Alfeo Brandimarte

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Alfeo Brandimarte
Brandimarte.jpg
Il maggiore Alfeo Brandimarte in un foto ritratto dell'epoca
31 gennaio 1906 – 4 giugno 1944
Nato aLoreto
Morto aRoma
Cause della mortefucilazione
Dati militari
Paese servitoItalia Italia
Forza armata
CorpoArmi Navali
Anni di servizio1929 - 1944
Gradomaggiore
GuerreSeconda guerra mondiale
Decorazioni
  • Medaglia d'oro al valor militare alla memoria
  • fonti nel testo
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    Alfeo Maria Brandimarte (Loreto, 31 gennaio 1906Roma, 4 giugno 1944) è stato un militare e ingegnere italiano che prestò servizio con il grado di capitano e poi di maggiore nella Regia Marina durante la seconda guerra mondiale e che partecipò alla resistenza.

    Biografia[modifica | modifica wikitesto]

    Carriera militare[modifica | modifica wikitesto]

    Laureatosi nel 1928 come ingegnere meccanico ad indirizzo elettrotecnico (allora l'elettronica non esisteva neanche come definizione, e l'elettricità era considerata afferente alla meccanica), l'anno successivo entrò nel Regio Esercito come sottotenente di complemento. L'anno successivo fu trasferito come effettivo alla Regia Marina dove, nelle Armi Navali, svolse vari incarichi, dal 1933 in poi (dopo la nomina a capitano) svolse vari incarichi accademici e tecnici legati alla sua laurea.

    Dopo aver ricoperto la cattedra di elettronica all'Accademia Navale di Livorno, fu inviato nel 1935 in Somalia come direttore dei servizi di telecomunicazione militari. In seguito, nel 1937, fu trasferito ad Addis Abeba appena conquistata per rimettere in servizio la stazione radio e, una volta terminato, tornò in Italia per assumere l'incarico di vicedirettore dell'Istituto Elettrotecnico dell'Accademia Navale. Nel 1940 chiese il proscioglimento dal servizio permanente effettivo, che ottenne, ma fu mantenuto in servizio di complemento fino al settembre 1941 e nominato maggiore.

    Tra l'altro farà parte di una commissione inviata in Germania nel giugno 1940 per valutare i prototipi tedeschi di apparati radar. Successivamente assunse l'incarico di amministratore delegato di una azienda civile[1]. Alfeo Brandimarte fu uno dei principali artefici all'interno del Regio Istituto Elettrotecnico e delle Comunicazioni della Marina (RIEC), insieme ai professori Ugo Tiberio e Nello Carrara, del lavoro che portò, dopo il suo proscioglimento, al primo radar operativo navale italiano della seconda guerra mondiale, l'EC3/ter "Gufo", costruito insieme al suo omologo terrestre "Folaga" da un gruppo di ricercatori civili e militari[2].

    La morte[modifica | modifica wikitesto]

    Dopo l'8 settembre 1943 fece parte del Fronte Militare Clandestino, contro l'occupante tedesco a Roma. Tradito, fu catturato dalle SS il 23 maggio 1944 e imprigionato nelle carceri di Via Tasso, precisamente nella cella n.3. La sera del 3 giugno 1944, con le forze alleate già in ingresso nella capitale, fu caricato dai tedeschi su un autocarro insieme ad altri prigionieri italiani e stranieri, in un convoglio in direzione nord lungo la via Cassia. La mattina dopo, i prigionieri Alfeo Brandimarte, Bruno Buozzi, Piero Dodi, Eugenio Arrighi, Saverio Tunetti, Lino Eramo, Edmondo Di Pillo, Enrico Sorrentino, Vincenzo Conversi, Luigi Castellani, Libero De Angelis, Alberto Pennacchi, il polacco Borian Frejdrik e il capitano inglese John Armstrong[3] trovarono la morte nell'eccidio de La Storta e le loro salme recuperate dopo la liberazione di Roma. Il 15 febbraio 1945 fu insignito della medaglia d'oro al valore militare alla memoria.

    Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

    Medaglia d'oro al valor militare alla memoria - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'oro al valor militare alla memoria
    «Ufficiale superiore delle Armi Navali di eccezionali doti morali e tecniche, pervaso da profondo amor Patrio, iniziava sin dai primi giorni dopo l’armistizio la sua coraggiosa opera nel fronte clandestino di resistenza. Superando immani difficoltà, riusciva, con scarsi mezzi da lui stesso abilmente apprestati, ad effettuare vari collegamenti r.t. con le autorità nazionali ed alleate dell’Italia liberata. Durante nove mesi la sua fattiva opera veniva svolta con coraggio e abnegazione malgrado ripetutamente ricercato dalle Autorità germaniche. Arrestato in seguito a delazione, subiva atroci sevizie e perdeva la sua vita dedicata al bene della Patria nella località di La Storta, il 3 giugno, barbaramente trucidato dai tedeschi.»
    — La Storta, 3 giugno 1944

    Note[modifica | modifica wikitesto]

    Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

    Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]