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ http://www.treccani.it/enciclopedia/premierato/
  2. ^ http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/P/premierato.shtml
  3. ^ http://dizionari.repubblica.it/Italiano/P/premierato.php
  4. ^ http://www.treccani.it/vocabolario/premierato/
  5. ^ http://archivio.rivistaaic.it/materiali/anticipazioni/premierato/index.html
  6. ^ http://www.ildialogo.org/estero/estero090720032.htm
  7. ^ Roberto Bin, Giovanni Pitruzzella, Diritto pubblico, G. Giappichelli Editore, pg. 113
  8. ^ http://www.ildialogo.org/estero/estero090720032.htm
  9. ^ http://archivio.rivistaaic.it/materiali/anticipazioni/premierato/index.html
  10. ^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1997/06/04/riforme-la-bicamerale-vota.html
  11. ^ DDL COST "Modifiche alla Parte II della Costituzione"
  12. ^ http://www.repubblica.it/2006/05/sezioni/politica/referendum-devolution/modifiche/modifiche.html

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • AA.VV. - a cura di G. Giraudi, Crisi della politica e riforme costituzionali, Rubbettino editore, Soveria Mannelli, 2004
  • TOMMASO EDOARDO FROSINI, Il premierato nei governi parlamentari, Giappichelli, pp. XII-212 - ISBN 88-348-4384-3 [1]

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