Non Abbiamo Bisogno

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Non Abbiamo Bisogno
Lettera enciclica
Stemma di Papa Pio XI
Pontefice Papa Pio XI
Data 29 giugno 1931
Anno di pontificato IX
Argomenti trattati Sull’Azione Cattolica in Italia
Enciclica papale nº XIX di XXX
Enciclica precedente Quadragesimo anno
Enciclica successiva Nova Impendet

Non Abbiamo Bisogno è una lettera enciclica di papa Pio XI, promulgata il 29 giugno 1931, scritta in difesa dell'Azione Cattolica italiana in seguito ai tentativi del regime fascista di eliminarla.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La pubblicazione dell'enciclica è successiva al decreto di scioglimento dell'Azione Cattolica promulgato da Benito Mussolini il 29 maggio 1931 e al sequestro di tutti i circoli cattolici ad opera della polizia.

Contenuti[modifica | modifica wikitesto]

Nell'enciclica viene denunciato da parte dello stato «il proposito — già in tanta parte eseguito — di monopolizzare interamente la gioventù, dalla primissima fanciullezza fino all'età adulta, a tutto ed esclusivo vantaggio di un partito, di un regime» e la «persecuzione» nei confronti dell'Azione Cattolica operata a tale intento.

«colpire a tale scopo, come ultimamente si è fatto, le sue Associazioni giovanili equivale ad un vero e proprio impedire che la gioventù vada a Gesù Cristo»

Nell'enciclica il Pontefice coglie l'occasione per difendere i Patti Lateranensi e arriva a concludere che il fascismo stia divenendo una dottrina totalitaria a seguito della monopolizzazione pretesa sulla gioventù:

«Or eccoci in presenza di tutto un insieme di autentiche affermazioni e di fatti non meno autentici, che mettono fuori di ogni dubbio il proposito — già in tanta parte eseguito — di monopolizzare interamente la gioventù, dalla primissima fanciullezza fino all’età adulta, a tutto ed esclusivo vantaggio di un partito, di un regime, sulla base di una ideologia che dichiaratamente si risolve in una vera e propria statolatria pagana, non meno in contrasto con i diritti naturali della famiglia che con i diritti soprannaturali della Chiesa»

La questione viene spiegata successivamente in questi termini:

«Una concezione dello Stato che gli fa appartenere le giovani generazioni interamente e senza eccezione dalla prima età fino all'età adulta, non è conciliabile per un cattolico colla dottrina cattolica, e neanche è conciliabile col diritto naturale della famiglia. Non è per un cattolico conciliabile con la cattolica dottrina pretendere che la Chiesa, il Papa, devono limitarsi alle pratiche esterne di religione (Messa e Sacramenti), e che il resto della educazione appartiene totalmente allo Stato.»

Egli spiega infatti che sebbene la Santa Sede non avesse fino ad allora pronunciato «formali ed esplicite condanne» e avesse continuato a «credere possibili e favorire compatibilità e cooperazioni che ad altri sembrarono inammissibili», la persecuzione dell'Azione Cattolica, definita «quanto la Chiesa e il suo Capo hanno di più caro e prezioso», toglie ogni possibilità di cooperazione.

In particolare Pio XI chiarisce come non vi sia una condanna totale del fascismo, ma esclusivamente una critica alle specifiche politiche che venivano giudicate come non cattoliche, a vantaggio dei cattolici nel partito fascista e del fascismo stesso:

«Abbiamo inteso segnalare e condannare quanto nel programma e nell’azione di essi abbiamo veduto e constatato contrario alla dottrina ed alla pratica cattolica, e quindi inconciliabile col nome e con la professione di cattolici. E con questo abbiamo adempiuto un preciso dovere dell’Apostolico Ministero verso tutti i figli Nostri che al partito appartengono, perché possano provvedere alla propria coscienza di cattolici.

Crediamo poi di avere contemporaneamente fatto buona opera al partito stesso ed al regime.»

Rispondendo alle accuse di «ingratitudine» lanciate dal regime nei confronti della Chiesa, l'enciclica risponde ricordando invece che lo Stato italiano ha tratto piuttosto benefici dal credito tributato al fascismo dalla Santa Sede:

«Il Clero, l'Episcopato, e questa medesima Santa Sede non hanno mai disconosciuto quanto in tutti questi anni è stato fatto con beneficio e vantaggio della Religione; ne hanno anzi spesse volte espresso viva e sincera riconoscenza. Ma [...] gli attentati contro l’Azione Cattolica [...] che culminavano nelle poliziesche misure contro di loro consumate fanno seriamente dubitare se gli atteggiamenti prima benevoli e benèfici provenissero soltanto da sincero amore e zelo di Religione. Ché se di ingratitudine si vuol parlare, essa fu e rimane quella usata verso la Santa Sede da un partito e da un regime che, a giudizio del mondo intero, trasse dagli amichevoli rapporti con la Santa Sede, in paese e fuori, un aumento di prestigio e di credito, che ad alcuni in Italia ed all’estero parvero eccessivi, come troppo largo il favore e troppo larga la fiducia da parte Nostra [del papa].»

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