Aldo Gastaldi

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Monumento ad Aldo Gastaldi a Genova

Aldo Gastaldi, nome di battaglia Bisagno (Genova, 17 settembre 1921Cisano di Bardolino, 21 maggio 1945), è stato un militare e partigiano italiano.

È stato il maggior esponente del movimento della Resistenza italiana operante a Genova e una delle figure più fulgide della lotta di liberazione.

Prese il nome di battaglia dall'omonimo torrente, il Bisagno, che attraversa la città di Genova. Attivo nelle brigate Garibaldi politicamente vicine al PCI, Bisagno, che era invece apolitico e cattolico, premette molto per il mantenimento di un certo pragmatismo politico all'interno del movimento partigiano, in forte contrasto con altri dirigenti impegnati nel massiccio reclutamento politico.

A Bisagno è stato attribuito il titolo di "Primo Partigiano d'Italia".

La Chiesa cattolica ne ha avviato la causa di beatificazione.[1]

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Monumento di Bisagno a Fascia
Monumento di Bisagno a Rovegno

Aldo Gastaldi nacque a Granarolo, quartiere di Genova, il 17 settembre 1921, primo di cinque figli di una famiglia molto religiosa.

Appassionato camminatore e cacciatore, a 13 anni si recava da solo a piedi sulla vetta del monte Antola con un viaggio a piedi di 12 ore. Pilone della squadra di rugby dell'Istituto Galilei e canottiere della Società Canottieri Genovesi Elpis.

Dopo il diploma di perito industriale elettrotecnico conseguito all'Istituto Galileo Galilei di Genova fu impiegato all'Ansaldo di Sestri Ponente. Fu poi anche studente di economia all'Università di Genova.

Significativa di come era lo sconosciuto Aldo Gastaldi, prima ancora di divenire il famoso e leggendario comandante partigiano Bisagno, è questo brano di una lettera inviata ai suoi genitori all'età di 19 anni:

“Quasi tutti amano la città, cinema, teatri e chiassose compagnie; io alla città preferisco la montagna, al cinema e al teatro preferisco lo spettacolo dell’alba e del tramonto. Di ciò sono felice; il mio amore verso la natura e verso la montagna è tanto grande, cari genitori, che nemmeno Voi lo potete immaginare”.


Durante la guerra venne chiamato alle armi: a venti anni, sottotenente del Genio, addetto a funzioni di marconista a Chiavari, con il 15º Reggimento Genio.

Il cattolico Bisagno e il comunista Bini creano quella che diverrà "la leggendaria formazione partigiana Cichero"[modifica | modifica wikitesto]

Già con il 25 luglio 1943, giorno dell'arresto di Benito Mussolini, il futuro comandante della Cichero Aldo Gastaldi mentre era in servizio di ordine pubblico col suo plotone distrusse i simboli della Casa del Fascio di Chiavari e poi ancora dopo l'avvenuto armistizio dell'8 settembre senza indugiare ma con prontezza di riflessi nascose nei pressi del castello di Chiavari le armi che erano in possesso alla sua caserma per sottrarle ai tedeschi.

Sapendo che il sottotenente Aldo Gastaldi aveva nascosto a Chiavari le armi del suo plotone, nelle settimane successive venne contattato dal Partito Comunista tramite Giovanni Serbandini "Bini" il quale si reca a Genova per incontrarlo con la proposta di dar vita a una nuova formazione partigiana.

Non era il primo antifascista che il Bini aveva contattato per realizzare su mandato del PCI una nuova brigata partigiana ma tra tanti temporeggiatori e indecisi trovò solo in Bisagno una persona decisa con le idee chiare sul da farsi in quell'epoca storica critica oltre che entusiasta di passare al più presto all'azione senza indugiare ulteriormente.

Così viene raccontata la vicenda nel diario che Franco Antolini nome di battaglia "Furlini" dirigente del partito comunista incaricato di organizzare la resistenza tenne in quel periodo:

"Dicembre 1943

Ardesio ha trovato l’ufficiale radiotelegrafista che aspettavamo. Lo battezziamo Bisagno e lo affianchiamo a Bini ."


Dopodiché sempre nel suo diario partigiano tratta del recupero delle armi nascoste dopo l'8 settembre a Chiavari da Bisagno e di come camuffarle per trasportarle in montagna senza rischiare, ma soprattutto tratta dei lanci di viveri e armi alla Cichero da parte degli inglesi che sono più restii a farne perché sembra temano i partigiani di ideologia comunista molto più degli americani.


"20 dicembre 1943

Porto Dante a Cichero dove già sono Marzo, Bini e Bisagno; il gruppo è di molte decine di uomini. Nasce il problema della… licenza natalizia. I compagni stanno perdendo la nozione di come sia difficile passare dai posti di blocco e venire in città. Soprattutto non si rendono conto dei pericoli delle loro inevitabili confidenze familiari al tavolo di Natale.

Battuta a Chiavari per scavare le armi sepolte l’8 settembre: oggi abbiamo braccia disposte ad usarle bene. Rientrano a mezzanotte incolumi: vestiti da contadini hanno sulle spalle alberelli fasciati con piccole radici da un lato e foglie dall’altro. Slegati gli alberi si rivelano fucili truccati. Danze notturne, sulla montagna, complice sicura. Tra poco, se il contatto con Ruggiero daranno i frutti sperati, dovremmo avere i primi lanci. Gli inglesi (quelli del colonnello Gore) non volevano farne perché “ci sono troppi comunisti tra i partigiani”: gli americani pare non siano di questa idea."

Nacque così, nell'inverno del 1943 presso un casone di contadini sulle alture di Cichero, frazione di San Colombano Certenoli nell'entroterra di Chiavari in val Fontanabuona sulle pendici del Monte Ramaceto il primo nucleo di quella che da semplice Brigata Partigiana di lì a qualche mese sarebbe diventata la Divisione Cichero, la più famosa e temuta operante nella zona.

Bisagno e Bini elaborano il "Codice Cichero"[modifica | modifica wikitesto]

Dotato di forte personalità, Aldo Gastaldi, comandante della Cichero, fervente cattolico e fermamente apartitico, insieme al comunista Serbandini "Bini" che a sua volta invece aveva il ruolo di commissario politico della Cichero, stabilirono per gli uomini della Divisione severe regole di comportamento, il famoso "Codice di Cichero" che tutti i partigiani si impegnarono a rispettare nonostante le condizioni al limite della sopravvivenza:

  • "in attività e nelle operazioni si eseguono gli ordini dei comandanti, ci sarà poi sempre un'assemblea per discuterne la condotta;
  • il capo viene eletto dai compagni, è il primo nelle azioni più pericolose, l'ultimo nel ricevere il cibo e il vestiario, gli spetta il turno di guardia più faticoso;
  • alla popolazione contadina si chiede, non si prende, e possibilmente si paga o si ricambia quel che si riceve;
  • non si importunano le donne;
  • non si bestemmia".[2]

Bisagno combatté tenacemente esponendosi sempre in prima persona contro la politicizzazione della Divisione e delle formazioni Partigiane.

Come riportato dal "Dizionario della Resistenza" (Einaudi, 2001) e dal "Dizionario della Resistenza in Liguria" di Gimelli e Battifora (De Ferrari, 2008):

"Bisagno" era decisamente critico nei confronti del partitismo, poiché esso avrebbe potuto "[....] incrinare la lotta partigiana [...]. "Noi non abbiamo un partito, noi non lottiamo per avere un domani un "careghìn", vogliamo bene alle nostre case, vogliamo bene al nostro suolo e non vogliamo che questo sia calpestato dallo straniero, dobbiamo agire nella massima giustizia e liberi da prevenzioni".[3] Bisagno, uomo dotato di forte personalità e carisma scriveva all'età di 21 anni: Continuerò a gridare ogniqualvolta si vogliano fare ingiustizie e griderò contro chiunque, anche se il mio grido dovesse causarmi disgrazie o altro."[4]

Un giornale per l'Insurrezione[modifica | modifica wikitesto]

Bini e Bisagno daranno vita anche a un periodico "Il Partigiano", redatto e stampato a Bobbio in val Trebbia di cui Bini già giornalista di professione ne sarà il direttore.

Tra l'agosto 1944 e fino al giorno della Liberazione ne usciranno in tutto 15 numeri.

Le altre componenti della Divisione Cichero[modifica | modifica wikitesto]

Nel corso dello svolgersi della Resistenza, la originaria formazione Cichero aumentando di numero con l'affluenza di nuovi elementi del partigianato, si suddivise in nuove Brigate con i loro rispettivi distaccamenti che si tenevano in contatto tra di loro per mezzo di staffette. Tra queste vi era la "Brigata Peter" in ricordo di un partigiano di nazionalità polacca caduto in combattimento. Tuttavia un'altra di queste componenti della Cichero nate in seguito ma tra le più significative invece fu la "Brigata Jori".

Si era convenuto che la divisione Cichero di Bisagno e Bini avesse operato nella VI Zona Operativa Ligure quando nella primavera del 1944 per poter dare un maggiore respiro alle attività militare si decise di creare una nuova Brigata con il nome di "Brigata Jori" e la si affidò per il comando a uno dei partigiani più vicini a Bisagno ovvero a Stefano Malatesta nome di battaglia "Croce" che aveva un pas­sato di semplice militare dell’arma dei Carabinieri. Giunti i tedeschi dopo l'8 settembre per disarmare i carabinieri e spedirli in Germania come prigionieri, riuscì a scappare e si rifugiò a Chiavari presso un parente ch'era a sua volta parente del commissario politico della Cichero "Bini". Ormai ricercato come disertore il carabiniere Stefano Malatesta decise quindi di andare a Cichero e far sua la lotta partigiana di liberazione con il nome di battaglia "Croce".

Lì a Cichero conobbe gli altri componenti più noti della Cichero tra cui "Lesta" (Emilio Roncagliolo) un ancora diciottenne che in seguito verrà nominato vice comandante della Brigata Garibaldi "Berto", "Pinan" (Giuseppe Salvarezza), "Marzo" (Giovanni Battista Canepa), "Fiume" (Erminio Bacigalupo), "Scrivia" Aurelio Ferrando, "Carlo" (Giambattista Lazagna). Vi era poi ancora il partigiano "Dente" (Severino Bianchini) altro componente della Cichero, Oreste Armano, Edoardo Colombari e "Moro". Quest'ultimo "Moro" venne nominato commissario politico della nuova "Brigata Jori" così partì con lui per attuare i compiti affidatigli da Bisagno.

Bisagno infatti avendo dei suoi informatori a Chiavari ed essendosi così ben informato sul conto di "Croce", e avendo quindi ottenuto infine la fiducia di Bisagno, dopo averlo nominato comandante della nuova "Brigata Jori", questi gli affidò 30 uomini, 20 scelti da Bisagno e 10 dallo stesso Croce, con il compito di trasferirsi sul Monte Antola, notoriamente il monte più alto di tutta la Liguria, e da lì tenere sotto controllo tutta la Val Trebbia e in particolare la strada statale 45.

Da questa postazione la nuova Brigata Jori della Divisione Cichero aveva il compito di:

  • attuare azioni di guerriglia contro i nazifascisti
  • operare a un miglioramento della brigata dal punto di vista sia militare che morale
  • salvaguardare i paesi della vallata

Finita la guerra e la resistenza al fascismo, intervistato sul comandante Bisagno, Croce lo descrisse con queste parole:

"Bisagno non era tipo da far tanti discorsi. Però era uno che guardava e sapeva ascoltare."

E più oltre:

"Bisagno non parlava molto, però capiva… Penso che avesse capito molte cose anche politicamente. Io e lui non eravamo iscritti a nessun partito: solo l’idea che eravamo antifascisti era chiara, e questo era già qualcosa per lui."

Aldo Gastaldi "Bisagno" e Umberto Lazagna "Canevari": un contrasto tra due cattolici[modifica | modifica wikitesto]

Tra i nuovi partigiani che giunsero in montagna a Cichero per far parte della formazione partigiana di Bisagno e Bini vi fu anche Giambattista Lazagna nome di battaglia "Carlo".

Questi era un universitario comunista che in seguito, quando da una scissione della Cichero venne creata la IV Divisione Garibaldi Pinan Cichero con il cattolico e compagno di scuola di Bisagno "Scrivia" (Aurelio Ferrando) come comandante, ne divenne il suo vice-comandante e dopo la liberazione fu tra i fondatori dell’Istituto per la storia della resistenza in Liguria.

Questi era anche il figlio di Umberto Lazagna nome di battaglia "Canevari" il quale era stato un colonnello del Regio Esercito entrato nella resistenza e divenuto capo di stato maggiore proprio della VI Zona Operativa Ligure dove operava la Cichero ma a differenza del figlio invece era un liberale di orientamento cattolico.

Dopo la liberazione entrò nella Democrazia Cristiana ma già nel 1947 ne uscì per aderire al "movimento cristiani per la pace".

Ebbene proprio con Bisagno che pur era un cattolico come lui ci furono vari screzi e in una lunga intervista fatta nel dopoguerra proprio tra padre e figlio che verteva proprio sui propri diversi modi di aver vissuto la resistenza, alla domanda del figlio al padre cosa ne pensasse di Bisagno, il vecchio dirigente del CLN e più realista del più "mistico" comandante Bisagno, fu lapidario:

"Bisagno era negato per la politica: di politica non ci capiva proprio niente."

Conflittualità sorte tra il comandante Bisagno e altre formazioni partigiane[modifica | modifica wikitesto]

Accadde quindi che alcune azioni della banda partigiana di Giustizia e Libertà "Giacomo Matteotti" comandata dal partigiano Zolezio scavò ancor più profondamente quel fossato che nelle settimane precedenti si era formato tra la Cichero (che operava nella Valle dall'autunno/inverno del 1943/44) e questi gruppi. In particolare Bisagno che pur solo ventiquattrenne (nella Cichero c'erano partigiani anche più anziani di Bisagno ma la maggioranza avevano solo 20, 18 e anche 16 anni) dimostrò di essere uomo di polso e non un semplice militare ma un vero militare professionista, non tollerava nel modo più assoluto:

  • che altri operassero in modo indipendente sul suo territorio
  • e non tollerava ugualmente il comportamento di quei partigiani che non rispettavano il rigido morale della Cichero.

A metà luglio la Cichero, quindi gli uomini di Bisagno, passarono all'azione nei confronti di questi partigiani indisciplinati così disarmò la Matteotti, i cui uomini in parte si dispersero.

Il 3 agosto 1944, nuovo disarmo degli uomini che ancora non lo erano stati, o che si erano riorganizzati.

Tuttavia nonostante questi ripetuti interventi, la Brigata non si dissolse. Anche se perse parecchi effettivi. Sta di fatto però che da quel momento Bisagno fu costretto a dormire sempre con una rivoltella sotto il cuscino e a non spostarsi mai da solo ma sempre con altri partigiani ben armati per proteggere l'incolumità della sua persona. Questo a dire che comunque da quel momento Bisagno si sentiva minacciato non solo dalle incursioni dei nazi-fascisti nei territori del genovesato sotto la sua giurisdizione ma da quel momento anche da alcuni esponenti del partigianato.

Un'altra storia simile è quella riferibile alla cosiddetta "Banda dello Slavo" o anche "Banda del Croato" chiamati così perché il loro comandante era uno jugoslavo fuggito dopo l’8 settembre 1943 da un campo di concentramento per militari prigionieri, nato a Lubiana nel 1915 e passato alla storia come Gaspare Ciameranik.

Questi partigiani indisciplinati si erano resi colpevoli di violenze e varie vessazioni sulla popolazione. Una volta saputo di questo loro modo di agire che in questo modo rendeva ostili le popolazioni al partigianato, Bisagno non esitò a intervenire e con un gruppo dei suoi uomini in men che non si dica gli uomini della "Banda dello Slavo" furono disarmati da quelli di Bisagno.

Una spia della RSI all'interno della Divisione Cichero[modifica | modifica wikitesto]

Anche questo è accaduto ed è parte integrante della storia di questa formazione partigiana. Infatti una spia fascista di Alessandria, era riuscita a infiltrarsi nel Comando Zona con il proposito di fornire precise e complete informazioni ai suoi capi, al fine di neutralizzare la Divisione Cichero. Oggi a distanza da quei fatti però i suoi rapporti sono preziosi agli storici della resistenza proprio al fine di meglio descrivere la situazione in cui versava la Cichero con le sue lotte intestine tra la componente puramente militare che faceva riferimento a Bisagno e le altre componenti più ideologiche. Da quanto risulta da questi rapporti infatti Bisagno viene presentato come il vero elemento che avrebbe potuto ostacolare i loro disegni venendo descritto come “il cemento della formazione”, colui che “tiene uniti gli uomini”.

La resa a Bisagno di un intero battaglione di alpini della RSI[modifica | modifica wikitesto]

Accadde quindi che due partigiani vennero catturati dai repubblichini. Nello stesso tempo i partigiani riuscirono a fare prigioniero un ufficiale di carriera Cattani, attendente del comandante del battaglione Vestone. Questa cattura portò Bisagno e il comando della Cichero a iniziare a intavolare trattative con il Maggiore Paroldo per ottenere la liberazione del due partigiani in cambio della liberazione del suo attendente catturato.

Nel frattempo l'ufficiale Cattani fu molto impressionato dalla disciplina che i partigiani della Cichero si erano liberamente imposto sicché dopo essersi ambientato decise di chiedere di fare parte anch'egli della formazione partigiana comandata da Bisagno.

Bisagno convenuto all'appuntamento prestabilito con il maggiore Paroldo per trovare un accordo, portò con sé il Cattani che espresse al suo comandante la sua intenzione di rimanere con la Cichero. Il cambio tra prigionieri dunque non era più possibile tuttavia il commissario politico, il partigiano comunista Giovanni Battista Canepa (nome di battaglia "Marzo") fece un’intensa opera di convincimento alla resa fino a che dopo ulteriori trattative Bisagno, con la sua umanità e il suo prestigio riuscì a convincere il maggiore Paroldo. Trovato così e infine un accordo l'intero battaglione si arrese a Bisagno.

Di questi 300 alpini della Monterosa 200 ritornarono alle loro case mentre gli altri 100 decisero invece di rimanere e di entrare nella Cichero dopo la promessa fatta da Bisagno che al termine di questa guerra civile lui stesso li avrebbe accompagnati a uno a uno alle loro case. Senza la sua scorta infatti questi ex-repubblichini, data la situazione, avrebbero potuto incorrere in seri rischi.

A seguito di questo evento il 4 novembre 1944 il Comando Zona informato poteva così diramare il seguente comunicato:

«Stamane, nell’anniversario dell’armistizio che nella grande guerra, l’Italia ha imposto all’esercito austro-ungarico e tedesco, il battaglione alpino Vestone è passato al completo nelle file della Divisione Garibaldina Cichero. Gli alpini hanno così ritrovato la vera Italia, quella Italia nostra e onesta che combatte sui monti per la sua libertà.

Il Comando della divisione saluta gli alpini del Vestone e plaude al loro gesto e alla ritrovata fraternità nel nome dell’Italia.»

Come sappiamo Bisagno mantenne la promessa fatta a quei repubblichini della Vestone che riuscì a convincere a unirsi anche loro alla formazione partigiana Cichero ma proprio questa sua decisione gli costò la vita proprio nel momento in cui la formazione partigiana la lui comandata aveva raggiunto infine il suo scopo: la fine della guerra e della dittatura.

Lo scontro politico-organizzativo tra Bisagno e il comandate partigiano stalinista Miro[modifica | modifica wikitesto]

È questo un momento problematico della storia della divisione Cichero in quanto a un dato momento dello sviluppo di questa organizzazione partigiana le impostazioni di comando di Bisagno e quelle dello stalinista jugoslavo Miro (Antonio Ukmar) entrarono in un conflitto che parve insanabile da entrambi i contendenti tanto che nei racconti di questa vicenda fatta dagli stessi partigiani più vicini a Bisagno si narra che si rischiò di venire a un vero scontro armato tra partigiani certamente non innescato da Bisagno e dai suoi uomini preoccupati solo di difendere il loro carismatico e autorevole giovane comandante ma piuttosto dal gruppo di partigiani più vicini a Miro che non volevano darla vinta a Bisagno. Fortunatamente questo scontro armato non si ebbe poiché alla riunione-trappola che era stata preparata per Bisagno, Bisagno vi giunse con i suoi uomini armati fino ai denti che circondarono il luogo della riunione e che lì rimasero fino al termine della riunione pronti a intervenire.

Impressionati da questo dispiegamento di forze nessuno osò toccare il loro comandante e Bisagno poté più serenamente partecipare a quella riunione tra capi partigiani che aveva tutta l'aria di una trappola ma da cui ne uscì illeso pur dopo aver fatto valere le sue ragioni in merito alle modalità della conduzione del comando.

L'importanza della Divisione Garibaldina Cichero per la liberazione di Genova e della Liguria[modifica | modifica wikitesto]

Il 24 aprile 1945 la divisione “Cichero” scende a Genova e partecipa alla liberazione della città.

In Liguria infatti furono proprio le Divisioni Garibaldi "Cichero" guidata questa dal comandante "Bisagno" (Aldo Gastaldi) e da "Miro" (Antonio Ukmar), dalla Divisione "Pinan-Cichero" questa nata da una precedente scissione dalla Cichero, e dalla Divisione "Mingo", che giocarono un ruolo decisivo nella liberazione di Genova, impedirono infatti la distruzione del porto e infine in quel 25 aprile 1945 accettarono la resa delle forze tedesche del generale Günther Meinhold.

Genova infatti si annovera tra quei territori d'Italia che furono liberati dagli stessi partigiani e non dalle forze alleate anglo-americane che solo in seguito entrarono in città.

La Liberazione della città di Genova dal nazifascismo[modifica | modifica wikitesto]

La Divisione Cichero nell'aprile 1945

Liberata Genova il 25 aprile del 1945, il CLN organizzò per il 1 maggio la sfilata per le vie della città di tutte le componenti partigiane che avevano partecipato alla agognata e combattuta liberazione.

Quando si trattò nell'organizzare in ordine quale dovesse essere la prima componente del partigianato genovese a sfilare in testa al corteo, il CLN affidò l'incarico proprio alla Divisione Garibaldina Cichero.

La morte del comandante Bisagno dopo la Liberazione[modifica | modifica wikitesto]

Questa vicenda del partigiano Bisagno iniziata l'8 settembre 1943, giorno dell'armistizio, quando ancora era solo il sottotenente Aldo Gastaldi, del XV Reggimento Genio, che lo coglie mentre è di pattuglia a Chiavari, trova il suo epilogo a neanche un mese dal giorno della agognata Liberazione avvenuta il 25 aprile 1945 poiché già il 21 maggio 1945 l'ormai divenuto nel frattempo il leggendario comandante Bisagno, che era sopravvissuto ai tanti pericoli e alle atrocità della guerra civile, trova invece la morte in un modo apparentemente banale ovvero cadendo dal tetto della cabina del mezzo su cui stava viaggiando (un autocarro Fiat 666), finendo sotto le ruote.

L'incidente avviene nella frazione Cisano di Bardolino, sulla sponda veronese del lago di Garda, mentre accompagnava a casa gli alpini del battaglione Vestone della Divisione Alpina Monterosa, che avevano deciso di combattere al suo fianco, per tener fede alla promessa fatta a Cabella Ligure il 4 novembre 1944.

I dubbi mai sopiti del tutto sorti su questa "strana morte" nel secondo dopoguerra[modifica | modifica wikitesto]

L'improvvisa morte di Bisagno, avvenuta nei giorni convulsi che seguirono la Liberazione, ha suscitato diverse polemiche. In particolare, s'è ipotizzato un omicidio per la sua opposizione alle frange comuniste del movimento partigiano. La tesi dell'omicidio, tuttavia, non è mai stata provata ed è contestata da diverse testimonianze, che insistono sull'accidentalità dell'evento[5]. Giampaolo Pansa, pur non prendendo esplicitamente posizione sul tema, ha riportato i dubbi riguardanti la fine di Bisagno in un articolo[6] e anche nel suo libro del 2018 Uccidete il comandante bianco. Il libro di Pansa è stato criticato in quanto, non citando fonti e testimonianze, si avvicinerebbe più a un romanzo che a un'opera storica[7][8]. In particolare in questo lavoro biografico si racconta di un caffè offerto lungo il percorso al comandante della Cichero dopo di ché testimoni dicono di aver notato un cambio del comportamento di Bisagno divenuto improvvisamente alquanto agitato ed esaltato.

Per mettere a tacere queste cosiddette "speculazioni romanzate" alla fine degli anni novanta un documento firmato da ex capi partigiani di ogni tendenza politica (cattolici, socialisti, comunisti, liberali), oltre a contestare le tesi sul possibile omicidio, avviò le procedure per la traslazione della salma del Comandante nel Pantheon del Cimitero monumentale di Staglieno, a Genova[9].

Tuttavia questo non fu sufficiente per silenziare queste voci sulla morte del leggendario comandante partigiano pur a così tanta distanza da quell'ormai lontano 1945 poiché ancora nel 2015 il libro "Bisagno" di Marco Gandolfo[10], con annesso documentario trasmesso più volte sul canale Focus, riportando numerosissime testimonianze dirette di compagni d'armi, di lotta partigiana, amici e parenti del Gastaldi ha rinnovato fortemente la tesi dell'omicidio dovuta all'avversione dell'eroe al movimento comunista e alle sue pratiche violente definite dallo stesso Gastaldi fasciste. Come lui stesso disse, quasi come un testamento, ai suoi compagni di lotta partigiana:

"Io sono venuto in montagna per combattere il metodo fascista, non i fascisti in quanto tali. Combatterò sempre il metodo fascista ovunque lo riconoscerò, che sia fra bianchi, neri, rossi o gialli."

La proposta di canonizzazione[modifica | modifica wikitesto]

Fin dal 2009 Aldo Gastaldi è stato inserito nell'agenda pastorale liturgica di servizio e di memoria della Diocesi di Genova e annoverato tra coloro che hanno onorato la Chiesa genovese nel XX secolo.

A questa prima iniziativa ha fatto seguito un editto arcivescovile del 31 maggio 2019, con il quale Angelo Bagnasco cardinale della città di Genova, città natale del comandante Bisagno, ha avviato la causa di beatificazione e canonizzazione di Aldo Gastaldi [11] con la seguente motivazione: poiché dalla biografia di questo fedele laico “ne emerge la sua grande fede, semplice e profonda, unita ad un abbandono e a una illimitata fiducia nella Provvidenza Divina” e ancora sempre prosegue la motivazione per la legittimità dell'inoltro della sua causa di beatificazione che precede come da prassi quella seguente di canonizzazione:

“Nonostante le inevitabili asprezze della guerra Aldo rimase profondamente coerente con i valori della sua fede cristiana, prodigandosi per il bene, materiale e morale, degli uomini che dipendevano da lui, nel rispetto delle popolazioni civili e anche dei nemici”.

La giustificazione per l'ascesa agli altari di Aldo Gastaldi conosciuto dai laici e non credenti come "il comandante Bisagno della ormai leggendaria formazione partigiana Cichero" prosegue aggiungendo:

"La Causa di Beatificazione e Canonizzazione serve a presentare la figura di Aldo Gastaldi al popolo cristiano come esempio, come modello e come intercessore. La Chiesa ha giudicato che fosse utile avviare questa causa per presentare la figura di Aldo come modello autentico di vita cristiana pur in un momento storico travagliato e difficile.

La luce della figura di Aldo Gastaldi è straordinaria poiché arriva da anni e periodi di buio, di violenza, di ingiustizia e di morte.

Per noi questo è incoraggiante perché significa che Dio pone sempre un limite al male dilagante, e lo pone con queste luci che brillano ancora a lungo. Noi preghiamo Aldo come Servo di Dio e lo sentiamo vicino a noi anche se non lo abbiamo personalmente conosciuto. È un momento di gioia per la Diocesi di Genova, perché ogni qual volta uno dei suoi figli inizia questo percorso, è un segno della fecondità e della santità che il Signore dona alla sua Chiesa.”

Riconoscimenti[modifica | modifica wikitesto]

Ad Aldo Gastaldi il comune di Genova ha dedicato un'importante arteria cittadina (rinominando il corso Giulio Cesare) su cui si affaccia la Casa dello Studente, teatro negli anni dell'occupazione nazista di efferate torture. Una statua con lapide a suo ricordo si trova in via XII Ottobre, tra piazza Corvetto e il Parco dell'Acquasola, nel centro cittadino. Sempre a Genova un Istituto Tecnico Industriale porta il suo nome.

Una stele commemorativa in marmo con busto bronzeo si trova nei giardini della stazione di Chiavari.

Il 24 aprile 2005 i resti mortali di Aldo Gastaldi sono stati traslati dal Campo di Trento e Trieste al Pantheon del Cimitero monumentale di Staglieno, dove riposano i genovesi più illustri. Nel 2009 sorge a Genova l'istituto di istruzione superiore A. Gastaldi-G. C. Abba come unificazione di due istituti (A. Gastaldi, industriale, anni '50 - G. C. Abba, polo chimico di Genova, 1925).

A Gastaldi è inoltre intitolata la sede genovese della Federazione universitaria cattolica italiana.

Sempre a Genova il partigiano Aurelio Ferrando (nome di battaglia "Scrivia) divenuto dopo la liberazione segretario nazionale dell'organizzazione partigiana cattolica (F.I.V.L.) compagno di scuola di Aldo Gastaldi e con il quale fece il militare insieme negli alpini a Chiavari e che lo seguì anche nella sua nuova scelta partigiana divenendo poi anche vice comandante della Divisione Garibaldina Cichero, volle onorarlo creando nella sua città a Genova fin dal 1947 il "Circolo Partigiano Bisagno" .

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Medaglia d'oro al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria
«Fra i primissimi ad accorrere in difesa della sua terra oppressa dal nemico, partecipava a numerose azioni di guerra alla testa dei suoi partigiani che lo avevano eletto capo per l'indomito coraggio e l'alto spirito di sacrificio, sempre ed ovunque dimostrati. Audace assertore di azioni di sabotaggio, distruggeva con leggendario ardimento e tecnica perfetta importanti opere fortificate avversarie, inseguendo, disperdendo e catturando i nemici atterriti, ma ammirati dalla sua audacia. Mentre completava la sua missione restituendo alle loro case i partigiani superstiti della lotta, suggellava con la morte la sua giovane eroica esistenza.[12]»
— Desenzano del Garda, 21 maggio 1945

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Aldo Gastaldi, su Santi e Beati. URL consultato il 2 luglio 2022.
  2. ^ P. Taviani, Furor bellicus, FrancoAngeli, p. 13.
  3. ^ Da una lettera di A. G. cit. in: Elena Bono, Per Aldo Gastaldi "Bisagno".
  4. ^ Da una lettera di A. G., cit. in: Elena Bono, Per Aldo Gastaldi "Bisagno".
  5. ^ Tante storie, poca Storia – testimonianze e documenti sulla morte di Bisagno, su ilsrec.it.
  6. ^ Pansa: tutte le falsità sulla Resistenza, su liberoquotidiano.it.
  7. ^ Marcello Flores, Sul libro di Pansa, su ilsrec.it.
    «In tutto il libro non c’è un documento, non c’è una citazione, non c’è una testimonianza, ma solo dei sentiti dire, delle voci, delle illazioni, che un po’ alla volta finiscono per comporsi in una spiegazione all’apparenza coerente.» «Pansa non nega, inventa, ma ritiene che dare ai propri libri il carattere di saggio storico, partendo da alcuni dati di realtà attorno a cui ricostruisce a piacimento vicende, motivi, esperienze, interpretazioni, sia più utile che raccontare esplicitamente in forma romanzesca i fatti di cui vuole parlare»
  8. ^ M. Rebotti, Flores e la storia della Resistenza «Per riscriverla servono prove», in Corriere della Sera, 22 febbraio 2018.
    «È un libro disonesto dal punto di vista storico, non vengono indicate le fonti. Pansa stesso scrive che “molti passaggi sono ideati da me”. Questo lo rende più simile a un romanzo»
  9. ^ Richiesta per la tumulazione delle spoglie di Aldo Gastaldi (Bisagno) al Pantheon del Cimitero di Staglieno. (PDF), su ilsrec.it.
  10. ^ Marco Gandolfo, Bisagno : la Resistenza di Aldo Gastaldi Bisagno, Itaca, 2018. URL consultato il 24 aprile 2021.
  11. ^ Donatella Alfonso, Sará beato Bisagno primo partigiano d’Italia, la Repubblica, 13 giugno 2019, p. 18
  12. ^ Quirinale - scheda - visto 16 dicembre 2008.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Documentari
  • Bisagno (Aldo Gastaldi) Primo Partigiano d'Italia, regia di Mario Ciampolini (2013)
  • Bisagno, regia di Marco Gandolfo (2015)

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