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Monopartitismo

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     Repubblica parlamentare

     Repubblica presidenziale

     Sistemi dove l'esecutivo viene eletto dal parlamento, ma non dipende da esso (Repubblica direttoriale oppure Repubblica presidenziale mista)

     Repubblica semipresidenziale

     Monarchia parlamentare

     Monarchia costituzionale

     Monarchia assoluta

     Repubblica monopartitica

     Situazione politica frammentata o incerta

     Paesi in cui sono state sospese le disposizioni costituzionali riguardanti l'esecutivo

Il monopartitismo è una forma di governo in cui un solo partito politico può presentare i propri candidati alle elezioni, mentre tutti gli altri partiti sono dichiarati fuorilegge o hanno una capacità estremamente limitata di partecipazione elettorale. In senso esteso, si può parlare di Stato monopartitico anche se la costituzione e le leggi vigenti in linea di principio consentirebbero una pluralità di partiti oppure quando le pratiche elettorali impediscono all'opposizione di vincere le elezioni, facendo sì che un unico partito resti alla guida del Paese. Non bisogna confondere il monopartitismo con il sistema a partito egemone.

Una variante di un sistema monopartitico puro (che permette l'esistenza legale di un singolo partito), è un sistema in cui possono esistere una pluralità di partiti, ma da intendere come membri di una coalizione in stile fronte popolare, come nel caso del Fronte Democratico per la Riunificazione della Patria nordcoreano e del Fronte Unito cinese[1]. In questi sistemi non è prevista la presenza di partiti di opposizione, e tipicamente tutti i partiti legali esprimono sostegno verso l'ideologia ufficiale dello Stato e le sue alte cariche, inoltre, in questi sistemi non è solitamente permessa la libera creazione di partiti[2], che devono essere approvati dalle autorità.

Un'ulteriore differenziazione è fra i sistemi monopartitici in cui alle elezioni si possono presentare solo candidati espressi dal partito, e quelli in cui sono ammessi candidati non appartenenti al partito, che si presentano però come candidati indipendenti, questo sistema era particolarmente evidente in Unione Sovietica, dato che il PCUS faceva parte di un'alleanza elettorale chiamata "Blocco dei comunisti e dei senza partito".

Negli Stati monopartitici, il partito di governo viene spesso indicato semplicemente con l'espressione "il Partito"; questo era per esempio il modo in cui veniva indicato il Partito Comunista dell'Unione Sovietica e il Partito Operaio Unificato Polacco nei rispettivi paesi. L'iscrizione, la militanza e la fedeltà al partito in questi regimi diventa spesso uno status symbol del cittadino modello[3], e i criminali e gli eventuali dissidenti vengono solitamente espulsi, questo accadde significativamente a Zinov'ev e Kamenev per opera di Stalin[4] e dei suoi sostenitori, e più recentemente in Cina, con l'espulsione di Bo Xilai, avversario politico di Xi Jinping e accusato di diversi crimini.[5][6]

Nella maggior parte dei casi, gli Stati monopartitici si fondano su ideologie totalitarie, come il fascismo, il nazionalsocialismo[7] e lo stalinismo. A oggi gli unici sistemi monopartitici rimasti seguono, almeno nominalmente, l'ideologia marxista-leninista e le sue varianti o derivazioni, come il socialismo con caratteristiche cinesi o il juche. Il movimento comunista globale non va però interpretato come coesamente favorevole a un sistema monopartitico, in quanto molte scuole di pensiero, tipicamente libertarie, vi si oppongono.

Molti Stati monopartitici nacquero in seguito alla decolonizzazione, con i partiti, movimenti e gruppi di guerriglia delle lotte per l'indipendenza che si organizzarono in tale senso dopo aver raggiunto i propri obbiettivi militari. Tipicamente gli Stati nati in questo periodo e in questo modo erano di natura socialista e cercavano naturalmente il supporto internazionale di paesi come l'Unione Sovietica, la Cina e Cuba nel contesto della guerra fredda, ma esistono degli esempi non comunisti, come il regime del Movimento Popolare della Rivoluzione in Zaire, di carattere anti-comunista e autoritario di destra[8]. La stessa Cuba seguì questo processo, con il Movimento del 26 luglio che si è evoluto in Partito Comunista di Cuba adottando apertamente il marxismo-leninismo[9] come ideologia cardine e cercando il supporto economico e militare dell'URSS.

Ogni sistema monopartitico ha sempre mostrato caratteristiche di dittatura o comunque di illiberalismo. L'instaurazione di un regime di questo tipo spesso coincide con la trasformazione di un sistema precedentemente pluripartitico in uno monopartitico, con la messa al bando dei movimenti politici di opposizione, per esempio, questo accadde successivamente alla Rivoluzione d'ottobre e alla guerra civile russa[10]. Tuttavia, sono possibili molti distinguo in funzione della natura specifica di un sistema monopartitico. In alcuni casi, l'unico partito di governo può esprimere diversi candidati per una determinata carica politica, e questi candidati possono a loro volta avere programmi politici differenti, seppure entro i limiti definiti in modo più o meno specifico dalla linea di partito. Di conseguenza, l'elettore può in effetti avere almeno in parte il potere di esprimere un voto influente sull'evoluzione politica del proprio paese, o a volte astenersi in segno di protesta, questo era comune in URSS[11] ed è illegale in Corea del Nord, dove votare è obbligatorio e non vi è segretezza[12]. Nella Jugoslavia socialista, il Governo cercò di creare una competizione elettorale tra diversi candidati rendendo obbligatorio la presenza di almeno due candidati sulle schede e permettendo la segretezza del voto.[13]

In questi Stati è relativamente facile che emerga un culto della personalità del "leader supremo" del Paese, gli esempi più lampanti sono stati quello di Iosif Stalin e quello di Mao Zedong (in particolar modo durante la rivoluzione culturale), il culto della personalità della famiglia Kim è tuttora vigente in Corea del Nord e particolarmente pervasivo[14]. Questo aspetto è però criticato da alcuni sostenitori del monopartitismo socialista, come Nikita Chruščëv, che con il suo discorso "Sul culto della personalità e le sue conseguenze" criticava il culto di Stalin come degenerazione della forma di governo sovietica, che doveva idealmente avere un approccio di centralismo democratico, concetto leninista che si può riassumere in "libertà di discussione, unità di azione", e quindi di democrazia intra-partito.[15][16][17]

Il monopartitismo nei paesi dell'Unione Sovietica

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Il primo sistema monopartitico fu sperimentato in Unione Sovietica. Dopo la rivoluzione d'ottobre,[18] con la quale i bolscevichi guidati da Vladimir Lenin[19] rovesciarono il governo provvisorio russo instauratosi dopo la caduta dello zarismo,[20] il sistema politico russo non era ancora formalmente monopartitico, infatti esistevano altri partiti e movimenti socialisti come per esempio il Partito Socialista Rivoluzionario, formato da menscevichi, Trudovichi e altre correnti politiche, il Partito Operaio Socialdemocratico Russo oppure il Bund. Tuttavia, durante la guerra civile russa, i bolscevichi, riorganizzati nel Partito Comunista Russo, eliminarono progressivamente ogni forma di opposizione politica. Durante il X congresso del Partito Comunista Russo furono vietate le frazioni interne e gli altri partiti vennero sciolti o repressi. Nel 1922, quando venne ufficialmente creata l'Unione Sovietica, l'URSS adottò come sistema politico il monopartitismo. Il monopartitismo quindi fu adottato in Russia, in Ucraina, in Bielorussia e nella Repubblica Socialista Federativa Sovietica Transcaucasica.[21]

Dopo la morte di Vladimir Lenin nel 1924, Joseph Stalin emerse improvvisamente come figura dominante nel Partito Comunista dell'Unione Sovietica, consolidando il proprio potere attraverso una complessa rete di alleanze, epurazioni e controllo dell’apparato partitico.[22] Già nella seconda metà degli anni Venti, il sistema monopartitico sovietico, originariamente giustificato come strumento rivoluzionario, venne ridefinito come struttura permanente e insostituibile dello Stato. Il principio fondamentale su cui si basava la politica di Stalin fu la fusione totale tra Stato, partito e società,[23] in cui il partito non solo dirigeva le istituzioni, ma penetrava ogni ambito della vita pubblica e privata. Il centralismo democratico, già teorizzato in epoca leninista, venne reinterpretato in senso rigidamente gerarchico. Ogni decisione proveniva dai vertici e si trasmetteva senza possibilità di dissenso lungo tutta la catena del potere. Questo processo raggiunse il suo apice negli anni 30' con il periodo del Grande Terrore. In questo periodo storico il sistema monopartitico si trasformò in un meccanismo di controllo totale su tutto; anche sulla vita privata dei cittadini sovietici.[24]

Nel settembre del 1939, la Germania nazista e l'Unione Sovietica invasero la Polonia. Il territorio venne diviso tra le due potenze occupanti: la parte occidentale e centrale fu sottoposta al controllo tedesco, mentre quella orientale fu annessa all’URSS in base agli accordi del patto Molotov-Ribbentrop.[25] La Polonia orientale venne quindi spartita tra le varie nazioni socialiste sovietiche e quindi anche essa fu costretta ad adottare un sistema monopartitico. Dopo la seconda guerra mondiale, la Polonia divenne ufficialmente Repubblica Popolare di Polonia, ma non diventò mai una Repubblica Sovietica. Dopo la morte di Stalin nel 1953, lo Stato monopartitico continuò a esistere, nonostante il processo di destalinizzazione portato avanti da Nikita Chruščëv, il quale fu il primo segretario del PCUS a denunciare i crimini di Stalin.[26]

Nel 1991, l'Unione Sovietica cadde e nacque la Federazione Russa che permetteva i partiti politici e le elezioni, avviando quindi la Russia in transizione di democrazia.[27]

Il monopartitismo in Germania

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Il monopartitismo in Germania fu instaurato in due contesti storici diversi: durante il regime nazista guidato da Adolf Hitler e successivamente nella Repubblica Democratica Tedesca. Con la fine della prima guerra mondiale e con la caduta dell'Impero tedesco nel 1919,[28] venne instaurata la nuova Repubblica di Weimar, la quale era una nazione molto democratica rispetto alle altre del dopoguerra. Il sistema politico di allora prevedeva il suffragio universale (incluso quello femminile), un Parlamento eletto proporzionalmente e un sistema ampiamente pluralista.[29] Il politico tedesco Adolf Hitler affermava che il sistema democratico fosse un sistema fallimentare e che lo Stato dovesse fondarsi su una comunità omogenea dal punto di vista etnico e razziale. Hitler vedeva una superiorità della razza ariana rispetto alle altre etnie e sosteneva che la popolazione ebraica fosse nemica di quella ariana e per questo da punire.[30]

L'ascesa di Hitler nel gennaio del 1933 avvenne inizialmente nel rispetto delle procedure costituzionali della Repubblica di Weimar. Il 30 gennaio del 1933, Hitler venne nominato Cancelliere del Reich. Paul Von Hindenburg decise di agire nel rispetto formale delle prerogative costituzionali e affidò a Hitler il potere, pur diffidando di lui.[31] Nel marzo del 1933, ci rifurono le elezioni e il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori vinse con una grande maggioranza; furono le ultime elezioni in Germania.[32] La notte del 27 febbraio del 1933, ci fu l'incendio del Reichstag e la colpa fu attribuita all'attivista marxista Marinus van der Lubbe, il quale fu condannato a morte. Il giorno successivo venne emanato il Decreto dell’incendio del Reichstag, con il quale furono sospesi alcuni diritti civili garantiti dalla Costituzione di Weimar. Questo provvedimento consentì l’arresto di numerosi oppositori politici, in particolare membri del Partito Comunista di Germania. Molti comunisti e altri esponenti dell’opposizione furono quindi arrestati ed esclusi dalla vita politica. Il decreto venne firmato dal Presidente Paul Von Hindenburg su richiesta di Hitler.[33]

Dopo l'emanazione del Reichstagsbrandverordnung, il Governo propose in Parlamento una legge per dare a Hitler i pieni poteri. A questo decreto non partecipò il Partito Comunista di Germania, perché tutti i membri furono arrestati a causa del Decreto dell'incendio del Reichstag, mentre ci fu l'approvazione del Partito di Centro Tedesco. L'unico partito a votare contro fu il Partito Socialdemocratico di Germania, quindi il decreto fu approvato nel Reichstag. Da questo periodo si evolse nel tempo una eliminazione di tutti i partiti che si opposero al nazionalsocialismo sino a quando venne emanata nel luglio del 1933 la legge contro la formazione dei partiti con la quale si instaurò ufficialmente il monopartitismo.[34]

Il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori era quindi l'unico partito con pieni poteri all'interno della Germania nazista. Non solo, con questa riforma vennero abolite gran parte delle libertà, come per esempio la libertà di stampa e la libertà dei sindacati, i quali furono sostituiti tutti dal Fronte tedesco del lavoro, un'organizzazione principalmente corporativista. Venne creato anche il Tribunale del popolo, un tribunale penale che si occupava di giudicare i reati contro il regime nazista. Fu anche dato maggiore potere alle Schutzstaffel, organizzazione paramilitare del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori.[35]

In verde le zone controllati dal Terzo Reich, in verde i paesi satelliti e in verde chiaro i paesi che dipendevano dal Terzo Reich

Nel corso del tempo, vennero colpite anche alcune minoranze etniche, soprattutto gli ebrei che furono particolarmente perseguitati. In Germania si sviluppò l'Olocausto, ossia il genocidio degli ebrei in tutt'Europa che portò alla morte di 6 milioni di persone di etnia ebraica.[36]

Nella Germania nazista questo sistema finì dopo alcuni anni, quando nella seconda guerra mondiale, la Germania nazista venne invasa e sconfitta dalla Francia, dal Regno Unito, dall'Unione Sovietica e dagli Stati Uniti d'America.[37] Il 30 aprile del 1945, Hitler si suicidò e le zone occupate della Germania vennero amministrate dalle nazioni occupanti; quindi in questo periodo la Germania non possedeva né sovranità né una democrazia vera.[38]

Nel 1949 vennero create due nazioni, la Germania Ovest, uno Stato democratico e pluripartitico e la Repubblica Democratica Tedesca, comunemente chiamata Germania Est, uno Stato monopartitico guidato dal Partito Socialista Unificato di Germania. Sebbene la costituzione della RDT prevedesse formalmente l’esistenza di altri partiti, questi erano subordinati al SED.[39] Si trattava di un sistema di pluralismo controllato, in cui partiti come la CDU orientale o il Partito Liberaldemocratico non avevano autonomia reale. Il sistema elettorale era strutturato in modo tale da garantire risultati plebiscitari: gli elettori votavano liste uniche predefinite, e il dissenso era scoraggiato anche attraverso pressioni sociali e politiche. Generalmente il l'ideologia socialista era un'ideologia di Stato, tanto che veniva portata avanti dalle scuole e dalle istituzioni generali.[40] Questa nazione non era completamente sovrana, perché gran parte delle decisioni politiche dipendevano dalle norme del Patto di Varsavia.[41] La Repubblica Democratica Tedesca cadde il 9 novembre del 1989, quando le due nazioni si unirono nella Repubblica Federale di Germania, uno Stato completamente democratico, pluripartitico e per molti aspetti progressista.[42]

Il monopartitismo in Italia

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Il monopartitismo in Italia ci fu soltanto durante il periodo fascista, tra il 1925 e il 1943. Il Regno d'Italia, prima dell'arrivo del fascismo, era fondamentalmente uno Stato liberale. Il 23 marzo del 1919 a Milano, in piazza San Sepolcro, Benito Mussolini creò ufficialmente i Fasci italiani di combattimento, un movimento politico di estrema destra italiana rivoluzionario, nazionalista, anticomunista[43] e autoritario che operò tramite le Squadre d'Azione, ossia un'insieme di organizzazioni paramilitari che praticavano delle spedizioni punitive contro alcuni rivali politici come socialisti, comunisti, liberali, repubblicani ecc.[44] Nel 1921 il movimento si strutturò nel Partito Nazionale Fascista,[45] segnando un passaggio decisivo verso la conquista del potere. Nello stesso anno, i fascisti entrarono in Parlamento. Nel 1922 ci fu la marcia su Roma, una mobilitazione armata con cui i fascisti minacciarono di prendere il potere con la forza. Di fronte a questa situazione, il re Vittorio Emanuele III rifiutò di proclamare lo stato d’assedio e incaricò Mussolini di formare il governo.[46]

Il 4 giugno del 1923 venne approvata la Legge Acerbo, che prevedeva un forte premio di maggioranza per la lista più votata. Grazie a questa legge, il Partito Nazionale Fascista riuscì a vincere le elezioni del 1924, ma in un contesto segnato da violenze, intimidazioni e brogli. Il deputato socialista Giacomo Matteotti denunciò le minacce, gli imbrogli e le altre irregolarità esercitate dal Partito Nazionale Fascista. Qualche giorno dopo, Matteotti venne barbaramente ucciso da una Squadra Fascista. Il 3 gennaio del 1925, Benito Mussolini assunse la responsabilità morale e politica del delitto Matteotti, instaurando ufficialmente una dittatura fascista.[47][48][49]

Nello stesso anno, vennero firmate le leggi fascistissime, che segnarono la fine dello Stato liberale. Furono sciolti tutti i partiti politici, la stampa fu sottoposta a censura e le libertà vennero drasticamente ridotte. Il capo del governo divenne responsabile solo di fronte al re, e il Parlamento fu progressivamente svuotato di ogni funzione reale. In questo contesto, il PNF divenne l’unico partito legale, sancendo l’instaurazione del monopartitismo. Il sistema fascista non si limitava a proibire gli altri partiti, ma mirava a costruire uno Stato totalitario, in cui il partito e lo Stato si identificavano. Un ruolo centrale in questo sistema fu svolto dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato, incaricati di eliminare ogni forma di dissenso. Il controllo ideologico si estendeva anche alla scuola, alla cultura e ai mezzi di comunicazione, in un tentativo sistematico di costruire il consenso attorno al regime.[50]

Nel 1926 venne creato il Tribunale speciale per la difesa dello Stato che aveva la funzione di giudicare i reati politici e le attività considerate sovversive. Nel 1927, venne istituita l'OVRA, Organizzazione per la Vigilanza e la Repressione dell’Antifascismo, la polizia politica del regime.[51]

Successivamente, nel corso della seconda guerra mondiale, l'Italia fascista si trovava in una situazione sempre più critica. Le sconfitte militari in Africa settentrionale, nei Balcani e soprattutto sul fronte orientale minarono gravemente la credibilità del regime. A ciò si aggiunsero le difficoltà economiche interne: inflazione, carenza di beni di prima necessità, bombardamenti sulle città e crescente malcontento della popolazione. Già nella primavera del 1943 si verificarono importanti scioperi operai nel Nord Italia, segno evidente della rottura del consenso sociale su cui il regime aveva a lungo fatto affidamento. Il 25 luglio del 1943, il Gran consiglio del Fascismo sfiduciò Mussolini e il re lo fece arrestare. Il maresciallo Pietro Badoglio sostituì l'incarico di Mussolini, il PNF venne sciolto e il sistema monopartitico in Italia si dissolse rapidamente. L'8 settembre del 1943 venne firmato l'Armistizio di Cassibile, con il quale il Regno d'Italia uscì dall'alleanza con la Germania nazista.[52] Le truppe tedesche reagirono invadendo l'Italia e liberando Mussolini dal carcere. In questo contesto, nacque la Repubblica Sociale Italiana, un regime fascista riorganizzato sotto controllo tedesco nel Nord Italia. A nord tornò il sistema monopartitico, guidato dal Partito Fascista Repubblicano, mentre il Regno d'Italia tornò ad avere un sistema pluripartitico.[53]

Il 25 aprile del 1945, il regime fascista cadde e 3 giorni dopo, Mussolini venne fucilato. L'Italia tornò ad essere unita e il sistema monopartitico fu abbattuto.[54]

Monopartitismo in Spagna

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Nel 1935, la Seconda Repubblica Spagnola, nata nel 1931 con ambizioni democratiche, era profondamente lacerata.[55] Da una parte c'erano le Sinistre repubblicane, socialiste, comuniste e anarchiche, mentre dall'altra parte le destre monarchiche, cattoliche,autoritarie e nazionaliste. In questo contesto, si sviluppò una crescente sfiducia nei confronti del pluralismo politico, percepito da molti come sinonimo di caos. Uno dei partiti politici fu estremi fu la falange española, partito di estrema destra spagnola che si ispirò dal regime di Benito Mussolini e che propose uno Stato autoritario e nazionalista.[56]

Alle elezioni politiche in Spagna del 1936 vinse Frente Popular, partito politico comunista e di ispirazione marxista. Le destre interpretarono questo risultato come l’inizio di una rivoluzione sul modello sovietico, mentre le sinistre, pur divise al loro interno, cercavano di accelerare le riforme. In questo clima di crescente violenza politica, maturò il colpo di Stato militare del luglio 1936, guidato da generali tra cui Francisco Franco; fu l'inizio della guerra civile spagnola. Fin dalle prime fasi del conflitto, nelle zone controllate dai nazionalisti, emerse con chiarezza la volontà di eliminare il pluralismo politico. Tuttavia, inizialmente, il campo nazionalista non era affatto monolitico: al suo interno convivevano falangisti, monarchici alfonsini, carlisti (tradizionalisti), cattolici conservatori e militari. Ognuno di questi gruppi aveva una propria visione dello Stato futuro, e spesso queste visioni erano incompatibili tra loro. Questa questione venne risolta con il Decreto di Unificazione, un decreto che consisteva nell'unificare tutti i movimenti di destra nella Falange Española Tradicionalista y de las JONS, partito politico di estrema destra guidata da Francisco Franco. Parallelamente, anche nel campo repubblicano si manifestarono tensioni legate al pluralismo, ma di segno opposto. Qui il problema non era l’instaurazione di un monopartitismo, bensì l’eccesso di frammentazione: socialisti, comunisti, anarchici e repubblicani moderati erano spesso in conflitto tra loro. Eventi come gli scontri di Barcellona del 1937 mostrarono quanto fosse difficile mantenere un fronte unito. I comunisti, sostenuti dall’Unione Sovietica, cercarono in alcuni momenti di centralizzare il potere, ma non riuscirono mai a imporre un sistema monopartitico paragonabile a quello in formazione nel campo franchista.[57]

Con la fine della guerra civile, nel 1939 Francisco Franco si trovò a guidare una nazione devastata, politicamente divisa e frammentata. Proprio per questo motivo, Franco decise di vietare tutti i partiti politici a eccetto di Falange Española Tradicionalista y de las Juntas de Ofensiva Nacional Sindicalista. I sindacalisti e tutti i movimenti indipendenti vennero sciolti, instaurando di fatto un monopartitismo. Nonostante ciò, questo tipo di sistema monopartitico era diverso da quello sovietico o nazista, perché era diviso in più correnti politiche e soprattutto perché non era completamente totalitario, cioè l'ideologia franchista non dominava l'intero Stato, pur rendendo di fatto la Spagna una dittatura.[58]

Negli anni 50', Francisco Franco cambiò completamente la politica della propria nazione; per quanto monopartitica infatti si allineò al modello americano. Con l'inizio della Guerra fredda, Franco capì che era molto più conveniente allearsi con gli USA e per questo vennero firmati i patti di Madrid che prevedevano alcune basi militari statunitensi in Spagna e con i quali la Spagna si spostò non ufficialmente più sulla linea politica atlantista per combattere il sovietismo.[59]

Nel 1975 ci fu la morte di Francisco Franco e venne avviato il processo di transizione democratica della Spagna, con la quale la Spagna divenne una democrazia pluripartitica.[60]

Il monopartitismo in Portogallo

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In Portogallo, dopo la rivoluzione portoghese sostenuta dal Partito Repubblicano Portoghese per combattere la monarchia ancora presente nel Portogallo, i vari governi furono fragili.[61] Il 28 maggio del 1926 ci fu un colpo di Stato che diede fine alla Prima Repubblica Portoghese e che diede inizio alla Dittatura Militare Portoghese. Fu in questo contesto che emerse la figura di António de Oliveira Salazar, inizialmente chiamato a risanare le finanze pubbliche. Professore di economia e uomo profondamente cattolico e conservatore, Salazar riuscì progressivamente a concentrare su di sé il potere politico, fino a diventare nel 1932 capo del governo. L’anno successivo, con la promulgazione della Costituzione del 1933, prese forma l’Estado Novo, conosciuto anche come Seconda Repubblica Portoghese, un regime autoritario, corporativo, nazionalista e profondamente antiliberale.[62]

In questo sistema il Portogallo era dominato da un unico partito, l’União Nacional, configurando di fatto un sistema monopartitico. Questo sistema monopartitico si differenziava dai modelli di Benito Mussolini o di Adolf Hitler, perché a differenza di essi non era un sistema totalitario, nonostante autoritario e antiliberale. Con le sconfitte in Africa e la perdita di Angola e Mozambico negli anni Sessanta, il regime si indebolì molto. Il 25 aprile del 1974 ci fu la Rivoluzione dei garofani, sostenuta dal Movimento delle Forze Armate. Il capo del Governo, Marcelo Caetano, successore di Salazar, si arrese senza opporre resistenza significativa.[63]

Il monopartitismo in Austria e in Ungheria

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L'Austria e l'Ungheria partirono dalla stessa situazione politica: entrambe erano uscite da una enorme sconfitta bellica con la fine della prima guerra mondiale, entrambe avevano perso una gigantesca parte del proprio territorio ed entrambe erano in una crisi delicatissima. In Austria venne creata la Prima Repubblica Austriaca, la quale divenne una delle democrazie più grandi d'Europa; tuttavia, questo sistema fu fin dall’inizio estremamente fragile: la società era profondamente divisa tra socialdemocratici, conservatori cattolici e nazionalisti tedeschi, e la crisi economica degli anni Venti e soprattutto quella seguita al crollo del 1929 esasperò le tensioni politiche e sociali.[64]

In Ungheria la situazione invece era estremamente più delicata. Dopo la fine della prima guerra mondiale, l'Ungheria era in una situazione di estrema stabilità; perse gran parte dei suoi territori e nel 1919 venne instaurata la Repubblica Sovietica Ungherese che però falli miserabilmente in poco meno di 6 mesi. In questa occasione, Miklós Horthy divenne reggente del nuovo Regno di Ungheria, il quale non adottò mai un sistema monopartitico, ma la democrazia era quasi inesistente.[65][66]

In Austria invece la democrazia era molto forte; il Partito Socialdemocratico d'Austria governò dalla fine della prima guerra mondiale e nonostante le varie difficoltà nel sistema austriaco, l'Austria riuscì comunque a sopravvivere in quel che fu un periodo post-bellico.[67] Il politico austriaco di estrema destra, Engelbert Dollfuß teorizzò uno Stato diverso, che metteva al centro della politica un solo partito e una sola autorità. Questo politico si ispirò molto all'idea fascista e così decise di creare un nuovo partito, Fronte Patriottico, un partito che non doveva essere un partito nel senso competitivo, ma un contenitore universale capace di rappresentare tutta la società. In teoria, questo organismo avrebbe dovuto eliminare i conflitti tra classi e ideologie, sostituendoli con una collaborazione armonica. Questo modello trovò espressione concreta nella Costituzione del 1934, che trasformò l’Austria in uno Stato corporativo (Ständestaat). Qui emerge chiaramente un altro aspetto della teoria dollfussiana: l’idea gerarchica dello Stato. Venne creata una nuova parte politica, l'Austrofascismo, un'ideologia che trovo ispirazione dal fascismo italiano, spostando però i valori nazionalisti nell'Austria dei tempi. Tuttavia, il monopartitismo austriaco aveva caratteristiche molto diverse rispetto a quello nazista o quello sovietico; infatti, pur partendo dal principio nazionalista, il regime si basava su una combinazione di nazionalismo austriaco, cattolicesimo conservatore e corporativismo, ma non includeva nessun tipo di espansionismo; inoltre questo regime prese le distanze dal nazismo di Hitler, portando a rapporti complessi con la Germania nazista. Dopo la morte di Dollfuß, il politico austriaco Kurt Alois von Schuschnigg continuò la stessa linea politica, mantenendo il sistema monopartitico e cercando di preservare l’indipendenza del paese. Tuttavia, la pressione della Germania nazista divenne sempre più forte, fino a culminare nel 1938 con l’Anschluss, cioè l’annessione dell’Austria al Terzo Reich.[68]

Durante il periodo in cui l'Austria era annessa alla Germania, l'autoritarismo sperimentato con l'Austrofascismo si trasformò in una vera e propria dittatura. L'Austria aderì allo sterminio degli ebrei e a tutto ciò che riguardava il nazismo fino al 1945. Dopo ci fu la nascita della Seconda Repubblica Austriaca e ci fu di conseguenza una grande transizione democratica.

Il Regno d'Ungheria nello stesso periodo non era affatto democratico prima del comunismo; il reggente Miklós Horthy portò l'Ungheria nella seconda guerra mondiale affianco alle potenze dell'Asse e collaborò con la Germania nazista. Nel 1945, l'Ungheria venne occupata dall'Armata Rossa e iniziò il processo di transizione verso uno Stato comunista. Nel 1949 nacque ufficialmente la Repubblica Popolare d’Ungheria e il sistema politico venne trasformato in uno Stato a partito unico, dominato dal Partito dei Lavoratori Ungheresi (poi Partito Socialista Operaio Ungherese). In teoria, esistevano altre organizzazioni politiche e sociali, ma erano tutte subordinate al partito dominante e integrate nel cosiddetto Fronte Popolare privo di reale autonomia. Il modello era quello sovietico: il partito non era semplicemente un attore politico, ma il centro di tutto il sistema statale, economico e sociale.[69]

Negli anni '50 il sistema monopartitico divenne particolarmente repressivo, in particolare con la Rivoluzione ungherese nel 1956. Le proteste popolari chiedono riforme politiche, maggiore libertà e persino l’uscita dal Patto di Varsavia. Per un breve periodo, sotto la guida di Imre Nagy, sembra possibile la transizione verso un socialismo pluralista. Tuttavia, l'intervento militare sovietico represse la rivolta con la forza.[70] Negli anni ’80, il sistema entra in crisi sotto la pressione di fattori economici interni e cambiamenti geopolitici più ampi, legati anche alle riforme nell’Unione Sovietica. Il Partito Socialista Operaio Ungherese avvia un processo di riforma che porta progressivamente allo smantellamento del monopartitismo. Nel 1989, l’Ungheria compie una transizione pacifica verso il multipartitismo e la democrazia parlamentare, segnando la fine della Repubblica Popolare e del dominio del partito unico e l'inizio della Ungheria.[71]

Il monopartitismo in Cecoslovacchia

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Nella Cecoslovacchia e in Slovacchia, il monopartitismo ci fu in due contesti diversi: la Repubblica Slovacca, Stato satellite della Germania nazista e la Repubblica Socialista Cecoslovacca. Tra il 1939 e il 1945 in Slovacchia si manifestò il monopartitismo, in cui l'unico partito che dominava la nazione era il Partito Popolare Slovacco di Hlinka, il cui leader era Jozef Tiso. In questo periodo storico, in Slovacchia dominava assolutamente l'autorità politica. Nel 1945, Jozef Tiso fu processato per aver contribuito all'Olocausto attraverso la deportazione di ebrei e per aver collaborato con la Germania nazista.[72]

Dopo la seconda guerra mondiale, le due nazioni si unirono nella Terza Repubblica Cecoslovacca. La Cecoslovacchia non divenne immediatamente uno Stato a partito unico. Tra il 1945 e il 1948 esistette un sistema formalmente pluralista, organizzato nel cosiddetto Fronte Nazionale, una coalizione antifascista di partiti autorizzati che però escludeva già le forze politiche considerate ostili al comunismo. Questo pluralismo era in realtà limitato e progressivamente svuotato di sostanza. Il momento decisivo arrivò con il colpo di Stato del febbraio 1948, con il quale i comunisti sfruttarono una combinazione di pressione politica, mobilitazione di massa e controllo delle forze di sicurezza per costringere il presidente Edvard Beneš ad accettare un governo dominato dal Partito Comunista di Cecoslovacca. Da quel momento si instaurò un sistema monopartitico di tipo sovietico. Formalmente, altri partiti continuarono a esistere all’interno del Fronte Nazionale, ma erano completamente subordinati al Partito Comunista, che deteneva il monopolio effettivo del potere.[73]

Con la morte di Stalin nel 1953 e il processo di destalinizzazione, in Cecoslovacchia si registrarono cambiamenti, ma più lenti rispetto agli altri paesi del blocco orientale, infatti il sistema monopartitico in Cecoslovacchia era molto repressivo. Il culmine ci fu nel 1968, con la Primavera di Praga. Il leader Alexander Dubček voleva modernizzare il socialismo di allora, per renderlo più democratico e progressista, ma questo obiettivo incontrò degli ostacoli. La nazione cecoslovacca fu invasa dall'Unione Sovietica e da gli altri paesi del Patto di Varsavia.[74] Negli anni Settanta e Ottanta, il monopartitismo cecoslovacco appariva stabile ma sempre più stagnante. Il sistema si reggeva su un equilibrio tra controllo politico, conformismo sociale e un certo livello di sicurezza economica garantito dallo Stato. Tuttavia, la mancanza di libertà politiche e l’inefficienza economica alimentavano un dissenso sotterraneo, espresso da movimenti per esempio tramite la Charta 77. Ci fu la rivoluzione di velluto, un processo politico pacifico che diede fine al regime comunista.

Il sistema monopartitico fu smantellato, le elezioni furono vinte da Václav Havel, la Cecoslovacchia venne divisa in Repubblica Ceca e in Slovacchia, le quali ebbero una transizione democratica.[75]

Il monopartitismo in Polonia

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Con la fine della Seconda guerra mondiale, la Polonia si trovò in una situazione estremamente delicata. Fu liberata dall'occupazione nazista, ma di fatto inserita nella sfera di influenza dell'Unione Sovietica. Tra il 1945 e il 1947, esisteva ancora una forma di pluralismo politico, ma ampiamente limitato, perché il potere reale era nelle mani del Partito Operaio Polacco, sostenuto dall'Armata Rossa. La trasformazione del sistema pluralista in un sistema monopartitico avvenne mediante le elezioni del 1947, che furono seguite da minacce e repressioni. Nel 1947, venne creata ufficialmente la Repubblica Popolare di Polonia; mentre nel 1948 fondato il Partito Operaio Unificato Polacco che governerà la Polonia fino alla caduta del comunismo. Il politico polacco Bolesław Bierut adottò un modello politico, economico e culturale strettamente vicino a quello sovietico.[76][77]

Negli anni '50, il leader polacco Władysław Gomułka[78] decise di introdurre alcune riforme per una maggiore autonomia da Mosca. Nel corso del tempo, un ruolo fondamentale per comprendere l'erosione del monopartitismo in Polonia fu il ruolo della società civile e della chiesa cattolica. La Polonia, a differenza di altri paesi del blocco orientale, mantenne una forte identità religiosa e nazionale, sostenuta anche da figure come Giovanni Paolo II, la cui elezione nel 1978 ebbe un enorme impatto simbolico e politico.[79] Le visite del papa in Polonia contribuirono a rafforzare un senso di unità nazionale alternativo a quello promosso dal regime. Il ruolo principale fu svolto da Solidarność nel 1980, il quale fu il primo sindacato polacco che si oppose al comunismo.[80] Questo sindacato ebbe un grande ruolo nella transizione democratica della Polonia, la quale ebbe le prime elezioni libere nel 1989 in cui Solidarność e il Partito Operaio Unificato Polacco si sfidarono e ci fu una vittoria agghiacciante da parte di Solidarność. [81]

Il monopartitismo nei Balcani

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In verde scuro i paesi monopartitici che si trovano nei Balcani, in verde chiaro i paesi monopartitici che si trovano vicino ai Balcani, in grigio paesi non monopartitici che si trovano nei Balcani, in arancione l'Unione Sovietica e in bianco i paesi che non sono né balcanici né monopartitici

Durante la seconda guerra mondiale, il Regno di Romania e il Regno di Bulgaria si erano allineati alle potenze dell'Asse.[82] Nel 1944, la guerra era ormai persa in entrambi i paesi e il re Michele I di Romania decise la rimozione e l'arresto del dittatore Ion Antonescu e dichiarò guerra alla Germania nazista.[83] Da qui in Romania iniziò una cooperazione militare con l'Unione Sovietica, permettendo alle truppe sovietiche di attraversare il Paese senza una resistenza decisiva.[84] Nel settembre del 1944, l'URSS dichiarò guerra alla Bulgaria e la invase, sostituendo il primo ministro Konstantin Muraviev con un governo guidato da Kimon Georgiev.[85] Nello stesso periodo, la Jugoslavia era occupata dalle nazioni dell'Asse e molti partigiani jugoslavi guidati dal leader comunista Josip Broz Tito collaborarono con l'Armata Rossa e liberarono Belgrado.[86] L'Armata Rossa procedette anche con l'invasione del Regno d'Albania, trasformandola in una Repubblica socialista. Dal 1945 l'ideologia socialista inizia a prevalere nei Balcani.[87]

Il 29 novembre del 1945 venne ufficialmente istituita la Repubblica Socialista Federale di Jugoslava, il cui leader era Tito. Questa nazione adottò sin da subito un sistema monopartitico, ispirato a quello sovietico. Con la Costituzione jugoslava del 1946 ogni residua forma di resistenza o di opposizione politica fu messa fuori legge o neutralizzata, stabilendo a tutti gli effetti uno Stato monopartitico. Poco dopo fu proclamata la nuova Repubblica Popolare Socialista d'Albania e i rapporti tra queste due nazioni fu inizialmente molto efficaci; entrambi adottarono un sistema monopartitico, repressivo e per molti aspetti di ispirazione sovietica. [88]

Il 15 settembre del 1946 venne istituita ufficialmente da Vasil Kolarov la nuova Repubblica Popolare di Bulgaria, uno degli Stati più fedeli all'Unione Sovietica.[89] L'anno successivo venne creata la Repubblica Socialista di Romania e i rapporti tra le due nazioni furono molto efficaci, soprattutto dopo l'entrata della Romania nel Comecon.[90] Nel 1948 ci fu la rottura tra Tito e Stalin, dovuta dal fatto che la Jugoslavia fu esclusa dal Cominform; per questo motivo, anche gli altri Stati socialisti nei Balcani ebbero un rapporto peggiore con la Jugoslavia. Nel 1955 Romania, Bulgaria e Albania entrarono a far parte del Patto di Varsavia, mentre la Jugoslavia fu nuovamente esclusa. [91]

A partire dal 1989 ci fu la caduta di tutti i regimi socialisti nei Balcani. Il primo caso ci fu in Bulgaria, nel novembre del 1989. Il cambiamento non è improvviso, ma avviene tramite un processo interno del regime. Il leader comunista Todor Živkov venne rimosso dal suo stesso partito a causa dei cambiamenti provenienti dall'Unione Sovietica di Michail Gorbačëv.[92] Da quel momento pur restando un partito unico iniziò un processo in cui il comunismo iniziò a perdere consenso sempre di più. La situazione era molto più tragica a nord, in Romania, quando il politico rumeno Nicolae Ceaușescu continuò con la sua politica di repressione. Ogni forma politica di opposizione politica veniva spesso eliminata, fino a quando l'esercito stesso si schierò contro il leader comunista che venne fucilato insieme alla moglie Elena Ceaușescu.[93] Lo stesso in Albania, quando dopo la crisi causata dalla morte di Enver Hoxha, il sistema politico albanese era in una condizione di estrema delicatezza, motivo per cui l'Albania fu costretta ad accettare un sistema pluripartitico.[94] In Jugoslavia invece, l'uscita dal comunismo avvenne in maniera molto più brutale: ci furono una serie di guerre tra il 1991 e il 2001 note come Guerre jugoslave con le quali il comunismo si disgregò, ma con violenza. [95]

Il monopartitismo nell'Impero giapponese

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L'Impero giapponese inizialmente non fu uno Stato monopartitico, infatti il monopartitismo venne instaurato soltanto nel 1940 con il Taisei Yokusankai o Associazione per il sostegno dell'Autorità Imperiale, un'organizzazione politica giapponese di ispirazione fascista creata da Fumimaro Konoe che condusse allo scioglimento di tutti i partiti.[96] Iniziò una forte repressione non solo in Giappone, ma anche in tutti i paesi che facevano parte dell'Impero come per esempio in Corea, in cui tutti i movimenti indipendentisti furono brutalmente repressi. Non si può parlare di monopartitismo in senso proprio, perché non esisteva un sistema di partiti coloniali autonomi: piuttosto vi era un monopolio assoluto del potere politico da parte dell’amministrazione coloniale giapponese.

Lo stesso accadde in Taiwan, in cui il sistema politico era completamente privo di pluralismo. Un caso particolare è quello del Manchukuo, lo Stato fantoccio creato nel 1932 in Manciuria dopo l’invasione giapponese. Formalmente indipendente e guidato dall’ex imperatore cinese Pu Yi, il Manchukuo era in realtà completamente controllato dal Giappone, soprattutto dall’esercito del Kwantung. Anche qui venne costruito un sistema politico autoritario a partito unico. In quasi tutti i territori giapponesi ci fu il monopartitismo.

Questo sistema politico fu sciolto dopo i bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki e con la resa del Giappone nella seconda guerra mondiale annunciata dall'imperatore Hiro Hito. Già nelle settimane immediatamente successive alla resa, il Taisei Yokusankai, che aveva rappresentato il contenitore politico unico del sistema di mobilitazione, viene sciolto.[97]

Il monopartitismo nei paesi attuali

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Le nazioni che attualmente adottano il monopartitismo sono la Cina, il Vietnam, il Laos, la Corea del Nord, l'Eritrea, Cuba e il Sahara Occidentale. In questi Stati il monopartitismo venne instaurato durante il Novecento, quando nella Repubblica Cinese ci fu una guerra civile tra nazionalisti cinesi racchiusi nel Partito Nazionalista Cinese e tra comunisti cinesi racchiusi il Partito Comunista Cinese. La guerra civile fu vinta nel 1950 dal Partito Comunista e venne istituita la Repubblica Popolare Cinese guidata da Mao Zedong.[98] Da qui nasce il Maoismo come ideologia politica ispirata al regime di Mao.[99] La penisola coreana venne divisa in Corea del Sud o Repubblica di Corea e Corea del Nord o Repubblica Democratica Popolare di Corea.[100] La penisola vietnamita venne divisa in Vietnam del Sud e Vietnam del Nord, con l'unificazione dei due paesi venne instaurato ufficialmente il regime monopartitico nella Repubblica Socialista del Vietnam.[101] Nel 1959, a Cuba ci fu la Rivoluzione cubana[102] guidata da Ernesto Che Guevara[103] e da Fidel Castro,[104] con il quale venne instaurato il monopartitismo nella Nazione. Il Laos invece adottò il sistema monopartitico solo a partire dal 1975, con la vittoria della guerra civile da parte del Pathet Lao. L'Eritrea e il Sarah Occidentale non sono guidati da regimi comunisti, ma da regimi militari, popolari e autoritari. [105][106]


Stati monopartitici

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La seguente tabella elenca gli Stati costituzionalmente monopartitici esistenti:

Stato Capo del Partito Partito Fronte popolare
Cina (bandiera) Cina Xi Jinping, segretario generale Partito Comunista Cinese Fronte Unito
Corea del Nord (bandiera) Corea del Nord[107] Kim Jong-un, segretario generale Partito del Lavoro di Corea Fronte Democratico per la Riunificazione della Patria
Cuba (bandiera) Cuba Miguel Díaz-Canel, primo segretario Partito Comunista di Cuba
Eritrea (bandiera) Eritrea Isaias Afewerki, presidente Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia
Laos (bandiera) Laos Thongloun Sisoulith, segretario generale Partito Rivoluzionario del Popolo Lao Fronte Lao per la Costruzione Nazionale
Vietnam (bandiera) Vietnam Tô Lâm, segretario generale Partito Comunista del Vietnam Fronte della Patria Vietnamita
Sahara Occidentale (bandiera) Sahara Occidentale[108] Brahim Ghali, segretario generale Fronte Polisario
  1. Constitution of the People's Republic of China, su npc.gov.cn.
    «Nei lunghi anni di rivoluzione e costruzione, si è formato sotto la guida del Partito Comunista Cinese un ampio fronte comune che è composto dai partiti democratici e dalle organizzazioni popolari e che abbraccia tutti i lavoratori socialisti, tutti i costruttori del socialismo, tutti i patrioti che sostengono il socialismo e tutti i patrioti che si candidano per la riunificazione della patria.»
  2. John Gittings, The changing face of China: from Mao to market, Oxford University Press, 2005, ISBN 978-0-19-280612-3.
  3. Backgrounder: What does it mean to be a Party member? - Xinhua | English.news.cn, su xinhuanet.com. URL consultato il 17 maggio 2024.
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  5. (EN) Bo Xilai scandal: Timeline, in BBC News, 11 aprile 2012. URL consultato il 17 maggio 2024.
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  7. Vincenzo Zangara, IL PARTITO UNICO E IL NUOVO STATO RAPPRESENTATIVO IN ITALIA E IN GERMANIA (PDF), Zanichelli, 1938.
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    «Esistito tra il 1949 e il 1990, sul piano politico il Paese era una dittatura incentrata intorno al Partito socialista unificato (Sozialistische Einheitspartei Deutschlands – SED). Il suo territorio si estendeva nella zona della Germania occupata dall'Unione Sovietica.»
  40. La Germania Est, storia e caratteristiche della Repubblica democratica tedesca, su Geopop, 9 novembre 2023. URL consultato il 18 aprile 2026.
    «Nel Paese fu istituito un sistema socialista e il potere politico fu assunto dal SED, nato dall’unione tra i partiti comunista e socialista. I segretari politici del SED – Walter Ulbricht dal 1950 al 1971 ed Erich Honecker dal 1971 al 1989 – erano i leader assoluti del Paese. Honecker è uno dei due protagonisti (insieme al Segretario generale del Partito Comunista sovietico Leonid Brezhnev) del celeberrimo graffito noto come Fraternal Kiss dipinto su uno dei resti ancora in piedi del Muro di Berlino, che riproduce un bacio fraterno socialista scambiato tra i due politici nel 1979.»
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    «Movimento politico italiano fondato nel 1919 da B. Mussolini, giunto al potere nel 1922 e rimasto al governo dell’Italia fino al 1943.»
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    «Nel pomeriggio del 24 luglio 1943, il Gran Consiglio del fascismo, l’organo supremo del regime, si riunisce per la prima volta dopo quattro anni. Lo sbarco alleato in Sicilia ha infranto ogni residua speranza di vittoria. Il tracollo militare impone decisioni urgenti che porteranno alla caduta del Duce. Tra i gerarchi presenti alla riunione, il presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, Dino Grandi, il vecchio generale Emilio De Bono, il segretario del Partito fascista Carlo Scorza, il presidente dell’Accademia d’Italia Luigi Federzoni, Roberto Farinacci, Giuseppe Bottai e il genero del duce, Galeazzo Ciano. Durante la seduta, cominciata con un lungo intervento di Mussolini sulla disastrosa situazione militare italiana, Dino Grandi presenta un ordine del giorno che accusa il regime fascista di aver compromesso i vitali interessi della nazione portandola sull’orlo della sconfitta.»
  53. Repubblica sociale italiana - Enciclopedia, su Treccani. URL consultato il 18 aprile 2026.
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    «i nazionalisti slovacchi di monsignor Jozef Tiso e i filofascisti guidati dal sacerdote Andrej Hlinka proclamano a Bratislava il distacco dell’intera Slovacchia dalla sovranità di Praga istituendo una Repubblica autonoma sotto chiara ispirazione – e protezione – germanica.»
  73. SuperUser, Cecoslovacchia 1945-1950. Un caso di “auto-stalinizzazione”, su iconur. URL consultato il 18 aprile 2026.
    «I comunisti arrivarono preparati a quello che poi diventò “il colpo di Praga”, ossia la conquista del monopolio comunista del potere. Il gruppo dei “Moscoviti” cecoslovacchi, Klement Gottwald, Jan Šverma, Vàclav Kopecky e Rudolf Slánský, importanti dirigenti del partito, a Mosca avevano avuto modo di apprendere dalla più che ventennale esperienza della polizia sovietica, dalla Ceka fino al NKVD, i metodi per eliminare gli avversari politici, veri e attuali o anche solo potenziali e inventati.»
  74. La Primavera di Praga - Storia, su Rai Cultura. URL consultato il 18 aprile 2026.
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