Crisi di Berlino del 1961

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Carri T-54/55 sovietici fronteggiano i mezzi corazzati statunitensi al Checkpoint Charlie.
Carri statunitensi M48 al Checkpoint Charlie.

La Crisi di Berlino del 1961 (4 giugno - 9 novembre 1961) fu una grave crisi politico-militare scoppiata durante la Guerra Fredda mentre la città di Berlino era occupata dalle quattro grandi potenze vincitrici della seconda guerra mondiale. L'Unione Sovietica diede inizio alla crisi con un ultimatum chiedendo il ritiro delle forze militari occidentali da Berlino Ovest.

Due furono le fasi culminanti della crisi, durante le quali si giunse ad un livello altissimo di tensione tra le due superpotenze, gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica, e si temette lo scoppio di una guerra mondiale. Nell'agosto 1961 l'improvvisa costruzione del muro di Berlino da parte delle autorità della Repubblica Democratica Tedesca per frenare la fuga di cittadini verso il settore occidentale della città, e nell'ottobre 1961 il confronto diretto a poche decine di metri di distanza nel settore del Checkpoint Charlie tra i carri armati sovietici e quelli statunitensi.

La crisi venne superato dopo difficili contatti, in parte segreti, tra le massime autorità delle due superpotenze; i sovietici rinunciarono al preteso ritiro occidentale da Berlino Ovest, mentre gli americani accettarono de facto la divisione permanente della città e l'edificazione del muro.

La Germania divisa[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1958 la situazione della Germania sconfitta dopo la seconda guerra mondiale non era ancora stabilizzata dal punto di vista del diritto internazionale e rimaneva oggetto di aspre dispute tra i due blocchi della Guerra fredda. Il territorio tedesco era diviso in due entità politiche separate e ostili: la Repubblica Federale Tedesca,che era strettamente legata agli Stati Uniti, costituiva un elemento essenziale della NATO ed era impegnata in un importante riarmo militare, e la Repubblica Democratica Tedesca, dipendente dall'Unione Sovietica che era sua volta entrata nel Patto di Varsavia. I paesi del Blocco occidentale non riconoscevano l'esistenza della Germania democratica e richiedevano la riunificazione tedesca sotto il regime capitalistico della Germania federale con libertà di rimanere a far parte della NATO[1]. In questa situazione potenzialmente esplosiva si inseriva il problema della vecchia capitale Berlino che era a sua volta divisa in due settori: Berlino Ovest, presidiata dai contingenti militari delle tre potenze alleate occidentali, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, e Berlino Est, assegnata all'Unione Sovietica e amministrata dalla Germania democratica.

La situazione venutasi a creare dopo la rottura della Grande Alleanza della Seconda guerra mondiale e il fallimento del Blocco di Berlino attuato da Stalin nel 1948-1949, era particolarmente sfavorevole per l'Unione Sovietica. In mancanza di un trattato di pace concordato tra tutte le parti con le due Germanie, ufficialmente il territorio tedesco era ancora soggetto all'autorità delle potenze firmatarie degli accordi di Potsdam dell'estate 1945[2]. Queste decisioni non riconoscevano la divisione della Germania e stabilivano uno statuto separato per la città di Berlino a cui le potenze occidentali avevano libero accesso passando attraverso il territorio della Germania Democratica[2]. Berlino Ovest costituiva un punto di massima criticità per l'Unione Sovietica e il Blocco orientale; essa rappresentava, con il suo evidente superiore livello di sviluppo economico rispetto al settore orientale, un elemento propagandistico di attrazione rivolto contro gli stati comunisti, un centro importantissimo per l'attività di spionaggio e soprattutto una via di fuga di facile accesso per i tedeschi orientali che avessero voluto lasciare la Germania democratica e passare nel mondo occidentale[2].

L'ultimatum[modifica | modifica wikitesto]

Nel novembre 1958 il premier sovietico Nikita Chruščёv lanciò un ultimatum dando alle potenze occidentali sei mesi per ritirarsi da Berlino e rendendo quest'ultima una città demilitarizzata. Al termine di tale periodo, Chruščёv dichiarò che l'Unione Sovietica avrebbe assunto il controllo completo di tutte le linee di comunicazione con Berlino Ovest, cosicché le potenze occidentali avrebbero potuto accedere a Berlino Ovest solamente con un permesso della Germania Est. Gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Francia risposero a questo ultimatum con fermezza, affermando di voler restare a Berlino Ovest e di essere determinati a mantenere il diritto di accedere liberamente alla città.

Chruščёv e il presidente degli Stati Uniti Dwight Eisenhower trascorsero due giorni insieme a Camp David, il ritiro presidenziale per discuterne.

Chruščёv partì convinto che un accordo fosse possibile, e decise di proseguire il dialogo in un vertice a Parigi nel maggio 1960. Tuttavia, il vertice di Parigi che doveva risolvere la questione di Berlino fu annullato il 1º maggio 1960 a causa della violenta polemica politica insorta tra le due superpotenze per l'incidente dell'U-2.

L'escalation e la crisi[modifica | modifica wikitesto]

Il 4 giugno 1961, il premier Chruščёv provocò una nuova crisi quando ripropose la sua minaccia di firmare un trattato di pace con la Germania Est, e disse che erano pronti quattro accordi per poter garantire agli americani, inglesi e francesi il diritto di accesso a Berlino Ovest. Tuttavia, avendo fissato un altro ultimatum, con scadenza fissata al 31 dicembre 1961 le tre potenze risposero che nessun trattato unilaterale poteva cambiare la propria posizione sul diritto di libero accesso alla città.

La tensione tra i due blocchi crebbe ma il presidente statunitense John F. Kennedy, in un discorso pronunciato alla televisione nazionale la notte del 25 luglio, ribadì che gli Stati Uniti non erano alla ricerca di un confronto di forza e che lui riconosceva "le preoccupazioni dell'Unione Sovietica circa la loro sicurezza in Europa centrale ed orientale". Perciò manifesto di essere disposto a riprendere i colloqui.

Lo stesso giorno Kennedy chiese un aumento del contingente militare da 875 000 elementi a circa 1 milione, insieme ad un aumento del personale in servizio attivo nella Marina e dell'Aeronautica Militare di rispettivamente 29.000 e 63.000 uomini.

L'edificazione del muro di Berlino[modifica | modifica wikitesto]

Nei primi mesi del 1961 il governo cercò attivamente un sistema adeguato ad arrestare l'emigrazione della popolazione verso l'Occidente. Nell'estate del 1961, apparve chiaro che il Presidente dell'ex Repubblica democratica tedesca Walter Ulbricht, aveva persuaso i sovietici che una soluzione immediata era necessaria e che l'unico modo per fermare l'esodo sarebbe stato quello di usare la forza.

Durante la primavera e l'inizio dell'estate, il regime tedesco-orientale aveva incominciato ad accumulare scorte di materiali edili per la costruzione del Muro di Berlino.

A mezzanotte la polizia e delle unità dell'esercito tedesco-orientale iniziarono a sigillare le frontiere e dalla mattina del 13 agosto 1961 il confine con Berlino Ovest era chiuso. Le truppe tedesco-orientali avevano incominciato ad installare grovigli di filo spinato e recinzioni lungo i 156 km attorno ai tre settori occidentali. Circa 32 000 truppe da combattimento furono utilizzate nella costruzione del Muro.

Confronto diretto al Checkpoint Charlie[modifica | modifica wikitesto]

Carri armati statunitensi e sovietici si fronteggiano a Checkpoint Charlie

I quattro stati con potere di governo su Berlino (Francia, Unione Sovietica, Regno Unito e Stati Uniti d'America) avevano concordato nel 1945 che il personale alleato non poteva essere fermato dalla polizia tedesca in qualsiasi settore di Berlino. Ma il 22 ottobre 1961, appena due mesi dopo la costruzione del Muro, il capo della missione USA a Berlino Ovest, E. Allan Lightner, fu soggetto a controllo nella sua auto mentre attraversava il Checkpoint Charlie per andare in un teatro di Berlino est.

Il generale Ivan Jakubovskij incontra il tenente colonnello Vasilij Mika, comandante del III battaglione carri, dopo l'incidente del Checkpoint Charlie.

Qualche giorno dopo, 33 carri armati sovietici T-55 del III battaglione del maggiore Vasilij Mika del 68° reggimento carri della Guardia comandato dal colonnello Sergeëv, appartenente alla 6ª Divisione motorizzata della Guardia della 20ª Armata della Guardia, furono fatti avanzare sino alla Porta di Brandeburgo. Curiosamente, il premier sovietico Nikita Chruščёv sostenne che i carri armati americani M48 avevano visto i carri armati sovietici arrivare ed avevano incominciato a indietreggiare. Il colonnello Jim Atwood, allora comandante della Missione Militare USA a Berlino Ovest, concordò con le dichiarazioni di Chruščёv.

Dieci di questi carri armati sovietici, la VII compagnia carri del capitano Vojtčenko, continuarono ad avanzare fino a Friedrichstraße, e si fermarono solo a 100 metri dal posto di blocco sul lato del confine sovietico, di fronte ai carri armati americani fermi dall'altra parte del Checkpoint Charlie. Dal 27 ottobre 1961 al 28 ottobre 1961 le rispettive unità corazzate rimasero schierate una di fronte all'altra. Come da ordine, entrambi i gruppi di carri armati erano caricati con munizioni. Fu l'unica occasione nel corso della Guerra fredda in cui i carri armati sovietici e statunitensi si fronteggiarono direttamente rischiando di scatenare uno scontro a fuoco.

Chruščёv e Kennedy concordarono, per ridurre la tensione, il ritiro dei carri armati. Il checkpoint sovietico era in comunicazione diretta con Anatoly Gribkov presso l'alto comando dell'esercito sovietico, che a sua volta era sottoposto gerarchicamente direttamente a Chruščёv. Il checkpoint statunitense conteneva un ufficiale della polizia militare collegato con il quartier generale della Missione Militare USA a Berlino, che a sua volta era in comunicazione con la Casa Bianca. Kennedy offrì un rilassamento della posizione americana su Berlino a patto che i carri armati sovietici fossero ritirari per primi. I sovietici concordarono. In realtà Kennedy aveva un atteggiamento pragmatico riguardo al muro: "Non è una soluzione molto elegante, ma è sempre meglio di una guerra".

Un carro armato sovietico si spostò indietro di circa 5 metri, poi un carro armato americano fece uguale. Uno ad uno i carri armati si ritirarono.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ G. Boffa, Storia dell'Unione Sovietica, vol. IV, p. 264.
  2. ^ a b c R. Crockatt, Cinquant'anni di Guerra fredda, p. 192.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Video[modifica | modifica wikitesto]