Conferenza di Jalta

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Conferenza di Jalta
Argonaut
The Yalta Conference, February 1945 NAM234.jpg
Churchill, Roosevelt e Stalin a Jalta.
Tema Creazione di un sistema di pace mondiale, assetto postbellico dell'Europa dopo la sconfitta della Germania nazista, prosecuzione della guerra in Estremo Oriente
Partecipanti Iosif Stalin, Franklin Delano Roosevelt e Winston Churchill
Apertura 4 febbraio 1945
Chiusura 11 febbraio 1945
Stato URSS URSS
Località Jalta
Esito Stipula di diversi accordi
Left arrow.svg   Conferenza di Teheran Conferenza di Potsdam   Right arrow.svg

La conferenza di Jalta fu un vertice tenutosi dal 4 all'11 febbraio 1945 presso Livadija (3 km a ovest di Jalta), in Crimea, durante la Seconda guerra mondiale, nel quale i capi politici dei tre principali paesi Alleati presero alcune decisioni importanti sul proseguimento del conflitto, sull'assetto futuro della Polonia, e sull'istituzione dell'Organizzazione delle Nazioni Unite. La conferenza era identificata nei documenti segreti con il nome in codice "Argonaut".

I tre protagonisti furono Franklin Delano Roosevelt, Winston Churchill e Iosif Stalin, capi rispettivamente dei governi degli Stati Uniti d'America, del Regno Unito e dell'Unione Sovietica.

Lo svolgimento della famosa conferenza e le decisioni politico-diplomatiche che furono raggiunte hanno dato luogo ad accese controversie in sede di analisi storiografica e di polemica politica internazionale. Per alcuni considerata l'origine della Guerra fredda e della divisione dell'Europa in blocchi contrapposti a causa soprattutto dell'aggressivo espansionismo sovietico, la conferanza di Jalta, secondo altri analisti, politici e storici rappresentò invece l'ultimo momento di reale collaborazione tra le tre Grandi potenze vincitrici della seconda guerra mondiale, i cui risultati sarebbero stati vanificati soprattutto a causa di una serie di decisioni prese da parte occidentale, e di situazioni verificatesi nei mesi seguenti del 1945[1].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

L'incontro si tenne in Crimea, nel Palazzo di Livadija, vecchia residenza estiva di Nicola II a Jalta, fra il 4 e l'11 febbraio 1945, pochi mesi prima della sconfitta della Germania nazista nel conflitto mondiale. Esso fu il secondo ed il più importante di una serie di tre incontri fra i massimi rappresentanti delle grandi potenze alleate, iniziati con la Conferenza di Teheran (28 novembre – 1º dicembre 1943) e conclusisi con la Conferenza di Potsdam (17 luglio-2 agosto 1945).

Contenuto degli accordi[modifica | modifica wikitesto]

Nel dettaglio, gli accordi ufficialmente raggiunti a Jalta inclusero:

  • una dichiarazione in cui si affermava che l'Europa era libera, e che invitava allo svolgimento di elezioni democratiche in tutti i territori liberati dal giogo nazista;
  • la proposta di una conferenza (da tenere nell'aprile 1945 a San Francisco) in cui discutere l'istituzione di una nuova organizzazione mondiale, le Nazioni Unite (ONU); in particolare a Jalta si considerò l'istituzione del Consiglio di sicurezza;
  • lo smembramento, il disarmo e la smilitarizzazione della Germania, visti come "prerequisiti per la pace futura"; lo smembramento (che prevedeva che USA, URSS, Regno Unito e Francia gestissero ciascuno una zona di occupazione) doveva essere provvisorio, ma si risolse nella divisione della Germania in est ed Ovest che finì solo nel 1989;
  • furono fissate delle riparazioni dovute dalla Germania agli Alleati, nella misura di 22 miliardi di dollari;
  • in Polonia si sarebbe dovuto insediare un "governo democratico provvisorio", che avrebbe dovuto condurre il paese a libere elezioni nel più breve tempo possibile;
  • riguardo alla Jugoslavia, fu approvato l'accordo fra Tito e Šubašić (capo del governo monarchico in esilio), che prevedeva la fusione fra il governo comunista e quello in esilio;
  • i sovietici avrebbero dichiarato guerra al Giappone entro tre mesi dalla sconfitta della Germania; in cambio avrebbero ricevuto la metà meridionale dell'isola di Sachalin, le isole Curili e avrebbero visti riconosciuti i loro "interessi" nei porti cinesi di Port Arthur e Dalian;
  • tutti i prigionieri di guerra sovietici sarebbero stati rimandati in URSS, indipendentemente dalla loro volontà.

Inoltre in Romania e Bulgaria furono insediate delle Commissioni Alleate per governare tali Paesi, appena sconfitti. Nella relazione finale venne inserito l'impegno a garantire che tutti i popoli potessero scegliere i propri governanti, impegno palesemente disatteso nei decenni successivi.

La conferenza di Jalta nella storiografia[modifica | modifica wikitesto]

Gran parte delle decisioni prese a Jalta ebbero profonde ripercussioni sulla storia mondiale fino alla caduta dell'Unione Sovietica nel 1991. Per quanto, nei mesi immediatamente successivi, sovietici ed anglo-americani proseguissero con successo la loro lotta comune contro la Germania nazista e l'Impero giapponese, molti storici hanno considerato la conferenza di Jalta il preludio della Guerra fredda.

Ancora oggi, nei manuali di storia la conferenza di Jalta viene descritta come l'evento epocale in cui i tre leader mondiali si spartirono l'Europa in sfere d'influenza, benché fosse già chiaro, sulla base dell'andamento militare del conflitto, che l'Unione Sovietica sarebbe stata potenza dominante nell'Europa Orientale e Centrale. Tale stato di cose era stato deciso prima dalle vittorie sovietiche sui campi di battaglia del Fronte orientale nel 1942-1944, poi dall'incapacità o non volontà degli Alleati di aprire un reale secondo fronte fino al sbarco in Normandia del giugno 1944. Altri studiosi invece ritengono che si debba far riferimento agli accordi raggiunti alla Conferenza di Teheran nel novembre 1943, cui seguirono quelli presi a Mosca nell'ottobre del 1944, come vero inizio della divisione del mondo in blocchi contrapposti[2]

Per Sergio Romano[3] furono tre le ragioni che hanno creato il "mito di Jalta":

  1. Uno scritto del 1958 di Charles de Gaulle, che recita: La sovietizzazione dell'Europa Orientale non era che la conseguenza fatale di quanto era stato convenuto a Jalta. Il generale francese Charles de Gaulle fu profondamente irritato per non essere stato invitato a Jalta.
  2. Il partito repubblicano americano dell'epoca, per vocazione anti-rooseveltiano. In opposizione al Presidente degli Statti Uniti, questo partito sostenne che Franklin Delano Roosevelt abbia presenziato al vertice già stanco e malato, e quindi si sia lasciato convincere da Stalin a cedergli la metà dell'Europa.
  3. La propensione dell'uomo a trovare sempre un unico fatto che spieghi tutto, un'unica causa degli eventi, quando invece «le vicende storiche sono il risultato di una molteplicità di fattori che sfuggono quasi sempre al loro controllo».[3]

Le valutazioni storiografiche sulla conferenza in Crimea sono state fin dall'epoca dei fatti ampiamente discordanti.

Il giornalista e storico italiano Indro Montanelli ha pesantemente criticato le conclusioni della conferenza di Jalta[4].

« Su Jalta non si è mai smesso di discutere. Gli ammiratori di Roosevelt - e sono tanti, non solo in America - sostengono che a Jalta, poi, in fondo non successe nulla. Non è vero, essi dicono, che l'Occidente "vendette" alla Russia mezza Europa: a prendersela aveva già provveduto l'Armata Rossa. Ed è vero. Ma è altrettanto vero che Jalta, contentandosi di un generico impegno di Stalin a rispettare la volontà dei popoli, gli diede via libera e "regalò", come ha scritto Will, "alle baionette sovietiche una rispettabile fodera di pergamena. »

Proseguiva:

« Roosevelt aveva salvato l'Europa dal nazismo: nessuno potrà mai disconoscergli questo merito. Ma lo aveva fatto per odio del nazismo, non per amore dell'Europa. Detestava il vecchio continente, Inghilterra compresa, non vedeva l'ora di ridimensionarlo a un ruolo di comprimario spogliandolo dei suoi possedimenti coloniali, ed era pronto a sacrificarlo - come fece - all'ingordigia di terre e di dominio del satrapo sovietico, per il quale stravedeva. C'è da chiedersi se avrebbe potuto resistergli: la bomba atomica non era ancora scoppiata. Ma è accertato che non fece nemmeno il tentativo. Qualcuno dice che non ne aveva più la forza, malato com'era (morì due mesi dopo). Ma prove di fermezza non ne aveva date nemmeno prima, nemmeno quando i sovietici avevano calato il sipario, o meglio il sudario, sulla Polonia, sottraendola anche allo sguardo dell'Occidente. »

Montanelli concludeva con la seguente constatazione:

« ...basta essere onesti per riconoscere che con essi l'Occidente si arrese all'Unione Sovietica consentendole di accaparrarsi mezza Europa e di spegnervi quelle libertà, per difendere le quali esso era sceso in guerra contro il nazismo. Nessuno può negare né sminuire l'importanza di Jalta. Essa fu una tappa e una svolta nella storia di questo secolo. È giusto, a quarant'anni di distanza, ricordarla. I sovietici, come un fasto. Noi occidentali, come un lutto. »

Questa tesi storiografica è tuttora condivisa e articolata da altri storici, come il giornalista britannico Paul Johnson[5], e intellettuali di area conservatrice anglosassone, ad esempio Ann Coulter.

Joachim Fest ha ugualmente criticato Roosevelt[6],

« Jalta...fu certo un tradimento, il tradimento di metà dell'Europa. E una leggenda. Di cui nel dopoguerra dell'Europa divisa, alcuni statisti, come il generale de Gaulle, furono propagandisti assidui... È la questione chiave: quel compromesso tra le democrazie occidentali e Stalin non era inevitabile. Washington e Londra non erano obbligate dalla situazione a cedere al Cremlino l'intera Europa orientale. A guerra in corso avevano ancora in pugno un formidabile strumento di pressione: le forniture militari soprattutto americane, senza cui l'Armata rossa non avrebbe potuto combattere e avanzare. Se solo avessero minacciato il blocco delle forniture, la Storia avrebbe forse preso un corso diverso. Non lo fecero, per cecità. Non capisco come fu così cieco anche Churchill. »

A queste interpretazioni fortemente critiche dell'andamento e delle conclusioni della conferenza si contrappongono le valutazioni di altre correnti storiografiche. Andrea Graziosi afferma che il comportamento di Roosevelt è forse criticabile per la sua passiva accettazione delle richieste sovietiche riguardo l'Europa orientale e la Polonia in particolare, ma lo storico evidenza come la realtà concreta sul terreno, con l'Armata Rossa che occupava militarmente quei territori, rendesse problematico porre intralci all'azione di Stalin. La situazione in Europa era stata determinata dall'andamento della guerra e dal ruolo decisivo dell'Armata Rossa che dal 1941 al 1945 aveva svolto il ruolo preponderante nella lotta contro la Germania nazista[7].

Henry Kissinger, in: "L'arte della diplomazia", evidenzia come al momento dei fatti nei circoli politici e nell'opinione pubblica occidentale non ci fosse affatto preoccupazione per l'espansionismo sovietico; al contrario dopo la conferenza predominò un grande ottimismo, il presidente Roosevelt apparve pienamente soddisfatto ed espresse al Congresso la sua convinzione che fossero state poste le basi di un'era di "pace permemente" che avrebbe superato definitivamente i concetti diplomatici classici dell'equilibrio delle forze e delle sfere d'influenza[8]. Paradossalmente la preoccupazione principale dei dirigenti statunitensi in questo periodo era che una malattia o un evento imprevisto accadesse a Stalin e privasse l'Unione Sovietica della sua guida[8]. I dirigenti americani erano sicuri di aver trovato in Stalin un "capo moderato", in grado di "comportarsi ragionevolmente" e che "non avrebbe creato complicazioni"[8]. Si temevano al contrario i cosiddetti "duri" del Cremlino che avrebbero potuto sostituire in futuro Stalin e dimostrarsi molto meno "ragionevoli"[8].

Mihail Geller e Aleksandr Nekrič ribadiscono che solo con la forza e un nuovo conflitto militare le potenze occidentali avrebbero potuto contendere i territori dell'Europa orientale che l'Armata Rossa aveva ormai saldamente occupato nel febbraio 1945. In questa situazione essi ritengono che Roosevelt realisticamente considerò preferibile consolidare la collaborazione con Stalin e l'Unione Sovietica per due scopi principali: garantire una pace permanente nel mondo del dopoguerra e ottenere l'aiuto sovietico nella guerra contro il Giappone[9]. Il presidente americano sarebbe stato molto meno interessato alla sorte dei popoli orientali[9], per i quali egli peraltro, secondo lo storico statunitense John L. Harper, provava poca comprensione, essendo stati essi alleati della Germania nazista durante il conflitto[10]. Roosevelt inoltre era anche poco propenso ad aiutare la Polonia, il cui comportamento egoistico prima del 1939 egli aveva criticato fortemente[10].

Giuseppe Boffa, nella sua "Storia dell'Unione Sovietica", valuta in modo sostanzialmente positivo le conclusioni della conferenza di Jalta; egli afferma che le discussioni raggiunsero risultati concreti e consolidarono la "Grande Alleanza", permettendo di concludere vittoriosamente la guerra e distruggere definitivamente il Nazismo[11]. Egli afferma inoltre che tutte e tre le grandi potenze, compresa l'Unione Sovietica, fecero importanti concessioni. In ultima analisi anche Boffa afferma che i risultati della conferenza rifletterono "i mutamenti reali e profondi che la guerra aveva provocato nei rapporti di forza mondiali"[11].

Giorgio Vitali, nella sua biografia di Roosevelt, cerca di chiarire il comportamento del presidente a Jalta; l'autore sottolinea come il principale interesse di Roosevelt risiedesse nella definizione dei caratteri della nuova Organizzazione delle Nazioni Unite in cui egli vedeva il pilastro su cui fondare e mantenere l'assoluta supremazia globale americana[12]. Su questo argomento egli di fatto ottenne il consenso di Stalin che già in precedenza aveva approvato in linea di principio le decisioni di politica economica di Bretton Woods che sancivano concretamente il predominio planetario degli Stati Uniti. Il secondo punto decisivo per Roosevelt era il concorso dell'Unione Sovietica alla guerra con il Giappone; privo di certezza sull'efficacia della bomba atomica, il presidente doveva affidarsi al parere dei suoi esperti militari, come il generale Douglas MacArthur, che ritenevano essenziale per limitare le perdite e affrettare la vittoria nel Pacifico, l'intervento in Manciuria di un grande esercito sovietico[13]. In conclusione, secondo Vitali, Roosevelt si sarebbe comportato a Jalta in modo freddamente realistico: egli avrebbe mirato ad un mondo "equamente spartito fra due sole potenze egemoni, Stati Uniti e Unione Sovietica", in cui l'organizzazione delle Nazioni Unite e la schiacciante superiorità economica avrebbe garantito una pax americana; a questo scopo diveniva inutile accentuare i contrasti con i sovietici sull'Europa, liberata dai suoi "piccoli, barbari, dittatori", o assecondare il conservatorismo britannico, la cui politica colonialista Roosevelt aveva sempre aspramente criticato[14].

Le scelte politiche e le azioni di Stalin nella conferenza sono state analizzate da molti autori; Gianni Rocca ritiene che il dittatore sovietico mirasse con assoluta priorità a garantire per un lungo periodo di tempo la sicurezza dell'Unione Sovietica, garantendosi un ampio territorio di influenza diretta sostenuto dai suoi eserciti; egli rinunciava in questo modo sia a intraprendere una lotta rivoluzionaria mondiale sia a rafforzare e perpetuare una solida alleanza con le potenze occidentali[15]. Rocca afferma peraltro che Stalin non si sottrasse al clima amichevole tra i tre grandi e manifestò esplicitamente la speranza di un mantenimento della Grande Alleanza anche dopo la fine della guerra[16].

L'autorevole storica statunitense Diane Shever Clemens, autrice di uno degli studi più completi ed equilibrati dedicati alla conferenza, afferma, in contrasto con le interpretazioni degli storici conservatori, che in realtà il cosiddetto "spirito di Jalta", messo rapidamente da parte dai politici anglosassoni, avrebbe potuto assicurare un periodo di pace e collaborazione amichevole tra le grandi potenze vincitrici della seconda guerra mondiale[17]. La Clemens afferma nelle sue conclusioni che il mondo della Guerra fredda non fu una conseguenza di Jalta ma al contrario sorse in contrasto con le scelte politiche delineate nella conferenza in Crimea[17].

L'autrice assegna la responsabilità di aver messo da parte lo "spirito di Jalta", soprattutto ai dirigenti politici anglo-americani; mentre nella conferenza Roosevelt, Churchill e i loro collaboratori ricercarono e in gran parte trovarono soluzioni di compromesso che salvaguardavano il prestigio e gli interessi dell'Unione Sovietica, assegnandogli il giusto riconoscimento per l'enorme contributo alla vittoria, successivamente i politici statunitensi rimisero in discussione le principali intese raggiunte[18]. La Clemens afferma che furono gli americani che nei mesi dopo Jalta, cercarono di modificare le clausole sulle zone di occupazione in Germania, cambiarono il loro punto di vista sugli accordi raggiunti sulla Polonia, intralciarono e bloccarono gli accordi sulle riparazioni[18]. Furono queste azioni politiche che, secondo la Clemens, indussero Stalin a sua volta a reagire con misure unilaterali[18]. La Clemens conclude che Roosevelt e Churchill furono in grado a Jalta di mettere da parte atteggiamenti moralistici antisovietici e complessi di superiorità e quindi riuscirono per un breve momento a sviluppare una proficua cooperazione; abbandonando gli accordi di Jalta, i dirigenti americani, temendo che i sovietici cercassero di prendere vantaggi "a spese degli Stati Uniti", "formularono una previsione che fecero di tutto per far realizzare"[19].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ D. S. Clemens, Yalta, pp. 351-353.
  2. ^ R. Crockatt, Cinquant'anni di Guerra fredda, pp. 67-70.
  3. ^ a b Sergio Romano, Il mito di Jalta e la storia della Guerra fredda, «Corriere della Sera», 2006.
  4. ^ Jalta, 4 febbraio 1985, editoriale sul «Giornale». Ora in Indro Montanelli: La stecca nel coro. 1974-1994: una battaglia contro il mio tempo, a cura di Eugenio Melani, pp. 305-307
  5. ^ Great, yes, but not the greatest. Paul Johnson reviews Franklin Delano Roosevelt by Conrad Black, 24 novembre 2003, «The Daily Telegraph»
  6. ^ Così l'Europa finì divisa, 28 gennaio 2005, editoriale sulla «Repubblica», p. 45.
  7. ^ A. Graziosi, L'URSS di Lenin e Stalin, p. 553.
  8. ^ a b c d H. Kissinger, L'arte della diplomazia, p. 319.
  9. ^ a b M. Geller/A. Nekrič, Storia dell'URSS, p. 487.
  10. ^ a b J. L. Harper, La Guerra fredda, p. 55.
  11. ^ a b G. Boffa, Storia dell'Unione Sovietica, vol. 3, p. 287.
  12. ^ G. Vitali, Franklin Delano Roosevelt, pp. 317-320.
  13. ^ G. Vitali, Franklin Delano Roosevelt, pp. 321-323.
  14. ^ G. Vitali, Franklin Delano Roosevelt, pp. 324-325.
  15. ^ G. Rocca, Stalin. quel "meraviglioso georgiano", p. 335.
  16. ^ G. Rocca, Stalin. quel "meraviglioso georgiano", pp. 337-338.
  17. ^ a b D. S. Clemens, Yalta, p. 353.
  18. ^ a b c D. S. Clemens, Yalta, p. 352.
  19. ^ D. S. Clemens, Yalta, pp. 351-352.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Edward R. Stettinius jr., Roosevelt and the Russians: The Yalta Conference, Doubleday, Garden City, 1949
  • Arthur Conte, Jalta o la spartizione del mondo, trad. di Maria Sgarzi, Gherardo Casini Editore, Roma, 1968
  • Andrè Fontaine, Storia della guerra fredda, 2 volumi: 490pp. e 588pp., trad. di R. Dal Sasso, Il Saggiatore, Milano, 1968-1971
  • Nikolai Tolstoy, Victims of Yalta, Hodder & Stoughton, London, 1974; Victims of Yalta. The Secret Betrayal of the Allies 1944-1947, Pegasus Books, 2013, ISBN 978-1-60598-454-4
  • Diane Shaver Clemens, Yalta (Yalta, Oxford University Press, New York, 1970), trad. Manuela Disegni, XII-401 pp., Collana Piccola Biblioteca n.254, Einaudi, Torino, 1975
  • Da Jalta a Fulton. Le origini della guerra fredda nella corrispondenza dei tre Grandi, a cura di Giorgio Gattei, Collana Strumenti n.37, La Nuova Italia, Firenze, 1975
  • Russell D. Buhite, Decisions at Yalta: An Appraisal of Summit Diplomacy, Scholarly Resources, Wilmington, 1986
  • Paul Kennedy, Ascesa e declino delle grandi potenze, Garzanti Libri, Milano, 1989
  • Pierre Lellouche, Il Nuovo Mondo. Dall'ordine di Jalta al disordine delle nazioni, Collana Grandangolo, Il Mulino, Bologna, 1994 ISBN 978-88-15-04515-7
  • Henry Kissinger, L'arte della diplomazia, trad. di G. Arduin, Collana Saggi, Sperling & Kupfer, Milano, 1996-2014 ISBN 978-88-200-2099-6
  • Jost Dülffer, Jalta, 4 febbraio 1945. Dalla guerra mondiale alla guerra fredda, trad. di E. Morandi, Collana Biblioteca Storica, Il Mulino, Bologna, 1999 ISBN 978-88-15-07260-3
  • William I. Hitchcock, Il Continente diviso. Storia dell'Europa dal 1945 a oggi, trad. di C. Corradi, Collana Saggi n.23, Carocci, Roma, 2003 ISBN 978-88-430-2717-0
  • Ann Coulter, Tradimento. Come la sinistra liberal sta distruggendo l'America, 357 pp., Rizzoli, Milano, 2004
  • John Lewis Gaddis, La guerra fredda. Cinquant'anni di paura e speranza, Collezione Le Scie, Mondadori, Milano, 2005; Collana Oscar Storia, Milano, 2008 ISBN 978-88-04-58084-3
  • Eric Alterman, When Presidents Lie: A History of Official Deception and its Consequences, Viking, New York, 2004
  • David Reynolds, From World War to Cold War: Churchill, Roosevelt, and the International History of the 1940s, Oxford University Press, Oxford, 2006
  • David Reynolds, Summit. I sei incontri che hanno segnato il Ventesimo secolo (Summits. Six Meetings that Shaped the Twentieth Century, 2007), trad. di Francesco Zago, Collana Storica, Corbaccio, Milano, 2009 ISBN 978-88-7972-958-1
  • Federico Romero, Storia della guerra fredda. L'ultimo conflitto per l'Europa, Einaudi, Torino, 2009 ISBN 978-88-06-18829-0
  • Keith Lowe, Il Continente selvaggio. L'Europa alla fine della Seconda Guerra Mondiale (Savage Continent. Europe in the Aftermath of World War II, Penguin Books, London, 2012), trad. di Michele Sampaolo, Collana I Robinson.Letture, Laterza, Roma-Bari, 2013 ISBN 978-88-581-0515-3
  • Fraser J. Harbutt, Yalta 1945: Europe and America at the Crossroads, Cambridge University Press, 2014 ISBN 0-521-67311-9

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