Strage di Torino (1922)

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Strage di Torino
TorinoLapideXVIIIDicembre.jpg
Lapide commemorativa posta su una facciata di piazza XVIII Dicembre
Data18-20 dicembre 1922
LuogoTorino
StatoItalia Italia
Coordinate45°04′22.08″N 7°41′22.56″E / 45.0728°N 7.6896°E45.0728; 7.6896Coordinate: 45°04′22.08″N 7°41′22.56″E / 45.0728°N 7.6896°E45.0728; 7.6896
Obiettivosocialisti, comunisti, anarchici
Responsabilisquadre d'azione fascista
MotivazioneRappresaglia fascista a seguito di due omicidi
Conseguenze
Morti11
Feriti26

La strage di Torino fu una serie di omicidi commessi tra il 18 e il 20 dicembre 1922 a Torino dai fascisti capeggiati da Piero Brandimarte.

Eventi[modifica | modifica wikitesto]

La notte di domenica 17 dicembre 1922 alla barriera di Nizza, tra corso Spezia e via Nizza, avvenne uno scontro a fuoco nel quale restarono ferite quattro persone, due delle quali moriranno nel giro di poche ore. Le vittime furono Giuseppe Dresda, ferroviere ventisettenne, e Lucio Bazzani, studente di ingegneria di 22 anni, entrambi militanti fascisti che avevano aggredito un militante comunista, il quale difendendosi aveva colpito a morte i due.[1]

L'uccisore, riconosciuto nel tranviere ventiduenne Francesco Prato, riuscì a fuggire, benché ferito a una gamba. Aiutato dai suoi compagni, si rifugiò in un'abitazione non distante da corso Spezia e, in seguito, venne fatto espatriare in Unione Sovietica,[2] dove si ipotizza sia scomparso nel periodo delle purghe staliniane.[3][4]

I due omicidi, oltre alle indagini della polizia, causarono la reazione delle squadre d'azione capeggiate da Piero Brandimarte e organizzata dai quadrumviri del fascismo torinese: Scarampi, Voltolini, Monferrino e Orsi; Prato venne ricercato nell'intera città di Torino presso gli esponenti più conosciuti della fazione politica opposta.

«I nostri morti non si piangono, si vendicano. (...) Noi possediamo l'elenco di oltre 3 000 nomi di sovversivi. Tra questi ne abbiamo scelti 24 e i loro nomi li abbiamo affidati alle nostre migliori squadre, perché facessero giustizia. E giustizia è stata fatta. (...) (I cadaveri mancanti) saranno restituiti dal Po, seppure li restituirà, oppure si troveranno nei fossi, nei burroni o nelle macchie delle colline circostanti Torino»

(Piero Brandimarte[5])

Gli scontri porteranno alla morte di 14 uomini e a 26 feriti,[6] mentre vennero date alle fiamme l'edificio della Camera del Lavoro, il circolo anarchico dei ferrovieri, il Circolo Carlo Marx e devastata la sede de L'Ordine Nuovo.

«È l'ultimo delitto, la conclusione di una "strage calcolata". I fascisti hanno voluto colpire gli avversari politici, eliminarli fisicamente; hanno voluto intimorire, terrorizzare quanti non hanno ancora l'abitudine di tacere. Il gioco riesce. Ma riesce, in primo luogo, perché l'apparato dello Stato non si oppose a questo disegno; perché il fascismo sta diventando, ogni giorno di più, padrone dello Stato.»

(Walter Tobagi, Gli anni del manganello, pag. 20)

Benito Mussolini, telefonando al prefetto di Torino, subito dopo la strage dirà:

«Come capo del fascismo mi dolgo che non ne abbiano ammazzato di più; come capo del governo debbo ordinare il rilascio dei comunisti arrestati!»

(Walter Tobagi, Gli anni del manganello, pag. 20)

Le vittime[modifica | modifica wikitesto]

18 dicembre[modifica | modifica wikitesto]

  • Carlo Berruti, ferroviere e consigliere comunale del Partito Comunista d'Italia, ucciso nelle campagne di Nichelino.
  • Matteo Chiolero, tranviere e militante socialista, ucciso nella sua casa in via Abegg 7.
  • Erminio Andreone, fuochista delle ferrovie, ucciso davanti alla sua casa (poi bruciata) in via Alassio 25.
  • Pietro Ferrero, anarchico e segretario torinese della Federazione degli operai metallurgici (FIOM), trovato irriconoscibile con la testa fracassata sotto il monumento a Vittorio Emanuele, dopo essere stato legato per i piedi a un camion e trascinato per tutto corso Vittorio Emanuele.
  • Andrea Ghiomo e Matteo Tarizzo, due antifascisti: vengono ritrovati il primo nel prato di via Pinelli con il cranio spezzato e sanguinante, centinaia di ferite sulla testa e su tutto il resto del corpo; il secondo in fondo a via Canova, ucciso in un lago di sangue da un colpo di clava che gli ha fracassato il cranio.
  • Leone Mazzola, proprietario di un'osteria e militante socialista, ucciso a colpi di arma da fuoco nel proprio letto nel retrobottega, dove ha la sua abitazione.
  • Giovanni Massaro, ex ferroviere e anarchico, ucciso a colpi di moschetto vicino alla cascina Maletto di via San Paolo.

19 dicembre[modifica | modifica wikitesto]

  • Cesare Pochettino, artigiano non impegnato in politica. Viene prelevato assieme al cognato Stefano Zurletti ed entrambi sono portati in collina e fucilati sull'orlo di un precipizio: Pochettino muore sul colpo, mentre Zurletti si finge morto e, soccorso da un anziano signore che ha assistito alla scena dall'alto con la figlia, viene portato in ospedale. Qui subisce le angherie degli squadristi che scorrazzano liberamente fra letti e corridoi riempiendolo di insulti e minacce, ma riesce a sopravvivere. Morirà poi il 10 dicembre 1951, e pertanto il suo nome non figura tra le vittime.
  • Angelo Quintagliè, usciere dell'ufficio ferroviario "Controllo prodotti", non impegnato in politica, per aver deplorato pubblicamente l'omicidio di Carlo Berruti.
  • Evasio Becchio, operaio e comunista di 25 anni, prelevato da un'osteria e condotto in fondo a corso Bramante dove viene ucciso a colpi di pistola e moschetto.

Azioni giudiziarie[modifica | modifica wikitesto]

Periodo fascista[modifica | modifica wikitesto]

Il 24 dicembre 1922 viene pubblicato un decreto di amnistia firmato dal guardasigilli Oviglio. L’amnistia è concessa a chi ha perseguito delinquenze “per un fine, seppure indirettamente, nazionale” ovvero in difesa “dell’ordine politico-sociale". La magistratura non intraprende procedimenti giudiziari, nemmeno per delitti motivati da moventi personali quali erano stati identificai dalle indagini tra i numerosi omicidi[7].

Il partito fascista torinese è diviso. Il quadrumviro Cesare Maria De Vecchi, che domina il partito a Torino, pronuncia un discorso il 31 dicembre 1922 in cui si assume la responsabilità politica e morale degli avvenimenti, che giudica dolorosi ma necessari per reprimere i comunisti[8].  Altri esponenti tra cui Massimo Rocca e Mario Gioda condannano gli eventi come reazioni eccessive[9].  

Nel gennaio 1923 il governo incarica il prefetto Gasti e il dirigente fascista Francesco Giunta di effettuare una inchiesta a Torino. Essa porta alla luce i conflitti interni al partito fascista torinese, dominato da De Vecchi, circondatosi di uomini fedeli.[9] Il loro rapporto parla di “sconfinamento da ogni criterio di commisurazione e di responsabilità[10].[11]

La premeditazione o la incoscienza del Direttorio del Fascio torinese e del Comando della legione incute raccapriccio e sgomento.”[11]

In seguito al rapporto, il Gran Consiglio del Fascismo scioglie il fascio di Torino e incarica lo stesso De Vecchi di ricostituirlo. De Vecchi delega la ricostituzione, tramite l’ispettore generale di zona Cesare Forni, al console Piero Brandimarte, comandante della legione[12].  

Il decreto di amnistia del 1922 impedisce il prosieguo di azioni giudiziarie, quali quelle promosse nel 1923 da Giovanni Roveda, segretario della Camera del Lavoro di Torino; nel 1924 dai deputati socialisti Giuseppe Romita e Filippo Amedeo; e dalla stessa magistratura inquirente nel 1924[13].

Periodo post-fascista[modifica | modifica wikitesto]

Cesare Maria De Vecchi viene processato nel 1947 per vari reati tra cui attività di squadrista. Viene condannato a 5 anni di reclusione, interamente condonati, solo per l’insurrezione armata del 28 ottobre 1922. Viene prosciolto per amnistia dal reato di attività squadrista[14].

Piero Brandimarte viene arrestato nel 1945, e la magistratura promuove azione giudiziaria per la strage del 1922. L’istruttoria si protrae per molto tempo. Il processo è molto atteso a Torino. Il sindaco di Torino Giovanni Roveda dichiara nel 1945:

"I fatti di Torino comprendono in sé tutta la nefasta azione che permise al governo fascista di rovinare e distruggere il Paese fino a farlo diventare servo del nazismo. Il processo per i fatti di Torino, a mio modo di vedere, va inteso come il processo contro il fascismo, non solo di sua espressione squadrista, ma soprattutto nella responsabilità di chi, spesso stando nascosto, ha finanziato e ispirato tanta barbarica strage".[15]

Nel 1950, Brandimarte è rinviato a giudizio per dieci omicidi commessi durante la strage. In seguito a una campagna di stampa che lo attacca, il processo viene trasferito a Firenze dalla Suprema Corte di Cassazione su istanza della difesa. Il trasferimento del processo suscita reazioni di stampa e manifestazioni a Torino[7].

Il processo ha luogo nel luglio 1950. Brandimarte è accusato insieme con Maurizio Vinardi, Giacomo Lorenzini, Carlo Natoli, Nino Macellari e Ferdinando Sartini. La sentenza del 4 agosto 1950[7] così dispose:

  • Piero Brandimarte: colpevole di tutti i concorsi in omicidio e mancato omicidio, condannato a 26 anni e 3 mesi, condono di due terzi della pena.
  • Nino Giulio Macellari, condannato per l’uccisione di Cesare Pochettino e il tentato omicidio di Stefano Zurletti: 24 anni e 6 mesi con condono di due terzi della pena.
  • Maurizio Vinardi, colpevole dell’omicidio di Pietro Longo: 21 anni, condono di due terzi della pena.
  • Carlo Natoli, assolto per insufficienza di prove dal concorso in omicidio di Chiomo e Pochettno e tentato omicidio di Zurletti.
  • Ferdinando Sartini, assolto per insufficienza di prove per l’uccisione di Cesare Pochettino e il tentato omicidio di Stefano Zurletti.
  • Gacomo Lorenzini – assolto per non aver commesso il fatto.

Nel 1952 la Corte di assise di Bologna pronuncia la sentenza di appello[7]:

  • Brandimarte: assolto per insufficienza di prove.
  • Natoli: assolto per non aver connesso il fatto.
  • Vinardi: 12 anni, pena ridotta a 9 anni per attenuanti generiche.
  • Il processo a Macellari era stato stralciato da questo.

Significato storico[modifica | modifica wikitesto]

La storiografia prevalente inquadra la strage nella fase di consolidamento della presa del potere fascista sullo Stato, in un clima di tensione e violenza che erano cresciuti dopo la Marcia su Roma. All'inizio degli anni 1920 lo squadrismo fascista non era ancora radicato a Torino. Vi erano invece fortemente radicati il sindacalismo e i partiti di sinistra, protagonisti nel dopoguerra di lunghe contrapposizioni e vertenze con l’industria.[16]

Il 31 ottobre 1922 Mussolini forma un governo con popolari, liberali e nazionalisti. Alla fine del 1922 gli squadristi si sentivano minacciati dalla propria marginalità nel tessuto sociale cittadino e al contempo dalle spinte alla smobilitazione da parte dei vertici fascisti nazionali, che erano entrati nelle istituzioni[6]. Gli squadristi volevano dunque affermarsi e vincere i propri avversari locali [9]. I poteri prevalenti nel fascismo torinese si servirono della violenza squadrista per reprimere le organizzazioni sindacali e i partiti di sinistra, in sintonia con i maggiori interessi imprenditoriali.[7]

Gli storici divergono nella identificazione delle responsabilità della strage all'interno del partito fascista e sul ruolo giocato dal governo nazionale.

De Felice[6] ritiene che i fatti non furono premeditati né gestiti da Roma, ma ebbero una origine casuale, nella situazione sociale torinese. Le squadre agirono sfuggendo al controllo del partito. La fazione del partito torinese che sosteneva più direttamente lo squadrismo giustificò gli eventi a posteriori. Mussolini ordinò l’inchiesta per gestire il rischio di una crisi interna al partito, che era ancora indebitato al potere dei ras locali. Ma eventualmente raggiunse un compromesso, quando il Gran Consiglio del Fascismo assegnò a De Vecchi (fortemente criticato dall'inchiesta) la ricostituzione del fascio torinese.

Carcano[7] ritiene che la strage fu un’azione premeditata, sostenuta dal governo, e organizzata su grande scala dai ras locali tramite lo squadrismo finanziato da interessi economici. Egli ritiene che la strage non sia stata frutto di lotte interne al fascismo locale: l’inchiesta governativa del 1923 fu un'azione di facciata che, combinata con la mancata azione da parte della magistratura, lasciò i responsabili della strage impuniti.

Similmente secondo Mana[9], l’inchiesta governativa ebbe l’intenzione di tranquillizzare l’opinione pubblica e gli alleati non fascisti nel governo.

La strage fu subito seguita da una vasta repressione poliziesca degli appartenenti al Partito Comunista d’Italia: essa, oltre ai bersagli diretti, mirava anche a intimidire chiunque non si identificasse col fascismo[16].

Commemorazioni[modifica | modifica wikitesto]

  • Nel 1933 in una piazzetta di via Genova a Torino, l'architetto Gino Levi-Montalcini innalzò il Monumento ai martiri fascisti Dresda e Bazzani, demolito nel dopoguerra.[17]
  • Nel 1946 Torino ha dedicato[18] alle vittime della strage piazza XVIII Dicembre (prima piazza San Martino) e, dal 2006, l'omonima fermata della linea 1 della metropolitana di Torino.
  • Nella piazza, all'angolo con via Cernaia, vi è una lapide commemorativa nei cui pressi, ogni anno, si svolge una celebrazione commemorativa in onore delle vittime della strage.[19]
  • Il comune di Torino ha dedicato una via a Berruti e Ferrero (prosecuzione di corso Tazzoli angolo corso Unione Sovietica).
  • A Lucio Bazzani fu dedicata, fino al 1945, l'attuale via Saluzzo nel quartiere di San Salvario (un'insegna è ancora parzialmente leggibile all'angolo fra via Saluzzo e via Berthollet).
  • In occasione del novantennale della strage, 18 dicembre 2012, si è svolto un fitto calendario di appuntamenti cittadini.[20]
  • Nessuna delle vittime, tranne Pietro Ferrero la cui tomba è al cimitero monumentale di Torino, risulta presente nell'elenco dei defunti sepolti presso cimiteri di Torino.[21]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Franzinelli, Mimmo., Squadristi : protagonisti e tecniche della violenza fascista, 1919-1922, 1. ed, Mondadori, 2003, ISBN 88-04-51233-4, OCLC 52284653. URL consultato il 14 novembre 2020.
  2. ^ Sanguinosi episodi dopo l'assassinio di un fascista, La Stampa, 15 agosto 1923
  3. ^ L'ora buia di Brandimarte, Stampa Sera, 4 marzo 1987
  4. ^ Su Francesco Prato in URSS si può vedere G. Fabre, Roma a Mosca. Lo spionaggio fascista in URSS e il caso Guarnaschelli, p. 39 e ss.
  5. ^ Mimmo Franzinelli, Squadristi, Oscar Mondadori, Cles (Tn), 2009.
  6. ^ a b c Renzo De Felice, I fatti di Torino del dicembre 1922, Studi Storici, IV, 1963
  7. ^ a b c d e f Carcano, Giancarlo, Strage a Torino: Una storia italiana dal 1922 al 1971, La pietra, 1973.
  8. ^ Carcano. op. cit., pagina 131.
  9. ^ a b c d Mana, Emma, Dalla crisi del dopoguerra alla stabilizzazione del regime. In Storia di Torino. Volume 8: pagine 107-178., a cura di Tranfaglia, N, Einaudi, 2000.
  10. ^ Carcano. Op. cit. pagina 134.
  11. ^ a b Giovanni Gasti e Francesco Giunta, Risultanze dell'inchiesta sui fatti di Torino del Dicembre 1922., in De Felice, op.cit..
  12. ^ Carcano, Op. cit., p. 138.
  13. ^ Carcano, Op. cit., pp. 149-150.
  14. ^ Carcano, Op. cit, p. 199.
  15. ^ I misfatti fascisti del 1922. Nostra intervista con Roveda., in L'Unità., 9 giugno 1945, p. Prima.
  16. ^ a b Mantelli, B., L’antifascismo a Torino, in Tranfaglia N. (a cura di), Storia di Torino, vol. 8, Einaudi, 2000.
  17. ^ Monumento ai martiri fascisti Dresda e Bazzani a Torino - arch. Gino Levi-Montalcini (PDF), in Architettura, Novembre fascicolo XI, XI 1933 (archiviato dall'url originale).
  18. ^ Nomi degni di memoria cancelleranno ogni ricordo fascista, Torino, La Stampa, 31 gennaio 1946, pag 26
  19. ^ Ciattaglia Andrea, Strage del XVIII Dicembre anniversario senza memoria[collegamento interrotto], Torino, La Stampa, 12 dicembre 2009, pag 76
  20. ^ Calendario eventi Novantennale strage 18 dicembre
  21. ^ Ricerca effettuata sulla "Banca dati cimiteriale" di Torino

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Francesco Répaci, La strage di Torino, Torino, Edizioni Avanti!, 1924
  • De Felice, R. (1963). I fatti di Torino del dicembre 1922. Studi storici, 4(1), 51-122.
  • Walter Tobagi, Gli anni del manganello, Milano, Fratelli Fabbri Editore, 1973
  • Giancarlo Carcano, Strage a Torino. Una storia italiana dal 1922 al 1971, Milano, La Pietra 1973
  • Mimmo Franzinelli, Squadristi, Oscar Mondadori, Cles, 2009
  • N. Adduci, B. Berruti, B. Maida, La nascita del fascismo a Torino. Dalla fine della grande guerra alla strage del XVIII dicembre 1922, Edizioni del Capricorno, 2019

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]