Filippo Caruso

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Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Appartenente a una famiglia borghese con tradizioni militari e risorgimentali di una piccola località della Presila cosentina, seguì la carriera militare. Frequentò l'Accademia militare di Modena, prese parte alla guerra italo-turca (1911-12) e nel 1914 entrò nell'Arma dei carabinieri. Prese parte alla prima guerra mondiale, dove fu decorato con due medaglie di bronzo al valor militare e promosso capitano. Terminata la guerra si laureò in giurisprudenza e svolse il suo servizio come ufficiale dei carabinieri in varie parti d'Italia. Nel gennaio 1942 fu promosso generale di brigata e nel marzo del 1943 venne congedato per limiti di età.

Dopo l'8 settembre 1943, giorno della fuga del re e dei vertici militari da Roma, il generale Caruso, ufficialmente pensionato, diede vita al Fronte Clandestino di Resistenza dei Carabinieri (noto anche come "Banda Caruso", dal suo nome) organizzando i carabinieri in reparti per la lotta antifascista nelle località occupate dai tedeschi. Arrestato dalla polizia tedesca il 30 maggio 1944 e rinchiuso nel carcere delle SS di via Tasso, resistette alle torture senza parlare (restò menomato e dichiarato "grande invalido di guerra") e riuscì a fuggire in extremis.

Decorato di medaglia d'oro al valor militare riprese nuovamente il servizio riorganizzando le strutture territoriali dei carabinieri a mano a mano che i territori italiani venivano liberati. Continuò la sua attività come generale di divisione, avanzato per meriti di guerra, fino al 1957 svolgendo soprattutto ruoli ispettivi.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Medaglia d'oro al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'oro al valor militare
«All’atto dell’armistizio, sebbene non più in servizio, si schierava contro l’aggressore tedesco formando e alimentando personalmente le prime organizzazioni armate clandestine. Comandante di formazioni partigiane di carabinieri operanti in Roma, identificato e tratto in arresto, malgrado la minaccia delle armi, riusciva, dopo furibonda colluttazione con gli scherani nemici, ad inghiottire documento compromettente per la vita dei suoi più diretti collaboratori. Tradotto al carcere di via Tasso e sottoposto ad estenuanti interrogatori e crudeli sevizie, manteneva contegno fiero e sprezzante rifiutando qualsiasi rivelazione pur non avendo taciuto la sua qualità di comandante di bande armate. Alla vigilia della liberazione, nell’imminenza dell’esecuzione capitale decretata nei suoi confronti dal nemico, pur consapevole della sorte che lo attendeva, con sovrumana serenità e con stoicismo di martire scriveva alla moglie parole sublimi di esortazione e di rassegnazione ed espressioni nobilissime per il destino della Patria e delle persone care. Rincuorava poscia i compagni di prigionia, esaltandone il sacrificio e lanciava in faccia agli sgherri teutonici il grido irrefrenabile "Viva l’Italia". Evaso miracolosamente all’ultima ora ed ancora dolorante e sanguinante per le gravi ferite infertegli dai suoi aguzzini, correva a riprendere il comando dei reparti carabinieri operanti a tutela della Capitale. Segnava così traccia leggendaria delle sue eroiche virtù militari e del sublime amor di Patria.[1]
— Italia occupata, 29 maggio - 4 giugno 1944.
Medaglia di bronzo al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia di bronzo al valor militare
— Oslavia, gennaio 1916.
Medaglia di bronzo al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia di bronzo al valor militare
— Navarons, Palla Balzana, Barcis, novembre 1917.

Riconoscimenti[modifica | modifica wikitesto]

Al gen. Filippo Caruso è intitolata la sezione di Cosenza dell'Associazione nazionale carabinieri.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Quirinale - Scheda - visto 16 gennaio 2009

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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