Crisi di Berlino del 1961

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Crisi di Berlino del 1961
parte della Guerra fredda
Soviet tanks in Berlin 1961.jpg
Carri sovietici T-55 fronteggiano i mezzi corazzati americani al Checkpoint Charlie il 27 ottobre 1961
Data 4 giugno - 9 novembre 1961
Luogo Berlino
Causa Costruzione del Muro di Berlino da parte delle autorità della Repubblica Democratica Tedesca
Esito Crisi risolta dopo trattative, scongiurando il pericolo di una guerra generale tra i due Blocchi. Berlino resta divisa in due parti dal Muro.
Schieramenti
Comandanti
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La Crisi di Berlino del 1961 (4 giugno - 9 novembre 1961) fu una grave crisi politico-militare scoppiata durante la Guerra Fredda mentre la città di Berlino era occupata dalle quattro grandi potenze vincitrici della seconda guerra mondiale. L'Unione Sovietica diede inizio alla crisi con un ultimatum chiedendo il ritiro delle forze militari occidentali da Berlino Ovest.

Due furono le fasi culminanti della crisi, durante le quali si giunse ad un livello altissimo di tensione tra le due superpotenze, gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica, e si temette lo scoppio di una guerra mondiale. Nell'agosto 1961 l'improvvisa costruzione del muro di Berlino da parte delle autorità della Repubblica Democratica Tedesca per frenare la fuga di cittadini verso il settore occidentale della città, e nell'ottobre 1961 il confronto diretto a poche decine di metri di distanza nel settore del Checkpoint Charlie tra i carri armati sovietici e quelli statunitensi.

La crisi venne superata dopo difficili contatti, in parte segreti, tra le massime autorità delle due superpotenze; i sovietici rinunciarono al preteso ritiro occidentale da Berlino Ovest, mentre gli americani accettarono de facto la divisione permanente della città e l'edificazione del muro.

La Germania divisa[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1958 la situazione della Germania sconfitta dopo la seconda guerra mondiale non era ancora stabilizzata dal punto di vista del diritto internazionale e rimaneva oggetto di aspre dispute tra i due blocchi della Guerra fredda. Il territorio tedesco era diviso in due entità politiche separate e ostili: la Repubblica Federale Tedesca,che era strettamente legata agli Stati Uniti, costituiva un elemento essenziale della NATO ed era impegnata in un importante riarmo militare, e la Repubblica Democratica Tedesca, dipendente dall'Unione Sovietica che era sua volta entrata nel Patto di Varsavia. I paesi del Blocco occidentale non riconoscevano l'esistenza della Germania democratica e richiedevano la riunificazione tedesca sotto il regime capitalistico della Germania federale con libertà di rimanere a far parte della NATO[1]. In questa situazione potenzialmente esplosiva si inseriva il problema della vecchia capitale Berlino che era a sua volta divisa in due settori: Berlino Ovest, presidiata dai contingenti militari delle tre potenze alleate occidentali, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, e Berlino Est, assegnata all'Unione Sovietica e amministrata dalla Germania democratica.

La situazione venutasi a creare dopo la rottura della Grande Alleanza della Seconda guerra mondiale e il fallimento del Blocco di Berlino attuato da Stalin nel 1948-1949, era particolarmente sfavorevole per l'Unione Sovietica. In mancanza di un trattato di pace concordato tra tutte le parti con le due Germanie, ufficialmente il territorio tedesco era ancora soggetto all'autorità delle potenze firmatarie degli accordi di Potsdam dell'estate 1945[2]. Queste decisioni non riconoscevano la divisione della Germania e stabilivano uno statuto separato per la città di Berlino a cui le potenze occidentali avevano libero accesso passando attraverso il territorio della Germania Democratica[2]. Berlino Ovest costituiva un punto di massima criticità per l'Unione Sovietica e il Blocco orientale; essa rappresentava, con il suo evidente superiore livello di sviluppo economico rispetto al settore orientale, un elemento propagandistico di attrazione rivolto contro gli stati comunisti, un centro importantissimo per l'attività di spionaggio e soprattutto una via di fuga di facile accesso per i tedeschi orientali che avessero voluto lasciare la Germania democratica e passare nel mondo occidentale[2].

L'ultimatum[modifica | modifica wikitesto]

Nel novembre 1958 il premier sovietico Nikita Chruščёv lanciò un ultimatum dando alle potenze occidentali sei mesi per ritirarsi da Berlino e rendendo quest'ultima una città demilitarizzata. Al termine di tale periodo, Chruščёv dichiarò che l'Unione Sovietica avrebbe assunto il controllo completo di tutte le linee di comunicazione con Berlino Ovest, cosicché le potenze occidentali avrebbero potuto accedere a Berlino Ovest solamente con un permesso della Germania Est. Gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Francia risposero a questo ultimatum con fermezza, affermando di voler restare a Berlino Ovest e di essere determinati a mantenere il diritto di accedere liberamente alla città.

Chruščёv e il presidente degli Stati Uniti Dwight Eisenhower trascorsero due giorni insieme a Camp David, il ritiro presidenziale per discuterne.

Chruščёv partì convinto che un accordo fosse possibile, e decise di proseguire il dialogo in un vertice a Parigi nel maggio 1960. Tuttavia, il vertice di Parigi che doveva risolvere la questione di Berlino fu annullato il 1º maggio 1960 a causa della violenta polemica politica insorta tra le due superpotenze per l'incidente dell'U-2.

L'escalation e la crisi[modifica | modifica wikitesto]

Il 4 giugno 1961, il premier Chruščёv provocò una nuova crisi quando ripropose la sua minaccia di firmare un trattato di pace con la Germania Est, e disse che erano pronti quattro accordi per poter garantire agli americani, inglesi e francesi il diritto di accesso a Berlino Ovest. Tuttavia, avendo fissato un altro ultimatum, con scadenza fissata al 31 dicembre 1961 le tre potenze risposero che nessun trattato unilaterale poteva cambiare la propria posizione sul diritto di libero accesso alla città.

La tensione tra i due blocchi crebbe ma il presidente statunitense John F. Kennedy, in un discorso pronunciato alla televisione nazionale la notte del 25 luglio, ribadì che gli Stati Uniti non erano alla ricerca di un confronto di forza e che lui riconosceva "le preoccupazioni dell'Unione Sovietica circa la loro sicurezza in Europa centrale ed orientale". Perciò manifesto di essere disposto a riprendere i colloqui.

Lo stesso giorno Kennedy chiese un aumento del contingente militare da 875 000 elementi a circa 1 milione, insieme ad un aumento del personale in servizio attivo nella Marina e dell'Aeronautica Militare di rispettivamente 29.000 e 63.000 uomini.

L'edificazione del muro di Berlino[modifica | modifica wikitesto]

Nei primi mesi del 1961 il governo cercò attivamente un sistema adeguato ad arrestare l'emigrazione della popolazione verso l'Occidente. Nell'estate del 1961, apparve chiaro che il Presidente dell'ex Repubblica democratica tedesca Walter Ulbricht, aveva persuaso i sovietici che una soluzione immediata era necessaria e che l'unico modo per fermare l'esodo sarebbe stato quello di usare la forza.

Durante la primavera e l'inizio dell'estate, il regime tedesco-orientale aveva incominciato ad accumulare scorte di materiali edili per la costruzione del Muro di Berlino.

A mezzanotte la polizia e delle unità dell'esercito tedesco-orientale iniziarono a sigillare le frontiere e dalla mattina del 13 agosto 1961 il confine con Berlino Ovest era chiuso. Le truppe tedesco-orientali avevano incominciato ad installare grovigli di filo spinato e recinzioni lungo i 156 km attorno ai tre settori occidentali. Circa 32 000 truppe da combattimento furono utilizzate nella costruzione del Muro.

Confronto diretto al Checkpoint Charlie[modifica | modifica wikitesto]

Carri armati statunitensi e sovietici si fronteggiano a Checkpoint Charlie

Il 22 ottobre 1961 la situazione a Berlino ebbe una nuova drammatica svolta che sembrò trasformare la forte tensione tra i due blocchi in un reale pericolo di guerra aperta. Allan Lightner, il funzionario civile di più alto grado della missione statunitense a Berlino, venne fermato e sottoposto a controllo da militari della polizia della Germania Est al Checkpoint Charlie, mentre si recava lungo la Friedrichstrasse a vedere insieme alla moglie uno spettacolo teatrale nel settore orientale. Dopo alcune discussioni con il personale tedesco orientale, Lightner protestò per quello che riteneva un comportamento illegale e segnalò i fatti al generale Lucius Clay che era il rappresentante personale a Berlino del presidente Kennedy[3]. Il generale Clay era un militare energico e assolutamente determinato a mantenere le prerogative alleate in tutta Berlino; egli pertanto fece accompagnare da scorte armate Lightner e la moglie nel settore orientale della città e quindi informò il presidente Kennedy che peraltro non sembrò del tutto soddisfatto del comportamento rigido di Lightner e Clay[4].

I carri armati sovietici T-55 al Checkpoint Charlie il 27 ottobre 1961.

Il 23 ottobre 1961 le autorità della Germania Democratica comunicarono che da quel momento avrebbero ricevuto l'autorizzazione ad entrare liberamente senza controlli nel territorio di Berlino Est solo i funzionari occidentali in uniforme. Queste decisioni della dirigenza politica tedesco orientale apparentemente ricevettero il pieno consenso dei capi sovietici[4]. In quel momento era in corso a Mosca il XXII Congresso del PCUS dove erano presenti oltre a Chruščёv anche il maresciallo Konev, il maresciallo Malinovskij e il principale dirigente tedesco Walter Ulbricht. Non è chiaro se il comportamento della polizia militare tedesco orientale derivasse da ordini precisi delle autorità superiori ma sembra comunque evidente che Ulbricht approvasse le loro azioni[5]. Chruščёv ipotizzò che il comportamento aggressivo degli americani evidenziasse un loro ritorno alla politica bellicosa dei periodi più critici della Guerra fredda[4]; egli verosimilmente decise di sostenere il suo principale alleato del blocco orientale soprattutto per ragioni di prestigio e per mantenere la coesione delle alleanze.

In realtà era soprattutto il generale Clay a sollecitare un comportamento intransigente; egli dopo l'annuncio tedesco orientale del 23 ottobre, parlò con il presidente Kennedy e affermò che era essenziale fermare le manovre avversarie e imporre con la massima energia i diritti legali occidentali su tutta Berlino; il presidente, pur riluttante, preferì dare il suo consenso al bellicoso generale[4]. Il 25 ottobre 1961 il generale Lucius Clay quindi prese l'iniziativa di rischiare una prova di forza: dopo che alle ore 9.25 del mattino un altro funzionario civile statunitense era stato fermato al Checkpoint Charlie sulla Friedrichstrasse dai militari della Germania Est, egli fece muovere unità meccanizzate pesanti[6]. Alle ore 10.00 dieci carri M48 Patton del 40° reggimento corazzato del tenente colonnello Thomas Tyree percorsero il viale e si fermarono minacciosamente a cinquanta metri dal posto di blocco apparentemente pronti a irrompere con la forza; i due carri armati di testa erano equipaggiati con pale meccaniche da bulldozer; erano presenti anche alcune jeep e mezzi blindati per trasporto truppe, mentre dopo alcune ore giunsero sul posto altre cinque jeep con militari a bordo; anche due elicotteri americani sorvolarono l'area[7]. Gli americani non tentarono di frantumare il muro e rimasero fermi sul posto fino alle ore 14.00 quando si ritirarono, ma nel frattempo alcune jeep con funzionari civili entrarono liberamente per brevi tratti di alcune centinaia di metri nell'area orientale di Berlino[7].

Carri statunitensi M48 al Checkpoint Charlie.

Anche dopo il ritiro dei mezzi pesanti americani la situazione rimase estremamente tesa; un colloquio tra i comandati avversari sul posto, il colonnello Solovëv e il generale Watson non raggiunse alcun risultato e non risolse i contrasti; i militari tedeschi orientali continuarono a intralciare i movimenti dei funzionari civili americani e nella serata ci furono scambi di fasci di luce accecanti tra le postazioni dalle due parti del muro[8].

A Mosca, le notizie provenienti da Berlino avevano suscitato allarme; il maresciallo Rodion Malinovskij e il maresciallo Ivan Konev, che ritornò subito nella capitale tedesca per controllare la situazione, presero le prime misure militari per fronteggiare gli americani e impedire la temuta demolizione di parti del muro da parte dei mezzi corazzati dell'avversario. La sera del 25 ottobre, 33 carri armati sovietici T-55 del III battaglione del maggiore Vasilij Mika del 68° reggimento carri della Guardia comandato dal colonnello Sergeëv, appartenenti alla 6ª Divisione motorizzata della Guardia del Gruppo di forze sovietiche in Germania, avanzarono verso la Unter den Linden e si fermarono in un area ancora devastata dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, ad alcune centinaia di metri dal Checkpoint Charlie. I carri dell'Armata Rossa in sosta erano privi di contrassegni di nazionalità, ma furono identificati un agente americano che, sotto la copertura di funzionario diplomatico, si avvicinò ai carristi sovietici con cui scambiò alcune parole cordiali in russo. Le autorità occidentali, allarmati dalla presenza di mezzi corazzati sovietici nel centro di Berlino per la prima volta dopo il 1953, schierarono carri e cannoni anticarro in posizioni difensive.

Il 26 ottobre 1961 gli americani ritornarono minacciosamente al Checkpoint Charlie; dieci carri armati M48, alcuni dei quali equipaggiati con pale meccaniche si schierarono nuovamente sulla linea di confine tra i due settori; i cannoni furono puntati verso est e durante la giornata si susseguirono nuovi incidenti tra il personale di polizia della Germania Est e funzionari civili americani protetti da scorte militari armate che ostentatamente entrarono nel settore orientale rifiutando di mostrare i documenti[9]. I sovietici, di fronte alle ripetute azioni provocatorie degli occidentali, decisero a questo punto di mettere in campo i loro mezzi corazzati; il maresciallo Konev ricevette l'autorizzazione di Chruščёv che gli ordinò di reagire alle mosse americane con azioni di forza simmetriche e conseguenti senza però aprire il fuoco per primi[10]. Il dirigente sovietico, impegnato nel difficile XXII Congresso in cui doveva fronteggiare opposizioni e critiche alla sua politica, non intendeva rompere irreversibilmente i rapporti con gli occidentali ma riteneva essenziale, dopo le sue tante manifestazioni precedenti di retorica e aggressività, non "mostrarsi debole su Berlino"[11].

I carri sovietici iniziano a muovere dal Checkpoint Charlie.

Al mattino del 27 ottobre 1961 dieci carri armati sovietici T-55, la VII compagnia carri del capitano Vojtčenko del III battaglione del maggiore Mika, si misero in movimento dalle loro posizioni di stazionamento, percorsero la Friedrichstrasse, e si fermarono lungo il punto di controllo del Checkpoint Charlie a poche decine di metri dai mezzi corazzati americani schierati dall'altra parte fin dal giorno prima[11]. Gli equipaggi sovietici si mostrarono fuori dai carri, osservarono gli avversari e non apparvero innervositi, ma i cannoni furono puntati contro i carri americani. Questa situazione estremamente critica si sarebbe protratta per sedici ore; fu l'unica occasione nel corso della Guerra fredda in cui i carri armati sovietici e statunitensi si fronteggiarono direttamente a distanza ravvicinata con i cannoni pronti a far fuoco[12]. La dirigenza sovietica temeva realmente un attacco dei mezzi corazzati contro il muro e riteneva il generale Clay un personaggio pericoloso e bellicoso; i carri sovietici quindi avevano l'ordine di impedire questo temuto assalto e di aprire il fuoco sui carri americani nell'eventualità di minacce al muro; in caso di scontro a fuoco diretto tra i mezzi corazzati, la situazione avrebbe potuto finire fuori controllo e evolvere verso un conflitto globale[13].

Il generale Ivan Jakubovskij incontra il tenente colonnello Vasilij Mika, comandante del III battaglione carri, dopo l'incidente del Checkpoint Charlie.

In realtà sembra che i dirigenti sovietici e statunitensi non fossero decisi ad un confronto diretto armato e al contrario ricercassero una via d'uscita dalla pericolosa situazione pur mantenendo esteriormente, per ragioni di prestigio, una rigida fermezza. Colloqui segreti al massimo livello erano gia in corso; nonostante l'atteggimento bellicoso del generale Clay, il presidente Kennedy non era affatto intenzionato a seguire gli arrischiati consigli del suo rappresentante a Berlino, e suo fratello, il procuratore generale Robert Kennedy, aveva già intrapreso contatti con Georgij Bolšakov, l'addetto stampa sovietico all'ambasciata di Washington[14]. Il fratello del presidente riferì a Bolšakov che se i sovietici avessero fatto passi distensivi, gli statunitensi avrebbero a loro volta mostrato "una certa flessibilità su Berlino", evitando comportamenti provocatori. Secondo alcune fonti Robert Kennedy garantì anche che gli americani avrebbero interrotto l'ingresso forzato di civili americani a Berlino Est. L'addetto stampa sovietico riferì prontamento a Chruščёv le affermazioni di Robert Kennedy[13].

Il massimo dirigente sovietico non aveva perso la calma in quelle ore di grande tensione con i carri armati statunitensi e sovietici di fronte con i cannoni puntati; sembra che egli fosse convinto che gli americani non stessero ricercando un pretesto per innescare un conflitto e che fossero in realtà pronti a trattare di fronte a manifestazioni esteriori di distensione da parte sovietica[15]. Alle ore 10.30 del 28 ottobre 1961 il maresciallo Konev, tornato a Berlino, riferì al dirigente sovietico che i carri armati delle due parti erano sempre fermi al Checkpoint Charlie; Chruščёv disse al maresciallo che era necessario fare un primo passo per favorire un rilassamento generale e spingere gli americani a loro volta a mosse per ridurre la tensione[16].

Al mattino del 28 giugno 1961 quindi i carri armati sovietici iniziarono a mettersi in movimento e abbandonarono il Checkpoint Charlie ritornando nelle loro posizioni di partenza più arretrate all'interno di Berlino Est; come precedentemente concordato tra i massimi dirigenti delle due parti, entro pochi minuti anche i mezzi corazzati americani, dopo aver ricevuto istruzioni in questo senso, lasciarono il punto di controllo sulla Friedrichstrasse[17]. Il ritiro dei rispettivi carri armati concluse in pratica la fase di massima tensione della crisi di Berlino ed evitò una possibile escalation militare che in realtà era temuta da entrambe le parti; nei giorni più critici anche le potenze alleate degli Stati Uniti avevano sollecitato trattative, in particolare i dirigenti della Gran Bretagna, Harold Macmillan e Alec Douglas-Home, erano allarmati e ritenevano necessario evitare mosse azzardate del generale Clay e tenere sotto controllo i militari americani[18].

Fine della crisi[modifica | modifica wikitesto]

Lavoratori tedesco orientali impegnati nell'ampliamento e rafforzamento del Muro di Berlino nel novembre 1961.

La ritirata quasi simultanea dei carri armati sovietici e americani dal Checkpoint Charlie rappresentò un momento decisivo della crisi di Berlino innescata dalla costruzione del Muro e in pratica sanzionò il riconoscimento reciproco della situazione di fatto. In realtà nessuno dei massimi dirigenti delle due parti, nè il presidente Kennedy, nè il segretario generale sovietico nè i capi britannici, erano disposti a rischiare una guerra generale per salvaguardare le formalità burocratiche sull'accesso nelle zone di Berlino[19]. Il dirigente tedesco orientale Ulbricht avrebbe desiderato una maggiore rigidezza e protestò con Chruščёv per il mancato raggiungimento dell'obiettivo della conclusione di un formale trattato di pace con la Repubblica Democratica Tedesca; egli procedette a rafforzare militarmente la barriera tra le due parti della città. Chruščёv tuttavia non diede importanza alle critiche di Ulbricht e affermò che per il momento non era il caso di provocare ulteriormente gli occidentali concludendo un trattato di pace formale; egli disse ai dirigenti polacchi che "non abbiamo paura, ma non vogliamo la guerra"[20].

Nelle settimane seguenti Chruščёv quindi rinunciò al trattato di pace con la DDR ma continuò a mostrare fermezza mantenendo lo stato di allarme delle forze sovietiche in Germania fino al gennaio 1962 e riprendendo alcune azioni provocatore contro il personale alleato e contro i corridoi aerei occidentali per Berlino[20]. Il segretario generale sovietico rinunciò ad insistere con la data limite del 31 dicembre 1961 e riprese le trattative anche se, di fronte alla rigidità occidentale, annullò le previste riduzioni nelle forze convenzionali dell'Armata Rossa, mentre gli stati maggiori iniziarono a pianificare progetti di guerra offensiva in occidente in caso di conflitto generale[21]. Sembra evidente dalla documentazione disponibile che Chruščёv fosse ormai deciso a rinunciare ad una formalizzazione definitiva dello status delle due Germanie e di Berlino; egli disse a Ulbricht che la questione del trattato di pace tra le due nazioni era secondaria rispetto ai piani di sviluppo economico assolutamente necessari per consolidare la Repubblica Democratica Tedesca[22]. Chruščёv in pratica ritenne accettabile a tempo indefinito la situazione tedesca e considerò soddisfaciente, nonostante il pesante danno propagandistico per il movimento socialista mondiale, la soluzione del Muro di Berlino che avrebbe dovuto consentire alla DDR di evitare una catastrofica perdita di cittadini, guadagnando tempo in attesa della sua prevista crescita economica[21].

Dal punto di vista occidentale, il presidente Kennedy comprese subito che l'edificazione e la permanenza del Muro di Berlino, pur deplorevole dal punto di vista dei diritti umani, avrebbe costituito un vantaggio propagandistico importantissimo nel quadro del confronto globale tra i due sistemi politico-economici; egli quindi in pratica accettò la situazione de facto, ritenendo che gli interessi fondamentali occidentali su Berlino non fossero minacciati e continuando a rifiutare un trattato formale di pace per la Germania[21]. Il Muro di Berlino, evidenza plastica costante del fallimento del sistema socialista e vantaggio propagandistico potenzialmente decisivo per l'occidente, quindi rimase in piedi, garantendo effettivamente una temporanea stabilizzazione della situazione politico-economica della Germania Democratica fino alla crisi irreversibile dei paesi socialisti nel 1989-1991[23].

Galleria[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ G. Boffa, Storia dell'Unione Sovietica, vol. IV, p. 264.
  2. ^ a b c R. Crockatt, Cinquant'anni di Guerra fredda, p. 192.
  3. ^ M. Beschloss, Guerra fredda, p. 336.
  4. ^ a b c d M. Beschloss, Guerra fredda, p. 337.
  5. ^ F. Taylor, Il muro di Berlino, p. 228.
  6. ^ F. Taylor, Il muro di Berlino, pp. 228-229.
  7. ^ a b F. Taylor, Il muro di Berlino, p. 229.
  8. ^ F. Taylor, Il muro di Berlino, pp. 229-230.
  9. ^ F. Taylor, Il muro di Berlino, pp. 230-231.
  10. ^ F. Taylor, Il muro di Berlino, p. 231.
  11. ^ a b F. Taylor, Il muro di Berlino, pp. 231-232.
  12. ^ F. Taylor, Il muro di Berlino, p. 232.
  13. ^ a b M. Beschloss, Guerra fredda, pp. 338-339.
  14. ^ M. Beschloss, Guerra fredda, p. 338.
  15. ^ F. Taylor, Il muro di Berlino, p. 233.
  16. ^ F. Taylor, Il muro di Berlino, pp. 233-234.
  17. ^ F. Taylor, Il muro di Berlino, p. 234.
  18. ^ F. Taylor, Il muro di Berlino, pp. 234-235.
  19. ^ F. Taylor, Il muro di Berlino, pp. 234-235.
  20. ^ a b F. Taylor, Il muro di Berlino, p. 235.
  21. ^ a b c J. L. Harper, La Guerra fredda, p. 158.
  22. ^ J. L. Harper, La Guerra fredda, p. 160.
  23. ^ F. Taylor, Il muro di Berlino, p. 236.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Michael R. Beschloss, Guerra fredda. Kennedy e Kruscev, Cuba, la crisi dei missili, il muro di Berlino, Mondadori, Milano, 1991
  • Giuseppe Boffa, Storia dell'Unione Sovietica, vol. 4, Ed. l'Unità, Roma, 1990
  • Richard Crockatt, Cinquant'anni di Guerra fredda, Salerno editrice, Roma, 1997
  • John L. Harper, La Guerra fredda. Storia di un mondo in bilico, il Mulino, Bologna, 2013
  • Frederick Taylor, Il muro di Berlino. 13 agosto 1961-9 novembre 1989, Mondadori, Milano, 2009

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]