Caduta del comunismo in Albania

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1leftarrow blue.svgVoce principale: Storia dell'Albania.

La caduta del comunismo in Albania è iniziata nel dicembre del 1990 con manifestazioni studentesche[1][2] e si concluse nella prima metà del decennio.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Nella Repubblica Popolare Socialista d'Albania, Enver Hoxha aveva governato per quattro decenni con il pugno di ferro. Tra il 1945 e il 1990 furono condannati a morte mediante fucilazione, impiccagione o altro circa 5.150 uomini e 450 donne[3]. Inoltre furono incarcerati 34.145 persone tra cui 1.000 morti in carcere per i continui maltrattamenti. Ancora oggi molte famiglie stanno cercando i resti dei loro cari[3]. La storia che conoscono in pochi inizia durante l’occupazione italiana degli anni ’40, quando Mussolini stava tentando la colonizzazione dell’Albania. Fu in quel periodo che nacque il Movimento di Liberazione Nazionale con il relativo esercito formato da partigiani e partigiane di nazionalità albanese e italiana. Guidato dal neonato Partito Comunista, il Fronte di Liberazione Nazionale sconfisse le armate tedesche e tutto quello che restava del fascismo e del nazismo cessò di esistere a favore del primo governo democratico proclamato il 28 novembre 1944 (anniversario dell’inidipendenza nazionale, festeggiato ancora oggi).

A capo di questo nuovo governo il Partito Comunista, il cui leader, Enver Hoxha, si era fatto lentamente strada affermando con fermezza la sua ideologia stalinista. Nato a Gjirokastro e con alle spalle studi all’estero, Hoxha seguì fin da subito il modello politico sovietico che aveva approfonditamente studiato durante un prolungato soggiorno in Russia. Una volta al potere Hoxha attuò delle riforme che riguardarono la costituzione di un sistema sociale di tipo stalinista, quindi abolì la proprietà privata, nazionalizzò le industrie, effettuò la riforma agraria e si occupò dell’istruzione e della sanità, il tutto per far sì che l’Albania si avviasse ad essere una nazione socialista indipendente in grado di produrre a sufficienza per ridurre al minimo le importazioni di materie prime.

Parallelamente diede inizio anche ad un meccanismo di repressione forzata che divenne sempre più violento e truce nei confronti di ogni libertà di espressione e di pensiero.

Vietò il culto religioso, di qualsiasi forma o credo; professare una religione, possedere libri o oggetti religiosi, persino chiamare i propri figli con un nome religioso era reato pena la reclusione fino a 10 anni. Confiscò chiese, cattedrali, moschee e sinagoghe che trasformò in musei, uffici statali o che fece abbattere. Dopo anni di lotta contro il culto che costò la libertà e la vita a molte persone, dichiarò che l’Albania era il primo e unico paese completamente ateo a favore di una visione scientifico-materialista del mondo.

Tutti dovevano appoggiare il regime, contribuire attivamente e positivamente allo sviluppo della nazione, anche se di sviluppo se ne vedeva ben poco. Il popolo era povero, malnutrito, spaventato e non poteva esprimere i propri pensieri in nessun modo. Il cibo era razionato, le feste religiose soppresse e sostituite con festività nazionali prive di fondamenti religiosi, tutti erano iscritti al partito e ne dovevano elodere le gesta, a scuola gli insegnanti facevano propaganda spiegando ai bambini quanto fossero fortunati a vivere in un paese così ricco e forte come l’Albania.

Arte, musica, letteratura, spettacolo erano controllati e pilotati dal regime, tutte le forme di comunicazione erano manipolate per far vedere una facciata prospera, potente e ricca del paese e per mettere in cattiva luce il mondo occidentale.

Hoxha aveva una vera e propria ossessione dell’occidente che considerava il nemico numero uno e che tentava di allontanare e screditare con tutti i mezzi possibili. Durante quegli anni si poteva guardare solo ed esclusivamente la televisione di stato che trasmetteva programmi di propaganda politica e sociale a favore del regime. I televisori dell’epoca infatti avevano un pulsante solo.

Ma ben presto il popolo scoprì che girando l’antenna in un determinato modo, poteva prendere le emittenti televisive italiane, la Rai in primis e i canali Mediaset in un secondo tempo. È per questo che tutti gli albanesi che hanno più di 30 anni parlano italiano; l’hanno imparato con i nostri programmi televisivi: Sanremo, Domenica in, i quiz di Mike Bongiorno e i sabato sera con Celentano e la Carrà.

Ovviamente girare l’antenna verso l’Italia era un’operazione vietata che si faceva con l’accordo dei vicini di casa, in modo da essere certi che nessuno avrebbe fatto la spia. Un fatto del genere, se scoperto dalla polizia o dal partito, poteva condurre un’intera famiglia in prigione o nei campi di lavoro.

Il numero di persone che furono imprigionate o giustiziate durante la dittatura di Enver Hoxha è sconvolgente. Lo scopo ufficiale della detenzione dei prigionieri era la “rieducazione e riabilitazione” attraverso la sofferenza e il lavoro. Prigionieri politici e prigionieri ordinari, era questa la macro classificazione delle prigioni alle quali si affiancavano i campi di lavoro dove i detenuti scontavano la pena eseguendo lavori forzati finalizzati al miglioramento e alla costruzione di opere pubbliche, all’estrazione di minerali o all’agricoltura. La maggior parte delle opere pubbliche furono costruite dai detenuti e dagli internati che lavoravano in condizioni disumane, infatti le morti per maltrattamento, tortura, denutrizione e malattia furono moltissime.

Secondo un rapporto pubblicato nel 2016 dall’Istituto di studi sul crimine e le conseguenze del comunismo (ISCCC) si ritiene che i prigionieri politici in Albania fossero tra i 30.000 e i 34.000, 26.700 uomini e oltre 7000 donne. Secondo la stessa fonte, 5.577 uomini e 450 donne furono condannati a morte e uccisi. I corpi dei prigionieri giustiziati o deceduti in carcere o durante il lavoro forzato, o per malattia, non sono mai stati restituiti ai parenti.

Coloro che non potevano essere imprigionati per mancanza di prove ma comunque sospettati di essere una minaccia per lo stato, venivano internati. La procedura di internamento prevedeva che chiunque fosse accusati di scappatoia o di agitazione e propaganda, veniva punito con la rimozione della casa e veniva trasferito in un centro di internamento per un periodo che poteva anche superare i 20 anni. I centri di internamento erano villaggi da cui gli internati non potevano andarsene e ogni giorno dovevano presentarsi presso la polizia per firmare un registro di presenza. Il criterio generale era che i residenti del nord fossero internati nel sud e viceversa, in modo che potessero perdere il contatto con il territorio di origine e con le vecchie amicizie.

Enver Hoxha, il feroce dittatore dagli irriducibili ideali, morì nel 1985, come un qualsiasi altro uomo. Senza di lui il sistema che aveva creato iniziò ad apparire a tutti per quello che era, una follia che aveva portato il paese ad una situazione disperata.

Ci vollero alcuni anni di transizione prima che si andò a delle nuove, regolari elezioni dove il Partito Comunista perse e si fecero avanti i Democratici di Sali Berisha.

Era il 1992 e stava iniziando l’ennesimo difficile periodo politico, economico e sociale per l’Albania.

Nel 1989 iniziarono le prime rivolte a Scutari (Shkodra)[4], dove la gente chiedeva la demolizione della statua di Stalin. La rivolta si diffuse nelle altre città. Il regime introdusse alcune liberalizzazioni, compresa la libertà di viaggiare all'estero, prima negata quasi a tutti.

Le elezioni del marzo 1991 lasciarono i comunisti ancora al potere, ma uno sciopero generale e l'opposizione cittadina esercitarono forti pressioni per la creazione di un governo di coalizione che includesse anche non-comunisti.[1] Nelle elezioni successive i comunisti furono sconfitti dal Partito Democratico d'Albania di Sali Berisha, tra il collasso economico e i disordini sociali.[2]


Conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la sconfitta politica dei comunisti, iniziò un periodo travagliato tra il collasso economico e i disordini sociali, che culminò nell'anarchia albanese del 1997 che terminò dopo le elezioni politiche svoltesi nello stesso anno e che portò alla vittoria del Partito Socialista d'Albania e ad un periodo di transizione che sfociò nella promulgazione della "Costituzione della Repubblica di Albania" nel novembre del 1998.

Note[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]