Elio Vittorini

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Elio Vittorini

Elio Vittorini (Siracusa, 23 luglio 1908Milano, 12 febbraio 1966) è stato uno scrittore, traduttore, critico letterario e curatore editoriale italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Infanzia e adolescenza[modifica | modifica wikitesto]

Vittorini nacque a Siracusa nel 1908 da padre siracusano di origine bolognese da parte paterna[1]. Insieme al fratello Giacomo, durante gli anni dell'infanzia, seguì il padre (ferroviere e poi capostazione) nei suoi spostamenti di lavoro per la Sicilia: il treno e il viaggio saranno poi elementi centrali della sua opera.[2][3] Nel 1922, Elio aderì ad un gruppo spontaneista chiamato "i figli dell'Etna". Dopo la scuola di base, frequentò ragioneria senza interesse, mentre dedicava un acceso interesse a letture da autodidatta, si metteva in contatto con gli ambienti operai e guardava con interesse al dibattito culturale[2]. A diciassette anni era scappato di casa già tre volte. Nel 1925 cercò di arruolarsi come pilota, ma la famiglia riuscì a impedire questo proposito.[4]

La carriera giornalistica e letteraria[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1926 si dedicò soprattutto alla lettura, interessandosi dei simbolisti, di Proust, Guicciardini, Bergson, James, Kant e Hegel. Con un amico cercò di fondare un periodico, ma senza successo. In quel periodo, conobbe Enrico Falqui ed ebbe modo di spedire sue prose all'allora direttore del quindicinale La Conquista dello Stato, Curzio Malaparte. La seconda di queste prose, un articolo politico, su posizioni di fascismo antiborghese, fu pubblicato sulla rivista, fondata da Malaparte nel 1924, che ospitava soprattutto contributi dell'ala sinistra del fascismo, orientata ad uno smantellamento dei privilegi borghesi e alla creazione di uno Stato di stampo socialista.[5] L'articolo di Vittorini si intitolava L'ordine nostro. Lettera a Vossignoria (in forma, appunto, di lettera al direttore) e uscì il 15 dicembre 1926.[4]

Nel 1927, mentre continuava a scrivere per La Conquista dello Stato, inviò a La Fiera Letteraria il suo primo importante scritto narrativo, Ritratto di re Gianpiero, che gli venne pubblicato il 12 giugno. A partire dal 1926, le famiglie di Salvatore Quasimodo e di Vittorini condivisero la casa (entrambi i padri erano ferrovieri). Tra il futuro poeta e il futuro scrittore nacque un'amicizia e, nel settembre 1927, Vittorini sposò Rosa Maria, sorella di Salvatore (il matrimonio si rivelò presto infelice e verrà annullato nel 1950). Enzo Quasimodo, fratello di Rosa e Salvatore, lavorava a quei tempi come ingegnere civile a Gorizia e fece in modo di far ottenere a Vittorini un impiego come addetto al pagamento degli stipendi in una ditta di costruzioni stradali. Vittorini e la moglie si trasferirono nella Venezia Giulia nel settembre 1927. A Gorizia nacque il primo figlio, Giusto Curzio (in onore di Malaparte), l'8 agosto 1928.[4][5]

Nel 1929 ritornò per un breve periodo a Siracusa e iniziò a collaborare alla rivista Solaria. In quel periodo, venne pubblicato sull'Italia Letteraria un suo articolo, Scarico di coscienza, in cui accusava la letteratura italiana di provincialismo.

Nel 1930, in viaggio da Siracusa a Firenze per andare a trovare uno zio pittore, Giusto, Vittorini decise di trasferirsi in pianta stabile nel capoluogo toscano, dove lavorò come correttore di bozze, inizialmente per Solaria e poi per La Nazione. In questo periodo, scrisse diverse recensioni di libri e film per diversi periodici fiorentini, tra cui Il Bargello. Apprese l'inglese e, con l'aiuto di Mario Praz, avviò il lavoro di traduttore.[6]

Nel 1931, per le edizioni di Solaria, uscì il suo primo libro, una raccolta di racconti intitolato Piccola borghesia (verrà poi ristampato da Arnoldo Mondadori Editore nel 1953).

Elio Vittorini traduttore
Elio Vittorini fotografato a Milano da Federico Patellani, 1949
Rosa Quasimodo ha detto, circa il metodo di traduzione del marito, che: «La signora Rodocanachi[7] faceva a Elio la traduzione letterale, parola per parola che a leggerla non si capiva niente. Lui, poi, a quelle parole dava forma. Sua era la costruzione, l'invenzione; non si legava a quelle parole fredde. Lui raccomandava sempre a lei di fare la traduzione letterale, precisa, parola per parola, articolo per articolo, frase per frase. E poi lui la trasformava in un romanzo. Erano romanzi suoi che traduceva»[8].

Nel settembre 1932, partecipò, insieme ad altri scrittori, ad una sorta di "crociera letteraria" in Sardegna, organizzata dal settimanale L'Italia Letteraria, in vista di un premio per il miglior diario di viaggio in Sardegna. Vittorini, che partecipò con lo pseudonimo "Amok", vinse ex aequo con Virgilio Lilli. Dopo che diverse parti furono pubblicate su L'Italia Letteraria, poi sul Bargello e su Solaria, il testo uscì in volume prima per l'editore Parenti (Nei Morlacchi. Viaggio in Sardegna) e poi nel 1953 per Mondadori, con il titolo definitivo Sardegna come un'infanzia.[9][6]

Tra il 1933 e il 1934 uscì a puntate su Solaria il romanzo Il garofano rosso (a causa della censura fascista, sarà pubblicato in volume solamente nel 1948 da Mondadori).

Nel 1933 uscì la sua prima traduzione, St Mawr di D. H. Lawrence (con il titolo Il purosangue), un testo raccomandato da Eugenio Montale, per i tipi di Mondadori. Da quel momento, il lavoro di traduzione sostituì quello di correttore di bozze, anche per una intossicazione da piombo procurata dall'intenso lavoro alla linotipo della Nazione.[6]

Fascista di "sinistra"[modifica | modifica wikitesto]

Attestato su posizioni di fascismo di sinistra, nel 1936, quando scoppiò la Guerra civile spagnola, Vittorini, che stava scrivendo Erica e i suoi fratelli, progettò con l'amico Vasco Pratolini di raggiungere i repubblicani spagnoli e sulla rivista "Bargello" scrisse un articolo in cui spronava i fascisti italiani ad appoggiare i repubblicani contro Franco; ciò gli causò l'espulsione dal Partito fascista (questa è almeno la versione data dallo stesso Vittorini)[10]. La sua posizione politica si avvicinava al movimento libertario, appoggiando in pieno l'attività dell'anarchico Camillo Berneri e altri per una rivoluzione spontaneista.

L'anno prima (1936) aveva pubblicato, presso Parenti, Nei Morlacchi. Viaggio in Sardegna, che vinse il premio indetto dall'"Infanzia" e che sarà poi ristampato da Mondadori, con il titolo Sardegna come un'infanzia, nel 1952. Negli anni che vanno dal 1938 al 1939 uscì a puntate su Letteratura il romanzo Conversazione in Sicilia, che sarà pubblicato in volume nel 1941, prima dall'editore Parenti e poi da Bompiani con il suo titolo originale.

Da Bompiani ricevette un incarico editoriale e così, nel 1939, si trasferì a Milano, dove diresse la collana "La Corona" e fu curatore dell'antologia di scrittori statunitensi Americana che, sempre a causa della censura fascista, venne pubblicata solamente nel 1942 e con tutte le note dell'autore soppresse (l'edizione integrale venne pubblicata solamente nel 1968). In questa antologia comparve per la prima volta nella scena culturale e letteraria italiana John Fante.

Partecipazione alla Resistenza e antifascismo[modifica | modifica wikitesto]

Partecipò al convegno degli intellettuali nazisti di Weimar, dal 7 all'11 ottobre 1942, promosso dal ministro della propaganda Joseph Goebbels[11], ma nel 1942 lo scrittore entrò nel Partito Comunista Italiano clandestino e partecipò attivamente alla Resistenza. Nel 1945 fu direttore, per un certo periodo, dell'edizione milanese dell'organo comunista l'Unità, collaborò con Milano Sera, pubblicò presso Bompiani il romanzo Uomini e no e fondò la rivista di cultura contemporanea Il Politecnico. Nel 1947, quando la rivista "Il Politecnico" terminò le sue pubblicazioni, Vittorini pubblicò, sempre presso Bompiani, il romanzo Il Sempione strizza l'occhio al Frejus e nel 1949 uscì Le donne di Messina, che verrà ristampato con notevoli varianti nel 1964.

Vittorini insieme ad Eugenio Montale

Rottura con i comunisti[modifica | modifica wikitesto]

Sul Politecnico Vittorini riprese gli appelli di Jean-Paul Sartre[12] per una cultura che liberasse dalla sofferenze, non solo che consolasse, dichiarando fallite le culture antifasciste che non avevano saputo prevenire i disastri della seconda guerra mondiale.[13] Scrive nell'editoriale del primo numero, datato 29 settembre 1945:

«Per un pezzo sarà difficile dire se qualcuno o qualcosa abbia vinto in questa guerra. Ma certo vi è tanto che ha perduto, e che si vede come abbia perduto. I morti, se li contiamo, sono più di bambini che di soldati; le macerie sono di città che avevano venticinque secoli di vita; di case e di biblioteche, di monumenti, di cattedrali, di tutte le forme per le quali è passato il progresso civile dell'uomo; e i campi su cui si è sparso più sangue si chiamano Mauthausen, Majdanek, Buchenwald, Dachau. Di chi è la sconfitta più grave in tutto questo che è accaduto? Vi era bene qualcosa che, attraverso i secoli, ci aveva insegnato a considerare sacra l'esistenza dei bambini. (...) E se ora milioni di bambini sono stati uccisi, se tanto che era sacro è stato lo stesso colpito e distrutto, la sconfitta è anzitutto di questa «cosa» che c'insegnava la inviolabilità loro. Non è anzitutto di questa «cosa» che c'insegnava l'inviolabilità loro? Questa «cosa», voglio subito dirlo, non è altro che la cultura: lei che è stata pensiero greco, ellenismo, romanesimo, cristianesimo latino, cristianesimo medioevale, umanesimo, riforma, illuminismo, liberalismo, ecc., e che oggi fa massa intorno ai nomi di Thomas Mann e Benedetto Croce (...) Valéry, Gide e Berdiaev. Non vi è delitto commesso dal fascismo che questa cultura non avesse insegnato ad esecrare già da tempo. E se il fascismo ha avuto modo di commettere tutti i delitti che questa cultura aveva insegnato ad esecrare già da tempo, non dobbiamo chiedere proprio a questa cultura come e perché il fascismo ha potuto commetterli?»

Questo fu uno dei motivi del suo impegno nel PCI, che riteneva potesse essere il partito-portavoce di queste istanze, ma anche una delle cause della sua rottura con la dirigenza Togliatti, quando scoprì che così non era (anche per la connivenza con la dittatura di Stalin), per la mancanza di libertà di pensiero nel mondo comunista.

«E se accuso il timore che i nostri sforzi in senso rivoluzionario non siano riconosciuti come tali dai nostri compagni politici, è perché vedo la tendenza dei nostri compagni politici a riconoscere come rivoluzionaria la letteratura di chi suona il piffero per la rivoluzione piuttosto che la letteratura in cui simili esigenze sono poste, la letteratura detta oggi di crisi.[14]»

Nel 1951 Giulio Einaudi lo chiamò per dirigere la collana "I Gettoni" e Vittorini condusse il suo incarico facendo scelte molto precise riguardo agli autori da inserire nella collana, accogliendo soprattutto le opere di giovani scrittori come Calvino e Fenoglio, ma rifiutando Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Vittorini successivamente rifiuterà la pubblicazione de Il dottor Živago di Pasternak e Il tamburo di latta di Grass. Nello stesso anno, in un articolo che venne pubblicato su La Stampa, Le vie degli ex comunisti, lo scrittore analizzò acutamente le cause del distacco suo e di molti altri intellettuali dal Partito Comunista Italiano.

Negli anni che vanno dal 1952 al 1955 lo scrittore lavorò al romanzo Le città del mondo che, abbandonato e rimasto incompiuto, verrà pubblicato postumo nel 1969 da Einaudi, e completò definitivamente Erica e i suoi fratelli, che venne pubblicato nel 1956 da Bompiani. Quando scoppiarono i fatti d'Ungheria, lo scrittore, profondamente colpito, ne tentò un'elaborazione narrativa in un dramma rimasto inedito. Nel 1957 pubblicò una raccolta di scritti critici dal titolo Diario in pubblico e nel 1959 fondò la rivista Il Menabò edita da Einaudi, che diresse insieme ad Italo Calvino.

Con i socialisti e i radicali[modifica | modifica wikitesto]

Iniziò nel 1960 a dirigere la collana "La Medusa" per Mondadori e in seguito la collana "Nuovi scrittori stranieri". Nello stesso anno scrisse un manifesto per protestare contro la guerra e la tortura in Algeria, e si candidò nelle liste del PSI. Nello stesso anno divenne presidente del Partito Radicale, fuoriuscito dalla sinistra del PLI per iniziativa di vari aderenti, come Ernesto Rossi, Eugenio Scalfari, Marco Pannella. Negli ultimi anni della sua vita fu consulente della casa editrice Einaudi. Tutti gli appunti di riflessione sulla letteratura da lui lasciati furono raccolti da Dante Isella in un volume postumo, 1967, intitolato Le due tensioni.

Ultimi anni e morte[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1963 Vittorini si ammalò di cancro allo stomaco e dovette subire una delicata operazione chirurgica. Malgrado la malattia, riprese a lavorare dirigendo la collana "Nuovi scrittori stranieri" per Mondadori e l'anno dopo la collana "Nuovo Politecnico" per Einaudi. Nell'estate del 1965 il cancro si manifestò ancora in maniera più aggressiva, rendendosi incurabile. Vittorini morì a Milano nella sua casa di viale Gorizia nel 1966; le sue spoglie riposano nel cimitero di Concorezzo.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Romanzi e racconti[modifica | modifica wikitesto]

Raccolte[modifica | modifica wikitesto]

Saggi[modifica | modifica wikitesto]

  • «Scarico di coscienza», in «L'Italia Letteraria», 13 ottobre 1929.
  • Diario in pubblico, Milano, Bompiani, 1957. Nuova edizione MIlano, Bompiani 2016.
  • Le due tensioni. Appunti per una ideologia della letteratura, a cura di Dante Isella, Milano, Il Saggiatore, 1967. - a cura di V. Brigatti, Prefazione di Cesare De Michelis, Hacca, 2016, ISBN 978-88-989-8305-6.
  • I risvolti dei «Gettoni», Milano, Scheiwiller, 1988, ISBN 88-7644-100-X.
  • Letteratura, arte, società. Articoli e interventi 1926-1937, A cura di Raffaella Rodondi, Torino, Einaudi, 2008 [1997], ISBN 978-88-061-8591-6.
  • Cultura e libertà. Saggi, note, lettere da «Il Politecnico» e altre lettere, a cura di Raffaele Crovi, Torino, Aragno, 2001, ISBN 978-88-841-9054-3.
  • Letteratura, arte, società. Articoli e interventi 1938-1965, A cura di Raffaella Rodondi, Torino, Einaudi, 2008, ISBN 978-88-061-8868-9.
  • Della mia vita fino a oggi. Raccontata ai miei lettori stranieri, Milano, Henry Beyle, 2012, ISBN 978-88-976-0804-2.

Curatele[modifica | modifica wikitesto]

  • Scrittori nuovi. Antologia italiana contemporanea, a cura di e con Enrico Falqui, Lanciano, Carabba, 1930; II ed., Carabba, 2006.
  • La tragica vicenda di Carlo III (1848-1859), con Giansiro Ferrata, Milano, Mondadori, 1939.
  • Teatro spagnolo. Raccolta di drammi e commedie dalle origini ai nostri giorni, Milano, Bompiani, 1941.
  • Americana. Raccolta di narratori dalle origini ai nostri giorni, Milano, Bompiani, 1942.
  • Ludovico Ariosto, Orlando Furioso (2 voll.), Collana I Millenni, Torino, Einaudi, 1950.
  • Carlo Goldoni, Commedie (4 voll.), Collana I Millenni, Torino, Einaudi, 1952.

Riviste[modifica | modifica wikitesto]

  • Il Politecnico: settimanale di cultura contemporanea fondato da Vittorini. Il primo numero, pubblicato dall'Editore Einaudi, esce il 29 settembre 1945. Dal nº 39, la rivista diventa mensile. Nel dicembre del 1947 la rivista non viene più pubblicata. La ristampa anastatica integrale dei numeri della rivista fu pubblicata da Einaudi nel 1975.
  • Il Menabò: rivista-collana fondata nel 1959, diretta in collaborazione con Italo Calvino, pubblicata da Einaudi.

Raccolte epistolari[modifica | modifica wikitesto]

  • I libri, la città, il mondo. Lettere 1933-1943, a cura di Carlo Minoia, Collana Supercoralli, Torino, Einaudi, 1985. ISBN 88-06-58438-3.
  • Gli anni del "Politecnico". Lettere 1945-1951, a cura di Carlo Minoia, Torino, Einaudi, 1977.
  • Lettere 1952-1955, a cura di Edoardo Esposito e Carlo Minoia, Torino, Einaudi, 2006. ISBN 88-06-18413-X.
  • Si diverte tanto a tradurre? Lettere a Lucia Rodocanachi 1933-1943, a cura di A. C. Cavallari ed Edoardo Esposito, Milano, Archinto, 2016, ISBN 978-88-776-8699-2.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Il nonno di Elio, Vincenzo Vittorini, colonnello di Finanza originario di Bologna, fu inviato dal governo borbonico in Sicilia, dove sposò la siracusana Vincenza Midolo (cfr. Iole Vittorini, Mio fratello Elio, vol. 1, Ombra editore, Siracusa 1989, p. 11).
  2. ^ a b Ferroni, p. 392.
  3. ^ Potter, pp. 19-20.
  4. ^ a b c Potter, p. 20.
  5. ^ a b Bonsaver, cap. 1.
  6. ^ a b c Potter, p. 21.
  7. ^ Da nubile Lucia Morpurgo (1901-1978), moglie del pittore di origine greca Paolo Rodocanachi e solo omonima della moglie di Primo Levi.
  8. ^ CORRIERE DELLA SERA.it - Forum - Scioglilingua, su forum.corriere.it. URL consultato il 21 aprile 2014 (archiviato dall'url originale il 4 giugno 2015).
  9. ^ Emanuela Martellini, Tempo e memoria nel Novecento italiano, ArchetipoLibri, 2011, pp. 89-90.
  10. ^ Secondo invece una lettera datata 1970 scritta dal direttore del «Bargello» Gioacchino Contri, «nella seconda metà del '36, Elio fu denunciato alla Questura non per le sue opere sul Bargello ma perché al caffè, con gli amici, parlava a voce alta di ciò che non era permesso e cioè usava un linguaggio libero da antifascista. Fu chiamato e diffidato; fece seguito il Gruppo Rionale (il Partito) che gli fece sapere che rischiava di essere espulso dal Partito. Per tutta risposta Elio consegnò la sua tessera fascista, ossia si autoradiò dal Partito» (tratto da Gian Carlo Ferretti, L'editore Vittorini, Einaudi, pp. 147-148). Del 1937 è un altro articolo scritto per il Bargello («L'islam e l'universalità», Il Bargello, Anno IX, n° 23, 4 aprile 1937 firmato Ab.[ulfeda]), in cui Vittorini nota la politica di Mussolini verso il mondo islamico: «Il fatto che Mussolini abbia preso in mano la spada dell'Islam ha importanza agitatrice e contiene possibilità di storia. (…) 'Islam' significa 'abbandono a Dio' (…). Significherà abbandono a Mussolini, abbandono di fiducia di tutti gli arabi nelle mani universalizzatrici di Mussolini (Elio Vittorini, Letteratura arte società. Articoli e interventi 1926-1937, Einaudi, 1997 e 2008).
  11. ^ Bruno Vespa, Italiani Voltagabbana, Mondadori, 2014, p 64
  12. ^ Anna Maria Cittadini Ciprì, Italia e Francia nel secondo dopoguerra: il caso Vittorini Sartre
  13. ^ Una nuova cultura, su vittorininet.it. URL consultato il 27 settembre 2015 (archiviato dall'url originale il 22 settembre 2017).
  14. ^ Politica e cultura. Lettera a Togliatti, in Il Politecnico, n. 35, gennaio-marzo 1947, cit. in Mario Serenellini, I diseducatori: intellettuali d'Italia da Gramsci a Pasolini, Dedalo, 1985, p. 33.
  15. ^ Premio letterario Viareggio-Rèpaci, su premioletterarioviareggiorepaci.it. URL consultato il 9 agosto 2019.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giuseppe Varone, I sensi e la ragione. L'ideologia della letteratura dell'ultimo Vittorini, Firenze, Franco Cesati, 2015.
  • Amedeo Benedetti, Elementi stilistici della 'Conversazione in Sicilia' di Vittorini, in "Archivio Storico Siciliano", s. IV, vol. XXXIV-XXXV, 2008-2009, pp. 115–129.
  • Sandro Briosi, Elio Vittorini, Firenze, La Nuova Italia, 1973
  • Sandro Briosi, Invito alla lettura di Elio Vittorini, Milano, Mursia, 1976
  • Guido Bonsaver, Elio Vittorini: Letteratura in tensione, Cesati, 2008
  • (EN) Guido Bonsaver, Elio Vittorini: The Writer and the Written, Routledge, 2017.
  • Vito Camerano-Raffaele Crovi-Giuseppe Grasso (a cura di), La storia dei Gettoni di Elio Vittorini, Torino, Aragno, 2007
  • Ettore Catalano, La metafora e l'iperbole. Studi su Vittorini, Progredit, 2007
  • Giampiero Chirico, Elio Vittorini. Epistolario americano, Lombardi, 2002
  • Flavio Cogo, Elio Vittorini editore 1926-1943, presentazione di Ricciarda Ricorda, ArchetipoLibri, Bologna, 2012
  • Raffaele Crovi, Il lungo viaggio di Vittorini: una biografia critica, Venezia, Marsilio, 1998
  • Raffaele Crovi, Vittorini cavalcava la tigre: ricordi, saggi e polemiche sullo scrittore siciliano, Napoli, Avagliano, 2006
  • Francesco De Nicola, Introduzione a Vittorini, Roma-Bari, Laterza, 1992
  • Gian Carlo Ferretti, L'editore Vittorini, Torino, Einaudi, 1992
  • Gian Carlo Ferretti, La lunga storia del Gattopardo. Storia di un grande romanzo dal rifiuto al successo, Torino, Aragno, 2008
  • Giulio Ferroni, Storia della letteratura italiana - Il Novecento, Milano, Einaudi Scuola, 1995, ISBN 88-286-0076-4..
  • Lisa Gasparotto (a cura di), Elio Vittorini. Il sogno di una nuova letteratura, Le Lettere, Firenze, 2010
  • Nino Genovese-Sebastiano Gesù, Vittorini e il cinema, Emanuele Romeo, 1997
  • Antonio Girardi, Nome e lagrime. Linguaggio e ideologia di Elio Vittorini, Napoli, Liguori, 1975
  • Toni Iermano-Pasquale Sabbatino (a cura di), La comunità inconfessabile. Risorse e tensioni nell'opera e nella vita di Elio Vittorini, Napoli, Liguori editore, 2011, ISBN 978-88-207-5240-8.
  • Gianluca Lauta, Il primo Garofano rosso di Elio Vittorini. Con un apparato delle varianti, Firenze, Franco Cesati, 2012
  • Paola C. Leotta, Tales of grotesque and arabesque. Elio Vittorini e Giorgio Manganelli traduttori di Edgar Alan Poe, Roma, Bonanno, 2007
  • Anna Panicali, Elio Vittorini. La narrativa, la saggistica, le traduzioni, le riviste, l'attività editoriale, Milano, Mursia, 1994
  • Sergio Pautasso, Guida a Vittorini, Milano, Rizzoli, 1977
  • (EN) Joy Hambuechen Potter, Elio Vittorini, Boston, Twayne Publishers, 1979, ISBN 0-8057-6359-7.
  • Maria Rizzarelli (a cura di), Elio Vittorini. Conversazioni in Sicilia di Elio Vittorini, Milano, Mursia, 1975
  • Claudio Toscani, Come leggere Conversazioni in Sicilia di Elio Vittorini, Milano, Mursia, 1975
  • Demetrio Vittorini, Un padre e un figlio, Milano, Baldini e Castoldi, 2002
  • Folco Zanobini, Elio Vittorini. Introduzione e guida allo studio dell'opera vittoriniana, Firenze, Le Monnier, 1974

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