Giovanni Minzoni

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Don Giovanni Minzoni

Don Giovanni Minzoni (Ravenna, 29 giugno 1885Argenta, 23 agosto 1923) è stato un prete e antifascista italiano, figura simbolo del cattolicesimo italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Giovinezza e prima guerra mondiale[modifica | modifica wikitesto]

Nato in una famiglia piccolo-borghese - il padre, dapprima ferroviere, aveva rilevato una locanda - Giovanni Minzoni entrò in seminario nel 1897 e nel 1909 fu ordinato prete. Durante gli anni del seminario ebbe modo di entrare in contatto con don Romolo Murri, subendo il fascino del modernismo teologico e avvicinandosi al movimento democratico cristiano.[1]

L'anno seguente fu nominato cappellano ad Argenta. Animato da totale amore per la Chiesa e dotato di acuta sensibilità per i problemi sociali, si interessò subito alla vita politica e civile del paese. Guardava, in particolare, con vicinanza le istanze dei lavoratori, che in quegli anni si andavano coagulando attorno alle nascenti Camere del Lavoro.[1] Nel 1912 lasciò Argenta per studiare alla Scuola Sociale della diocesi di Bergamo, dove si addottorò nel 1914.

Alla morte del parroco di Argenta nel gennaio 1916 fu designato a succedergli, ma nell'agosto successivo fu chiamato alle armi per prestare servizio nella prima guerra mondiale. Inizialmente operò in un ospedale militare di Ancona, ma successivamente chiese di essere inviato al fronte: vi giunse come tenente cappellano del 255º reggimento fanteria della brigata Veneto.[1] Durante la battaglia del Piave, dimostrò un coraggio tale da essere decorato sul campo con la medaglia d'argento al valore militare.

I contrasti con il regime fascista[modifica | modifica wikitesto]

Al termine del conflitto tornò ad Argenta e divenne parroco di San Nicolò.[1] Qui si dedicò a tradurre in pratica i presupposti del cattolicesimo sociale, tanto nei confronti dei ragazzi quanto a beneficio delle classi lavoratrici. Promosse la costituzione di cooperative di ispirazione cattolica tra i braccianti e le operaie del laboratorio di maglieria.[1] In ambito educativo promosse inoltre il doposcuola, il teatro parrocchiale, la biblioteca circolante, i circoli maschile e femminile.[1] Grazie all'incontro con don Emilio Faggioli, già fondatore nell'aprile del 1917 del gruppo scout «Bologna I», e poi assistente ecclesiastico regionale dell'ASCI, don Minzoni si convinse della validità dello scautismo, per cui decise di fondare un gruppo scout nella propria parrocchia.

Nel ferrarese in quegli anni si respirava un clima da guerra civile: il 20 dicembre 1920 si erano registrati sei morti nel corso dell'eccidio del Castello Estense. Il 17 aprile 1921 fu vittima dello squadrismo fascista il sindacalista socialista Natale Gaiba, consigliere comunale ad Argenta e amico di Don Minzoni. Questo e molti altri episodi convinsero il sacerdote a ad opporsi esplicitamente al fascismo già prima della marcia su Roma, e a manifestare vicinanza alle vittime dello squadrismo, anche a quelle di matrice socialista.[1]

L'educazione dei giovani era al centro delle sue preoccupazioni pastorali; la sua indubbia capacità organizzativa rese così stentatissima la costituzione ad Argenta dell'Opera Nazionale Balilla[L'ONB è successiva alla morte, di 3 anni].[1] Contrastò inoltre l'istituzione dell'Avanguardia giovanile fascista. Combattuto tra la preoccupazione di non acuire la conflittualità in un contesto già profondamente diviso e il desiderio di testimoniare le proprie convinzioni democratiche e religiose, don Minzoni attese l'aprile 1923 per rendere esplicita la propria adesione al Partito Popolare Italiano.[1] Divenne in tal modo il punto di riferimento degli antifascisti di Argenta.

L'8 luglio 1923 don Emilio Faggioli fu invitato nel teatro parrocchiale di Argenta a tenere una conferenza sulla validità educativa dello scautismo. "Attraverso questo tirocinio e disciplina della volontà e del corpo", affermò don Faggioli, "noi intendiamo formare degli uomini di carattere". Dalla galleria lo interruppe allora il segretario del fascio di Argenta "C'è già Mussolini...!". Monsignor Faggioli riprese il suo intervento spiegando all'uditorio che lo scautismo agisce sopra e al di fuori delle fazioni politiche. "Vedrete da oggi lungo le vostre strade i giovani esploratori col largo cappello e il giglio sopra il cuore. Guardate con simpatia questi ragazzi che percorreranno cantando la larga piazza d'Argenta." "In piazza non verranno!" esclamò ancora il segretario del fascio. Gli rispose allora don Minzoni stesso: "Finché c'è don Giovanni, verranno anche in piazza!". L'applauso dei giovani troncò il dialogo[2]. Gli oltre settanta iscritti al gruppo degli esploratori cattolici di Argenta erano una realtà, e le minacce non erano servite al loro scopo.

Non tardò il tentativo del console della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale Raul Forti, originario di Argenta, di portare don Minzoni nel proprio campo: facendo leva sui suoi trascorsi militari, gli propose infatti di diventare cappellano militare della MVSN[3]. Don Minzoni rifiutò[1] adducendo come motivazione la presenza di molti ex comunisti nei ranghi della milizia fascista[4].

L'omicidio[modifica | modifica wikitesto]

La sera del 23 agosto 1923, mentre stava rientrando nella canonica in compagnia del giovane parrocchiano Enrico Bondanelli, don Giovanni Minzoni fu vittima di un agguato teso da alcuni squadristi facenti capo al futuro Console della milizia Italo Balbo: venne colpito alle spalle con sassi e bastoni[5] e ucciso con una forte bastonata alla nuca. Poco prima della morte Don Minzoni aveva scritto:

« a cuore aperto, con la preghiera che mai si spegnerà sul mio labbro per i miei persecutori, attendo la bufera, la persecuzione, forse la morte per il trionfo delle causa di Cristo »

Si era realizzata la preghiera fatta a Dio prima di partire per la guerra:

« Prego Iddio che mi faccia morire compiendo sino all'ultimo momento il mio dovere di sacerdote e italiano, felice di chiudere il mio breve periodo di vita in un sacrificio supremo »

Responsabilità della morte[modifica | modifica wikitesto]

Come voleva la dirigenza fascista ferrarese, le ricerche sui responsabili dell'omicidio furono archiviate nel novembre 1923[1]. L'anno successivo - sull'onda dello scandalo politico provocato dal delitto Matteotti - i quotidiani Il Popolo e La Voce Repubblicana ritornarono sull'episodio denunciando Italo Balbo quale presunto mandante. "La Voce Repubblicana aveva pubblicato un pesante attacco a Balbo sul piano personale e politico, accusandolo di corresponsabilità nell'omicidio."[6]: quest'ultimo giornale in particolare pubblicò alcuni documenti riguardanti ordini da lui impartiti di bastonature di antifascisti e sue pressioni sulla magistratura[7] Nel 1924 Balbo, divenuto nel frattempo Console della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN), a seguito di tali rivelazioni fu costretto a dimettersi dalla carica[8], perdendo la causa per diffamazione da lui intentata al quotidiano e condannato a pagare le spese processuali.

Nel dicembre 1924 fu riaperta l'inchiesta sul delitto. Il 14 luglio 1925 fu aperto un nuovo processo presso la corte di assise di Ferrara, che giunse a conclusione due settimane dopo, il 1º agosto 1925, in un clima di esplicita intimidazione di giornalisti e testimoni. Nell'ambito di questo processo, fu accertato in tribunale che il colpo mortale era stato inferto con un comune bastone da passeggio[9]. Nonostante le tre condanne chieste dalla pubblica accusa, tutti gli imputati vennero assolti all'unanimità dai dodici giudici popolari[1][10][5].

Nel 1946 la Corte di cassazione annullò il secondo processo e l'anno successivo ne fu istruito un terzo, nuovamente presso la Corte di Assise di Ferrara[1]. Quest'ultimo processo si concluse con la condanna per omicidio preterintenzionale degli imputati superstiti, che comunque furono scarcerati per sopravvenuta amnistia.[1]

Memoria e riconoscimenti[modifica | modifica wikitesto]

A sessant'anni dalla morte, nel 1983 le spoglie di don Minzoni furono traslate dal cimitero monumentale di Ravenna alla chiesa di San Nicolò di Argenta, dove furono inumate alla presenza, tra gli altri, del presidente del Senato Francesco Cossiga.[5] Nell'occasione Giovanni Paolo II scrisse:

« Don Minzoni morì "vittima scelta" di una violenza cieca e brutale, ma il senso radicale di quella immolazione supera di gran lunga la semplice volontà di opposizione ad un regime oppressivo, e si colloca sul piano della fede cristiana. Fu il suo fascino spirituale, esercitato sulla popolazione, sulle forze del lavoro ed in particolare sui giovani, a provocare l'aggressione, si volle stroncare soprattutto la sua azione educativa diretta a formare la gioventù per prepararla nel contempo ad una solida vita cristiana e ad un conseguente impiego per la trasformazione della società. Per questo gli Esploratori Cattolici sono a lui debitori. »
(Papa Giovanni Paolo II, Lettera all'Arcivescovo di Ravenna in occasione del 60º della morte di don Minzoni)

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Medaglia d'argento al valore militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'argento al valore militare
«Instancabile nella sua missione pietosa di confortar feriti, di aiutare i morenti durante il combattimento, impugnato il fucile e messosi alla testa di una pattuglia di arditi si slanciava all'assalto contro un nucleo nemico, faceva numerosi prigionieri e liberava due nostri militari di altro corpo precedentemente catturati".»
— Piave giugno 1918
Croce al merito di guerra - nastrino per uniforme ordinaria Croce al merito di guerra
Medaglia commemorativa italiana della vittoria - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa italiana della vittoria

Commemorative Italian-Austrian war medal BAR.svg Medaglia commemorativa della guerra 1915-918 per il compimento dell'unità d'Italia,

Medaglia a ricordo dell'Unità d'Italia BAR.svg Medaglia a ricordo dell'Unità d'Italia 1848-1918 (regio decreto 19 ottobre 1922, n.1229)

Cavaliere OCI BAR.svg Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g h i j k l m n Preti 2010
  2. ^ Don Annunzio Gandolfi, "L'Esploratore", ASCI, ottobre 1973.
  3. ^ Vincenzo Caputo, p. 84
  4. ^ Vincenzo Caputo, p. 84
  5. ^ a b c Uber Dondini, La salma di don Minzoni trasferita da Ravenna alla chiesa di Argenta, in La Stampa, 4 ottobre 1983.
  6. ^ Rochat 1986, p. 103.
  7. ^ In quel processo emerse una lettera indirizzata da Balbo a Tommaso Beltrami, uno dei capi dello squadrismo ferrarese: "A quel prete [Don Minzoni, n.d.r.] dategli delle bastonate di stile. E se il questore e il prefetto vi rompono i coglioni, io scrivo a Roma.", in Cade nel vuoto il tentativo missino di riabilitare i killer di don Minzoni, in La Repubblica, 12 febbraio 1992..
  8. ^ Candeloro 2002, p. 91.
  9. ^ Vincenzo Caputo, p. 82
  10. ^ Tagliaferri 1993, p.284

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autorità VIAF: (EN67366837 · LCCN: (ENnr89006877 · SBN: IT\ICCU\CFIV\009851 · ISNI: (EN0000 0000 8077 6546 · BNF: (FRcb12045042d (data)