Strage di Palazzo d'Accursio

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Strage di Palazzo d'Accursio
Bologna - Palazzo d'Accursio - Foto Giovanni Dall'Orto 5-3-2005 2.jpg
Bologna, Piazza Maggiore, Palazzo d'Accursio
Stato Italia Italia
Luogo Bologna
Data 21 novembre 1920
Morti 10
Feriti 58

La strage di Palazzo d'Accursio, avvenuta il 21 novembre 1920 a Bologna, fu la conseguenza degli scontri che si scatenarono in Piazza Maggiore tra squadristi, Guardie Rosse e componenti della Regia guardia per la pubblica sicurezza, durante i festeggiamenti per l'insediamento della nuova Giunta comunale presieduta dal socialista massimalista Ennio Gnudi.

Il ruolo dei cordoni di forze dell'ordine che avrebbero dovuto separare le due fazioni, la parte che per prima aprì il fuoco, e la sorte del consigliere Giulio Giordani sono tuttora oggetto di interpretazioni e ricostruzioni storiografiche diverse. Secondo lo storico Nazario Sauro Onofri la causa delle morti sarebbe controversa poiché - a parere dello storico - non fu mai stabilito con certezza se esse fossero da ricondursi alle bombe a mano lanciate dalle Guardie Rosse all'interno del Palazzo, oppure ai colpi di arma da fuoco sparati da fascisti e Guardia Regie all'esterno[1].

Antefatti[modifica | modifica wikitesto]

L'elezione a sindaco di Bologna del socialista Ennio Gnudi venne preceduta dall'amministrazione del primo sindaco socialista della città Francesco Zanardi, appartenente alla corrente massimalista vicina alla posizione di Giacinto Menotti Serrati, che caldeggiava l'adesione del partito all'Internazionale Comunista[2] ed aveva contribuito a creare tensioni tra le classi del proletariato e quelle padronali, a causa di intenti ed interessi apertamente contrapposti. Il 14 ottobre i manifestanti intervenuti al comizio tenuto da Errico Malatesta e dall'ex sindaco Francesco Zanardi in piazza Umberto I, diedero vita a un corteo che giunto davanti al carcere cittadino tentò l'assalto. Nacquero scontri a fuoco con le guardie regie di presidio. Nello scontro rimasero uccisi i brigadieri Giuseppe Della Volpe e Salvatore Colamasi e quattro manifestanti tra cui un consigliere comunale socialista.[3] Il giorno 16 ottobre, in occasione dei funerali dei due poliziotti, i fascisti devastarono una libreria gestita da socialisti, mentre il 19 ottobre i socialisti devastarono lo studio di Dino Grandi.

Il 31 ottobre 1920 il Partito Socialista Italiano vinse con largo margine le elezioni amministrative, ottenendo una maggioranza del 58,2% dei voti. Il candidato sindaco vincente era il socialista Ennio Gnudi. A seguito del risultato delle elezioni amministrative i fascisti guidati da Leandro Arpinati, futuro podestà di Bologna[4], avevano espresso la volontà di boicottare la cerimonia di insediamento della Giunta ed allo scopo fecero affluire da Ferrara alcuni reparti di squadristi guidati da Raul Forti e il tenente Magni, dichiarando che avrebbero in qualunque modo impedito ai socialisti "di issare il loro cencio rosso sul Palazzo Comunale".[5]

Il 4 novembre, anniversario della Vittoria, un gruppo di ufficiali fu assalito dalle Guardie Rosse nei pressi della Camera del Lavoro. Uno degli ufficiali riportò ferite da arma da fuoco. Per rappresaglia i fascisti devastarono la Camera del Lavoro[6].

L'ordine pubblico presentava dunque un quadro di crescente pericolosità, che purtroppo si evidenziò in tutta la sua drammaticità il mattino del 21 novembre.

La strage[modifica | modifica wikitesto]

Gli scontri sulla piazza[modifica | modifica wikitesto]

Manifestazione dei Fasci italiani di combattimento tenutasi a Bologna nel 1921
Palazzo d'Accursio visto da Piazza Maggiore

Fin dalle prime ore del mattino si ebbero avvisaglie di una giornata difficile, nonostante fossero state messe in atto dalla Questura del capoluogo misure al fine di evitare incidenti.

Una bandiera rossa fatta sventolare sulla Torre degli Asinelli scatenò la reazione delle squadre d'azione.[7] La bandiera rossa fu rapidamente abbattuta dai fascisti[8] e, mentre all'interno della sala la cerimonia procedeva regolarmente, si ebbero i primi scontri. I fascisti, provenienti dalle vie Rizzoli ed Archiginnasio, tentarono di forzare il cordone predisposto dalla Guardia Regia intorno a Piazza Nettuno ed a Piazza Maggiore sparando i primi colpi di arma da fuoco: la grande massa dei presenti, presa dal panico, si diresse verso l'arco che dava accesso al cortile del Palazzo, ma la Guardie Rosse, temendo un assalto in massa da parte degli squadristi, chiusero il grande portone.

La strage si verificò con la deflagrazione di alcune bombe a mano, lanciate dall'interno del palazzo dalle Guardie Rosse, che provocarono la morte di dieci socialisti.[1][9].

L'omicidio di Giulio Giordani[modifica | modifica wikitesto]

Gli avvenimenti che si stavano svolgendo nella piazza ebbero gravi conseguenze anche all'interno della Sala Rossa, dove nel frattempo la cerimonia era stata sospesa: nel caos che si era andato formando, alcuni uomini spararono all'indirizzo dei consiglieri comunali di minoranza, colpendo il consigliere liberale Giulio Giordani, che morirà poco dopo, e ferendo i avvocati Cesare Colliva e Bruno Biagi. Giulio Giordani sarà considerato dalla propaganda di regime il primo "martire fascista".

« Rimessomi a sedere, udii immediatamente i primi spari nell'interno, cui seguirono due diversi movimenti: un primo di pezzi grossi che avevo dinanzi a me - quali Zanardi, Fovel ed altri- che scappavano carponi verso l'uscita laterale al banco del Sindaco, ed un secondo di consiglieri che si alzavano dai loro scanni ed avanzavano verso di noi, mentre dalle due porte laterali al banco del Sindaco sbucavano nell'aula e facevano ressa altri elementi estranei al Consiglio, che io avevo visto nelle antisale. Contro di noi si gridava: "Siete voi che ammazzate il popolo in piazza; vi faremo fare la stessa fine!". Intanto venivano sparati contro di noi, da varie direzioni, simultaneamente, numerosi colpi di rivoltella. »

(Dalla testimonianza del consigliere comunale Angelo Manaresi della Minoranza[10].)

Le vittime[modifica | modifica wikitesto]

Durante gli scontri di piazza restarono uccisi dieci sostenitori socialisti che si erano rifugiati nel cortile del palazzo:

  • Antonio Amadesi
  • Attilio Bonetti
  • Gilberto Cantieri
  • Enrico Comastri
  • Vittorio Fava
  • Libio Fazzini
  • Marino Lenzi
  • Ettore Masetti
  • Leonilda Orlandi
  • Carolina Zacchi

Altre 58 persone rimasero ferite negli scontri armati, mentre all'interno della sala del consiglio fu ucciso il consigliere Giulio Giordani.

Conseguenze politiche[modifica | modifica wikitesto]

La prima conseguenza della strage di Palazzo d'Accursio fu lo scioglimento della Giunta neoeletta, ancora prima del suo insediamento, e l'amministrazione venne affidata da un commissario prefettizio.[11]

L'inchiesta portò inoltre allo scioglimento del corpo dei Vigili Urbani, ritenuti responsabili dell'uccisione di una Guardia Regia durante gli scontri. Tale indirizzo era probabilmente inteso a colpire il rapporto preesistente tra il Corpo e l'Amministrazione comunale socialista[senza fonte]. Lo scioglimento del Corpo portò al comando del nuovo personale dapprima il comandante dei Vigili del fuoco Vincenzo Cavara e successivamente al capitano Antonio Fazio, che mantenne l'incarico per sette anni.

Inchieste e condanne[modifica | modifica wikitesto]

Lapide commemorativa posta il 21 aprile 1983 a ricordo della strage.

L'inchiesta che seguì non giunse mai a conclusioni certe rispetto alle responsabilità della strage, sulla quale vennero date interpretazioni assai divergenti dalle diverse forze politiche. Una tesi sostiene che furono i colpi di arma da fuoco delle Guardie Regie e/o dei fascisti ad ucciderli, mentre un'altra che furono alcune bombe a mano lanciate dalle finestre del palazzo dalle Guardie Rosse, le quali – secondo questa tesi – avrebbero erroneamente scambiato i malcapitati per fascisti.[12]

L'inchiesta contro i Vigili Urbani si concluse con l'assoluzione da tutte le accuse, sia per quanto riguarda la morte della Guardia Regia che per la gestione dell'ordine pubblico all'interno dell'edificio. Una parte del personale precedentemente rimosso venne reintegrato nel nuovo corpo guidato dal capitano Fazio.

Nemmeno l'autore dell'omicidio di Giordani venne mai identificato. Tuttavia, Pietro Venturi, consigliere comunale socialista[13], fu condannato a 13 anni e 4 mesi per complicità corrispettiva[14][15] all'omicidio e al ferimento di Colliva e Biagi. Dardi Nerino a 9 mesi per porto abusivo d'armi[16]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Nazario Sauro Onofri, La strage di Palazzo d'Accursio, in bibliografia.
  2. ^ Posizione ribadita a Firenze, il 20 e 21 novembre, in contemporaneità con i fatti di Bologna.
    v. La Storia d'Italia, Vol. XX, L'avvento del Fascismo e il regime, La Biblioteca di Repubblica, Torino, p. 144.
  3. ^ Mimmo Franzinelli, Squadristi, in bibliografia, p. 297.
    «A Bologna cadono in scontri dinanzi alle carceri di San Giovanni in Monte 4 manifestanti..., il viceispettore Giuseppe La Volpe e il brigadiere Salvatore Colamasi».
  4. ^ Leandro Arpinati fu Podestà di Bologna dal 1926 al 1929, quando lasciò la carica dopo essere stato chiamato a ricoprire l'incarico di Sottosegretario agli Interni
  5. ^ Claudio Santini L'eccidio di Palazzo d'Accursio, in Portici. Bimestrale della Provincia di Bologna, 2003, n. 3, pp. 3-4.
  6. ^ Mimmo Franzinelli, Squadristi, in bibliografia, p. 298.
  7. ^ Mimmo Franzinelli, Squadristi, in bibliografia, p. 299.
    «l'esposizione di bandiere rosse dalla torre degli Asinelli scatena l'offensiva squadristica».
  8. ^ http://www.comune.bologna.it/media/files/i_fatti_di_palazzo_daccursio_e_lo_scioglimento_del_corpo.pdf
  9. ^ Mimmo Franzinelli, Squadristi, in bibliografia, p. 299.
    «... le "Guardie Rosse" gettano bombe dalla casa municipale: 10 morti (tutti di parte socialista: Antonio Amadesi, Attilio Bonetti, Gilberto Cantieri, Enrico Comastri, Vittorio Fava, Livio Fazzini, Marino Lenzi, Ettore Masetti, Leonilda Orlandi, Carolina Zacchi), una sessantina i feriti».
  10. ^ Deposizione contenuta negli atti della istruttoria di Angelo Manaresi, Consigliere della Minoranza in Giorgio Alberto Chiurco, Storia della rivoluzione fascista, Firenze, Vallecchi, 1929, p. 181.
  11. ^ The Italian police and the rise of Fascism p. 104.
  12. ^ The Italian police and the rise of Fascism, p. 104.
  13. ^ Iperbole - Storia Amministrativa
  14. ^ La complicità corrispettiva era un istituto di diritto penale, oggi soppresso, che prevedeva che «Quando più persone prendano parte alla esecuzione di alcuno dei delitti preveduti negli articoli 364, 365, 372 e 373 e non si conosca l'autore dell'omicidio o della lesione, esse soggiacciono tutte alle pene ivi rispettivamente stabilite diminuite da un terzo alla metà, e all'ergastolo è sostituita la reclusione non inferiore ai quindici anni.» (art. 378 del Codice Penale del 1889)
  15. ^ Gianfranco Bianchi, Da Piazza San Sepolcro a Piazzale Loreto, Volume 2, Vita e pensiero, 1978, p.72.
  16. ^ Sentenza in Giorgio Alberto Chiurco, Storia della rivoluzione fascista, Firenze, Vallecchi, 1929, pp. 196-197.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]