Bruno Buozzi

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Bruno Buozzi
Bruno Buozzi.jpg

Deputato del Regno d'Italia
Legislature XXV, XXVI, XXVII
Gruppo
parlamentare
socialista, poi socialista unitario (XXVII leg.)
Sito istituzionale

Dati generali
Partito politico Partito Socialista Italiano, poi Partito Socialista Unitario (XXVII leg.)
Professione sindacalista

Bruno Buozzi (Pontelagoscuro, 31 gennaio 1881Roma, 4 giugno 1944) è stato un sindacalista e politico italiano.

Fu tra i più autorevoli sindacalisti italiani della prima metà del Novecento e fu deputato socialista dal dicembre 1919 al novembre 1926.
Fu ucciso dai nazisti a Roma, in località La Storta, il 4 giugno 1944.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nacque da Orlando e Maddalena Gusti. Costretto a lasciare la scuola dopo le elementari, fece, da ragazzo, il meccanico aggiustatore. Quando si trasferì a Milano, trovò lavoro come operaio specializzato metallurgico alle Officine Marelli e poi alla Bianchi[1].

L'adesione al sindacato ed al Partito Socialista[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1905 aderì al PSI, militando nella frazione riformista di Turati, ed entrò nel sindacato degli operai metallurgici, divenendone poco tempo dopo membro del consiglio direttivo[1]. Avversario di ogni estremismo politico, respinse la violenza come mezzo di lotta e abbracciò l’idea della gradualità delle conquiste sindacali (prima fra tutte la giornata lavorativa di otto ore), convinto che la democrazia dovesse essere in primo luogo nelle fabbriche.

Nel 1911 fu eletto segretario generale della Federazione italiana operai metallurgici - F.I.O.M., carica che conservò ininterrottamente sino al 1926, quando il sindacato fu sciolto d'imperio dal fascismo.

Si trasferì quindi con la famiglia a Torino, dove, a fronte del tumultuoso sviluppo della crescente industria automobilistica, era la sede nazionale della FIOM. Nell'aprile del 1912 fu eletto membro del consiglio direttivo della Confederazione generale del lavoro (C.G.d.L.), organismo nel quale fu riconfermato ad ogni successivo rinnovo. Sotto la sua guida la FIOM, dilaniata dal conflitto fra sindacalisti "puri" e attivisti socialisti massimalisti che ritenevano che il sindacato dovesse essere solo uno strumento per la lotta politica volta alla conquista del potere da parte del proletariato, seppe riguadagnare il sostegno degli operai e riuscì nel 1913, dopo un lungo sciopero di tre mesi, a stipulare un accordo con valore di contratto collettivo, che prevedeva, fra l'altro, la riduzione di tre ore dell'orario settimanale di lavoro[2].

Bruno Buozzi a Roma nel 1924.

Nel 1920 venne eletto per la prima volta deputato alla Camera per il Partito Socialista Italiano.

Nel settembre del 1920 fu l'ideatore e il principale promotore delle agitazioni sindacali che culminarono nell'occupazione delle fabbriche metallurgiche.

Nelle elezioni politiche del 1921 venne rieletto deputato nelle liste del PSI. Schierato con la corrente riformista nel Congresso socialista di Livorno, nel 1922 seguì Matteotti e Turati nel Partito Socialista Unitario.

L'attività antifascista[modifica | modifica wikitesto]

Nelle elezioni politiche del 1924 venne rieletto deputato nelle liste del PSU.

13 giugno 1924Roma, lungotevere Arnaldo da Brescia: l'on. Bruno Buozzi reca l'omaggio della CGdL a Giacomo Matteotti sul luogo del suo rapimento.

Continuamente corteggiato da Mussolini sin dal 1919, al contrario di altri eminenti sindacalisti socialisti che cedettero al collaborazionismo con il fascismo, a partire dall'11 giugno 1924, ovvero dopo la crisi politica determinata dall'omicidio Matteotti, iniziò a sfidare apertamente il regime, aderendo alla cosiddetta secessione aventiniana e rappresentando, insieme a Filippo Turati, il Partito Socialista Unitario in seno al "Comitato dei sedici".

Nel marzo del 1925, già nel periodo iniziale del regime fascista, guidò gli ultimi imponenti scioperi degli operai metallurgici. Nel dicembre del 1925, rimasto l'unico sindacalista di un certo rilievo a non volersi piegare di fronte al fascismo, si vide costretto da un imperativo morale a succedere a Ludovico D'Aragona nella guida della Confederazione Generale del Lavoro.

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Storia della Cgil.

Nonostante fosse perseguitato dal regime, minacciato più volte di morte e aggredito dagli squadristi a Torino nel 1924, divenne segretario generale della CGdL nel dicembre 1925.

L'esilio a Parigi e in Francia[modifica | modifica wikitesto]

Filippo Turati e Bruno Buozzi a Parigi

Per salvaguardare la propria incolumità, nell'ottobre del 1926 fu costretto a trasferirsi in Francia, ove ricostituì la CGdL in esilio. Si installò con la propria famiglia a Parigi, dove si occupò della difesa dei diritti dei lavoratori italiani emigrati all'estero e fece attiva opera antifascista attraverso la direzione del giornale "L'Operaio Italiano" che, pubblicato in formato ridotto, venne fatto circolare clandestinamente anche in Italia.

Parigi. Delegati a una riunione della Federazione sindacale internazionale. Bruno Buozzl è il terzo da destra in prima fila; quinto e sesto da sinistra in piedi sono l'olandese Jan Oudegeest[3], Segretario Generale della Federazione, e Leon Jouhaux, Segretario della Confederazione del Lavoro francese.

Intanto, il 9 novembre 1926 la Camera dei deputati, riaperta su ordine di Mussolini per approvare le leggi eccezionali, deliberava anche la decadenza dei 123 deputati aventiniani, tra cui Bruno Buozzi.

Bruno Buozzi con Pietro Nenni e Giuseppe Emanuele Modigliani in esilio a Parigi negli anni 1930.

Militò nel PSULI di Filippo Turati, il nome assunto dal PSU in esilio nel 1927, e partecipò alle iniziative della Concentrazione antifascista e della Federazione Sindacale Internazionale. Durante la guerra di Spagna, per incarico del suo partito diresse l'opera d'organizzazione, raccolta e invio di aiuti alla Repubblica democratica attaccata dai franchisti[1].

L'ammirazione e la dedizione quasi filiale per Filippo Turati lo spinse a prendersi cura dell'anziano leader socialista fino alla sua morte: Turati si spense il 29 marzo 1932 proprio nella casa parigina di Buozzi.

L'arresto a Parigi, il confino in Italia e la liberazione[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1940 alla vigilia dell'occupazione tedesca di Parigi, Buozzi si trasferì a Tours nella cosiddetta "Francia Libera".
Nel febbraio del 1941 tornò nella capitale francese, spinto dal comprensibile desiderio di far visita alla figlia partoriente; il 1º marzo 1941 fu arrestato dai tedeschi[1] su richiesta delle autorità italiane e rinchiuso nel carcere de La Santé, dove ebbe modo di ritrovare il collega e amico della CGdL Giuseppe Di Vittorio[4], assieme al quale fu poi trasferito in Germania e, di qui, in Italia.

Scheda segnaletica di Bruno Buozzi

Il regime fascista lo assegnò quindi al confino a Montefalco in provincia di Perugia, ove rimase per due anni, prendendo alloggio in un piccolo stabile in prossimità delle mura urbiche. Sulla facciata è stata apposta una lapide commemorativa[5]. Durante questo periodo poté comunque recarsi più volte a Torino per motivi di famiglia, trasferte che egli sfruttò anche per riprendere i contatti con esponenti sindacali e politici antifascisti.

Dopo il rovesciamento di Mussolini del 25 luglio 1943, venne liberato il 30 luglio 1943.
Assieme a Sandro Pertini, giunto a Roma subito dopo essere stato a sua volta liberato dal confino di Ventotene, s'impegnò affinché fossero liberati dall'isola tutti i confinati:

« A Roma insieme con Bruno Buozzi, andiamo tutti i giorni dal capo della polizia, Carmine Senise, e infine riusciamo a ottenere la liberazione dei confinati. »

(Sandro Pertini[6])

Il 9 agosto del 1943, il Ministro dell’Industria e Lavoro del Governo Badoglio, Leopoldo Piccardi, commissariò le strutture corporative fasciste e nominò Buozzi al vertice dell'"Organizzazione dei lavoratori dell'industria" (che, come tutti i sindacati di origine corporativa, il governo Badoglio intendeva ricostruire affidandola alle forze democratiche): Buozzi divenne commissario, il comunista Giovanni Roveda[7] e il democristiano Gioacchino Quarello[8] vicecommissari[1]. Giuseppe Mazzini fu nominato commissario della Confindustria. Buozzi e gli altri commissari sindacali accettarono l'incarico a condizione di mantenere la propria indipendenza politica rispetto al governo, nei confronti del quale rivendicarono l'immediata scarcerazione dei detenuti politici, il ripristino della piena libertà di stampa e la sollecita conclusione di un armistizio con gli Alleati.

A seguito della caduta del fascismo, presero il via nell'Italia settentrionale una serie di scioperi e di agitazioni contro i razionamenti alimentari e la prosecuzione della guerra, che culminarono nello sciopero generale di Torino del 18-20 agosto. Buozzi e Roveda si recarono nel capoluogo piemontese con il ministro Piccardi per definire una trattativa che portasse alla conclusione dello sciopero, dalla quale scaturì il maggior risultato raggiunto in campo sindacale durante i "quarantacinque giorni" del primo governo Badoglio. Infatti, il 2 settembre 1943 fra le Confederazioni dei lavoratori dell'industria e la Confederazione degli industriali venne siglato l'accordo che ripristinò le norme sindacali soppresse dai fascisti con il Patto di Palazzo Vidoni a Roma, stipulato fra la Confindustria e la Confederazione fascista delle corporazioni il 2 ottobre 1925, all’indomani della vittoria dei comunisti nelle elezioni delle Commissioni interne del 1924 alla Fiat. Il nuovo accordo, che prese il nome di "patto Buozzi-Mazzini", reintrodusse, dopo 18 anni, il diritto dei lavoratori ad eleggere nei luoghi di lavoro le Commissioni Interne, attribuendo alle stesse anche poteri di contrattazione collettiva a livello aziendale. Alle elezioni delle commissioni interne tenutesi nell'Italia del Sud alla fine del 1943 furono chiamati a esprimersi, diversamente da come accadeva prima, tutti i lavoratori e non solamente gli iscritti al sindacato[9].

L'ingresso in clandestinità e la cattura da parte dei fascisti[modifica | modifica wikitesto]

Targa commemorativa della battaglia di Porta San Paolo del 9-10 settembre 1943, posta dal Comune di Roma (1970)

Il 10 settembre 1943 combatté agli ordini di Sandro Pertini a Porta San Paolo con i primi gruppi di resistenza socialisti a fianco dei granatieri di Sardegna, nel tentativo di contrastare l'ingresso nella Capitale delle truppe tedesche.

Dopo l'occupazione tedesca di Roma entrò in clandestinità sotto il falso nome di Mario Alberti e s'impegnò a preparare la rinascita del sindacato unitario italiano, nel dialogo con Giuseppe Di Vittorio e Achille Grandi: fu tra i principali protagonisti della stesura del cosiddetto Patto di Roma che portò alla costituzione della C.G.I.d.L. unitaria.

Trovò ospitalità presso un amico colonnello e, quando questi dovette darsi alla macchia, cercò un altro precario rifugio, dove fu sorpreso dalla polizia fascista. Era il 13 aprile 1944. Fermato per accertamenti e condotto nella prigione di via Tasso, i fascisti scoprirono la vera identità del sindacalista socialista[1]. Al contrario, secondo lo storico Gabriele Mammarella[10] la cattura di Buozzi sarebbe stata frutto non di un arresto casuale, ma dell'impegno del capitano delle SS Erich Priebke, vice comandante del quartier generale della Gestapo in Via Tasso a Roma, per il quale il sindacalista socialista rappresentava «una preda prelibata». Infatti, pare che Mussolini avrebbe voluto strappare a Buozzi un suo avallo alla nuova legislazione sul lavoro varata della Repubblica sociale.

La Gestapo a Roma aveva a libro paga parecchi delatori, tra i quali un ragazzo molto giovane «completamente sbarbato», che operava come staffetta «nelle fila dei partigiani socialisti di Trastevere». Si trattava di un certo «Franz Muller», che arrestato tempo prima dai tedeschi finì per offrire i suoi servigi a Priebke, tra l'altro indicandogli il rifugio di Buozzi.

Il CLN di Roma tentò a più riprese, ma senza successo, di organizzarne l'evasione. Il 1º giugno 1944, quando gli americani erano ormai alle porte della Capitale, il nome di Bruno Buozzi fu incluso dalle SS in un elenco di 160 prigionieri destinati ad essere evacuati da Roma[1].

L'assassinio da parte delle SS[modifica | modifica wikitesto]

Nella notte del 3 giugno 1944, mentre gli alleati si accingevano ad entrare da sud nella Capitale, i tedeschi in fuga caricarono su due autocarri i prigionieri di Via Tasso per trasferirli a Verona; erano in gran parte socialisti appartenenti alle Brigate Matteotti o membri del Fronte militare clandestino. Il comandante delle Brigate Matteotti, Giuseppe Gracceva e i passeggeri del primo camion si salvarono perché l'automezzo era guasto e non partì. Sul secondo camion fu caricato Buozzi, con altri tredici prigionieri; al momento della partenza, essendo il camion sovraccarico, Buozzi fu invitato a scendere, ma preferì cedere il posto ad un altro prigioniero[11].

L'autocarro si avviò lungo la via Cassia, ingombra di truppe naziste in ritirata, accodandosi alla lunga teoria di veicoli diretti al nord. All'alba del 4 giugno, giunti all'altezza del km 14,200 della Cassia (oggi nel quartiere romano de "La Giustiniana"), presso la località "La Storta", forse per la difficoltà di proseguire, l'automezzo si fermò e i prigionieri furono fatti scendere. Buozzi e gli altri tredici prigionieri furono portati in aperta campagna e rinchiusi in una rimessa della tenuta Grazioli per la notte; nel pomeriggio furono brutalmente sospinti in una vicina valletta e vennero tutti assassinati con un colpo di pistola alla testa. L'autore materiale dell'eccidio fu un anziano ufficiale delle SS, Hans Kahrau, ma è incerto se egli abbia agito di sua iniziativa, oppure se abbia dato corso a un ordine ricevuto da suoi superiori. In realtà, gli storici non sono ancora giunti ad una ricostruzione definitiva di questo eccidio: alcuni suppongono che il camion si sia fermato per un guasto o per un sabotaggio, e che quindi i prigionieri fossero diventati un peso inutile durante la fuga verso il nord; secondo altri, l'ordine di fucilazione era già giunto prima della partenza dell'autocolonna (o giunse più tardi: infatti, alcuni contadini riferirono agli americani di aver visto arrivare una motocicletta tedesca). Secondo Paolo Monelli in "Roma 1943", i 14 uomini vennero giustiziati su iniziativa di Kahrau per fare posto al bottino di guerra[12]. Nella biografia dedicata alla vita di Bruno Buozzi edita nel 2014 da Ediesse, Bruno Buozzi 1881-1944. Una storia operaia di lotte, conquiste e sacrifici, Gabriele Mammarella ricostruisce dettagliatamente la vicenda dell'eccidio attrraverso una serie di documenti inediti mai analizzati in precedenza.

Erich Priebke in servizio presso l'ambasciata tedesca di Roma.

Secondo molti autori[13] l'ordine di trucidare i 14 prigionieri sarebbe stato impartito dal capitano delle SS Erich Priebke, vice comandante del quartier generale della Gestapo in Via Tasso a Roma[14]. Tuttavia, dal punto di vista della "verità giudiziaria", Priebke non è mai stato portato a processo per l'eccidio de La Storta[15][16], essendo stato il procedimento aperto a suo carico archiviato[17]. Anzi, l'anziano criminale di guerra ottenne la condanna per diffamazione a mezzo stampa della Casa Editrice Mursia e del giornalista e storico della Resistenza Cesare De Simone, autore, nel 1994, del saggio «Roma città prigioniera - i 271 giorni dell'occupazione nazista», in cui Priebke veniva indicato come colui che ordinò l'uccisione dei partigiani prelevati dalla prigione di via Tasso[18]. Nella sentenza di primo grado del 2001 l'ex-ufficiale delle SS aveva ottenuto anche il risarcimento del danno alla sua onorabilità, quantificato dal Tribunale di Roma nella somma di venti milioni di lire. Nel 2005 la Corte d’appello di Roma negò il diritto di Priebke al risarcimento. Con sentenza n.7635 del 30 marzo 2010 la Suprema Corte di Cassazione rigettò il ricorso di Priebke, confermando il giudizio della Corte d’appello, affermando che egli non aveva fornito «la prova della effettiva lesione» della sua onorabilità[19].

Vittime dell'eccidio de La Storta

I corpi delle vittime de La Storta furono recuperati nei giorni immediatamente successivi all'eccidio, dopo essere stati individuati dagli Alleati su indicazione dei contadini del luogo: le salme furono trasportate a Roma all'Ospedale Santo Spirito per l'autopsia ed il riconoscimento, mentre i funerali si svolsero l'11 giugno nella chiesa del Gesù.

Bruno Buozzi fu poi sepolto al Cimitero del Verano di Roma.

Il "Patto di Roma", frutto dell'impegno di Buozzi[modifica | modifica wikitesto]

I vertici della CGIL unitaria Oreste Lizzadri (PSI), Achille Grandi (DC) e Giuseppe Di Vittorio (PCI) nel 1945.

La morte impedì a Buozzi di firmare il Patto di Roma che fece rinascere la CGIL: il Patto fu sottoscritto infatti il 9 giugno 1944, ma, per onorare la sua memoria e ricordare il suo impegno nelle trattative che resero possibile l'accordo, nel testo venne apposta la data del suo ultimo giorno di vita: 4 giugno 1944[20][21]

Il suo ruolo di co-Segretario generale della CGIdL e di firmatario del Patto di Roma[22], assieme a Di Vittorio e Grandi, fu assunto dal sindacalista socialista Emilio Canevari, poi sostituito da Oreste Lizzadri.

Bruno Buozzi nel ricordo dei suoi compagni[modifica | modifica wikitesto]

L'Avanti! del 7 giugno 1944, con la notizia dell'assassinio di Bruno Buozzi

Il 7 giugno 1944 il quotidiano del PSI, Avanti!, riapparso per la prima volta pubblicamente nella Roma liberata, diede, in edizione straordinaria, la notizia dell'eccidio romano de La Storta del 4 giugno, titolando: "Bruno Buozzi Segretario della Confederazione Generale del Lavoro assassinato dai nazisti con altri 14 compagni" (in realtà il numero dei martiri assassinati dai nazisti era di 14, compreso Buozzi).

Il 4 luglio 1944 al Teatro Adriano di Roma, alle ore 18, il segretario del PSIUP Pietro Nenni parlò ai cittadini della Capitale a un mese dalla sua liberazione e dalla morte di Buozzi, mentre il Nord-Italia era ancora sotto il giogo nazi-fascista.
Il leader socialista espresse la propria gioia per la liberazione della città e al tempo stesso il dolore per il fatto che Bruno Buozzi non fosse presente con lui a vivere questa gioia: «i briganti nazi-fascisti in fuga» - disse - hanno «abbattuto» l'infaticabile sindacalista antifascista, «assieme a tredici volontari della libertà», proprio alla vigilia dell'ingresso delle truppe alleate a Roma.
Buozzi, affermò Nenni nel suo discorso, «non era l’uomo uscito dalla sua classe per passare ad altra classe», aveva «una formazione fatta nella strada e non nelle scuole [...] una tendenza alla osservazione della vita più che allo studio astratto della vita», era un uomo «che si è sempre posto di fronte ai problemi della vita e della lotta sentendosi il rappresentante di coloro che da giovane lo avevano strappato all’officina per farne prima un rappresentante di leghe, poi il segretario generale della FIOM, infine il segretario generale della Confederazione del Lavoro».
«Ieri», nella «allucinante rovina» di Cassino, «vidi un vecchio contadino curvo sotto il peso della solforatrice e che nel sole infuocato andava alla ricerca di qualche tralcio di vite scampata per miracolo all’uragano di ferro e di fuoco. In quel contadino Bruno Buozzi avrebbe celebrato il lavoro che fa rinascere la civiltà dove la guerra ha tutto distrutto [...] e avrebbe salutato il mondo nuovo che rinasce sulle rovine del vecchio mondo.
Aggrappiamoci a questa speranza, a questa certezza: ci salveremo col lavoro liberato dallo sfruttamento del capitalismo» e «col socialismo ricondotto alla fatica senza fatica dei costruttori di una nuova civiltà»[23].

Ad un anno esatto dall’assassinio di Buozzi, il Segretario generale della CGIL Giuseppe Di Vittorio così ricordò il suo compagno di lotta sindacale e antifascista ed amico[24]:

« Nessun lavoratore italiano che abbia conosciuto Bruno Buozzi potrebbe ricordare il suo martirio senza sentirne un profondo dolore.
Bruno Buozzi è stato uno dei dirigenti sindacali fra i più amati dal proletariato, perché Egli fu il tipo più completo dell’organizzatore che abbia prodotto il movimento operaio italiano.
Operaio, Egli ha amato gli operai e ne ha servito la causa con passione ardente, temperata da un senso elevato ed impareggiabile di equilibrio.
Bruno Buozzi non è mai stato un professionista dell’organizzazione. Egli è stato l’operaio che lotta per l’elevazione dei propri compagni di lavoro, per l’emancipazione della propria classe, e che nel corso di questa lotta è sempre più apprezzato dalla massa in cui lavora ed è da essa direttamente eletto a proprio capo ed elevato fino alla più alta carica della grande organizzazione dei lavoratori italiani, alla quale la sua forte personalità impresse un più alto prestigio. Bruno Buozzi fu anche il tipo più compiuto e più vero dell’autodidatta. Per continuando a lavorare nel suo mestiere di operaio metallurgico, altamente specializzato, s’era formata una vasta cultura, ch’Egli mise, come tutto se stesso, al servizio del proletariato, alla cui causa consacrò e donò la sua vita.
Si poteva consentire e o dissentire su alcune vedute particolari di Bruno Buozzi - come è capitato al sottoscritto -, ma ci si sentiva sempre legati a Lui da un profondo rispetto e da un grande affetto. Chi scrive ha potuto seguire l’opera di Buozzi in Italia ed in esilio ed ammirarne la continuità, anche quando questa opera costava non lievi sacrifici.
Io mi legai d’una particolare amicizia personale con Lui, sin dal 1934, da quando fummo per lunghi anni entrambi componenti il Comitato d’unità di azione socialista e comunista, poi nel grande movimento popolare antifascista creato su basi unitarie nell’emigrazione italiana all’estero. Mi sia consentito di affermare che in quella nostra attività comune sorsero i primi germi di quella più vasta unità sindacale realizzata in seguito e di cui Buozzi fu uno degli artefici principali.
Le vicende della nostra lotta vollero che Buozzi ed io ci trovassimo ancora assieme nel carcere di Parigi, dove fummo rinchiusi entrambi dall’invasore tedesco. Insieme, ancora, fummo tradotti ammanettati in Italia, attraverso la Germania, passando di carcere in carcere.
Ci ritrovammo ancora assieme a Roma, dopo il 26 luglio e durante il periodo dell’occupazione tedesca, nel corso del quale, in riunioni clandestine, furono gettate le basi della nostra odierna unità sindacale, onore e vanto dei lavoratori italiani, che fu principalmente opera di Bruno Buozzi.
Gli assassini nazisti e fascisti comprendevano quale valore rappresentasse per il proletariato italiano Bruno Buozzi e perciò lo massacrarono vilmente. Bruno Buozzi è morto per mano dei nemici del proletariato e del popolo.
Egli vive e vivrà sempre nel cuore dei lavoratori italiani. Egli vive nella nostra unità sindacale e nella nostra grande Confederazione, e ne continuerà ad ispirare la lotta quotidiana in difesa dei lavoratori per i quali visse e morì. »

Commemorazioni e onoranze[modifica | modifica wikitesto]

Monumento ai martiri antifascisti uccisi in località La Storta il 4 agosto 1944 ancora privo del nome del 14° giustiziato, l'ebreo ungherese Gabor Adler, alias capitano John Armstrong, alias Gabriele Bianchi.

Durante la lotta di Resistenza in Piemonte, venne intitolata a Bruno Buozzi una divisione delle Brigate Matteotti costituita da ben sette brigate, che ebbe il proprio centro operativo a Torino e nelle zone immediatamente limitrofe.

Dopo la Liberazione, nel 1949 il Comune di Roma eresse un monumento in Via Giulio Galli, località La Storta con l'indicazione dei nominativi e delle professioni dei 13 assassinati di cui si conosceva l'identità. Mancava quella del 14° martire, di cui si sapeva solo che probabilmente si trattava di una spia inglese. Solo nel 2007 l'«inglese sconosciuto» venne identificato nell'ebreo ungherese Gabor Adler, alias il capitano inglese "John Armstrong"', alias "Gabriele Bianchi", il cui nome venne quindi aggiunto sulla stele, in fondo alla lista delle vittime[25][26][27][28].

Nel dopoguerra a Buozzi sono state intitolate strade e piazze a Roma e in molte altre città d'Italia. Portano il suo nome anche cooperative, associazioni sportive, scuole.

Nel Museo storico della Liberazione di Roma, collocato nell'edificio della ex-prigione nazista di via Tasso, la cella n.4, al secondo piano, è stata dedicata alle ultime vittime che vi furono rinchiuse: gli assassinati nell'eccidio de La Storta, tra cui Bruno Buozzi.

La Fondazione Bruno Buozzi[modifica | modifica wikitesto]

Il 24 gennaio 2003 nacque a Roma la Fondazione Bruno Buozzi che nel maggio dello stesso anno divenne Ente Riconosciuto, iscritto nell'apposito Registro al n. 193/2003.

La Fondazione intende favorire ed incrementare gli studi sul sindacalismo promuovendo ed incoraggiando iniziative tese ad approfondire e diffondere la conoscenza storica del movimento operaio italiano ed internazionale.

Persegue, inoltre: l'attuazione e la promozione di iniziative culturali utili al progresso culturale, sociale, scientifico ed economico dell'Italia; la valorizzazione delle risorse del territorio, naturali, artistiche, storiche, professionali e culturali, nel rispetto delle tradizioni locali; la promozione ed il sostegno di attività di ricerca volte a ridurre o ad eliminare situazioni di emarginazione, disagio e devianza, in stretta collaborazione con la rete dei servizi sociali territoriali.

Promuove, sostiene ed organizza, direttamente ed in collaborazione con altri soggetti, iniziative nel campo della editoria e della comunicazione riguardanti eventi e fatti attinenti lo scopo della Fondazione.

Il Presidente della Fondazione è l'ex-deputato e sindacalista Giorgio Benvenuto.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g Cfr. "Il 31 gennaio 1881 nasce Bruno Buozzi"
  2. ^ Cfr. La voce "Bruno Buozzi" nel Dizionario Biografico degli Italiani dell'Enciclopedia Treccani
  3. ^ La biografia di Jan Oudegeest è leggibile in lingua olandese in Biografisch Woordenboek van het Socialisme en de Arbeidersbeweging in Nederland (Dizionario Biografico del socialismo e del movimento operaio nei Paesi Bassi - Oudegeest, Jan).
  4. ^ Così Giuseppe Di Vittorio raccontò le sue vicende carcerarie con Bruno Buozzi a Parigi:
    «Il nostro incontro avvenne nel febbraio 1941, nella prigione de La Santé. Ignoravo che anche Buozzi si trovasse rinchiuso nella stessa prigione.
    Un giorno, verso la fine di febbraio, la polizia hitleriana addetta alle funzioni carcerarie, trasse dalla monotonia delle celle d’isolamento un folto gruppo di detenuti per una corvèe. Bisognava scaricare alcuni autocarri carichi di eccellente pane, destinato ai nostri carcerieri. Fummo raggruppati in un cortile, dal quale poi, per gruppi di dieci detenuti in fila indiana, scortati da guardie armate di mitra, si partiva carichi di sacchi ripieni di pagnotte, verso i magazzini dell’immensa prigione.
    Fu in quel raggruppamento di detenuti comandati alla corvèe che rividi Bruno Buozzi. Appena i nostri occhi si incontrarono, con moto quasi istintivo manovrammo entrambi accortamente per avvicinarci l’uno all’altro. Riuscimmo appena a toccarci furtivamente le mani, giacché la severissima vigilanza dei nostri aguzzini tendeva a rendere impossibile ogni scambio di parole e di segni fra detenuti. Vidi gli occhi amichevoli di Buozzi brillare di gioia nel vedermi: ero la prima persona conosciuta e amica che incontrava in quella triste prigione, nello stato di angoscia in cui lo aveva gettato l’arresto.
    «Per me non m’importa nulla», mi disse subito: «mi preoccupa il grande dolore di mia moglie e della mia bambina, poveretti!».
    Un urlo da belva emesso da uno dei nostri guardiani, che aveva sentito il bisbiglio di quelle poche parole, troncò sull’inizio la nostra conversazione. Tuttavia riuscimmo a rimanere nello stesso gruppo di dieci e a marciare l’uno dopo l’altro nella corvèe. Mentre salivamo uno scalone, curvi sotto il carico del pane, riuscii a dire a Buozzi parole di conforto per la sua famiglia e cercai di sapere le cause del suo arresto. Buozzi mi disse che la Gestapo hitleriana, ignara della sua vera personalità, voleva sapere da lui i motivi del suo arresto, dato ch’egli era stato arrestato su richiesta del governo fascista italiano, per essere trasferito in Italia, a disposizione di Mussolini. Bruno Buozzi aveva appena completato la frase, che uno dei nostri guardiani, con uno spintone improvviso a Buozzi - che mi precedeva - ci sbatté a terra entrambi, facendoci ruzzolare sulle scale, col nostro carico di pane, coprendoci d’improperi e di minacce. Fummo subito separati e riportati ognuno nella propria cella, col rimpianto di non aver potuto continuare il discorso e con le narici inondate dalla fragranza di quel pane fresco, che la fame ci faceva sognare ogni notte!
    Da quel momento, però, con la tecnica nota ai vecchi carcerati politici, riuscii a stabilire collegamenti quasi regolari con Buozzi mediante lo scambio di biglietti, con i quali ci mandavamo notizie e pensieri e qualche cibaria. Dopo alcuni giorni riuscimmo sovente a prendere l’ora d’aria quotidiana nello stesso cortile, dove la possibilità e la volontà dei detenuti di conversare fra loro sono più forti della più occhiuta vigilanza. Tutte le nostre conversazioni, partendo dal presupposto comune dell’assoluta necessità dell’unità sindacale, nazionale e internazionale, e dall’esigenza imperiosa dell’unità d’azione fra i due partiti, comunista e socialista - quale base fondamentale d’unità della classe operaia - rafforzavano continuamente il nostro accordo sulle questioni di maggiore interesse, relative alla riorganizzazione del movimento operaio italiano e alla ricostituzione democratica dell’Italia.
    Onore e gloria alla memoria di Bruno Buozzi!»
    da «Lavoro», n. 23, 6 giugno 1954, riportato in Rassegna Sindacale, il quotidiano online della CGIL.
  5. ^ La foto della lapide ed il suo testo sono visibili nel sito web chieracostui.com
  6. ^ Cfr. Mario Oppedisano, La vita di Sandro Pertini nel sito web del "Centro Culturale Sandro Pertini" di Genova. Inizialmente, l'unico liberato da Ventotene fu proprio Pertini, in quanto, al momento, era l'unico socialista ivi ristretto (ad esempio, Pietro Nenni si trovava al confino nella vicina isola di Ponza) e il provvedimento di scarcerazione del governo Badoglio non comprendeva anarchici e comunisti. Dapprima Pertini rifiutò di lasciare l'isola finché non fossero stati liberati tutti, poi su insistenza di molti compagni del comitato dei confinati che lo invitarono a recarsi a Roma per sollecitare Badoglio per far liberare anche gli altri, si decise a partire.
  7. ^ Buozzi ben conosceva Roveda, essendo stato questi Segretario generale della Camera del Lavoro di Torino
  8. ^ Anche Quarello era ben conosciuto da Buozzi, avendo questi collaborato alla nascita di una sezione di operai metallurgici annessa alle prime "Leghe bianche" di Torino ed avendo ospitato nella sede della sua organizzazione i sindacati socialisti dopo che gli squadristi torinesi ebbero incendiato la Camera del Lavoro del capoluogo piemontese. La biografia di Gioacchino Quarello è leggibile nel sito web dell'ANPI.
  9. ^ Cfr. Dalle Commissioni interne alle Rsu, in di Gino Mazzone e Claudio Scarcelli, http://www.fiom.cgil.it. URL consultato l'11 agosto 2011.
  10. ^ Cfr. Gabriele Mammarella, Bruno Buozzi 1881-1944. Una storia operaia di lotte, conquiste e sacrifici, 2014, Ediesse, pag.324
  11. ^ Cfr. Peter Tompkins, Una spia a Roma, Il Saggiatore, Milano, 2002, pagg. 358-359
  12. ^ Cfr. Paolo Monelli, Roma 1943, Mondadori, Collana "Oscar" 1979, pag.315: «... Ma prima hanno avviato verso il nord i prigionieri più importanti, li han tirati fuori dalle celle orribili, stivati nei carri. Ad un sergente affidano un autocarro con Bruno Buozzi, con il generale Dodi, con altri dodici preziosi ostaggi , non si possono lasciare indietro, bisogna portarli a Mussolini. Ma giunto alla Storta il sergente tedesco pensa che quei quattordici prendon troppo posto, si potrebbe caricare tanto buon bottino invece; e li fa scendere dal carro, li fa fucilare tutti e quattordici, e riparte, con la coscienza leggera...». La ricostruzione di Monelli, oltre a non essere fondata su alcun documento o testimonianza, appare comunque poco verosimile: se è vero che l'esodo delle truppe tedesche da Roma avvenne in tutta fretta, sotto l'incalzare delle armate alleate dal sud, esso si svolse comunque in maniera ordinata, secondo la consueta organizzazione teutonica, anche se utilizzando le più svariate modalità di trasporto (a piedi, in bicicletta, su carri trainati da animali, oltre che su autovetture e autocarri requisiti a privati). Come sottolinea lo stesso Monelli, da Regina Coeli e da via Tasso vennero prelevati "i prigionieri più importanti", bisognava "portarli a Mussolini". Pensare che un semplice sergente delle SS potesse decidere da solo, senza la copertura di un ordine superiore, di "liquidare" ben quattordici "preziosi ostaggi", per di più per sostituirli con "bottino di guerra" personale, non appare credibile.
  13. ^ Cfr. Cesare De Simone, Roma città prigioniera - i 271 giorni dell'occupazione nazista, 1994, Ugo Mursia Editore; Gabriele Mammarella, Bruno Buozzi 1881-1944. Una storia operaia di lotte, conquiste e sacrifici, 2014, Ediesse; Valerio Castronovo, Tragica fine di un leader, Il Sole 24 ORE, 1º giugno 2014, pag. 283.
  14. ^ La sentenza sull'eccidio delle Fosse Ardeatine emessa il 22 luglio 1997 dal Tribunale militare di Roma (cfr. sentenza di condanna di primo grado) ha evidenziato, circa il ruolo svolto dal Priebke all'interno del Comando militare tedesco di via Tasso, che:
    - egli si era accattivato la fiducia di Kappler, per il quale operava anche come ufficiale di collegamento presso l'Ambasciata tedesca di Roma;
    - l'imputato era inquadrato nell'ambito del IV Reparto della Polizia di sicurezza, alle dirette dipendenze del capitano Schütz e, nonostante quanto sostenuto dal Priebke medesimo nelle sue dichiarazioni spontanee, egli aveva partecipato all'arresto ed agli interrogatori di coloro che erano stati imprigionati in via Tasso, usando nei loro confronti ed in vario modo violenza; ciò sulla base di numerose deposizioni testimoniali. In particolare, Luciano Ficca, all'udienza del 23 maggio 1997, aveva ricordato che Priebke durante un interrogatorio lo aveva minacciato impugnando un nerbo di bue; Giovanni Gigliozzi, all'udienza del 5 giugno 1997, aveva riferito che Arrigo Paladini gli aveva detto di essere stato colpito con un pugno di ferro da Priebke allo stomaco e ai genitali; Teresa Mattei, all'udienza del 6 giugno 1997, aveva ricordato che Kappler ebbe a riferire a padre Pfeifer che Gianfranco Mattei «era un comunista silenzioso che solo Priebke con i suoi mezzi chimici e fisici poteva farlo parlare»; Maria Teresa Regard, all'udienza del 6 giugno 1997, produsse copia di una denuncia di Carla Angelini, detenuta in Via Tasso, nella quale costei riferiva di essere stata arrestata dal «tenente Primbek»; Elvira Sabatini, all'udienza del 23 maggio 1997, aveva confermato quanto scritto dal marito Arrigo Paladini, in un documento autografo acquisito agli atti di causa, relativamente al modo di fare di Priebke durante gli interrogatori e di un malvagio inganno da costui perpetrato nei suoi confronti. Dal riconoscimento di tale importante ruolo dell'ufficiale delle SS nel carcere di via Tasso, il Tribunale militare giunse alla conclusione che «il Priebke, diretto dipendente del Kappler, verrà chiamato a collaborare nella preparazione della strage [delle Fosse Ardeatine - N.d.E.], partecipando a formare gli elenchi dei martiri da passare per le armi e successivamente controllandoli al loro arrivo alla Cave, in posizione di assoluta preminenza organizzativa[...]». A sua volta, la Corte militare d'Appello di Roma, nella sua sentenza del 7 marzo 1998 sull'eccidio delle Fosse Ardeatine (cfr. sentenza di condanna d'appello), ebbe a ritenere che, dal materiale probatorio individuato dal giudice di primo grado, dalle deposizioni del Kappler, dalle stesse dichiarazioni - utilizzabili - del Priebke e dell'Hass, si potesse senz'altro pervenire alla conclusione che il Priebke fosse stato, se non il principale, uno degli uomini di massima fiducia del Kappler nell'organizzazione romana delle SS. Ciò in considerazione di quanto riferito dallo stesso imputato nel suo esame all'udienza preliminare del 3 aprile 1996: «Io sono stato mandato da Berlino, nel febbraio del 1941, come ufficiale di collegamento all'ambasciata tedesca di Roma, nell'ufficio di Kappler perché lui era solo ed io dovevo aiutarlo nel lavoro che era di tipo amministrativo; da lì viene detto che sono il secondo di Kappler; eravamo solamente in due ... quando è caduto il governo Badoglio l'ambasciata ha chiuso e si è formato il comando». Entrato nella polizia politica nel dicembre del 1936, come funzionario criminale, il Priebke svolse una brillante carriera anche grazie alla sua conoscenza delle lingue straniere; nel 1937 diventò Commissario nel ramo delle SS, con il grado di tenente; nel 1941 venne trasferito a Roma, come secondo di Kappler, risultando quindi avere con costui il più risalente rapporto di servizio. Di Kappler egli divenne «amico» e continuò a sentirlo come tale anche nel periodo della sua detenzione in Italia, in espiazione dell'ergastolo (p. 28 della trascrizione dell'esame del Priebke all'udienza preliminare). All'epoca dei fatti, quando l'ufficio «burocratico» del Kappler era già da tempo diventato un «comando» di polizia di sicurezza, dotato di numerosi ufficiali e organizzato in settori, corrispondenti ai settori organizzativi di tutte le R.S.H.A., il Priebke - promosso capitano nel 1943 - fu assegnato all'ufficio IV (polizia politica) alle dipendenze del pari grado Cap. Schütz; tale ufficio si trovava in Via Tasso e da esso dipendeva il carcere sito nello stesso comprensorio (così nelle dichiarazioni del Kappler, rese il 4 agosto 1947, in sede di interrogatorio in istruttoria, f.19). A detta dello stesso Priebke, il Kappler gli assegnò il «compito ... di stare al fianco del Cap. Schütz per le relazioni con i privati, perché il capitano aveva un carattere irascibile e Kappler voleva evitare qualunque suo contatto con il pubblico italiano» (dichiarazioni spontanee all'odierna udienza [7 marzo 1998 – N.d.E.]). Lo Schütz era infatti noto per la sua arroganza e collericità, doti che agli occhi del Kappler lo rendevano impresentabile all'esterno; il Priebke, ben più controllato e freddo, oltreché conoscitore della lingua italiana, era quindi la persona ideale per stemperare il clima in caso di necessità: un compito delicato che il Kappler assegnò al suo collaboratore più fidato e che la dice lunga su quale fosse la reale gerarchia nell'organizzazione poliziesca di Via Tasso. Nello svolgimento della sua attività presso quell'ufficio e in particolare nella conduzione del carcere Priebke svolse sicuramente un ruolo di primissimo piano quanto alle torture inferte ai prigionieri politici. Oltre alle concordanti ed eloquenti dichiarazioni elencate nella sentenza del Tribunale Militare di Roma, sono anche da menzionare la dichiarazione di Ettore Artale resa l'11 novembre 1946 (confermata il 5 dicembre 1946, dinnanzi al p.m., p. 1557 atti p.m.), il quale attribuisce al Priebke il comando delle carceri di via Tasso, aggiungendo «di queste sevizie ritengo costui direttamente responsabile», le testimonianze Ficca (udienza del 23 maggio 1997), il quale riferisce di essere stato interrogato da Priebke a Via Tasso sotto l'implicita minaccia dell'uso di un frustino, Tompkins (udienza del 5 giugno 1997), il quale riferisce di aver saputo da due partigiani che il Priebke picchiava, e Pellegrini (udienza del 23 maggio 1997), che pure riferisce di analoghe voci circolanti nel carcere di Regina Coeli.
  15. ^ Cfr. MIRIAM MAFAI, "PRIEBKE ASSASSINO DI BUOZZI LA VERITA'SU UNA STRAGE", articolo in Repubblica.it del 6 giugno 1996.
  16. ^ Cfr. "ERICH PRIEBKE: NUOVE TESTIMONIANZE SU STRAGE LA STORTA", articolo in Agenzia Adn del 13 ottobre 1998.
  17. ^ Cfr. "PRIEBKE: AVV. PERA, INTELISANO ARCHIVIÒ SU CONSIGLIO DEI CARABINIERI. LO TESTIMONIA UN RAPPORTO FIRMATO DA DUE MARESCIALLI", articolo in Agenzia Adn del 19 ottobre 1998.
  18. ^ Cfr. "Priebke: già nel 1994 un libro sull'assassinio Bruno Buozzi", articolo dell'AGI del 6 giugno 1996.
  19. ^ Cfr. Lavinia Di Gianvito, "Cassazione: Erich Priebke non merita alcun risarcimento", in corrieredellasera.it del 1º aprile 2010 e "NO AL RISARCIMENTO PER IL LIBRO SULL’ECCIDIO LA STORTA" nel sito dell'ANPI Versilia del 31 marzo 2010.
    La decisione della Corte di Cassazione appare dettata da un certo "cerchiobottismo": da un lato, non esistendo alcuna prova della responsabilità di Priebke nell'ordine di "eliminare" i prigionieri a La Storta, questi era da considerarsi "innocente" di tale crimine, tant'è che l'autore del libro e la casa editrice vennero condannati per diffamazione dal Tribunale di Roma, rilevando che nel libro di de Simone vi era stata una «grave violazione dell’obbligo di rigorosa corrispondenza tra i fatti accaduti e quelli narrati, escludendo la scriminante della verità putativa in ordine al cosiddetto episodio di La Storta». Di conseguenza, secondo il Tribunale, l'ex-ufficiale nazista aveva diritto al risarcimento del danno pecuniario.
    Dall'altro lato, la Corte d'Appello, di fronte alla paradossale situazione per cui Priebke, dimostrato responsabile di aver esercitato violenze ed efferate torture ai prigionieri di Via Tasso (cfr. L'ho riconosciuto, è lui che mi torturava, in Il Corriere della Sera. (archiviato dall'url originale il 9 maggio 2015)., la sentenza del 22 luglio 1997 del Tribunale militare di Roma e la sentenza del 7 marzo 1998 della Corte militare d'Appello di Roma, emesse sull'eccidio delle Fosse Ardeatine, citate in una nota precedente) e condannato in via definitiva all'ergastolo per la strage delle Fosse Ardeatine, potesse lucrare un risarcimento per il danno determinato alla sua "onorabilità" dall'accusa di essere stato responsabile anche di un'altra strage, pur affermando che non risultava provato che fosse stato Priebke ad ordinare il massacro in cui morì Buozzi, escluse la sussistenza del "danno non patrimoniale" e, quindi, il diritto al risarcimento.
    La Cassazione, dopo aver dichiarato che «ogni individuo come persona umana va tutelato nella sua dignità anche quando la sua reputazione risulti lesa per altri fatti criminali per i quali sia stato riconosciuto colpevole», rigettò comunque il ricorso di Priebke, perché questi non aveva fornito la prova dell'effettiva lesione della sua onorabilità, prova invero "diabolica" per una persona la cui "reputazione risulti lesa per altri fatti criminali".
    La sentenza della Cassazione è leggibile per esteso nel sito web "Persona e danno.it"
  20. ^ Cfr. Carlo Vallauri, Storia dei sindacati nella società italiana, Roma, Ediesse, 2008.
  21. ^ Cfr. Marianna De Luca, Nel rispetto dei reciproci ruoli. Lineamenti di storia della contrattazione collettiva in Italia, Milano, Vita e pensiero, 2013.
  22. ^ Il testo integrale del "Patto di Roma"
  23. ^ Cfr. Pietro Nenni, Cosa avrebbe detto Bruno Buozzi, discorso tenuto al Teatro Adriano di Roma, il 4 luglio 1944, riportato nel blog della "Fondazione Nenni".
  24. ^ Cfr. «Il Lavoro» del 4 luglio 1945, riportato in Rassegna Sindacale, quotidiano online della CGIL.
  25. ^ Cfr. Marco Patucchi, Roma 1944, finalmente un nome per l'eroe inglese della Storta, su la Repubblica.it, Gruppo Editoriale L'Espresso, 31 marzo 2007. URL consultato l'8 maggio 2014.
  26. ^ Cfr. Marco Patucchi, Ora ha anche un volto la spia uccisa dai nazisti, su la Repubblica.it, Gruppo Editoriale L'Espresso, 22 giugno 2007. URL consultato l'8 maggio 2014.
  27. ^ Cfr. Federica Angeli, Verano, scoperta la tomba dell'inglese ucciso dai nazi, su la Repubblica.it, Gruppo Editoriale L'Espresso, 22 novembre 2008. URL consultato il 9 maggio 2014.
  28. ^ Cfr. Marco Patucchi, Roma rende onore a Gabor Adler la spia inglese uccisa dai nazisti, su la Repubblica.it, Gruppo Editoriale L'Espresso, 4 giugno 2009. URL consultato l'8 maggio 2014.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Bruno Buozzi scritti e discorsi, Editrice sindacale italiana, Roma, 1975

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Gino Castagno, Bruno Buozzi, Milano-Roma, Il Gallo, 1955.
  • Bruno Buozzi, Vincenzo Nitti, a cura di Giuseppe Bonanni, Fascismo e sindacalismo, Venezia, Marsilio, 1988.
  • Paolo Monelli, Roma 1943, Torino, Einaudi, 1993, p. 392, ISBN 978-88-06-13377-1.
  • Ivana Musiani, I martiri a "La Storta". 4 giugno 1944, Roma, ANFIM, 1994.
  • Aldo Forbice (a cura di), Sindacato e riformismo: Bruno Buozzi, scritti e discorsi (1910-1943), Milano, Angeli, 1994. ISBN 88-204-8163-4
  • Peter Tompkins, Una spia a Roma, Milano, Il Saggiatore, 2002, ISBN 978-88-428-1072-8.
  • Gabriele Mammarella, Bruno Buozzi (1881-1944). Una storia operaia di lotte, conquiste e sacrifici, prefazione di Susanna Camusso, Roma, Ediesse, 2014. ISBN 978-88-230-1835-8

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