Storia di Torino

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1leftarrow.pngVoce principale: Torino.

Panorama notturno di Torino, così come si presenta dopo più di duemila anni di storia.

La storia di Torino si estende per più di due millenni e parte delle sue vestigia sono ancora visibili nei principali monumenti, vie, piazze e perfino nel sottosuolo. Basti ricordare il famoso Palazzo Madama, sorto originariamente come porta romana e divenuto col tempo fortezza medioevale e residenza sabauda. Torino rimase per secoli una città marginale, seppur mantenendo un ruolo primario nella storia piemontese ma fu con la sua proclamazione a capitale del ducato di Savoia che divenne per la prima volta un centro di grande importanza.

Storia antica[modifica | modifica sorgente]

Le origini[modifica | modifica sorgente]

Le scarse fonti storiche risalirebbero soltanto al III secolo a.C., riportando testimonianze relative a popoli stanziali celto-liguri, chiamati Taurini. Riguardo all'etimologia, esistono varie ipotesi; la più probabile è legata alla radice indeuropeo taur, alla quale è legato il termine greco antico ορος (oros, cioè montagna), ma anche al sanscrito sthur (massiccio, robusto, ma anche selvatico), associato a caratteristiche peculiari di antiche tribù europee del VII-V secolo a.C., come, ad esempio, i Taurisci in Baviera, i sanniti-Taurasini in Irpinia e, appunto, i Taurini in Piemonte.
Altra suggestiva e meno probabile ipotesi, sosterrebbe un'origine risalente all'antico Egitto (probabilmente XVIII dinastia); durante i lavori per la costruzione della nota fortezza militare della Cittadella nel XVI secolo, fu rinvenuta una lapide con un'iscrizione dedicata al culto di Iside[1]. Emanuele Thesauro, uno storico di corte del XVI secolo che scrisse Historia della città di Torino, citava inoltre l'antico mito greco di Fetonte e del figlio Eridano, antico nome altresì attribuito al fiume Po; pare che quest'ultimo fosse anche un principe dedito ai culti divinatori egizi e, per alcuni antichi greci era addirittura fratello del dio Osiride; Eridano, dopo aver lasciato il Mediterraneo per disaccordi con le caste sacerdotali, avrebbe dunque raggiunto il nord Italia, passando per le coste del Tirreno e approdando nell'attuale Liguria. Da qui, raggiunse una grande pianura dove passava un lungo fiume, che gli ricordò il Nilo, e vi fondò un culto dedicato ad Api, dio dell'antico Egitto a forma di toro, probabilmente intorno al XV secolo a.C. [2]. I Taurini, anch'essi dediti a culti teriomorfisti, non fecero altro che adattarsi alla venerazione del dio-animale. Altri storici sostennero, nel tempo, tale ipotesi; a dar credito a questa versione, ci sarebbe anche una leggenda che dice che la Chiesa della Gran Madre di Dio sia stata costruita sopra un tempio egizio [3].
Un'altra ipotesi, più fantasiosa, sulle origini della città, diede vita alla leggenda di un pre-esistente villaggio neolitico tormentato da un temibile drago. Il popolo decise quindi di inebriare un toro con del vino, quindi di aizzarlo contro il drago; ma la lotta tre le due bestie sarebbe stata così cruenta al punto che il toro, dopo aver sconfitto il mostro, morì per le ferite riportate. Il popolo quindi, in onore del bovino liberatore, decise di venerarlo.

Dal III secolo a.C circa l'insediamento urbano acquisì caratteristiche di vera e propria città, tuttavia, quando fu colonizzata dagli antichi romani, questi distrussero tutto ciò che rimase di queste antiche culture, che tendenzialmente vivevano di riti e usanze di semplice tradizione orale.
Un avvenimento storico importante fu il passaggio di Annibale del 218 a.C.. I Taurini, allora in contrasto con un'altra popolazione locale, gli Insubri, decisero, unici tra le tribù della pianura padana, di affiancarsi ai soldati di Roma per sbarrare il passo al condottiero cartaginese e agli stessi Insubri, che, nel frattempo, si erano alleati con lui.
Il fatto fu riportato dagli storici Polibio[4] ed Appiano[5] che riferiscono come l'insediamento principale fosse denominato Taurasia (o, per altre fonti, Taurinia), e probabilmente situato alla confluenza del fiume Po con la Dora Riparia, più vari punti periferici di controllo e di avvistamento. Tuttavia, i Taurini non erano un popolo guerriero, e resistettero solo tre giorni prima di capitolare. Cosa ne sia stato dei superstiti, dei villaggi e degli avvenimenti successivi non è riportato da alcuna fonte, mentre l'esercito romano si preoccupò principalmente di proseguire la Conquista della Gallia.

L'epoca romana[modifica | modifica sorgente]

Copia bronzea della statua di Giulio Cesare, padre adottivo di Augusto e fondatore di Julia Augusta Taurinorum.

Fu soltanto nel 58 a.C. che Giulio Cesare, con ogni probabilità, fece collocare, sui resti degli ex-villaggi taurini, un accampamento militare alla confluenza del fiume Po e della Dora, una posizione strategica per la via delle Gallie. Nel 44 a.C., il triumvirato decise di chiamare tale colonia Julia Taurinorum. Ma la definitiva fondazione della città avvenne per opera di Augusto che, intorno al 28 a.C., dedusse una seconda colonia, il cui impianto sarà quello che ancora adesso è rilevabile, col nome di Augusta Taurinorum. La colonia fu inscritta come tribù romana rurale Stellatina, ed ebbe una struttura definitiva soltanto nel I secolo d.C., con l'edificazione di una cinta muraria nella forma a noi giunta, anche se in modo molto frammentario. Il cosiddetto castrum, si sviluppò con il caratteristico impianto urbanistico reticolare, tipico delle città romane, esteso anche alle altre zone di Torino, almeno nel centro cittadino. Il perimetro del castrum doveva essere di 2.875 metri, dentro una superficie di 45 ettari, e forma di un quadrangolo con un angolo smussato.
La cinta fu composta da mura che superavano i cinque metri di altezza e i due metri di spessore, in cui si aprivano quattro porte: Decumana, Prætoria, Principalis Dextera e Principalis Sinistra; la cinta era rafforzata da cinque torri angolari ottagonali e torrette di guardia su ciascun lato, in corrispondenza dello sbocco delle vie cittadine e un certo numero di posterle, che si ritiene posizionate in corrispondenza di ogni torretta. L'interno delle mura presentava il cosiddetto intervallum, ovvero un camminamento che permetteva lo svolgimento di regolari ronde. La strada principale era il decumanus maximus che collegava la Porta Prætoria con la Decumana, lungo l'attuale via Garibaldi; a circa un terzo della sua lunghezza, il decumanus maximus incrociava il cardo maximus che collegava le porte Principalis Dextera e Principalis Sinistra sviluppandosi lungo l'attuale tracciato di via San Tommaso e via Porta Palatina. In questo punto di incrocio era possibile vedere tutte e quattro le porte della città, e accedere al grande spazio quadrangolare del Forum che, con molta probabilità, trovava luogo nell'area attualmente occupata da piazza Palazzo di Città, piazza Corpus Domini e dai relativi caseggiati circostanti. Tale posizione del Foro cittadino e degli altri edifici pubblici, tranne che del teatro, può solamente essere supposta in base ad alcuni scavi effettuati negli anni novanta, che hanno rilevato tracce di una pavimentazione differente rispetto al normale basolato delle vie adiacenti. L'area antica del castrum viene ancor oggi chiamata dai torinesi il "Quadrilatero Romano".

Planimetria della Julia Augusta Taurinorum.

██ in nero il tracciato della colonia romana

██ in verde la planimetria della città attuale

██ in rosso le parti di mura, di pavimentazione stradale o di edifici ancora visibili o almeno attestati archeologicamente

██ in azzurro la posizione ipotizzata per il foro cittadino


1: Porta Prætoria (Casaforte degli Acaja / Palazzo Madama)
2: Porta Principalis Sinixtera(Porta Marmorea)
3: Porta Decumana (Porta Segusina)
4: Porta Principalis Dextera(Porta Palatina)
5: Teatro
Le Porte Palatine, vestigia dell'epoca romana a Torino

I resti più importanti dell'antica Torino romana consistono, appunto, nella Porta Palatina, e i resti dell'adiacente teatro romano, affiancato da tratti di mura e dalle fondamenta delle sue strutture interne; altri pochi resti romani sono nella Porta Decumana, inglobata nel castello di piazza Castello (torri verso Palazzo Madama), nelle fondamenta di una torre angolare in via della Consolata, e in un tratto di muro visibile nelle sale sotterranee del Museo Egizio. Alcuni resti delle mura sono stati inoltre rinvenuti nel sottosuolo, durante la realizzazione del parcheggio sotterraneo di via Roma, che da piazza Carlo Felice (stazione di Porta Nuova) va fino in piazza Castello. Questi resti sotterranei sono visibili in alcune delle entrate/uscite pedonali del parcheggio stesso.

Resti del Teatro Romano.

Testimonianze dell'esistenza di un anfiteatro, posto fuori dalle mura nei pressi della Porta Principalis Sinistra,nota come Porta Marmorea, distrutta intorno al 1660 e di cui ci rimane solamente un disegno, forse non del tutto fedele, del Sangallo, si hanno fino al 1508 quando Maccaneo ne descrive i ruderi. Unico possibile residuo di tale struttura è una condotta per il deflusso delle acque (l'anfiteatro poteva ospitare anche naumachìe), situata sotto l'attuale via Roma. Augusta Taurinorum tuttavia, si distinse poco nell'epoca romana, rimanendo una mera città provinciale. Pur non essendo in presenza di dati diretti, è possibile valutare, per confronto con altre colonie analoghe, in 5000 abitanti la consistenza numerica della città nel I secolo. Nel 69, la città fu parzialmente distrutta da un incendio, a seguito dello scontro tra gli eserciti di Otone e Vitellio.
Nel 240 la città fu minacciata dall'incursione dei Marcomanni. Ma il primo avvenimento storico rilevante si ebbe nel 312, quando Costantino I, nello scontro con Massenzio, ne uscì vittorioso presso un campo di battaglia, probabilmente verso Rivoli. L'evento viene generalmente ricordato come la battaglia di Torino del 312.
Fu durante il IV e V secolo che Augusta Taurinorum fu vittima di un insediamento di barbari, spesso costituiti da truppe poste a guardia degli sbocchi dei passi alpini; dapprima i Dalmati Divitensi, contrapposti da Costantino I, poi i Sarmati, che lasceranno traccia del loro passaggio in vari toponimi sparsi per il Piemonte. Quindi, probabilmente, anche dagli Alamanni.
All'inizio del V secolo tutto il Piemonte fu vittima di incipienti incursioni barbare, che portarono alla scomparsa di quei municipia senza cinta muraria; così finiscono Industria, Pollentium, Augusta Bagiennorum, Pedona e Libarna.
Le ultime informazioni che possediamo su Torino prima della caduta dell'Impero romano d'Occidente sono il nome di due suoi vescovi: Massimo, e il suo successore Massimo II.

La diffusione del cristianesimo[modifica | modifica sorgente]

Non è possibile, per carenza di dati, definire con precisione le tappe della diffusione della religione cristiana nella regione torinese. La prima epigrafe sicuramente cristiana è databile al 341, mentre sono due le chiese, tuttora esistenti, ubicate in corrispondenza di templi pagani di epoca romana. Una è ubicata nell'attuale via Garibaldi (quasi angolo via XX settembre) e sarebbe sorta sulle rovine del tempio dedicato a Giunone. L'altra è situata in via Porta Palatina, in corrispondenza di via Cappel Verde e sorgerebbe su un preesistente tempio dedicato a Diana, come cita la lapide posta sulla facciata.

In un'omelia attribuita al primo vescovo della città, Massimo I vengono citati tre martiri che la tradizione assegna a Torino: Avventore, Ottavio e Solutore.

È possibile che la diocesi di Torino sia stata costituita su iniziativa del vescovo di Vercelli, Eusebio. La diocesi aveva, nella sua fase iniziale una grande estensione in quanto oltre alla pianura torinese estendeva il suo potere anche sulle valli Lanzo, Susa, Chisone, Po, Varaita, Maira, Grana ed inizialmente anche sulla valle della Maurienne.

L'importanza della diocesi taurinense può essere ricavata dalla circostanza che nel 398, sotto la presidenza del vescovo Massimo I si riunì in Torino un concilio di circa settanta vescovi allo scopo di dirimere una disputa tra il vescovo di Arles e quello di Vienne.

Il Medioevo[modifica | modifica sorgente]

La città medioevale
La Casaforte degli Acaia

Durante il Medioevo Torino era una piccola città suddivisa in quattro quartieri, che prendevano i nomi dalle antiche quattro porte romane: Porta Castello (Decumana), Porta Segusina (Pretoria), Porta Marmorea e Porta Palatina.

Come altre città italiane in quel periodo, Torino crebbe in altezza, aumentando i piani delle strutture presenti all'interno delle fortificazioni di epoca romana. Le case popolari possedevano muri in pietra, ma il tetto era generalmente in paglia, e solo dopo un furioso incendio che distrusse parte della città nel 1448, venne approvata una legge che prevedeva che anch'essi fossero realizzati in pietra.

Fra le rare le tracce sopravvissute fino ad oggi dell'epoca romanica c'è la torre campanaria di S. Andrea (oggi della Consolata, molto rimaneggiata).

Le vie di Torino erano piccole ed anguste, spesso si erano sviluppate a scapito della tradizionale disposizione squadrata del "castrum" romano. Via Garibaldi attuale era stretta e percorsa da una cloaca; l'area migliore doveva essere ubicata nei pressi di via Roma.

Molti edifici attuali erano già presenti. Primo fra tutti, ovviamente, il complesso delle Porte Palatine, fortificato; anche il Duomo era già presente, eretto nel VI secolo. Un edificio oggi non visibile, presso l'attuale piazza Cesare Augusto, era il palazzo dei signori, ove soggiornarono molti sovrani, locali e non, tra cui Enrico VII.

Fuori dalla città, presso gli attuali Borgo Vittoria e Madonna di Campagna, v'era il lebbrosario, anche se, complessivamente, in città erano pochi i colpiti da tale malattia.

La dominazione gotica[modifica | modifica sorgente]

Con la caduta dell'Impero romano d'Occidente anche Torino venne coinvolta nelle lotte per il controllo dell'Italia. Intorno al 493 i Burgundi capeggiati da Gundobado, loro re, chiamati da Odoacre in suo aiuto si dedicarono al saccheggio della regione riportando oltre le Alpi un ampio bottino in beni e schiavi.[senza fonte]

Quando, infine, Teodorico riuscì ad avere il sopravvento sul suo avversario fu il vescovo di Torino, Vittore, che insieme ad Epifanio, vescovo di Pavia a ricevere l'incarico di recarsi a Lione, da Gundobado, per esigere la restituzione di coloro che erano stati catturati e resi schiavi durante le razzie.

Oltre a questo avvenimento ben poco sappiamo di ciò che accadde alla città durante la dominazione dei Goti e, successivamente, dei Bizantini, tranne i nomi di alcuni vescovi che si succedettero nella guida della diocesi: Tigridio intorno al 501, Rufo tra il 550 ed il 560 e Ursicino dal 562 al 609. Ursicino, che fu spettatore della conquista longobarda, si oppose invano alla decisione del re franco di Borgogna, Gontrad, che aveva occupato le valli di Susa e di Aosta fino alle chiuse[6], di distaccare la Maurienne dalla diocesi di Torino. Il regno ostrogoto crollò come conseguenza della guerra gotica (535-553), in seguito alla quale l'Italia fu annessa all'Impero romano d'Oriente. La dominazione bizantina si protrasse, tuttavia, solo per tre lustri, giacché nel 568 l'Italia intera fu invasa dai Longobardi.

Dell'epoca gotica sono sopravvissute solamente la chiesa di San Domenico e la Casaforte degli Acaia (castello).

Il ducato longobardo[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Ducato di Torino.

Nel 569 la città venne occupata dai Longobardi che la posero a capo di uno dei ducati di confine con le terre dei Franchi. Non si conosce l'estensione esatta del ducato, ma Luigi Cibrario afferma:

« ...ho ragione di credere che [il ducato longobardo] non fosse punto maggiore di quello del comitato. Anzi, dove il primo finiva alle Chiuse di Val di Susa, e appiè del Mombasso, la Contea di Torino saliva fino ai gioghi eccelsi dell'Iserano, del Moncenisio, del Monginevro, dappoiché Carlomagno restituiva al Regno d'Italia quelle valli apline già occupate dai Franchi. Tra il levante e il mezzodì la Contea comprendeva il territorio del Chierese e gli altri vicini, fino ai primi colli dell'Astigiano al di là di S. Paolo e Solbrito: e Savigliano col suo territorio, confinando ai contadi d'Asti, d'Alba e di Bredulo »
(Luigi Cibrario, Storia di Torino, libro II, capo II)

È probabile che a questo periodo risalga la trasformazione di alcune strutture cittadine in edifici fortificati.

Nel 590 Agilulfo, duca di Torino, sposò Teodolinda, vedova di re Autari, e l'anno seguente venne riconosciuto re dagli altri duchi longobardi. Agilulfo adattò a proprio palazzo (Curtis ducis) gli edifici esistenti nell'attuale piazza IV marzo che corrispondevano, forse, all'antica sede delle magistrature romane.

Agilulfo era di religione ariano, ma subì l'influsso della moglie cattolica, che tentava di avviare la conversione del suo popolo alla Chiesa di Roma. Per volere di lei, San Giovanni Battista venne proclamato patrono della città e forse fu eretta la chiesa omonima nell'area che attualmente ospita il duomo cittadino, area che già ospitava il tempio dedicato ai martiri torinesi Solutore, Avventore ed Ottavio.

Altro duca longobardo di Torino, poi asceso al trono di Pavia, fu Arioaldo a cui seguì una fase di continue lotte in cui la guida del ducato si intrecciò con il titolo regale. Ultimo duca di Torino a portare il titolo di re fu Ariperto II che, secondo Paolo Diacono[7] regnò in pace per nove anni fino alla sconfitta subita da parte di Liutprando intorno al 710.

Torino ebbe una forte presenza longobarda anche tra la popolazione semplice e non solo nelle alte sfere del potere. Lo testimoniano le necropoli rinvenute sia in città che nelle aree limitrofe, nelle quali sono presenti anche testimonianze - archeologiche e toponomastiche - di numerosi insediamenti longobardi.

La dominazione franca ed il Sacro Romano Impero[modifica | modifica sorgente]

Nel 773 Carlo Magno, dopo aver sconfitto i longobardi, entrò in Torino, che non oppose alcuna resistenza, ed insediò nella città suoi rappresentati comitali rendendo la città centro di una contea franca avente la stessa estensione territoriale del ducato longobardo.

Alcuni documenti, prevalentemente arbitrati su dispute riguardanti diritti territoriali o individuali, riportano i nomi di alcuni conti della città. Nell'818 divenne vescovo di Torino, su mandato di Ludovico il Pio, Claudio, che si distinse tra gli iconoclasti nella disputa sulla questione che attraversò la chiesa di Roma. Tra i conti che governarono Torino in questi anni si annovera anche Ugo di Spoleto nel 889.

Marca di Torino[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Marca di Torino.

Nel 940 il conte Arduino il Glabro venne investito da Ugo di Provenza, che cinse la corona di re d'Italia, del titolo di conte di Torino. Quando, pochi anni dopo, Berengario II strappò il trono ad Ugo, mise Arduino a capo dell'appena costituita marca di Torino, una realtà feudale che riuniva, oltre a Torino, numerosi comitati franchi: Asti, Alba, Albentimillio (Ventimiglia) e Albenga.

La nuova realtà feudale non pose la città al riparo dai pericoli costituiti da ungari e saraceni, secondo un cronista ungherese nel 954 sia Torino che Susa vennero saccheggiate dagli ungari.

Negli anni seguenti furono i saraceni insediatisi a Frassineto, in Costa Azzurra a devastare le terre della marca torinese, costringendo anche i monaci dell'abbazia di Novalesa ad abbandonarla per trovare rifugio prima a Torino e poi a Breme. Principale modifica edilizia, in Torino, legata alla costituzione della marca fu la trasformazione della Porta Decumana (porta segusina) in castello, ove risiedettero i marchesi arduinici.

Ad Arduino successe il figlio Mangifredo che intorno al 1000 trasmise il titolo a Olderico Manfredi, suo figlio.

Nel 1035 Olderico Manfredi morì lasciando solamente tre figlie, la maggiore delle quali Adelaide divenne, di fatto, l'erede della marca torinese. Poco dopo la morte del padre Adelaide sposò Ermanno di Svevia, figliastro dell'imperatore Corrado il Salico. Ermanno però morì nel 1038 e nel 1042 Adelaide sposò Enrico del Monferrato. Anche questo nuovo matrimonio durò poco in quanto Enrico morì probabilmente nel 1045. Nuovo consorte di Adelaide fu Oddone figlio cadetto del primo conte di Moriana Umberto, detto Biancamano, di origini burgunde. Da questo matrimonio ebbero origine l'interesse e l'influenza della casa dei Savoia nei confronti di Torino.

Il vescovo ed il Comune[modifica | modifica sorgente]

Elemosina di Sant'Antonio Pierozzi, nella Chiesa di San Domenico, la più antica della città: è opera di Giovanni Martino Spanzotti.

Alla morte di Adelaide si pose il problema della successione nel controllo di Torino e delle sue dipendenze. Unico discendente dei Savoia, ancora in vita, era Umberto, figlio di Amedeo II ancora in giovane età.

Nello scontro tra i vari pretendenti, tra i quali oltre la Casa Savoia v'erano anche i conti di Albon e gli Aleramici, si inserì il potere vescovile che, di fatto, ottenne il controllo della città in cui andavano anche organizzandosi istituzioni di tipo comunale.

Fra alterne vicende e complessi giochi di forze fra i numerosi signori delle aree confinanti, il XII secolo vide la nascita di una organizzazione comunale ad opera di famiglie vicine all'ambiente vescovile, preminenti fin dall'epoca di Arduino. Il comune e il vescovo fecero spesso fronte compatto contro i Savoia, i quali non avevano ancora rinunciato al controllo della città.

Nel 1125 Amedeo III ottenne il riconoscimento del titolo di Marchese di Torino ma solo nel 1131 riuscì ad entrare in città, città che i Savoia persero nuovamente nel 1148 quando Amedeo III morì a Nicosia durante una crociata lasciando terre e titoli al figlio minorenne Umberto III.

Ancora una volta fu il vescovo (Carlo) a reggere il potere in città, potere che ottenne il riconoscimento imperiale, da parte di Federico Barbarossa nel 1159, riconoscimento confermato da Enrico VI che, nel 1196, soggiornò per breve tempo in Torino.

Malgrado tutti questi eventi ed il passaggio di così rilevanti personaggi la città mutò scarsamente il suo aspetto nei secoli, ancora rinchiusa nella cinta di mura eretta in epoca romana e costantemente riparata ma non modificata. Nuove vie interne, spesso strette e tortuose, ruppero la geometrica regolarità dello schema originale. Sorsero nuove chiese e nuovi conventi ma anche così la città fu ancora scarsamente popolata al punto che all'interno delle mura erano presenti anche orti e coltivazioni.

Sul finire del XII secolo si accentuò lo scontro tra i comuni di Torino e quelli di Asti, Chieri, Testona, scontro che si intrecciò con la disputa tra impero e papato e con le mire espansionistiche dei Savoia.

Nel 1193 il Comune torinese ottenne, dal vescovo, il permesso di uso, in caso di guerra, di una serie di castelli eretti in zone adiacenti la città.

Nel 1218 Torino si schierò a fianco di Federico II mentre Tommaso I di Savoia scelse il campo avverso e il vescovo di Torino, Giacomo di Carisio ottenne l'incarico di vicario imperiale.

Nel 1248 Federico II concesse "Torino ed il suo ponte" a Tommaso II, reggente della contea di Savoia, come riconoscimento per il cambio di alleanze deciso dai Savoia. Gli astigiani, che mal sopportavano il controllo sabaudo sulla città, sobillarono i comuni limitrofi e, in poco tempo, si venne alle armi. Nella battaglia di Montebruno, tra Torino e Moncalieri, il 23 novembre 1255, Tommaso ebbe la peggio e fu costretto a riparare in città, ove lo attese la sgradita sorpresa della ribellione del clero e del popolo, che lo imprigionò nella porta Segusina per poi consegnarlo agli astigiani.

In seguito di questo avvenimento ed al timore di una rappresaglia da parte del nuovo conte savoiardo Pietro II, i consoli della città ordinarono di restaurare le mura facendo anche abbattere tutte le costruzioni che nei secoli erano state erette a ridosso delle mura stesse in modo da rendere nuovamente libera e transitabile la via che delimitava il perimetro interno delle mura stesse.

A partire dal 1255 la città fu controllata, attraverso gli istituti comunali, dalle famiglie di banchieri astigiani.

Nel 1264 il nuovo vescovo Goffredo da Montanaro entrò in contrasto sia con il conte di Savoia che con gli istituti comunali della città per la gestione dei diritti di pedaggio ed anche per il controllo di alcuni castelli.

Nel frattempo crebbe, anche in Piemonte, l'influenza di Carlo d'Angiò che portò sotto il suo controllo centri come Alba e Savigliano sottraendoli al comune di Asti. Nel 1269 anche i torinesi scelsero di schierarsi dalla parte angioina e scacciato il podestà astigiano accettarono l'insediamento di un vicario reale nella figura di Pietro di Braida.

La fase del controllo angioino fu di breve durata. Nel 1276, dopo essersi messo a capo della fazione anti-angioina in Piemonte, Guglielmo VII del Monferrato occupa Torino e vi si insedia come signore.

A Guglielmo è, per tradizione, attribuita la trasformazione della Porta Praetoria, detta al tempo Porta Fibellona[8] nel castello che è possibile vedere in piazza Castello. Recenti ricerche di Aldo Settia attribuirebbero a Tommaso II l'inizio dei lavori di trasformazione.

Torino feudo dei Principi di Acaja[modifica | modifica sorgente]

Torino nel XIV secolo

Malgrado fosse rimasta rinchiusa nell'originario tracciato della colonia romana, Torino nel XIV secolo è un importante punto di incontro di vie commerciali.

Per la Porta di Palazzo (detta anche Porta Doranea) entrava in città, dopo aver scavalcato su un ponte in pietra la Dora Riparia, la via che giungeva dalla Lombardia. Dalla porta Fibellona (Porta Decumana), che a causa dell'erezione della casaforte degli Acaia era stata spostata a fianco di questa, entrava la via che partendo da Asti toccava Chieri e dopo aver scavalcato la montagna (la collina torinese) giungeva alle rive del Po passando da Pecetto e la Val Salice. L'attraversamento del fiume era garantito da un ponte in legno, che sostituiva quello in pietra di epoca romana, posto ove attualmente si trova il ponte di piazza Vittorio Veneto. Dalla porta Segusina entrava la via che giungeva da oltremonti ossia dai valichi alpini. Allo scopo di garantire il gettito fiscale proveniente dalle varia dogane e diritti di transito i mercanti, oltre a doversi servire della porta apposita, avevano anche l'obbligo di soggiornare in città almeno per una notte. Allo scopo di rendere comodo il soggiorno di questi erano sorti, nel centro della città ove si incontravano le vie provenienti dalle porte, vari alberghi dotati di stalle e magazzini tra cui si ricordano:il Falcone, Le chiavi, L'angelo, Il leon d'oro.

Per i meno abbienti e per i pellegrini che percorrevano le vie romee erano sorti in città e nei suoi pressi numerosi ospizi ed ospedali. Nei pressi del passaggio della Stura sorgeva l'ospedale di San Giovanni affidato alla gestione dei monaci di Vallombrosa. Tra la Dora e la Stura vi era l'ospedale di San Lazzaro riservato ai lebbrosi. Poco fuori la porta di Palazzo sorgeva l'ospedale di San Biagio.

I Cavalieri del Santo Sepolcro possedevano una loro mansio, per accogliere i pellegrini, circa due chilometri fuori porta Segusina mentre i Cavalieri Templari avevano una loro casa presso il ponte di Testona.

Oltre alle porte storiche nelle mura furono aperte anche altre porte minori (anche in epoca romana si suppone che vi fossero pusterle in corrispondenza delle torri lungo le mura).

Nel 1280 Guglielmo VII del Monferrato venne catturato, da truppe fedeli alla casa Savoia, mentre era in viaggio per la Castiglia. Come riscatto dovette cedere Torino e le sue dipendenze a Tommaso di Savoia, detto Tommasino, figlio di Tommaso II.

« La convenzione stipulata il 21 di giugno ordinava: Guglielmo rendesse a Tommaso la città di Torino colla casa forte che v'avea edificata, e colla bastia del Ponte di Po, Collegno e Grugliasco [...] Promise ancora Guglielmo di non impedire a Tommaso la signoria di Cavoretto, Montosolo ed Alpignano, né degli altri luoghi posseduti dai Torinesi »
(Luigi Cibrario, Storia di Torino, libro IV, capo I)

Tommasino morì nel 1292 e tre anni dopo morì il conte di Savoia, Filippo, aprendo una complessa questione ereditaria che venne infine risolta con l'assegnazione del titolo comitale ad Amedeo, fratello di Tommasino, mentre al figlio di questi, Filippo, rimasero Torino e le terre piemontesi sotto il controllo dei Savoia. Essendo Filippo ancora minorenne Amedeo ne assunse la tutela a cui rinunciò solamente nel 1294 ottenendo però in cambio la rinuncia del nipote a qualsiasi rivendicazione sul titolo comitale.

Di fatto Torino divenne uno stato vassallo della contea di Savoia e i suoi signori furono noti come principi d'Acaia titolo giunto a Filippo attraverso il matrimonio.

Per ragioni che non sono del tutto comprese la capitale del nuovo dominio non fu Torino, ove risiedette un vicario, bensì Pinerolo.

Nel settembre 1334 una congiura, pilotata dal signore di Milano Azzone Visconti rischiò di togliere ancora il possesso della città alla famiglia Savoia: l'odio tra le case più influenti della città venne sfruttato dai marchesi Federico I di Saluzzo e Teodoro I del Monferrato che, grazie all'aiuto del parroco torinese Giovanni Zucca, ordirono una congiura per entrare in possesso della città. Sventata in tempo la ribellione, lo Zucca fu uno dei pochi che riuscirono a salvarsi: gli altri furono impiccati.

La politica "indipendentista" di Filippo I, che nel 1335 tentò di ottenere l'infeudamento sui suoi domini direttamente dall'imperatore, portò allo scontro tra le due componenti della casata dei Savoia. Tra il 1359 ed il 1360 Amedeo VI, detto il Conte Verde occupò militarmente Torino ed il resto del Piemonte.[9]

Nel 1362 Torino viene restituita, dietro nuovi giuramenti di fedeltà, a Giacomo di Savoia-Acaia, succeduto nel frattempo al padre.

Amedeo VI, nel 1360, ridusse i poteri degli organi del comune ottenendo una nuova formulazione degli Statuti cittadini (quella precedente era del 1280).[10]

L'episodio più celebre legato al Conte Verde ed alla città fu, forse, la pace di Torino del 1381, con la quale Amedeo VI riuscì ad introdursi abilmente nella scena politica italiana: l'avvenimento, che stabilì la firma degli accordi di pace tra Genova e Venezia, vide convenire tra le antiche mura romane i rappresentanti della repubblica di Genova, di quella di Venezia, dei Visconti di Milano e del re d'Ungheria.

L'Università di Torino[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia dell'università di Torino.
Mappa politica dell'Italia, 1499

Nel 1404 venne deciso di istituire in città uno Studio in diritto civile e canonico e nelle scienze, a vantaggio ed onore della città di Torino.

L'università nacque con due legisti e due medici stipendiati dal comune. Nel 1405 il papa Benedetto XIII emanò la bolla che erigeva giuridicamente lo Studio torinese e nel 1412 giunse anche il diploma imperiale che istituiva, in modo perpetuo, uno Studio generale in teologia, diritto civile e canonico, filosofia naturale e morale, medicina ed arti liberali.

I primi anni di vita dell'università torinese non furono facili per problemi finanziari ed anche a causa delle intemperanze degli studenti che spesso abusavano dei privilegi e delle immunità concesse allo Studio, al punto che, giunti ad una soglia estrema, di notte, agli studenti fu vietato di attraversare il ponte sul Po e venne istituito un corpo di vigilanza in ognuno dei quattro quartieri in cui era divisa la città.

Nel 1421, a causa di un'epidemia che infuriava in città, l'università fu trasferita a Chieri e poi nel 1434 a Savigliano e solo nel 1436 il comune di Torino riuscì a riottenere il trasferimento in città.

Malgrado queste vicissitudini già nel 1456 lo Studio contava ben venticinque professori.

Torino e il Ducato di Savoia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Ducato di Savoia.
Il duomo di Torino, principale edificio religioso del periodo rinascimentale in città

Nel 1418 morì, senza discendenti, Ludovico ultimo discendente della linea Savoia-Acaia e quindi Torino ed il Piemonte ritornarono sotto il dominio diretto di Amedeo VIII che nel 1416 aveva ottenuto dall'imperatore Sigismondo la trasformazione del titolo comitale in ducato.

Nel 1424 il duca di Savoia istituì il Principato di Piemonte, titolo, da allora, assegnato all'erede ducale.

Iniziò allora un'opera di unificazione amministrativa tra le varie parti dello stato con l'istituzione di due Consigli ducali, uno in Savoia ed uno in Piemonte o, secondo la denominazione del periodo, un consiglio oltremontano ed uno cismontano.

Relativamente al 1453, durante il regno del duca Ludovico è da ricordare un avvenimento tradizionalmente noto come Miracolo eucaristico di Torino, in seguito al quale venne eretto prima una piccola cappella e poi la chiesa detta del Corpus Domini.

Nel 1472 venne aperta in Torino la prima stamperia e nel 1495 fu pubblicato il primo testo in volgare: Fior di vita.

L'edificio rinascimentale di maggior rilievo in Torino è il duomo la cui costruzione iniziò nel 1490 per terminare nel 1498.

La morte, avvenuta nel 1472, del duca Amedeo IX che lasciò un erede, Filiberto I minore aprì una fase di lotte intestine e di instabilità nel ducato, instabilità che andò a legarsi anche all'attrito tra la componente piemontese e quella savoiarda.

Le lotte dinastiche ebbero termine quando nel 1496 divenne duca, anche se per breve tempo, Filippo di Bresse detto il senzaterra.

L'età moderna[modifica | modifica sorgente]

L'occupazione francese[modifica | modifica sorgente]

Torino durante l'occupazione francese.

Il XVI secolo si apre con lo scontro tra l'imperialismo francese di Francesco I e quello imperiale di Carlo V, scontro che coinvolse anche il Piemonte e la città di Torino.

Nel tentativo di evitare il peggio per anni i duchi di Savoia oscillarono tra i due campi senza poter evitare che le loro terre fossero attraversate dagli eserciti delle due fazioni.

Nel 1510 la situazione venne aggravata anche da un'epidemia scoppiata in città che causò un ulteriore impoverimento anche della popolazione.

A risollevare le sorti della città non bastò, nel 1515, l'elevazione della stessa a sede arcivescovile, atto giunto dopo le proteste per la creazione della diocesi di Saluzzo che comportò il distacco dalle sede torinese delle terre del marchesato.

Tardivamente, resosi conto della vulnerabilità di Torino, il duca Carlo II (Carlo III secondo la maggior parte degli storici che considerano Carlo II il Carlo Giovanni Amedeo che resse il ducato dal 1490 al 1496 sotto la tutela della madre Bianca di Monferrato) ordinò un potenziamento della cinta difensiva, che era, di fatto, ancora quella romana, con l'erezione di quattro bastioni di tipo moderno, ossia adatti a resistere al fuoco delle artiglierie, agli angoli della città più uno, detto il rivellino posto a protezione del castello.

Nel 1536 il re Francesco I ordinò l'occupazione del Ducato di Savoia ed il 3 aprile le truppe francesi entrarono in Torino, abbandonata il 27 marzo dal duca che portò con sé le artiglierie della città, senza trovare resistenza.

Tra le prime iniziative degli occupanti vi fu quella di fortificare la città. I bastioni costruiti in precedenza vennero completati e collegati tra loro da una nuova cortina difensiva addossata alle vecchie mura romane. Per permettere il tiro delle artiglierie poste sui bastioni vennero abbattute tutte le costruzioni fuori dalle mura limitrofe alla città; così scomparvero i borghi di Dora, di Po e di Porta Segusina, l'antica abbazia di San Solutore ed anche gli ultimi resti dell'anfiteatro romano.

I nuovi bastioni della città vennero ricordati nell'opera Gargantua e Pantagruel:

« ...Fra Gianni di rinforzo ai maggiordomi, scalchi, panettieri, coppieri, scudieri trincianti, tagliatori credenzieri, portò quattro orrifici pasticci così grandi che mi sovvenne dei quattro bastioni di Torino... »
(François Rabelais, Gargantua e Pantaguele, cap. 64)

Allo scopo di integrare i nuovi territori nel regno di Francia nel 1539 venne istituito, in sostituzione del consiglio ducale, un parlamento analogo a quelli presenti nelle altre province francesi. Comunque i nuovi occupanti non vennero visti in modo positivo a cause delle pesanti esazioni fiscali che vennero imposte allo scopo di finanziare la guerra ed anche di azioni come la chiusura dell'Università.

Dopo anni di alterne vicende, nel 1557, i francesi sconfitti nella battaglia di San Quintino, da Emanuele Filiberto, figlio di Carlo II, con la pace di Cateau-Cambrésis nel 1559 dovettero restituire Torino, la Savoia ed il Piemonte al duca savoiardo.

Torino capitale del ducato[modifica | modifica sorgente]

Torino nel 1577, dopo la costruzione della cittadella

Ancora prima di rientrare in possesso della città, nel 1561, Emanuele Filiberto prese due decisioni di notevole portata: decise di trasferire la capitale del suo stato da Chambéry, in Savoia, a Torino ed ordinò che tutti gli atti ufficiali del ducato fossero redatti in italiano.

Entrambe queste decisioni discendevano dalla vulnerabilità militare, politica e sociale di avere una capitale troppo vicina al regno di Francia. Emanuele Filiberto si rese conto che le uniche speranze di espansione dei suoi domini erano verso l'Italia.

Non appena rientrato in possesso di Torino il duca ebbe come prima preoccupazione renderla maggiormente difendibile e riprendendo un'idea, non realizzata, già valutata dagli occupanti francesi fece realizzare una cittadella pentagonale posizionata nell'angolo ovest della città, quello maggiormente vulnerabile.

I lavori iniziarono il 7 febbraio 1563 e per alcuni anni assorbirono tutte le energie della città al punto che un editto ducale vietava qualsiasi altra costruzione nel frattempo.

La Sacra Sindone fu trasferita da Chambéry a Torino nel 1578
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Cittadella di Torino.

All'interesse per la difesa della città il duca affiancò anche numerose iniziative destinate a rendere maggiormente sontuosa la sua capitale. Considerando non più adatta, come residenza, la vecchia casa-forte degli Acaia venne dato inizio alla costruzione di un palazzo nell'area dietro il duomo, a fianco del palazzo del vescovo utilizzato come residenza provvisoria.

Nei dintorni della città vennero erette, o ammodernate, varie residenze di campagna destinati allo svago del duca, della corte e degli ospiti. Oltre ai lavori ai castelli di Lucento e Rivoli, Emanuele Filiberto fece anche acquistare la villa della famiglia Birago posta in riva al Po trasformandola in un castelletto circondato da un parco (da questo avranno poi origine il Parco del Valentino e l'omonimo castello).

Nel 1568, con l'acquisto di alcune centinaia di giornate di terreno ebbe inizio lo sviluppo della residenza di campagna conosciuta in seguito come il Regio Parco (che verrà poi devastata durante l'assedio di Torino del 1706 venendo trasformata nella successiva Manifattura Tabacchi mentre l'area del parco verrà utilizzata, in parte, per la realizzazione del Cimitero Generale di Torino).

Nel 1566 il comune ottiene il ritorno in città dello Studio che il duca aveva inizialmente concesso alla cittadina di Mondovì e nel 1578 Torino è meta di imponenti pellegrinaggi in seguito al trasferimento della Sindone, trasferimento voluto da Emanuele Filiberto per favorire il cardinale Carlo Borromeo che aveva espresso il desiderio di poter venerare la reliquia, da Chambéry.

L'abbattimento dei borghi fuori dalle mura ad opera degli occupanti francesi aveva portato ad un notevole aumento della popolazione cittadina che intorno al 1570 giunse, forse, alle 30.000 unità[11], causando problemi di sovraffollamento che portarono ad utilizzare tutte le aree edificabili (nel Medioevo la città era ricca di orti).

Oltre a questo si pose anche il problema di dove erigere i palazzi che il ruolo di capitale del ducato richiedeva e quindi negli ultimi anni del XVI secolo vennero realizzati vari progetti di ampliamento ma la costante carenza di fondi unita ad un'epidemia scoppiata nel 1599 ed allo stato quasi permanente di guerra in cui si trova il ducato costrinse Carlo Emanuele I, successo al padre nel 1580, a rinviare l'espansione cittadina.

Vennero comunque realizzate opere minori volte a migliorare la qualità della vita degli abitanti e ad abbellire la città stessa come la pavimentazione delle strade e la copertura di una parte dei canali che svolgevano il ruolo di fogne a cielo aperto. Nel 1608, su progetto di Ascanio Vittozzi vennero realizzati i portici della parte più antica di piazza Castello, mentre nel 1604 venne eretta la chiesa del Corpus Domini.

Nell'ambito delle costruzioni sacre è da ricordare la costruzione del Convento dei cappuccini sulla collina prospiciente il Po e l'erezione, per soddisfare il voto fatto in occasione dell'epidemia del 1599, dell'Eremo dei Camaldolesi.

Anche l'architettura mondana, oltre a quella sacra, produsse notevoli opere soprattutto nelle vicinanze della città. Nel 1586 il duca Carlo Emanuele fece iniziare i lavori di costruzione della residenza conosciuta come Castello di Miraflores (nell'attuale quartiere di Mirafiori Sud) su progetto dell'architetto Carlo di Castellamonte. L'opera venne realizzata solamente in parte e, come altre residenze sabaude limitrofe alla città, andò distrutta all'inizio del XVIII secolo durante la guerra contro la Francia.

Nel 1616 il cardinale Maurizio di Savoia, figlio del duca, iniziò i lavori di costruzione, ai piedi della collina torinese, di quella che sarebbe poi diventata nota come Villa della Regina.

Pianta di Torino dopo il 1º ampliamento
Gli eleganti portici di piazza San Carlo, fulcro della prima espansione della città

Solo nel 1620 Carlo Emanuele I poté dare inizio ai lavori di ampliamento della città. La scelta cadde sul progetto realizzato da Carlo di Castellamonte, progetto che prevedeva lo sviluppo della città moderna intorno ad una grande piazza centrale (attuale piazza San Carlo), con ruolo di mercato, dotata di portici per accogliere le botteghe artigiane e con le vie che mantenevano la struttura a scacchiera del reticolo viario.

Anche la cinta difensiva subì alcune modifiche legate soprattutto allo spostamento delle porte: l'espansione della città comportò l'abbattimento della porta detta Marmorea che fu sostituita dalla Porta Nuova al termine della omonima via (attuale via Roma); la porta verso Susa venne spostata in prossimità di un bastione della cinta muraria mentre l'antica porta Segusina era già scomparsa nel 1585; anche le Porte Palatine persero la loro funzione viaria e la Porta di Palazzo venne spostata tra i due bastioni eretti sul lato nord della cinta.

Carlo Emanuele I si occupò anche della cultura, e volle alla sua corte uomini di lettere, quali Torquato Tasso, Gabriello Chiabrera, Fulvio Testi, Gianbattista Marino, Alessandro Tassoni: il duca stesso, uomo colto e raffinato (suo precettore era stato Giovanni Botero), si cimentava in poesia.

Principisti e Madamisti[modifica | modifica sorgente]

Nel 1630 la morte del duca, che aprì una nuova fase di instabilità nella guida dello stato e una violenta epidemia di peste posero un pesante freno allo sviluppo della città che subì l'abbandono a causa del morbo e le devastazioni causate dalla guerra civile.

La peste[modifica | modifica sorgente]

L'epidemia di peste che si scatenò a Torino nel 1630 fu ben peggiore di quella che aveva colpito la città nel 1599; nei giorni peggiori si raggiunsero, a detta dei cronisti dell'epoca, anche i 150-200 decessi al giorno. I moribondi, per i quali, come del resto era triste consuetudine a quel tempo, non si avevano cure efficaci, venivano ospitati nei lazzaretti siti oltre le mura cittadine, negli attuali Borgo Dora e Madonna di Campagna.

La città rapidamente si svuotò. Chi poteva, ovvero i nobili e la loro servitù, trovarono rifugio nelle tenute fuori Torino, ove il rischio di contagio era meno alto. La corte, dal canto suo, si stabilì a Cherasco. Rimasero soltanto undicimila cittadini, dei quali ben tremila non sopravvissero al morbo. A sorvegliare la capitale, prestando soccorso alla popolazione, rimase anche il sindaco, Giovanni Francesco Bellezia: il comune lo ricordò intitolandogli una delle vie più antiche, nel cosiddetto Quadrilatero Romano.

La guerra civile[modifica | modifica sorgente]

Frontespizio del volume di Giovanni Andrea Pauletti del 1676 dedicato alla Storia di Torino e degli Stati della Casa Savoia

Nel 1637 morì, di febbri malariche a Vercelli, il duca Vittorio Amedeo I lasciando lo stato al figlio Francesco Giacinto di pochi anni; la reggenza assunta da Maria Cristina di Borbone-Francia, consorte del defunto duca e sorella del re di Francia, venne contestata dai fratelli del duca scomparso: i principi Maurizio e Tomaso.

Questi ultimi temendo un ulteriore spostamento della politica del ducato nella sfera d'influenza francese chiesero la creazione di un consiglio di reggenza, proposta che la reggente, detta Madama Reale rifiutò. In breve lo scontro all'interno della famiglia sabauda diventò scontro tra Francia e Spagna per il controllo di Savoia e Piemonte.

Il confronto divenne in breve tempo militare ed il 27 luglio 1639 i principisti appoggiati da truppe al servizio della Spagna conquistano Torino senza però riuscire ad entrare nella cittadella, presidiata da truppe francesi. Dalla cittadella di sparò sulla città, che subì danni abbastanza consistenti, dai bastioni si bombardò la cittadella mentre a partire dal maggio 1640 un esercito francese assediò la città minacciato a sua volta dall'esercito spagnolo.

Questa situazione di doppio assedio viene citata nel romanzo di Victor Hugo Notre-Dame de Paris:

« ... e che Quasimodo difendeva, allo stesso tempo assedianti e assediati, si trovavano nella singolare situazione nella quale si ritrovò poi, durante il famoso assedio di Torino del 1640, tra il principe Tommaso di Savoia che assediava e il marchese di Leganez che lo bloccava, Henri d'Harcourt, Taurinum obsessor idem et obsessus, come recita il suo epitaffio. Libro X, Capitolo VII. »

Nel settembre dello stesso anno la situazione si risolse: i principi Maurizio e Tomaso lasciarono la città con le loro truppe e nel 1642 si giunse ad un accordo definitivo tra i contendenti, accordo che vide la reggente, Madama Reale, ben salda al potere, posizione che mantenne fino alla morte anche dopo che il duca Carlo Emanuele II, successo al fratello morto in tenera età, giunse alla maturità.

La città si espande[modifica | modifica sorgente]

Mappa del secondo ampliamento.

Nonostante l'alta mortalità dovuta alla peste, i danni causati dalla guerra civile ed il continuo stato di guerra che caratterizzò la seconda metà del XVII secolo Torino aumentò la sua popolazione: dai 36.649 abitanti del 1631 ai 43.866 del 1702.

Gli imponenti lavori di fortificazione e l'erezione, da parte della nobiltà, di palazzi e residenze comportarono l'afflusso in città di manodopera sia generica, come sterratori, muratori, carpentieri, sia maggiormente specializzata, come decoratori e tappezzieri.

Tra gli edifici di maggior rilievo realizzati nella seconda metà del XVII secolo: il nuovo Palazzo Ducale (architetto Amedeo di Castellamonte 1658), la Cappella della Sindone (architetto Guarini, 1666), il Palazzo Carignano (Guarini 1680), il Palazzo Barolo (Baroncelli), il nuovo Palazzo di Città (Lanfranchi), l'Arsenale (Amedeo di Castellamonte), la ricostruzione della manica che collegava il palazzo ducale con il castello andata distrutta da un incendio nel 1657, i Giardini del palazzo (1697).

Palazzo Carignano, progettato dal Guarini, è uno dei più celebri monumenti della Torino barocca

Anche il circondario della città vide l'edificazione, o il restauro, di nuove ville e palazzi: nel 1660 fu completato, nella forma che mantiene tuttora, il Castello del Valentino e nel 1661 Amedeo di Castellamonte iniziò i lavori della Reggia di Venaria Reale

Per sopperire alla necessità di spazio edificabile si abbatterono le mura romane e filibertiane e la stessa Porta Nuova erette nel 1620 che ancora dividevano la città vecchia dalla città moderna (primo ampliamento) e si cominciò a progettare un secondo ampliamento della cinta muraria.

Il 23 ottobre 1673 il duca Carlo Emanuele II posò la prima pietra del secondo ampliamento cittadino, che questa volta includeva dentro le mura torinesi l'area verso il fiume: non a caso, l'arteria principale della nuova sezione, detta Contrada di Po, venne battezzata, appunto, via di Po. I confini della nuova area correvano da via Accademia delle Scienze a Via San Francesco da Paola, quindi toccavano le attuali piazza Cavour, via Maria Vittoria, piazza Vittorio Veneto, congiungendosi infine con i Giardini Reali. La piazza principale della nuova estensione torinese venne intitolata a Carlo Emanuele II.

Tra il 1660 ed il 1682 venne realizzata, per volere ducale, l'opera Theatrum Statuum Sabaudiae allo scopo di conservare e illustrare città, luoghi e monumenti di Savoia e Piemonte (una preziosa copia colorata dell'opera è conservata presso la Biblioteca Reale).
All'interno del nuovo ampliamento trovò anche posto tra le vie San Filippo (attuale via Maria Vittoria), Scuderie del principe di Carignano (via Bogino), via d'Angennes (via Principe Amedeo) e via San Francesco da Paola il ghetto ebraico che venne istituito nel 1679.

Da capitale di un ducato a capitale di un regno[modifica | modifica sorgente]

L'assedio del 1706[modifica | modifica sorgente]

La battaglia di Torino
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Assedio di Torino del 1706.

All'inizio del XVIII secolo, durante la guerra di successione spagnola, Torino venne più volte minacciata dall'esercito francese che, dopo alterne vicende, stava portando scompiglio nel Piemonte sabaudo. Nel 1705 l'assedio venne evitato per mancanza di rinforzi francesi ma, l'anno successivo, la città venne circondata e sottoposta all'assedio per 117 giorni.

La cittadella voluta dal duca Testa di Ferro resistette eroicamente,[12] anche grazie all'ausilio delle note gallerie di contromina e al sacrificio di uomini quali Pietro Micca, la cui morte fermò l'avanzata delle truppe nemiche nei cunicoli della Mezzaluna. Liberata infine dalle forze austro-piemontesi capitanate da Vittorio Amedeo II di Savoia e suo cugino Eugenio, la città divenne, dopo il trattato di Utrecht, capitale del Regno di Sicilia, poi scambiato, in ottemperanza del trattato di Londra del 1718, con il Regno di Sardegna. Inoltre, nello stesso anno, per ringraziare la Madonna per il voto fatto ed esaudito, il re fece costruire sulla collina che domina la città una chiesa che fosse visibile da ogni angolo di Torino: la basilica di Superga.

Torino reale[modifica | modifica sorgente]

Demografia di Torino nel XVIII secolo
Anno abitanti città abitanti borghi
1715 44.906 10.058
1725 53.412 10.407
1735 59.060 10.206
1741 59.509 11.517
1747 52.000 10.000
1750 58000
1755 61.000
1760 63.000
1770 66.721
1780 69.894
1785 71.886
1790 76.505 17.438
fonte: Francesco Cognasso, op. cit., pag. 332
Torino dopo il terzo ampliamento della cinta muraria

Dopo la grande paura del 1706 Torino si espanse lentamente, grazie anche all'operato di grandi architetti che ebbero il compito di rendere la città degna del nuovo rango di capitale di un regno. Malgrado le continue guerre in cui fu coinvolto il Regno di Sardegna solamente nel 1745 la città fu nuovamente minacciata direttamente dalla guerra, circostanza che causò un arresto nella crescita della popolazione.

In città, venne completato il Palazzo Reale, evoluzione della precedente residenza dei duchi di Savoia; piazza Castello venne completata con imponenti palazzi creati per farne il palcoscenico della vita politica. Venne anche inaugurato, nel (1740), il Teatro Regio, realizzato da Benedetto Alfieri su un progetto originale di Carlo di Castellamonte. Nel 1752, su un'area già destinata a spettacoli equestri e circensi venne realizzato il Teatro Carignano che distrutto da un incendio nel 1786 venne tosto ricostruito nella foggia che conserva tuttora.

L'aumento della popolazione rese necessario l'innalzamento degli edifici cittadini che raggiunsero anche i cinque o sei piani presentando, spesso, una stratificazione sociale verticale: il primo piano, detto piano nobile, ospitava l'aristocrazia mentre il piano superiore era abitato dalle famiglie borghesi; al di sopra abitavano la servitù ed i lavoratori delle botteghe e delle prime forme di industria.

L'organizzazione della città, divisa in quattro quartieri, si basava sui cantoni che raggruppavano, di regola, due isole ed erano gestiti da un capocantoniere, scelto dai decurioni che reggevano il comune. Agli inizi del XVIII secolo si contavano 119 isole raggruppate in 60 cantoni.

Nel 1777 venne aperto il primo cimitero di Torino quello di San Pietro in Vincoli, fuori dalla Porta di Palazzo, quasi in riva alla Dora, segnando così l'abbandono dell'usanza delle sepolture all'interno delle chiese.

Un esercito di artisti lavorò ai cantieri delle residenze sabaude tutto intorno alla città, residenze tra le quali si ricordano la Reggia di Venaria Reale, il Castello di Moncalieri, la Palazzina di caccia di Stupinigi. Oltre alle grandi residenze sabaude il territorio intorno alla città, e soprattutto la collina, ospitò quelle che erano dette vigne, residenze estive delle famiglie più abbienti, sia aristocratiche che borghesi, e contemporaneamente luoghi di produzione di frutta ed ortaggi destinati alle mense dei loro proprietari.

Sempre all'esterno della città incominciarono a delinearsi alcuni dei grandi viali alberati che saranno poi tipici della città: il viale rettilineo che conduceva al castello di Rivoli (l'attuale corso Francia), quello che andava in direzione della Palazzina di Caccia di Stupinigi (l'attuale corso Unione Sovietica) e quello che conduceva al Castello del Valentino, uscendo dalla Porta Nuova (lungo le attuali via Nizza e corso Marconi)

Visuale di Torino
Visuale di Torino
Autore Bernardo Bellotto
Data 1745
Tecnica Tempera
Dimensioni 127 cm × 164 cm 
Ubicazione Galleria Sabauda, Torino

I sovrani che si succedettero nel XVIII secolo (Vittorio Amedeo II, Carlo Emanuele III e Vittorio Amedeo III) fecero di Torino una città in piena crescita, anche se la produzione industriale rimase scarsa e la povertà molta. Il conservatorismo della monarchia, ritenuta assoluta, e la totale negazione di ogni principio non solo illuministico, ma anche della nascente industria, fecero del Piemonte uno stato sì potente (se paragonato al resto d'Italia), ma arretrato rispetto alle grandi potenze commerciali quali l'Inghilterra.

Ricorda Giovanni Andrea Pauletti, storico secentesco:

« In quanto alla Corte, bisogna assolutamente confessare ch'ella sia la più considerabile d'Italia, attrahendo la primaria nobiltà del Piamonte, della Sauoia e molti altri paesi remoti »
(Andrea Pauletti, Historia di Torino)

Ferveva, nondimeno, l'attività intellettuale, anche se la politica di Casa Savoia, poco avvezza alle idee professate dagli illuministi, cercava di arginare il sorgere di dottrine poco ortodosse mediante delle leggi che sono riportate dall'Alfieri:

« Esisteva in quel tempo in Piemonte una legge che dice: «sarà pur anche proibito a chicchessia di fare stampare libri o altri scritti furi de' nostri Stati, senza licenza de' Revisori, sotto pena di scudi sessanta od altra maggiore. [...] i vassalli abitanti ne' nostri Stati non potranno assentarsi dai medesimi senza nostra licenza in iscritto.» »
(Vittorio Alfieri, Vita di Vittorio Alfieri da Asti)

A Torino, ciononostante, si trovavano in quegli anni, oltre a Vittorio Alfieri, anche Joseph-Louis Lagrange, Giovanni Battista Bodoni, Giovanni Battista Beccaria, Carlo Botta: l'Accademia delle Scienze di Torino era rinomata a livello internazionale. Sarà tra personaggi intellettuali e dell'alta borghesia (in particolare, tra i sopra citati, il Botta) che sorgeranno rapidamente, sul finire del Settecento, le prime logge massoniche torinesi e, allo scoppio della Rivoluzione Francese, molti teorizzarono un'analoga "Rivoluzione Piemontese".

XIX secolo[modifica | modifica sorgente]

Torino francese[modifica | modifica sorgente]

L'8 dicembre 1798, dopo un conflitto durato alcuni anni, Carlo Emanuele IV di Savoia, alleato dell'impero asburgico, in contrapposizione alla Francia del Direttorio, sconfitto lasciò Torino per ritirarsi in Sardegna dopo aver rinunciato ai suoi diritti sul Piemonte e la Savoia.

In piazza Castello fu innalzato l'albero della libertà, il consiglio decurionale fu sciolto e sostituito da una municipalità di tipo francese con a capo un maire, molte vie e piazze cambiarono nome, sorsero svariati clubs politici e venne introdotto l'uso dell'appellativo cittadino:

« ... si aboliscono generalmente tutti i titoli, divise e distinzioni di nobiltà, si userà il solo titolo di cittadino...
Secondo gli ordini espressi il 19 messidoro dell'anno VIII della Repubblica, l'articolo III »

Venne creata una entità statale detta Repubblica Piemontese ma subito si iniziò a discutere se Torino, ed il Piemonte, dovessero unirsi alla Repubblica Cisalpina creata a Milano oppure dovessero unirsi direttamente alla Francia. Nel 1799, in seguito ad un plebiscito, pilotato dal governo francese, la città ed il Piemonte vennero uniti alla Francia; Torino divenne il capoluogo del dipartimento dell'Eridano.

Questa prima fase di occupazione francese durò meno di un anno; infatti il 25 maggio 1799 le truppe russe al comando del generale Suvorov entrarono in città, grazie ad un accordo con alcuni comandanti della neonata Guardia Nazionale che permisero loro il passaggio dalla Porta di Po, e assediarono la guarnigione francese rinchiusasi nella cittadella. Il 22 giugno, dopo quattro giorni di scontri, la guarnigione francese capitolò lasciando la fortezza torinese.

I nuovi occupanti abolirono tutte le modifiche alla gestione della città e dello stato sabaudo introdotte dai francesi richiamando Carlo Emanuele IV da suo esilio in Sardegna. Anche questa fase di restaurazione ebbe vita breve: il 22 giugno 1800, Napoleone Bonaparte, allora Primo Console, entrò in Torino dopo aver sconfitto a Marengo l'esercito austriaco.

La suddivisione politica del nord Italia nel 1806

La prima decisione presa da Napoleone fu l'ordine di abbattere le porte ed i bastioni della città salvando solamente la cittadella ed i bastioni di San Giovanni e Santa Adelaide ove in seguito sorse il Giardino dei Ripari (attuali aiuola Balbo, piazza Maria Teresa e giardino Cavour). Anche i bastioni siti all'interno dei giardini del Palazzo Reale non furono abbattuti. In realtà durante l'occupazione francese l'operazione riguardò principalmente le porte della città mentre il sistema dei bastioni scomparve negli anni successivi.

Dal 1800 al 1814 Torino fu una città francese; la lingua ufficiale dell'amministrazione e dell'istruzione divenne il francese, molte vie ebbero nomi di personaggi legati alla rivoluzione o agli ideali di questa, la ghigliottina, eretta in piazza Carlo Emanuele (piazza Carlina), sostituì il ceppo ed il capestro, la città e la regione fornirono coscritti agli imperiali.

Nel 1803, anche in seguito alle difficoltà nei rifornimenti di vettovaglie, comparve nei mercati della città un nuovo cibo: la patata.

La popolazione della città diminuì negli anni dell'occupazione francese soprattutto a causa della mancanza di lavoro per molti degli impieghi che ruotavano intorno alla presenza della corte sabauda, nel 1814 la città conta 65.548 abitanti contro gli 80.752 del 1799.[13]

Napoleone visitò più volte la città, ove il palazzo reale venne ribattezzato Palazzo Imperiale, e nel dicembre del 1807 firmò, durante una delle sue visite, il decreto che autorizzò la municipalità ad erigere, a sue spese, un nuovo ponte sul Po in sostituzione di quello di legno. Come contributo all'opera la municipalità ebbe la possibilità di utilizzare i materiali ricavati dalla demolizione delle porte ed il lavoro di prigionieri di guerra spagnoli. Per ironia della sorte il nuovo ponte a cinque arcate, che esiste tuttora, venne inaugurato da Vittorio Emanuele I al suo rientro in città nel 1814.

Nel 1808 con l'intento di migliorare l'integrazione del Piemonte con la Francia il ruolo di governatore dei dipartimenti dell'Oltre Alpi venne assegnato ad un membro della famiglia imperiale e precisamente al principe romano Camillo Borghese consorte della sorella di Napoleone Paolina.

Il nuovo governatore si insediò non nel Palazzo Imperiale bensì a Palazzo Chiablese ove organizzò una corte sul modello di quella di Parigi senza però riuscire a soddisfare la consorte che trovò sempre Torino "grigia e noiosa".

Il 27 aprile 1814, in seguito alle ripetute sconfitte subite dai francesi, prima in Russia, poi a Lipsia, Camillo Borghese firmò la convenzione per lo sgombero dei presidi francesi dalla città abbandonandola subito dopo.

Torino nella Restaurazione[modifica | modifica sorgente]

L'8 maggio 1814 truppe austriache entrarono in Torino, in sostituzione di quelle francesi appena partite, seguite, il venti dello stesso mese, da Vittorio Emanuele I restaurato nei suoi precedenti domini da un bando emesso il 25 aprile precedente.

Tutte le leggi emanate nel periodo di occupazione furono abolite e coloro che avevano lavorato per l'occupante epurati ed allontanati dalle cariche ricoperte; questo tentativo di riportare indietro le lancette della storia come se nulla fosse accaduto pesò pesantemente sul successivo sviluppo della città che si ritrovò fortemente indebitata e povera di validi amministratori.

Il 30 agosto 1815 il collegio dei decurioni della città, che aveva ripreso le sue funzioni, decise di erigere sulla sponda destra del Po, di fronte al ponte appena eretto una chiesa in ricordo e ringraziamento del ritorno della dinastia sabauda. La chiesa detta Gran Madre di Dio venne effettivamente edificata poi tra il 1818 ed il 1831. Sul frontone si possono ancora leggere le parole:

« Ordo populusque Taurinus ob adventum Regis (la città ed il popolo di Torino per il ritorno del re) »

Nel 1821 la tensione tra progressisti e reazionari si accentuò, anche in Torino, a seguito degli avvenimenti europei (costituzione spagnola, rivolta del generale Pepe nel napoletano, l'uccisione dell'erede al trono di Francia). I progressisti erano rappresentati da Prospero Balbo, già rettore dell'Università durante il periodo napoleonico e da poco richiamato da un dorato esilio in Sardegna con il ruolo di viceré, mentre la reazione trovò voce in Guglielmo Borgarelli.

Nei primi giorni del marzo 1821 la guarnigione della cittadella di Alessandria dette inizio al moto rivoluzionario chiedendo la proclamazione della costituzione spagnola anche in Piemonte e la guerra contro l'impero asburgico. Il 12 marzo anche la cittadella di Torino si unì al moto di rivolta. Il giorno stesso Vittorio Emanuele I bloccato tra la repressione ed il cedere alla rivolta scelse di abdicare in favore del fratello Carlo Felice. Essendo questi assente venne nominato reggente il principe di Carignano Carlo Alberto appartenente alla famiglia dei Savoia-Carignano.

I moti del 1821 ebbero vita breve, privi di appoggi internazionali e sotto la minaccia dell'intervento militare austriaco, i rivoltosi furono sconfitti in breve tempo. Già l'8 aprile la cittadella di Torino venne abbandonata dalle truppe costituzionaliste.

Carlo Felice, il nuovo re, che poco amava Torino, istituì un regime autoritario e bigotto dove la polizia e la chiesa soffocavano ogni accenno di idee anche solo lievemente progressiste. L'Università, considerata crogiolo di idee pericolose, venne chiusa nell'aprile del 1821 per essere riaperta, anche se in tono minore e orbata di alcuni insegnamenti, solo nel 1823.

Nel 1828 venne organizzato, da parte del sacerdote Giuseppe Benedetto Cottolengo, il Deposito de' poveri infermi del Corpus Domini che, dopo il suo trasferimento, nel 1832, in Borgo Dora, prese il nome, che conserva tuttora, di Piccola Casa della Divina Provvidenza, più conosciuto come Cottolengo.

Torino si trasforma

Sotto il regno di Carlo Alberto, Torino migliorò la sua urbanistica, oltre che la sua potenza a livello politico: venne coperto il canale posto in via Garibaldi e dato inizio alla realizzazione di una rete fognaria. Vennero anche derivati sette nuovi canali lungo la Dora per fornire energia alle nascenti industrie, vennero lastricate vie importanti, quali Via Palazzo di Città, e piazze (in particolare, venne riqualificata piazza Castello), in piazza San Carlo venne posta la grande statua di Carlo Marochetti raffigurante Emanuele Filiberto.

Anche l'istruzione ricevette un incentivo:[14] nel 1845 vennero fondate le prime scuole professionali.

Per il sistema di trasporti, il governo di Carlo Alberto approvò la costruzione della linea ferroviaria Torino-Genova, che venne prima realizzata in prova nella tratta Torino-Moncalieri 27 marzo 1848, e poi continuata negli anni seguenti.

In quello che venne successivamente definito decennio di preparazione, Torino si predisponeva a diventare la futura capitale d'Italia. La città cresceva (nel 1849 contava 130.000 abitanti), e si espandeva verso le zone del Valdocco, di Vanchiglia e di Borgo San Donato.

Malgrado la scarsa vitalità della città ritenuta da molti stranieri di passaggio come una delle città più noiose d'Europa Torino crebbe negli anni del regno di Carlo Felice passando da 89.000 abitanti nel 1821 ai 127.000 del 1831. Per soddisfare la fame di alloggi ancora una volta vengono elargiti privilegi fiscali a coloro che costruiscono. Sul vasto spazio rimasto libero dall'abbattimento della Porta di Po e dei bastioni relativi viene edificata l'attuale piazza Vittorio,[15] mentre nell'area circostante è costruito, a partire dal 1822, l'elegante Borgo Nuovo, caratterizzato ancor oggi dalle abitazioni neoclassiche destinate un tempo alla nobiltà cittadina.

Con la salita al trono di Carlo Alberto iniziò anche per Torino una nuova fase di sviluppo. Il nuovo sovrano, pur muovendosi con grande attenzione e lentezza, operò per riorganizzare l'economia dello stato sabaudo e della sua capitale. Di questi anni è la realizzazione del ponte Mosca (dal nome del suo progettista), sulla Dora, e l'apertura, sui terreni del rovinato parco ducale, del Cimitero Generale. La città cresce soprattutto intorno ai viali alberati che hanno sostituito i demoliti bastioni cittadini, nella zona degli attuali corsi San Maurizio e Regina Margherita, intorno all'attuale corso Palestro e nell'area del Viale dei Platani (ora corso Vittorio Emanuele II).

Anche l'istruzione ricevette un nuovo impulso liberandosi, almeno in parte, dalle pastoie imposte dal regime assolutista di Carlo Felice, nel 1844 la direzione dell'università venne affidata ad un laico dopo decenni di controllo ecclesiastico. Gli insegnamenti che dopo il 1823 erano stati dispersi a Vercelli ed a Novara vennero riportati in città e vennero istituite nuove cattedre.

Nel 1847 sorse, su stimolo di Camillo Cavour, la Banca di Torino la cui fusione, poco dopo, con quella di Genova, gettò le basi per la creazione successiva della Banca Nazionale del Regno ed infine, nel 1898, della Banca d'Italia.

Nel 1848, la concessione dello Statuto Albertino e la inconcludente guerra contro l'impero asburgico accendono anche a Torino il dibattito politico; la città è turbata ed eccitata da manifestazioni di piazza per la concessione della costituzione e la dichiarazione di guerra, da parate militari delle truppe in partenza per il fronte e dalle polemiche seguite alla sconfitta.

Anche gli antichi palazzi torinesi dovettero adattarsi alla nuova situazione: a Palazzo Carignano venne ospitata la Camera dei deputati mentre Palazzo Madama, in piazza Castello, divenne la sede del Senato.

Capitale d'Italia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Risorgimento.
Giuseppe Garibaldi parla durante la prima seduta del Parlamento Nazionale, 18 aprile 1861

Dopo il 1849 il nuovo re, Vittorio Emanuele II, perseguì (o sarebbe meglio dire il ministro Cavour) una politica improntata sulla preparazione del Piemonte per ritentare la guerra.

Lo stato sabaudo, e Torino, ospitarono un grande numero di esuli politici fuggiti dalle altre regioni italiane dopo la sconfitta del 1848 e ciò contribuì a fare della città un centro culturalmente e politicamente attivo e vivace caratterizzato da un dibattito politico, dentro e fuori dal parlamento, serrato e spesso rude, alla continua nascita e morte di periodici delle più diverse tendenze.

L'approvazione, nel 1850, delle leggi Siccardi, che abolivano i privilegi ecclesiastici di stampo feudale, aprì un lungo contenzioso tra la gerarchia della chiesa cattolica e lo stato sabaudo.

Nel decennio tra il 1849 ed il 1859 grande impulso ricevettero anche i trasporti: venne completata la ferrovia Torino-Genova, vennero realizzati collegamenti con altre città del Piemonte, si cominciò a ipotizzare la realizzazione di un grande nodo ferroviario a cui convergessero tutte le linee (la successiva stazione di Porta Nuova) e, nel 1857, vennero iniziati i lavori di scavo del traforo del Frejus che avrebbe dovuto collegare il Piemonte con la Savoia.

In città il continuo aumento della popolazione e la conseguente ricerca di terreni edificabili portò alla scomparsa, nel 1856, della cittadella cinquecentesca che, dismesso ormai il suo ruolo militare, vide scomparire i suoi bastioni uno ad uno per fare spazio a nuove strade fiancheggiate da edifici; l'unica parte sopravvissuta è il mastio.

Nel 1861 al termine della seconda guerra di indipendenza e dell'Impresa dei Mille che portarono alla nascita del regno d'Italia, Torino divenne la prima capitale dell'Italia.

La capitale lascia Torino[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Strage di Torino (1864).

Nel 1865, varie valutazioni di tipo politico ed anche il desiderio di spiemontizzare la dinastia ora italiana portarono alla decisione di trasferire la capitale a Firenze.

Il trasferimento della capitale non fu indolore: il 21 e il 22 settembre le proteste di piazza contro il re e, soprattutto, contro il bolognese Marco Minghetti, allora presidente del Consiglio dei ministri, accusato di aver architettato lo spostamento della capitale per un'antipatia verso i piemontesi, vennero sedate nel sangue, con un ingiustificato dispiegamento delle forze militari che costò una trentina di morti e oltre centosessanta feriti.

La Chiesa torinese nell'Ottocento

Numerosi sono le figure rilevanti ricordate dalla chiesa cattolica nella Torino del XIX secolo: Giuseppe Benedetto Cottolengo, fondatore della Piccola Casa della Divina Provvidenza; Giovanni Bosco fondatore del movimento salesiano; Leonardo Murialdo, fondatore della Congregazione di San Giuseppe; Giuseppe Cafasso, il rincuoratore degl'impiccati al Rondò dla forca; Maria Domenica Mazzarello; Domenico Savio; Francesco Faà di Bruno

Causa delle proteste, oltre a motivi di ordine campanilistico, fu l'allontanamento dalla città di un rilevante numero di posti di lavoro legati alla presenza dei ministeri con la conseguente costrizione verso gli impiegati degli stessi di trasferirsi o perdere l'impiego.

Il sindaco, Emanuele Luserna di Rorà, rifiutò l'indennizzo in denaro offerto alla città dal governo per la perdita del titolo di capitale.

Così lo scrittore Olindo Guerrini ricorda il trasferimento della capitale:

« Oh, i presagi tristi per l'avvenire di Torino che si facevano al tempo del trasporto della capitale! E li facevano i torinesi stessi, che per un momento perdettero la fiducia in sé medesimi. Pare invece che il perder la capitale sia stata una fortuna. Almeno questa ricchezza, questa operosità non sono artificiali, non sono dipendenti da uno stato di cose e da tutta una clientela variabili e mal fidi. Le capitali vogliono una ostentazione di lusso improduttivo che non è ricchezza, ma simulacro di opulenza, spreco di capitali, fumo senza arrosto: e Firenze informi. Torino invece, perdendo la capitale, s'è messo a cercare il lavoro produttivo, s'è dato al serio e, invece di perdere, ha guadagnato »
(Olindo Guerrini, Brani di vita, libro primo)

Alla perdita di importanza politica la città rispose negli anni seguenti dando inizio a quello sviluppo industriale che l'avrebbe resa in seguito così rilevante per l'economia nazionale.

In effetti, già dal 1866 Giovanni Filippo Galvagno, appena divenuto sindaco, operò in direzione dello sviluppo dell'industria promuovendo la realizzazione di una rete di canali aventi la funzione di fornire, tramite mulini a ruota, energia alle prime industrie.

Lo sviluppo industriale della fine del XIX secolo[modifica | modifica sorgente]

Con il trasferimento della capitale ed il conseguente abbandono della città da parte degli uffici, ed altre attività, ad essa collegati (come ministeri, ambasciate, etc) per Torino iniziò una fase di crisi che vide la popolazione calare dalle 220.000 unità del 1864 alla 193.000 del 1870. Tramontata la possibilità di divenire un importante polo di servizi la città diresse il suo sviluppo verso l'industria dando inizio al processo che l'avrebbe portata a divenire, nel secolo seguente, uno dei principali centri industriali d'Italia.

Nel 1860 venne fondata la Scuola di Applicazione per ingegneri che, agli inizi del XX secolo, si fuse poi con la Scuola Superiore del Museo Industriale (nata nel 1866) dando vita al prestigioso Politecnico di Torino.

Nel 1861 la principale attività industriale della città era la lavorazione della seta che poteva contare su circa 1000 telai distribuiti tra una ventina di manifatture di cui la maggiore era la Regia Manifattura Privilegiata sita in Borgo Dora.

Intorno agli anni ottanta del secolo iniziò a definirsi la vocazione meccanica della città con la creazione delle Officine Savigliano destinate alla produzione di materiale rotabile per le ferrovie, che stavano vivendo una potente fase di sviluppo.

Sempre nel 1880 iniziò la produzione di cavi elettrici da parte dell'azienda che negli anni seguenti diventò, poi, la CEAT. Nel 1898, proprio sulla fine del secolo, venne fondata la FIAT che diventerà, nella seconda metà del XX secolo, la fabbrica di Torino determinandone, per anni, lo stesso sviluppo.

A fare da motore, e vetrina, allo sviluppo industriale furono le esposizioni che, con sufficiente regolarità, proposero nuove invenzioni e illustrarono la realtà produttiva piemontese. Nel 1884 L'Esposizione Generale ebbe come punto focale il padiglione sull'elettricità, che stava allora muovendo i suoi primi passi dal punto di vista della tecnologia.

All'esposizione del 1884 è legata anche la costruzione del Borgo Medioevale, struttura pensata come temporanea divenuta poi permanente, realizzata da Alfredo d'Andrade, e che volle essere una summa dell'architettura medioevale di Piemonte e Valle d'Aosta.

Lo sviluppo edilizio si concentrò sulle aree limitrofe ai grandi viali alberati che avevano preso il posto dei bastioni della cinta difensiva. Nell'area intorno all'incrocio tra gli attuali corsi Inghilterra e Vittorio Emanuele II sorsero tra il 1860 ed il 1870 vari edifici che caratterizzeranno la città anche nel secolo seguente: le carceri nuove (1862), il mattatoio civico (1866, demolito nel 1973), il mercato del bestiame (1870).

Nel 1864 ebbero inizio i lavori di costruzione della Mole Antonelliana che, inizialmente progettata con funzioni di sinagoga ebraica, vide, durante la lunga e travagliata fase di costruzione, mutare funzioni e aspetto fino a diventare, sul finire del secolo, la sede del Museo del Risorgimento (ora ospitato a Palazzo Carignano) ed il simbolo stesso della città.

La proibizione di edificare a scopo residenziale all'esterno della cinta daziaria della città portò alla formazione delle barriere operaie (barriera di Milano (Torino), barriera di Nizza) ossia dei quartieri sorti a ridosso dei punti di transito nella cinta del dazio posizionati il più vicino possibile ai nascenti poli industriali che sorgevano al di fuori della cinta stessa e spesso in prossimità delle linee ferroviarie.

Negli anni 1887/1888 una pesante crisi nella finanza comportò un rallentamento nello sviluppo della città, rallentamento i cui effetti si fecero sentire fino agli inizi del XX secolo.

Anche la realtà sociopolitica di Torino mutò seguendo le trasformazioni della città stessa. La presenza di una nutrita componente operaia[16] fu il sostrato per la formazione dei primi nuclei socialisti che nel 1897 entrarono anche nel consiglio comunale. Anche il movimento sindacale mosse i suoi primi passi e nel 1891 venne costituita la Camera del Lavoro. La stessa struttura viaria della città risultò influenzata dai cambiamenti sociali, nel 1885, anche in relazione a quanto accaduto a Parigi durante la Comune dove le strette strade della città vecchia erano state facilmente ostruite con barricate dai rivoltosi, venne decisa l'apertura di via Pietro Micca, tagliando trasversalmente le antiche insule risalenti alla planimetria romana, per collegare con una via ampia, e quindi più difficilmente bloccabile, piazza Castello e la zona circostante, ove si trovavano tutti i centri di potere della città, con la caserma Cernaia sorta nell'area dei bastioni della demolita cittadella cinquecentesca.

Il XX secolo[modifica | modifica sorgente]

Inizio secolo e la prima guerra mondiale[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Moti di Torino (1917).
Locandina per l'Esposizione di Torino del 1911
I padiglioni dell'Esposizione del 1911 in costruzione sulla riva destra del Po
Complesso industriale del Lingotto

Nella prima metà del Novecento, Torino incrementò la sua caratterizzazione in senso industriale sviluppando una produzione che poi, durante la prima guerra mondiale, divenne prevalentemente di tipo militare.

Nel 1911, in occasione delle celebrazioni per i cinquanta anni dell'unità d'Italia venne organizzata una nuova Esposizione Internazionale dedicata alla produzione industriale ancora una volta situata intorno all'area del Parco del Valentino ed i cui padiglioni, o almeno parte di essi, vennero poi adibiti a sedi universitarie per la facoltà di medicina e per i corsi di laurea in chimica e fisica. Questo è il motivo per cui gli edifici che ospitano parte della facoltà di medicina prospicienti corso Massimo d'Azeglio sono sormontati da un minareto essendo stati, in origine, eretti per ospitare i padiglioni degli stati del Medio Oriente.
Contestualmente a questo grande evento venne realizzato anche lo Stadium una nuova, imponente struttura polifunzionale dove si svolse la serata d'onore dopo l'inaugurazione dell'esposizione.

La presenza di una consistente realtà operaia fu il substrato su cui si svilupparono, nella Torino degli inizi del XX secolo, sindacati, organizzazioni operaie, società di mutuo soccorso che dettero vita ad un vivace, e talvolta aspro, confronto tra la componente operaia e le altre classi sociali.

Tra le industrie che si svilupparono nella Torino dei primi anni del secolo va ricordata anche cinematografica che ebbe il maggior sviluppo negli anni precedenti la guerra con la realizzazione del film Cabiria, per la regia di Giovanni Pastrone, pellicola considerata il primo kolossal prodotto in Italia.

In occasione della prima guerra mondiale l'atteggiamento della città fu abbastanza tiepido e con una forte adesione, soprattutto da parte dei ceti popolari, alle idee non interventiste. Nel 1917 si ebbero anche scioperi e manifestazioni di protesta che, nate dal malcontento causato dall'aumento dei prezzi, si svilupparono in vera e propria rivolta contro la guerra e furono duramente represse lasciando sul terreno anche numerosi morti.

Nel 1916, in pieno conflitto bellico, vennero avviati i lavori per la costruzione del nuovo, imponente ed avveniristico stabilimento Fiat del Lingotto; la superficie utilizzata fu di 378.000 m² e poteva accogliere 12.000 operai e 500 impiegati. Sette anni più tardi, il 23 maggio 1923, venne inaugurato alla presenza del re Vittorio Emanuele III, anche se i lavori di ampliamento continuarono fino al 1930. Nel nuovo impianto fu concentrata tutta la produzione andando a sostituire le precedenti officine di corso Dante e di altre zone della città.[17]

Il sindacalista Giovanni Parodi (a sinistra seduto), insieme ad altri operai, nell'ufficio di Giovanni Agnelli durante l'occupazione della Fiat, settembre 1920

Il fascismo e la seconda guerra mondiale[modifica | modifica sorgente]

Il primo dopoguerra ed il Biennio Rosso[modifica | modifica sorgente]

Con la fine della guerra si ebbe un acuirsi dei conflitti sociali. La popolazione difatti, già pesantemente segnata dalla guerra, dovette far fronte ad un forte aumento dei prezzi dei viveri. Tutto questo combinato con le notizie del successo della Rivoluzione Russa e delle rivolte socialiste in molti paesi europei, come la Germania e l'Ungheria, contribuì a portare il paese ad un passo dalla rivoluzione, durante il cosiddetto Biennio Rosso (1919-1920), nel quale Torino fu una delle città più coinvolte. Gli scioperi ad oltranza, nati inizialmente per ottenere aumenti salariali, sfociarono in vere e proprie occupazioni delle fabbriche con gestione diretta della produzione da parte degli operai.[18]

Il periodo fascista[modifica | modifica sorgente]

Anche a causa del fallito tentativo rivoluzionario, dovuto a divisioni interne ai socialisti che porteranno alla nascita del PCI, parte della società si avvicinò in chiave antisocialista a posizioni più autoritarie che favorirono la salita al potere del fascismo.

Negli anni trenta, molte zone della città furono oggetto di trasformazioni che ne ridisegnarono la precedente architettura. In particolare, via Roma, che dal 1933 al 28 ottobre 1937 venne completamente sventrata, al fine di crearvi i monumentali portici che ancora la sovrastano. Vennero eretti nuovi edifici e altri vennero abbattuti: tra le innovazioni, quello che viene ricordato come il trenino, una corriera che, lungo corso Francia, raggiungeva Rivoli, poi soppresso con gli anni: la sua sede era presso via Principi d'Acaia, e correva nella prima tratta nel centro cittadino lungo un percorso sotterraneo, ritrovato durante i lavori per la metropolitana. Presso piazza Castello, il fascismo decise la costruzione della Torre Littoria, forse il primo grattacielo di Torino (se si esclude la Mole Antonelliana): l'architetto incaricato della costruzione, che ovviamente venne eseguita abbattendo i precedenti edifici, fu Armando Melis de Villa.

Sempre in questo periodo il senatore Giovanni Agnelli presentò direttamente a Mussolini il piano di costruzione di un colossale impianto industriale, quello di Mirafiori. Nonostante alcune perplessità del Duce (principalmente la vulnerabilità militare di un grande impianto e l'alta concentrazione di operai, quasi 50.000, ritenuti dalle informative del regime "comunisti e socialisti per convinzione"), si diede il via libera alla costruzione, anche in prospettiva di un eventuale conflitto bellico, che terminò nel 1939. Rispetto al precedente impianto la produzione sarebbe stata eseguita su un unico livello e fu predisposta la creazione, adiacente all'impianto, di alcuni complessi atti a ospitare le attività di dopo lavoro degli operai. Inizialmente Agnelli avrebbe pensato l'impianto come sostituto del Lingotto ma l'imminente conflitto mondiale lo indusse ad affiancarlo al precedente.[19]

Lapide commemorativa della strage di Torino

Nel 1938 vennero approvate le leggi razziali fasciste ed iniziarono così le persecuzioni nei confronti dei cittadini ebraici. L'apice delle persecuzioni avvenne con l'occupazione tedesca, quando le deportazioni nei campi di sterminio crebbero notevolmente. Dopo questo avvenimento fu istituito il "Ghetto nuovo" nell'area adiacente alla Sinagoga. Le vie che delimitavano la zona erano: via San Pio V, via Galliari, via Sant'Anselmo, via Goito, via Berthollet e via Bidone.[20] Quello precedente, il "Ghetto vecchio", si situava nei pressi di piazza Carlo Emanuele II, detta anche piazza Carlina, ma la sua funzione cessò con l'emanazione dello Statuto Albertino nel 1848.[21].

L'opposizione al fascismo[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Strage di Torino (1922).

La salita al potere del fascismo portò ad un aumento delle repressioni nei confronti degli oppositori. Una di queste avvenne tra il 18 ed il 20 dicembre 1922 quando alcuni squadristi fascisti, guidati da Piero Brandimarte, assassinarono undici antifascisti in città e diedero fuoco alla locale Camera del Lavoro. Dopo la scoperta dei colpevoli, Mussolini firmò comunque un decreto di amnistia per i delitti commessi nel nome dell'interesse nazionale. Questo evento viene ricordato come la strage di Torino; a ricordo di questa una piazza della città è stata denominata piazza XVIII dicembre.

Nell'ambito culturale, forte fu l'influenza di due grandi personalità: Piero Gobetti ed Antonio Gramsci. Il primo fu attivo nelle riviste Energie Nove, Il Baretti, La Rivoluzione liberale, il secondo fu giornalista e direttore de L'Ordine Nuovo. Tali giornali, ma soprattutto Gobetti e Gramsci, saranno vittime del fascismo insieme a numerosi altri intellettuali. Gobetti sarà costretto a riparare in Francia, dove morirà in seguito alle lesioni di un'aggressione squadrista, Gramsci sarà invece arrestato e morirà in prigione, dove scriverà peraltro i famosi Quaderni del carcere.

Nel 1931 il regime impose ai professori universitari il Giuramento di fedeltà al Fascismo; vi si opposero soltanto in dodici, di cui molti dell'Università di Torino, tra cui Lionello Venturi, Mario Carrara e Francesco Ruffini. A quest'ultimi due, dopo la caduta del regime, la città dedicherà due importanti parchi cittadini: il Parco Carrara ed il Parco Ruffini.

Il 15 maggio 1939 venne inaugurato il nuovo impianto industriale di Mirafiori alla presenza di Mussolini ma, quella che doveva essere una cerimonia trionfale del regime, divenne una prima manifestazione di ostilità verso esso. Il Duce si trovò a parlare in un clima di freddezza dei lavoratori, segnati dal rincaro dei viveri dovuto alla politica dell'autarchia e dal timore dell'imminente guerra, che lo spazientì al punto di abbandonare il palco quando ad una sua domanda rivolta alla folla ricevette risposta solo da poche centinaia di persone sulle 50.000 presenti.[19]

Lo scoppio della seconda guerra mondiale[modifica | modifica sorgente]

Una formazione di Stirling della Royal Air Force inglese. Simili aerei furono usati per bombardare la città

A causa della sua industrializzazione, con l'entrata in guerra dell'Italia nel secondo conflitto mondiale, il capoluogo piemontese fu la prima città ad essere bombardata (12 giugno 1940) e quella più pesantemente danneggiata dalle incursioni aeree alleate, che procurarono ingentissime perdite e provocarono lo sfollamento di parte della popolazione verso i paesi della cintura torinese o verso le campagne. Per i continui bombardamenti nell'agosto del 1943 si arrivò a circa 465.000 abitanti, su un totale di 600.000, che abbandonarono la città. Di questi, 110.000 erano pendolari giornalieri.[21]

Il più tremendo bombardamento che la città ricordi si ebbe il 13 luglio 1943: in tale occasione, 295 aerei britannici scaricarono su Torino, avendo come bersaglio gli stabilimenti Fiat della zona Lingotto, 762 tonnellate di bombe, causando la morte di 792 persone e il ferimento di altre 914. 1.500 abitazioni rimasero danneggiate, e 431 furono rase al suolo.[22]

La gestione dei rifugi antiaerei non fu peraltro ottimale in quanto solo nel 1942 si cominciarono a costruire veri e propri rifugi "antibomba"; in precedenza si era adottata l'inutile strategia delle trincee. In ogni caso, al dicembre 1944, sommando la capienza di tutti i rifugi solo il 15% della popolazione cittadina poteva disporre di un riparo antiaereo.[23] Al termine della guerra si conteranno, in totale, 2.069 vittime dei bombardamenti alleati.[21]

Vista aerea dell'impianto di Fiat Mirafiori. Gli stabilimenti industriali furono protagonisti di vari scioperi ad oltranza nonché vittime dei continui bombardamenti Alleati durante la guerra

Gli scioperi del marzo '43[modifica | modifica sorgente]

Con il proseguire della guerra e con lo scemare del consenso popolare verso il regime, la produzione viene scossa da scioperi di protesta. Dal 1943, però, il fenomeno di dissenso al regime viene fatto manifesto mediante scioperi ad oltranza, che si susseguirono fino al 1945, col risultato di paralizzare, molte volte, l'industria: il primo di essi si verificò l'8 marzo del '43, quando incrociarono le braccia sette stabilimenti,[24] seguiti, nei giorni tra il 9 e l'11 del mese, da un'altra ventina di industrie. Oltre al dissenso, gli scioperanti erano motivati dalla sempre più evidente penuria di alimentari e dai disastrosi risultati delle campagne d'Africa e di Russia: conseguenza delle manifestazioni di protesta torinesi fu che anche altre città industriali del Nord, come Milano, registrarono fenomeni di sciopero.

Resistenza e Liberazione[modifica | modifica sorgente]

1943[modifica | modifica sorgente]

Con l'avanzata degli Alleati, Torino fu nuovamente vittima dei bombardamenti, il 3, l'8, il 13 ed il 17 agosto 1943. Intanto gli operai tornarono a scioperare a luglio e ad agosto, ma in entrambi i casi il generale Enrico Adami Rossi diede ordine di sparare sui manifestanti, provocando delle vittime.[25]

Panzer tedeschi occupano Torino dopo l'annuncio dell'armistizio

Il 25 luglio, dopo lo sbarco alleato in Sicilia, Mussolini fu costretto alle dimissioni dal Gran Consiglio del Fascismo e venne fatto arrestare dal re. A seguito di ciò in città si ebbero delle prime manifestazioni di protesta popolare che portarono all'incendio della Casa Littoria di via Carlo Alberto, l'attuale Palazzo Campana[26], e della sede del gruppo rionale fascista di Borgo San Paolo.[21] Dopo poche settimane l'Italia si arrese agli Alleati diramando il proclama Badoglio (8 settembre), l'esercito tedesco invase così il centro-nord Italia, occupando le aree intorno a Torino dopo numerosi e cruenti scontri tra le divisioni hitleriane e le prime formazioni partigiane. La città venne presa nel pomeriggio del 10 settembre; i nazisti, guidati dal tenente colonnello Hugo Kraas, insediarono il loro comando generale nel Palazzo degli Alti Comandi Militari di corso Oporto (l'attuale corso Matteotti). Nel frattempo, liberato Mussolini, i tedeschi lo misero a capo della RSI, i territori ancora sotto il controllo dell'Asse in Italia.

Dal 12 settembre venne imposto il coprifuoco alle otto di sera, il 14 venne emanata una disposizione che obbligava gli operai a riprendere il loro lavoro, il 18 fu intimato ai militari sbandati di presentarsi al comando tedesco, il 22 iniziarono i primi arresti. Finirono prigionieri anche Bruno Villabruna, il podestà, ed altri funzionari, nominati dal governo Badoglio ed accusati di favorire i soldati alla diserzione. Tuttavia alcuni di essi si erano già riforniti di armi nelle caserme cittadine ed avevano intrapreso la lotta partigiana sulle montagne; altri invece decisero di rimanere in città, come Alessandro Brusasco, prima vittima partigiana nella capitale sabauda, che, dopo aver effettuato un agguato ai tedeschi in stanza a Porta Nuova, si suicidò, dopo esser stato individuato, per non consegnarsi vivo. Il 17 novembre si verificò un nuovo sciopero generale che costrinse i tedeschi a far aumentare le paghe del 30% e ad inviare in città, con pieni poteri, il 30 dello stesso mese, il generale delle SS Zimmermann.[27][28]

Proprio durante l'occupazione tedesca si raggiunse l'apice della violenza nella repressione. I luoghi simbolo delle torture divennero tristemente famosi. La SiPo-SD, polizia politica delle SS, guidata dal famigerato capitano Alois Schmidt, si insediò nella "Pensione Nazionale", nell'attuale piazza CLN, dove le SS effettueranno gli interrogatori e le torture oltre che nei vari bracci del "Carcere Le Nuove"[29]. La caserma "La Marmora" di via Asti ospitò invece il quartier generale dell'Ufficio Politico Investigativo (UPI) dei repubblichini; diverrà tristemente celebre per le torture e le sevizie inflitte ai sospettati di connivenza con la Resistenza[23], così come i sotterranei della Casa Littoria, nel frattempo riaperta, adibiti anch'essi a prigione per gli interrogatori e le torture.[21]

Contemporaneamente, gli oppositori organizzarono la Resistenza contro l'occupazione tedesca. I maggiori partiti (clandestini) antifascisti crearono, a livello nazionale, il Comitato di Liberazione Nazionale composto da esponenti di diverse culture: comunisti (PCI), socialisti (PSIUP), democristiani (DC), azionisti (PdA), liberali (PLI) e demolaburisti (PDL). Ogni partito disponeva peraltro sul controllo di proprie formazioni partigiane che venivano coordinate dal CLN stesso e da altri organi come il Comitato Militare Regionale Piemontese (CMRP), composto sia da politici sia da militari.[30]

In ambito cittadino furono particolarmente attivi i Gruppi di Azione Patriottica (GAP), facenti parte delle Brigate Garibaldi. Questi furono organizzati da Giovanni Pesce e Ilio Barontini, ambedue veterani nella guerra civile spagnola, sul modello della Resistenza francese. I GAP erano composti da piccoli nuclei (fino a 6 gappisti) che agivano in clandestinità totale ed avevano il compito di effettuare azioni di sabotaggio od agguati nei confronti delle truppe nazifasciste. Ai GAP furono affiancate le SAP, composte da gruppi più numerosi ma operanti soprattutto in campagna e sui monti.[31][32][33]

1944[modifica | modifica sorgente]
Lo scrittore Primo Levi è stato uno dei numerosi torinesi deportati verso i campi di concentramento nazisti
Il generale Giuseppe Perotti, coordinatore del Comitato Militare Regionale Piemontese, arrestato durante una riunione clandestina nella sacrestia del Duomo di Torino, venne fucilato insieme ad altri esponenti del CLN il 5 aprile 1944 al poligono di tiro del Martinetto

Nel 1944 la situazione precipitò ulteriormente. Il comando tedesco, in collaborazione con le autorità fasciste, fece predisporre la partenza, dalla stazione di Porta Nuova, di diversi treni carichi di ebrei ed oppositori politici, arrestati durante uno sciopero generale, diretti verso i campi di concentramento nazisti, in particolare quelli di Mauthausen e Ravensbrück.[23] Uno dei deportati torinesi più noti è stato Primo Levi (catturato in Valle d'Aosta mentre operava in una banda partigiana giellista), internato dapprima nel campo di Fossoli ed in seguito in quello di Auschwitz, che descrisse nel suo celebre romanzo "Se questo è un uomo".

Nel frattempo, dopo essere riusciti ad uccidere il gerarca Aldo Morej, amico personale di Mussolini, i GAP eliminano un altro esponente fascista, nonché direttore della Gazzetta del Popolo, Ather Capelli. A questa azione segue immediatamente una rappresaglia con l'uccisione di 5 prigionieri. Le continue azioni allertarono il segretario torinese del Partito Fascista, Giuseppe Solaro, tanto da fargli mandare un messaggio a Mussolini in cui chiedeva rinforzi perché convinto che in città fossero presenti più di 5000 gappisti.[31][34]

Il 31 marzo venne arrestata buona parte del CMRP mentre era in corso una riunione clandestina nella sacrestia del Duomo. Nella stessa azione furono rastrellate un'altra quarantina di persone che si trovavano nelle vie limitrofe. I prigionieri furono trasferiti al carcere “Le Nuove”, interrogati e successivamente processati. Il processo ebbe risalto nazionale tanto che lo stesso Mussolini si accertò che fosse stato rapido e severo, dimostrando così all'alleato tedesco l'affidabilità e l'efficienza delle organizzazioni fasciste. Ad emanare la sentenza vi furono l'allora ministro dell'interno Buffarini, il commissario straordinario Zerbino ed il federale Solaro. Il 5 aprile i prigionieri condannati a morte, 8 tra cui il generale Perotti, furono trasferiti al poligono del Martinetto e lì fucilati. Questo luogo venne più volte usato dai nazifascisti per eseguire le fucilazioni.[30][35]

Il 2 aprile, a seguito dell'uccisione di un caporale tedesco, il comando nazista ordinò come atto di rappresaglia l'uccisione di 27 detenuti. Questi furono portati al Pian del Lot, nella collina torinese, e lì mitragliati a gruppi di quattro sul ciglio di una fossa comune. I loro corpi furono coperti dalla terra quando alcuni di essi erano ancora in vita, secondo la testimonianza di Giovanni Borca, uno dei prigionieri che ebbe il compito di ricoprire la fossa, riscoperta poi a guerra conclusa.[36]

Una delle azioni più eclatanti dei GAP fu l'attacco alla stazione radio EIAR sulla Stura che disturbava le comunicazioni di Radio Londra, la celebre stazione con cui gli Alleati comunicavano messaggi in codice alle forze partigiane. Questo assalto ebbe però pesanti conseguenze; i quattro gappisti, comandati da Pesce, dopo aver distrutto la stazione e graziato i militi di guardia, finirono accerchiati dalle Brigate Nere. Due di essi, Bravin e Valentino, vennero feriti e catturati, mentre Pesce riuscì a portare in salvo il quarto gappista, Dante Di Nanni, nella base di via San Bernardino, a Torino. Siccome quest'ultimo era gravemente ferito, Pesce si allontanò per organizzare il trasporto per l'intervento medico, ma al suo rientro trovò la casa circondata dalle truppe nazifasciste. Di Nanni oppose una strenua resistenza eliminando diversi soldati e mettendo fuori uso un'autoblindo ed un carro armato, lanciando bombe a mano e cariche esplosive dalla sua finestra, ma, quando finì le munizioni dopo tre ore di assedio, si trascinò fino alla ringhiera del balcone e, dopo aver salutato la folla che si era raccolta, si gettò nel vuoto per non consegnarsi vivo.[31][37]

I due catturati subirono invece una dura sorte. Dopo essere stati presi, vennero ripetutamente seviziati e torturati per poi essere impiccati, il 22 luglio in posti diversi. Quel giorno Valentino verrà impiccato insieme ad altri tre partigiani, tra cui Ignazio Vian, comandante di una formazione partigiana a Boves. Le modalità dell'esecuzione furono particolarmente cruente; diverse centinaia di persone, nei pressi di Porta Susa, furono rastrellate e costrette ad assistere all'impiccagione in corso Vinzaglio angolo via Cernaia. I loro corpi furono lasciati sul posto come monito. Questo avvenimento segnò profondamente la città al punto che, a guerra finita, la cattura di Solaro fu seguita dall'esecuzione di quest'ultimo nello stesso posto, sempre per impiccagione.[34][38][39]

L'11 giugno 1944, a seguito dei continui bombardamenti, i vertici nazisti ordinano alla FIAT, il trasferimento coatto dei macchinari (nonché di alcuni operai), ritenuti indispensabili, presso l'Alto Adige, allora annesso al Reich nazista. La situazione si farà molto delicata quando gli operai verranno a conoscenza del piano e bloccheranno i settori coinvolti. Lo stallo si risolse il 22 quando un “provvidenziale” bombardamento distrusse l'"Officina 17", obbligando i tedeschi a rinunciare al loro piano.[19][40] Il 20 novembre, il dirigente FIAT Valletta comunicò l'avvenuto accordo con i tedeschi per una grande commessa sulla costruzione di mezzi militari. Questa era accompagnata da un ulteriore aumento dell'orario lavorativo settimanale di 8 ore. La risposta dei lavoratori fu nettamente contraria, arrivando a bloccare la produzione. La protesta fu seguita dalla decisione dei vertici di imporre la serrata di Mirafiori per otto giorni. Le autorità nazifasciste procedettero quindi all'arresto di 1350 lavoratori, tra operai e impiegati, nei soli stabilimenti Lingotto e Mirafiori.[19]

Nelle zone fuori dalla città operavano, come detto, diverse formazioni partigiane che usavano i monti come luogo di copertura da cui far partire gli attacchi a valle. Una di queste formazioni, la 17ª Brigata Garibaldi, intensificò i propri attacchi nelle zone di Rivoli e Grugliasco, causando preoccupazione nei vertici nazifascisti. Venne così organizzata una spedizione militare dalla città verso il Colle del Lys, dove si svolse una cruenta battaglia. Questa terminò con la cattura di alcuni partigiani, 26, che vennero torturati e trucidati sul posto (eccidio del Colle del Lys), il 2 luglio.[41]

1945[modifica | modifica sorgente]
Giovanni Pesce, organizzatore dei GAP a Torino insieme ad Ilio Barontini

Il 13 marzo 1945, membri delle Brigate Nere sterminano un'intera famiglia. Gaspare Arduino, operaio FIAT nonché organizzatore di alcune squadre SAP venne prelevato nella notte e giustiziato mentre le figlie Vera e Libera, anch'esse impegnate nella Resistenza, saranno uccise nei pressi della Pellerina. Morì anche un loro vicino di casa, Pierino Montarolo, ma si salvarono altre due persone, rimaste solamente ferite.[42]

Un importante centro clandestino della Resistenza fu la conceria Fiorio di via san Donato. Qui passarono alcuni finanziamenti degli alleati al CLN ed operarono due missioni: la "Stella" del capitano Giuliani, appoggiata dagli inglesi, e la missione americana guidata dal cecoslovacco Panek. Nel marzo del '45 ospitò alcune riunioni tra il CLN e Aldobrando Medici Tornaquinci, il sottosegretario alle Terre occupate, paracadutato nelle Langhe dal governo di Roma e giunto poi nel capoluogo piemontese per pianificare le fasi insurrezionali e gli assetti istituzionali del dopo liberazione.[43].

In questo clima si arrivò all'aprile del '45. Il 18, il CLN proclamò lo sciopero generale, ma i lavoratori non poterono uscire dagli stabilimenti in quanto presidiati esternamente dai carri armati. Il 25 ci fu il definitivo ordine di insurrezione generale e gli stabilimenti vennero occupati dai lavoratori per essere protetti da eventuali rappresaglie. I tedeschi spararono oltre 60 colpi sullo stabilimento Mirafiori, causando diverse vittime, ma a sua volta un panzer venne colpito da un cannoncino situato nello stabilimento; a quel punto i tedeschi evitarono di proseguire l'attacco, temendo che gli occupanti avessero numerose armi e munizioni per difenderlo. Situazioni simili si verificarono negli altri stabilimenti e nei punti strategici precedentemente occupati dagli insorti.[19]

« Aldo dice 26 x 1. Nemico in crisi finale. Applicate piano E27. Capi nemici et dirigenti fascisti in fuga. Fermate tutte le macchine et controllate rigorosamente passeggeri trattenendo persone sospette. Comandi Zona interessati abbiano massima cura assicurare viabilità forze alleate su strada Genova – Torino et Piacenza – Torino »
(Comunicato di insurrezione generale del CMRP, 24 aprile 1945, ore 19[44])
« Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l'occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e a Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire. »
(Pertini proclama lo sciopero generale, Milano, 25 aprile 1945[?·info])
Giorgio Agosti (a destra in abiti borghesi), nuovo questore della città (nominato dal CLN), durante la Sfilata della Liberazione, piazza Vittorio Veneto, 6 maggio 1945[45]

Il 25, come detto, il CLN rende operativo il piano "E27" (Emergenza 27) con il quale si comunicava alle formazioni partigiane della III, IV e VIII zona di marciare su Torino, contemporaneamente all'insurrezione cittadina organizzata dai GAP e dalle SAP per la difesa dei punti strategici. Sono i reparti partigiani dell'VIII zona (il Monferrato) i primi ad appropriarsi dei quartieri periferici dell'oltre Po. Il 27 giungono anche le formazioni delle valli alpine, che erano state trattenute dalla confusione creata dal colonnello inglese Stevens, il quale intendeva ritardare l'attacco: è di questa data l'espugnazione della caserma fascista di via Asti e la costrizione imposta all'esercito tedesco di asserragliarsi presso il palazzo degli Alti Comandi di Corso Matteotti.[44][46].

A questo punto iniziarono le trattative della resa, con i fascisti disposti a concedere il passaggio dei poteri ed i tedeschi pronti a trattare per la ritirata. In questa situazione ebbe notevole importanza il ruolo di mediatore del cardinale Maurilio Fossati e del clero torinese. I tedeschi ricevettero però il rifiuto di farla attraversare alla V ed alla XXXIV Divisione, in avvicinamento al capoluogo piemontese, nonostante la minaccia nazista di trasformare Torino in una “seconda Varsavia”. Nella notte tra il 27 ed il 28 aprile i tedeschi in città, ormai intrappolati, optarono per una rapida ritirata forzando i blocchi a Chivasso, sancendo così la definitiva liberazione di Torino, fatti salvi gli ultimi cecchini fascisti, appostati in alcuni edifici, che tentarono un'ultima quanto disperata resistenza.[44][46]

Il clima di euforia fu tragicamente interrotto quando, il 30 aprile 1945, giunsero i tedeschi in ritirata dalla Liguria, la XXXIV Panzer Division del generale Hans Schlemmer, i quali aggirarono il blocco cittadino passando tra Grugliasco e Collegno. Qui i nazisti si macchiarono di un grave crimine ai danni della popolazione locale compiendo un eccidio che causerà la morte di sessantotto persone. La XXXIV Divisione non riuscì però a fuggire, accerchiata dalle forze partigiane dovette arrendersi agli alleati, nel frattempo giunti a Torino.[44][47]

Commemorazione del 25 aprile al Sacrario del Martinetto

Difatti, un contingente brasiliano facente parte della V Armata entrerà in città il 3 maggio, preceduto da una piccola avanguardia (30 aprile).[46] L'incarico di questore sarà affidato a Giorgio Agosti, già commissario politico regionale delle formazioni di Giustizia e Libertà insieme a Duccio Galimberti e Dante Livio Bianco.[48]

Durante la Resistenza è da segnalare inoltre la presenza di oltre 700 partigiani sovietici in Piemonte. Questi, costretti ad arruolarsi negli Ost-Bataillon della Wehrmacht durante l'avanzata tedesca verso est, finirono a combattere anche in Italia, dove in molti disertarono. È stata riscontrata una nutrita presenza in Val Susa nonché a Torino, dove 86 caduti sovietici trovano tuttora riposo nel Cimitero Monumentale.[49][50]

Il 29 maggio 1959, la l'Invitta capitale di una regione guerriera, come venne definita Torino in tale occasione, ricevette la Medaglia d'oro al Valor Militare per l'ingente numero di morti e per le lotte partigiane qui accaduti. Viene qui riportato un frammento della motivazione:

« Capitale e cuore di una regione guerriera non piegò sotto l'urto ferrigno e per diciannove mesi oppose invitta resistenza all'oppressore sdegnando le lusinghe e ribellandosi alle minacce. Rifiutò compromessi, tregue e accordi indegni che avrebbero offuscato la limpidezza delle sue nobili tradizioni e si eresse, con la stessa fierezza dei padri, nuovo baluardo alla continuità e all'intangibilità della Patria… »

Il tributo pagato da Torino fu infatti altissimo: 11 impiccati, 271 fucilati, 12.000 arrestati, 20.000 deportati, 132 caduti e 611 feriti in fatti d'arme.[51]

Torino nella Prima Repubblica[modifica | modifica sorgente]

La Tragedia di Superga

Il 4 maggio 1949 l'aereo che, di ritorno da Lisbona, stava trasportando i giocatori del Grande Torino, si schiantò contro il muraglione della basilica di Superga, causando la morte dei giocatori, dei dirigenti, degli accompagnatori, dell'equipaggio e di tre giornalisti sportivi. L'impatto emotivo fu enorme, anche perché la squadra torinese era stata uno dei vanti della nazione in ambito sportivo: quasi un milione di persone parteciparono ai funerali, a Torino, mentre ancora oggi, sul muro della basilica, una lapide ricorda l'avvenimento

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Tragedia di Superga.
La tempesta sulla Mole e l'incendio del Duomo

Il 23 maggio 1953 Torino venne colpita da una forte tempesta che causerà il crollo di circa 40 metri della guglia della Mole Antonelliana. La ricostruzione di questa avvenne rinforzando la struttura con uno scheletro d'acciaio e terminò nel 1961. In precedenza la Mole era già stata coinvolta da due incidenti: il 23 febbraio 1887 l'edificio fu parzialmente danneggiato da un terremoto mentre l'11 agosto 1904 un altro violento nubifragio abbatté il genio alato posto sulla sua sommità e che sarà sostituito dall'attuale stella.
Nella notte tra l'11 e il 12 aprile 1997 un incendio, provocato da un corto circuito, danneggia pesantemente la Cappella del Guarini del Duomo e la stessa Sindone viene sottratta alle fiamme dai vigili del fuoco che ruppero a martellate la robusta teca che la custodiva. La Cappella è tuttora soggetta a restauro.

L'Autunno caldo e la Marcia dei 40000
Manifestazione in via Roma durante l'Autunno caldo, 1969

Torino, polo industriale italiano per eccellenza nel dopoguerra, fu una delle città simbolo delle lotte operaie. Dopo la stagione delle contestazioni del Sessantotto, l'anno successivo si ebbe il cosiddetto Autunno caldo, un periodo di mobilitazione di operai e studenti che portò in seguito diverse conquiste sociali, in primis lo Statuto dei Lavoratori. Al contrario nel 1980 si ebbe l'annuncio della FIAT di 20000 esuberi che sfociò in uno sciopero ad oltranza con picchettaggio agli ingressi dello stabilimento. Il 14 ottobre si svolse una manifestazione di quadri ed impiegati per tornare al lavoro (detta appunto Marcia dei 40000), costringendo il sindacato a chiudere la trattativa con l'azienda ridimensionando le proprie richieste. Questo evento è considerato come l'inizio del declino del potere dei sindacati italiani e della crisi industriale della città.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Il Sessantotto, Autunno caldo e Marcia dei 40000.

La nascita della Repubblica[modifica | modifica sorgente]

Dopo la guerra venne indetto un referendum popolare, il 2 giugno 1946, per scegliere tra la forma repubblicana o quella monarchica. Nonostante il fatto di essere la terra natale dei Savoia, la Repubblica vinse nella circoscrizione di Torino, che comprendeva anche il nord Piemonte, con la preferenza di quasi il 60% degli elettori (803.191 voti per la repubblica contro i 537.693 per la monarchia[52]), a fronte di una media nazionale del 55% circa che sancì comunque la nascita della Repubblica Italiana.

Immigrazione[modifica | modifica sorgente]

La rinascita della città, a livello industriale, è quasi immediata, data la presenza degli stabilimenti FIAT: già nel 1955 veniva lanciata sul mercato la 600, un modello destinato ad avere una grande diffusione su larga scala. L'amministrazione civica e quella FIAT acconsentirono, così, a dare il via ai lavori per ampliare gli stabilimenti torinesi, aumentando anche i posti di lavoro disponibili: la città fu invasa da moltissimi italiani provenienti dalle regioni ancora prevalentemente agricole del Sud, e Torino si trovò impreparata a gestire un così grande flusso di persone. La situazione fu più tesa nei quartieri periferici, ove la maggiore presenza di immigrati meridionali creò spesso notevoli screzi con gli inquilini torinesi.

Italia '61[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Italia '61.

Nel 1961, per celebrare i cent'anni dell'unità del paese, venne allestita la grande mostra Italia '61 nella zona presso Nizza Millefonti, un tempo, quando ancora la città era piccola e non si era ancora conosciuta la spinta delle macchine, area di aperta campagna, luogo degli svaghi della corte sabauda. La grande mostra storica progettata dal comune si svolse nel Palavela, nel Palazzo del lavoro (o Palazzo Nervi) e nei 20 padiglioni dedicati ognuno ad una regione italiana. Notevole interesse viene posto attorno alla monorotaia che collegava i due estremi dell'area espositiva, dismessa tuttavia alla fine dell'esposizione e mai più utilizzata.

Tra i visitatori della mostra, si ricordano anche nomi illustri, quali Giovanni Gronchi, che la inaugurò, e la regina Elisabetta II d'Inghilterra.

Agitazioni[modifica | modifica sorgente]

Nel luglio 1962 il problema del rinnovo del contratto dei metallurgici, che la UIL e il SIDA - il sindacato controllato dalla FIAT - aveva accettato in contrasto con CGIL e CISL, portò molti militanti della CGIL e del PCI in piazza Statuto, ov'era la sede della UIL. Dopo i lanci di sassi contro le vetrate del palazzo, polizia e carabinieri intervennero caricando i dimostranti, con il risultato di oltre mille fermi e di un centinaio di feriti, dei quali una settantina tra i poliziotti. Ne seguì un procedimento giudiziario che si concluse con la condanna di 31 dei 36 imputati, 3 assoluzioni e 2 perdoni giudiziali per minore età.[53]

Seguirono anni di sostanziale tranquillità, favoriti dal crescente benessere economico e dalle trattative tra la FIAT e il Governo Russo che sfociarono nel protocollo di collaborazione, siglato nel 1965, per la costruzione della Lada-Vaz di Togliattigrad

Facciata principale dello stabilimento Fiat Mirafiori, simbolo della Torino operaia

Nel 1969 la FIAT reclutare, nell'area torinese, nel 1969, oltre 15.000 operai, prevalentemente dalle regioni meridionali. Il 3 luglio si registrarono incidenti in corso Traiano tra i dimostranti in sciopero per l'aumento del costo della vita e la polizia, che provocarono duecento contusi. Il cardinale Michele Pellegrino cercò anch'egli, insieme alla Curia, di sanare le proteste. Nel 1973 si recò allo sciopero dei metalmeccanici, proponendo una propria "pastorale del lavoro" che proseguirà fino al 1977, anno delle sue dimissioni.

Le lotte sindacali, talvolta molto aspre, portarono comunque ad importanti conquiste in ambito sociale come l'introduzione della pensione sociale (1969) e soprattutto dello Statuto dei Lavoratori (1970).

Negli anni settanta ci fu un'escalation delle tensioni sociali e politiche che caratterizzeranno quelli che saranno in seguito ribattezzati gli anni di piombo. Sempre in questo periodo però vi furono anche altre importanti conquiste come la legge sul divorzio (1974) e l'introduzione del Servizio Sanitario Nazionale (1978).

Crisi industriale[modifica | modifica sorgente]

La crisi investì la FIAT negli anni ottanta, e a molti parve che l'amministrazione del Lingotto volesse espellere gli operai più sindacalisti con il pretesto delle difficoltà di mercato. La marcia dei 40.000 (1980) rivelerà la debolezza dei sindacati confederali, sancendo la nascita di sindacati autonomi, ma il problema dell'industria rimase aperto e colpì tutta l'Italia, anche se Torino fu, ovviamente, la città più danneggiata. Due anni più tardi verrà definitivamente chiuso lo storico stabilimento del Lingotto, oggi adibito ad attività terziarie. Successivamente chiusero anche molti altri storici stabilimenti cittadini come la Savigliano (SNOS), le Ferriere Piemontesi (divenute Teksid) e la Michelin. A seguito di ciò, le aree interessate sono state riconvertite per ospitare nuovi edifici residenziali e commerciali. L'area del Parco Dora sarà interessata anche dalla creazione di un singolare parco archeologico industriale; lo "scheletro" delle Ferriere, il camino a fungo della Michelin e la palazzina uffici della Savigliano (riconvertita a terziario) saranno difatti conservati come testimonianza del periodo industriale.

Cerimonia d'inaugurazione delle Olimpiadi del 2006

La crisi industriale fu solo uno dei tanti problemi che Torino venne chiamata in quegli anni (e non solo) a risolvere, tra cui si annoverò la prima ondata migratoria di extracomunitari. Nel 2002 la crisi FIAT si fece sentire in maniera più evidente in seguito alla nuova ricaduta dell'industria torinese. Con la crisi economica mondiale, iniziata nel 2008, il settore industriale ha subito un nuovo contraccolpo.

Torino d'oggi[modifica | modifica sorgente]

Nel 2006 Torino ospita i XX Giochi olimpici invernali ed i IX Giochi paralimpici invernali e questi eventi possono essere presi come punto di rinascita della città. Sempre in occasione delle Olimpiadi invernali viene inaugurata la prima linea della metropolitana di Torino. Altre opere pubbliche come il passante ferroviario e i lavori per la nuova stazione ferroviaria di Torino Porta Susa insieme ad altre grandi opere di riqualificazione che sono state compiute e continuano ad effettuarsi, intendono rendere la capitale dei Savoia, dopo essere stata capitale d'Italia e capitale dell'industria, anche capitale di un turismo in costante ascesa.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ http://www.comune.torino.it/canaleturismo/it/curiosare/magica.htm
  2. ^ http://dervonne.wordpress.com/taurini/taurini/
  3. ^ http://www.museotorino.it/view/s/045e80f0ced348cd9d8b71d24443a904
  4. ^ Polibio, Storie, III, 60
  5. ^ Appiano, Hannibalica, 5
  6. ^ il termine chiuse indica uno sbarramento difensivo strutturato a sbarramento di una valle
  7. ^ Paolo Diacono, Historia longobardorum
  8. ^ Il nome deriva da Filii Belloni ossia dal nome di colui che nel XI secolo vi si era insediato fortificandola, tale Bellonus
  9. ^ Il termine Piemonte, che inizia ad essere usato in questo periodo, indica, non tutta l'attuale regione, ma le terre dipendenti da Torino ossia Aosta e la sua valle, Ivrea e le terre circostanti, Pinerolo, Susa, le valli alpine, Cuneo e la zona del Col di Tenda
  10. ^ Gli Statuti del 1360 sono noti come Codice della catena a seguito delle catene che, fissate alle copertine, ne impedivano l'asportazione essendo questi posizionati in modo da essere liberamente consultabili
  11. ^ Valore calcolabile in base all'affermazione di un legato pontificio che nel 1571 valuta la popolazione a 5.000 fuochi ossia famiglie
  12. ^ Nella cittadella, al comando del conte Virico Daun, c'erano appena 5.000 unità, mentre i francesi superavano i 44.000.
  13. ^ Cognasso, op. cit. p.443
  14. ^ Le prime scuole statali erano state però già fondate sotto i regni di Carlo Emanuele II e Vittorio Amedeo II
  15. ^ Il nome originale della piazza fu quello di piazza Vittorio Emanuele I modificato poi in piazza Vittorio Veneto nel 1919
  16. ^ Secondo Valerio Castronovo alla fine del secolo Torino contava circa 80.000 operai di cui 14.000 nel settore meccanico
  17. ^ Torino 38-45. Fiat Lingotto, istoreto.it
  18. ^ Giuseppe Maione, Il biennio rosso. Autonomia e spontaneità operaia nel 1919-1920, Bologna, Il Mulino, 1975
  19. ^ a b c d e Torino 38-45. Fiat Mirafiori, istoreto.it
  20. ^ La città delle leggi razziali, istoreto.it
  21. ^ a b c d e Torino 38-45. Una guida per la memoria, istoreto.it
  22. ^ Bassignana P. Luigi, Torino sotto le bombe. Nei rapporti inediti dell'aviazione alleata, Edizioni del Capricorno, 2003
  23. ^ a b c Torino 1938 - 1948, museodiffusotorino.it
  24. ^ Ferriere Piemontesi, Tubi Metallici, Zenith, Fispa, FIAT aeronautica, FIAT ricambi, Guinzio e Rossi.
  25. ^ Enrico Adami Rossi, istoreto.it
  26. ^ La denominazione Palazzo Campana è stata istituita dopo la guerra. Questo fu un omaggio offerto al comandante partigiano giellista Felice Cordero di Pamparato detto appunto "Campana", giustiziato nel 1944 dai nazifascisti a Giaveno. La banda partigiana di cui faceva parte fu ridenominata Campana e fu la prima ad entrare nell'allora Casa Littoria nell'aprile del 1945. Tutto questo viene ricordato da una lapide all'esterno del palazzo, oggi sede della Facoltà di matematica dell'Università di Torino.
  27. ^ Massimo Novelli, Torino ai tempi delle SS, repubblica.it. , 13 aprile 2005
  28. ^ Massimo Novelli, Raffiche naziste sulla gente, repubblica.it. , 6 settembre 2003
  29. ^ Albergo Nazionale, istoreto.it.
  30. ^ a b Martinetto, istoreto.it.
  31. ^ a b c Giovanni Pesce, Senza tregua. La Guerra dei GAP, Feltrinelli, ristampa 2005
  32. ^ Biografia di Ilio Barontini, anpi.it
  33. ^ Biografia di Giovanni Pesce, anpi.it
  34. ^ a b Biografia di Francesco Valentino, anpi.it
  35. ^ Biografia di Giuseppe Perotti, anpi.it
  36. ^ Scheda sull’eccidio del Pian del Lot, istoreto.it
  37. ^ Biografia di Dante Di Nanni, anpi.it
  38. ^ Biografia di Ignazio Vian, anpi.it
  39. ^ Biografia di Giuseppe Bravin, anpi.it
  40. ^ Il funzionario FIAT Rognetta, nell'immediato dopoguerra, sostenne che i bombardamenti furono richiesti dalla Franchi, la formazione fondata da Edgardo Sogno legata ai servizi inglesi, e che la direzione aziendale non ne era al corrente
  41. ^ Scheda sull’eccidio del Colle del Lys, colledellys.it
  42. ^ Biografie di Gaspare, Vera e Libera Arduino, istoreto.it
  43. ^ Conceria Fiorio, istoreto.it.
  44. ^ a b c d Daniele Cardetta, Aldo dice 26 per 1, nuovasocietà.it, 23 aprile 2010
  45. ^ Giorgio Agosti alla sfilata della Liberazione, istoreto
  46. ^ a b c Liberazione, istoreto.it.
  47. ^ Strage di Grugliasco e Collegno. Descrizione dei fatti, comune di Grugliasco
  48. ^ Biografia di Giorgio Agosti, anpi.it
  49. ^ Massimiliano Ferraro, I partigiani sovietici tra Piemonte e Friuli, ilgiornaledelfriuli.net, 25 settembre 2010
  50. ^ "Rukà ob Ruku - Fianco a Fianco", documentario di Marcello Varaldi, a cura dell'associazione Russkij Mir
  51. ^ Onorificenze della Presidenza della Repubblica
  52. ^ Dati Istat, in Malnati, pagina 234
  53. ^ Concluso con 31 condanne su 36 imputati il processo per i fatti di piazza Statuto , Stampa Sera, 27 luglio 1962

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • AA.VV., La grande storia del Piemonte, Firenze, Bonechi, 2006. (5 volumi)
  • AA.VV., Storia di Torino, Einaudi - Grandi Opere, 1997-2002. (9 volumi)
  • Amoretti Guido, XIl ducato di Savoia dal 1559 al 1713, Torino, Daniela Piazza Editore, 1984.
  • Amoretti Guido, Torino 1706, cronache e memorie della città assediata, Torino, editrice il Punto, 2005.
  • Assum Clemente, L'assedio di Torino (maggio-settembre 1706) e la battaglia di Torino (7 settembre 1706), 1926., A. Giani, Torino.
  • Cardoza Anthony, Storia di Torino, 2006, Einaudi.
  • Cibrario Luigi, Storia di Torino, Torino, 1846.
  • Cognasso Francesco, Storia di Torino, Milano, Aldo Martello, 1964.
  • Colli Giuseppe, Storia di Torino, 2002, Torino, editrice il Punto.
  • Messori Vittorio, Cazzullo Aldo, Il Mistero di Torino - due ipotesi su una capitale incompresa, Mondadori, 2004, Milano.
  • Mola Aldo, Storia della monarchia in Italia, Milano, 2002, Bompiani.
  • Pauletti Giovanni Andrea, Historia di Torino con una succinta descrizione di tutti li Stati di Casa Savoia, Padova, 1676.
  • Ricchiardi Enrico, Stemmi e Bandiere del Piemonte, Torino, Paravia, 1996.

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