Enrico Berlinguer

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando il fondatore della Nuova Sardegna, vedi Enrico Berlinguer (senior).
Enrico Berlinguer
Enricoberlinguer.jpg

Segretario generale del
Partito Comunista Italiano
Durata mandato 17 marzo 1972 –
11 giugno 1984
Predecessore Luigi Longo
Successore Alessandro Natta
Gruppo
parlamentare
PCI

Segretario della Federazione Giovanile Comunista Italiana
Durata mandato 12 aprile 1949 –
14 marzo 1956
Predecessore Agostino Novella
Successore Renzo Trivelli

Deputato della Repubblica Italiana
Legislature V, VI, VII, VIII, IX
Circoscrizione Roma
Sito istituzionale

Eurodeputato
Legislature I
Gruppo
parlamentare
COM
Incarichi parlamentari
  • Membro della Commissione politica dal 20 luglio 1979 al 20 gennaio 1982
Sito istituzionale

Dati generali
Partito politico Partito Comunista Italiano
Professione politico, dirigente
Firma Firma di Enrico Berlinguer

Enrico Berlinguer (IPA: [enˈriko berliŋˈɡwɛr] ascolta[?·info]; Sassari, 25 maggio 1922Padova, 11 giugno 1984) è stato un politico italiano, segretario generale del Partito Comunista Italiano dal 1972 fino alla morte. Principale esponente dell'eurocomunismo, durante la sua segreteria avviò un processo di distanziamento dal comunismo sovietico. È ricordato inoltre come fautore del compromesso storico e per aver sollevato la questione morale.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Famiglia[modifica | modifica wikitesto]

I genitori di Enrico Berlinguer, Maria Loriga e Mario, nel 1930

Il padre di Enrico Berlinguer era l'avvocato Mario Berlinguer, discendente da una nobile famiglia catalana stabilitasi in Sardegna all'epoca della dominazione aragonese,[N 1] antifascista e vicino alla massoneria (come molti intellettuali laici dell'epoca),[4] ufficiale durante la Prima guerra mondiale.[5] La madre era Mariuccia Loriga,[3] cugina della madre di Francesco Cossiga[6] e figlia del medico igienista Giovanni Loriga,[5] il quale fu autore di 120 pubblicazioni scientifiche in Italia e all'estero.[7] La nonna materna di Enrico, Giuseppina Satta Branca, anch'ella di origini nobiliari, era sorella di Pietro, sindaco repubblicano di Sassari nell'età giolittiana con un'amministrazione progressista dov'era assessore anche il nonno paterno Enrico Berlinguer senior.[5]

Due anni dopo Enrico, nel 1924, nacque il fratello Giovanni, scienziato e più volte parlamentare, mentre ruoli politici di primo piano avrebbe avuto anche il cugino Luigi Berlinguer.[8]

Enrico Berlinguer si sposò il 26 settembre 1957 in Campidoglio, con rito civile, con Letizia Laurenti, da cui ebbe quattro figli: Bianca (1959), giornalista RAI, Maria Stella (1961), Marco (1963), politico di Rifondazione Comunista, e Laura (1970), giornalista Mediaset.[9][10]

Primi anni[modifica | modifica wikitesto]

Enrico Berlinguer da bambino

Enrico Berlinguer nacque alle tre del mattino di giovedì 25 maggio 1922 a Sassari.[5][11][12] La sua infanzia fu segnata dal progredire della malattia della madre, un'encefalite letargica che le provocava deformazione fisica, distruzione del sistema nervoso e confusione mentale, e che l'avrebbe condotta alla morte nel 1936, dopo un decennio dall'inizio delle sofferenze.[13]

Suo fratello Giovanni raccontò che Enrico in fase adolescenziale coltivava la passione per i libri di filosofia, affermazione confermata da lui stesso in un'intervista del 1980: "Se mi chiede che cosa volevo fare da ragazzo e cioè prima di darmi alla politica, le rispondo il filosofo".[13] Nel giugno del 1940 conseguì la maturità al Liceo classico "Domenico Alberto Azuni" senza sostenere gli esami, sospesi dal governo a causa dello scoppio della guerra, ottenendo ottimi voti nelle materie umanistiche e valutazioni negative in quelle scientifiche e in greco.[14] Appassionato di studi giuridici, il 5 novembre 1940 si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Sassari.[15] Il 17 giugno 1941 affrontò il suo primo esame, istituzioni di diritto romano, superato con il voto di 30.[14] Aveva progettato di laurearsi con una tesi dal titolo Filosofia del diritto: da Hegel a Croce e Gentile, ma non arrivò a concludere l'università.[15]

A 21 anni, nell'agosto del 1943, si iscrisse al Partito comunista clandestino nella serra del militante pistoiese Renato Bianchi, poco fuori Sassari, dove si era recato in bicicletta con il cugino Sergio Siglienti.[15][16] Nello stesso periodo Berlinguer fondò e diresse come segretario la sezione della Gioventù comunista di Sassari, con sede provvisoria nel panificio del padre di uno degli iscritti.[14]

L'inverno successivo in Sardegna fu molto duro, soprattutto per i ceti popolari. L'isola era infatti scollegata sia dal Mezzogiorno liberato dagli Alleati che dall'Italia occupata dai tedeschi, i traffici erano chiusi e non c'erano approvvigionamenti.[17] La sera del 12 gennaio 1944 Enrico, insieme a una ventina di giovani compagni comunisti, organizzò a Sassari una manifestazione per chiedere pane, pasta e zucchero. Il giorno seguente altri manifestanti, circa cinquecento, entrarono in contatto coi carabinieri a cavallo davanti al Palazzo del governo, ma la protesta venne sciolta rapidamente. Il venerdì 14 seguente una folla composta da circa duemila persone, soprattutto donne, assaltò e saccheggiò forni, magazzini di grano, farina e pasta, frantoi.[18] I disordini cominciarono alle 7,30, quando due commessi di panificio furono depredati di 80 kg di pane che stavano portando alle rivendite. In serata i partiti della Concentrazione antifascista, tra cui il PCI e il Partito d'Azione, in cui allora militava Mario Berlinguer,[19] si dissociarono seccamente sostenendo che "i disordini ed i torbidi non rispondono ad alcuna iniziativa né finalità di partiti politici, che apertamente li sconfessano".[20][21]

La polizia non credette all'innocenza dei comunisti e procedette a 43 arresti, tra cui quello dello stesso Enrico, ammanettato la mattina del 17 gennaio e portato inizialmente nella caserma intitolata al suo avo Gerolamo Berlinguer,[22] e in seguito nella prigione di San Sebastiano. Berlinguer venne liberato il 23 aprile dopo essere stato prosciolto in istruttoria dalle accuse.[14] A proposito di questa esperienza, 40 anni dopo avrebbe commentato che "la galera era stata formativa".[23]

Militanza giovanile[modifica | modifica wikitesto]

Enrico Berlinguer durante un comizio a Borgo San Lorenzo nel 1952

Nel periodo successivo alla Svolta di Salerno dell'aprile 1944 e alla composizione di un governo transitorio con la partecipazione dei rappresentanti del CLN, Mario Berlinguer fu per brevissimo tempo, dal 2 al 16 giugno 1944, commissario aggiunto all'epurazione[24]. Il 23 giugno, in uno dei suoi viaggi a Salerno, dove si riuniva il governo, per incontrare Palmiro Togliatti, portò con sé il figlio Enrico e lo presentò al politico genovese,[25] che in passato aveva frequentato il Liceo "Azuni" insieme allo stesso Mario.[26][27][28]

Il giovane Enrico destò una buona impressione[25] e in breve ottenne un impiego nel PCI come funzionario dirigente del lavoro giovanile nella Federazione romana, a 400 lire al mese.[29] Enrico si trasferì a Roma insieme al fratello Giovanni e al padre[30] e a novembre iniziò a lavorare nel movimento giovanile, che aveva sede in due appartamenti di via Nazionale 243[29] ed era al tempo diretto dal 27enne Michelino Rossi e dal 25enne Giulio Spallone.[31] Si occupò inizialmente dell'ambito sindacale, poi divenne vicepresidente nazionale del movimento giovanile.[30]

Nel giugno 1945 venne sostituito da Pietro Secchia, arrivato da Milano, perché Togliatti aveva deciso di inviare Berlinguer nel capoluogo lombardo per cercare di convincere i giovani compagni (quasi tutti partigiani) ad abbandonare le armi e a cessare le violenze e le vendette politiche. Ad aspettarlo c'erano Luigi Longo, Giancarlo Pajetta, ed Eugenio Curiel.[30] Un anno più tardi, al V congresso del PCI, tra il dicembre 1945 e il gennaio 1946, Enrico venne eletto nel Comitato centrale, composto di 70 membri.[32] Si trattava, come ricordò Secchia, della leva più recente insieme a Mario Alicata.[33]

Divenuto segretario del Fronte della Gioventù, tra luglio e agosto 1946 Berlinguer fu il capo della delegazione di quindici elementi (tra cui i partigiani Marisa Musu e Vito D'Amico) che visitò l'Unione Sovietica, e nell'occasione fu ricevuto in un breve incontro da Stalin.[34] Dopo il suo ritorno in Italia lavorò di nuovo a Roma insieme a Togliatti[35] ed ebbe il compito di organizzare per il 23 maggio 1947 la prima Conferenza nazionale giovanile del PCI.[N 2]

Le effigi di Berlinguer e Togliatti durante una manifestazione a Berlino Est nel 1951

Nel 1948, tra il 4 e il 10 gennaio,[36] si svolse a Milano il VI Congresso del PCI, che elesse Enrico, in qualità di responsabile del movimento giovanile, nel massimo organismo del partito, la Direzione, composta di ventuno membri.[37] A fine marzo 1949 il Comitato centrale decise di ricostruire la Federazione Giovanile Comunista Italiana, affidando la segreteria a Berlinguer, con la collaborazione di Silvano Peruzzi, Raffaello Ramat, Bruno Bernini e Ugo Pecchioli. Da agosto la nuova FGCI affiancò al proprio settimanale da centomila copie, Pattuglia, il mensile Gioventù nuova, con una tiratura di ventimila copie, diretto dallo stesso Berlinguer, mentre nella primavera del 1950 tenne al Teatro Goldoni di Livorno il primo congresso dopo la ricostituzione, il XII complessivo.[38]

Nello stesso anno Berlinguer divenne segretario della Federazione Mondiale della Gioventù Democratica, l'associazione internazionale dei giovani comunisti con sede a Budapest, dove Enrico si recava a lavorare per 10 giorni al mese. In questo compito era assistito da Hu Yaobang, futuro segretario del Partito Comunista Cinese, ed Erich Honecker, in seguito presidente della Repubblica Democratica Tedesca.[39] Nello stesso periodo il fratello Giovanni era segretario dell'Unione internazionale degli studenti, con sede a Praga.[40] Nell'agosto del 1951 si tenne a Berlino Est il Festival mondiale della gioventù, e l'anno successivo si concluse il mandato di Enrico Berlinguer, che tuttavia continuò anche in seguito a militare nell'organizzazione.[3]

Carriera nel partito[modifica | modifica wikitesto]

Berlinguer parla a un comizio di Togliatti a Torino nel 1952

Alla fine del 1956 il PCI dovette affrontare le ripercussioni del XX congresso del PCUS, del processo di destalinizzazione e dell'invasione dell'Ungheria da parte dell'Armata Rossa. All'VIII Congresso del partito Berlinguer scelse una posizione defilata e dimessa, omettendo riferimenti all'URSS e concentrandosi sulla convinta difesa della politica postbellica dei comunisti italiani.[3]

Nello stesso anno si esaurì, non senza amarezza, l'esperienza di Enrico in una FGCI che aveva visto una diminuzione di circa 70 000 iscritti negli ultimi due anni.[3] Alla guida dell'organizzazione giovanile subentrò Renzo Trivelli.[41] Nonostante il diffuso giudizio sulla statura politica di Berlinguer, in quei mesi la sua stella era in declino ed Enrico venne spostato a un incarico secondario, divenendo nel 1957 il responsabile dell'Istituto delle Frattocchie, la scuola dei quadri del partito.[42]

Nel 1957, dopo il matrimonio con Letizia Laurenti,[10] Berlinguer si trasferì con la moglie a Cagliari; era stato infatti scelto come vicesegretario regionale del PCI in Sardegna[3] dopo il disastroso risultato ottenuto nell'isola dai comunisti alle Elezioni regionali, nelle quali il partito si era fermato al 17,6% dei voti.[10] Nei pochi mesi di permanenza in Sardegna Berlinguer estese l'organizzazione del PCI con la costituzione della Federazione della Gallura, con sede a Tempio Pausania,[43] e si occupò dell'ediziona isolana de l'Unità.[44]

Berlinguer e Luciano Lama negli anni cinquanta

Nell'estate 1958 Berlinguer tornò a Roma insieme a Letizia,[3] chiamato da Togliatti e dal vicesegretario Longo per collaborare con quest'ultimo nella direzione dell'Ufficio di segreteria[43] insieme a Salvatore Cacciapuoti, operaio metallurgico, già segretario della federazione napoletana.[45] Con il IX Congresso del partito, svoltosi a Roma tra il 30 gennaio e il 4 febbraio 1960,[46] Enrico fece il suo ingresso a pieno titolo in Direzione ed assunse l'incarico dell'organizzazione.[47] Insieme a lui, oltre a Togliatti e Longo, c'erano Giorgio Amendola, Giancarlo Pajetta, Pietro Ingrao ed Enrico Bonazzi.[14]

Nel dicembre 1961 Berlinguer intervenne in una riunione del Comitato centrale con una relazione che rivendicava l’autonomia del partito italiano dal PCUS.[48] Questo in una fase di tensione che seguiva il XXII Congresso del PCUS, in cui Chruščёv[49] aveva inaspettatamente accentuato i toni, riaprendo e aggravando il processo a Stalin.[N 3]

Al X Congresso, tenutosi a Roma tra il 2 e l'8 dicembre 1962, Enrico compì un altro passo in avanti nella dirigenza del partito: riconfermato in Direzione, divenne anche membro della Segreteria e responsabile dell'Ufficio di segreteria. Quest'ultimo incarico, che avrebbe tenuto fino al gennaio 1966, fece di lui il diretto esecutore di tutte le risoluzioni prese dalla Segreteria. Assunse inoltre l'importante ufficio delle relazioni estere.[3]

Intanto Chruščëv si trovava in grandi difficoltà all'interno del suo partito dopo l'insuccesso nella gestione della crisi dei missili di Cuba e a fronte del malcontento generato dai problemi dell'economia sovietica, ed in particolare dell'agricoltura.[53] Nell'ottobre 1964, all'indomani della morte di Togliatti a Jalta,[54] andò a buon fine l'iniziativa, guidata da Leonid Brežnev e altri dirigenti del PCUS e del KGB, che portò alla deposizione del leader sovietico,[53] ufficialmente per motivi di salute.[55]

Enrico Berlinguer (a destra) con Pecchioli, Giuliano Pajetta, Curzi, Pintor e Ingrao nel 1965

Una delegazione del PCI composta da Berlinguer, Paolo Bufalini ed Emilio Sereni si recò allora a Mosca per avere un chiarimento sulla destituzione di Chruščёv.[56] Il 30 ottobre si avviarono i colloqui:[56] in rappresentanza del PCUS vi presero parte i membri del Praesidium del Comitato centrale Michail Suslov e Nikolaj Podgornyj insieme a Boris Ponomarëv, definito da Vittorio Gorresio «il cane da guardia messo dal Cremlino a sorvegliare il grande gregge dei partiti comunisti non al potere».[57] Berlinguer illustrò i dubbi del PCI riguardo ai metodi e le posizioni del PCUS, incluso il modo dell'allontanamento di Chruščёv, che aveva sollevato nel partito italiano «riserve, perplessità e interrogativi».[58] Berlinguer sottolineò inoltre la necessità di «liberarsi da ogni nostalgia» e trovare «una unità che riconosca come inevitabili ed ammetta le differenze, senza che questo debba dar luogo a condanne».[3] La mattina seguente venne all'incontro anche Brežnev, che partecipò a una breve seduta finalizzata alla stesura di un comunicato neutro.[59] Al rientro, martedì 3 novembre,[14] Berlinguer lesse ai giornalisti che lo attendevano all'aeroporto di Fiumicino un appunto, spiegando come la delegazione italiana avesse «informato ampiamente i compagni sovietici delle reazioni e preoccupazioni che ha suscitato nell’opinione pubblica del nostro paese la sostituzione del compagno Chruščёv. Con grande franchezza», aggiunse, «abbiamo inoltre esposto ai compagni del Pcus le perplessità e le riserve che il modo in cui i mutamenti sono stati annunciati e presentati ha sollevato nel nostro partito».[60]

Dal 25 al 31 gennaio 1966 si svolse a Roma l'XI Congresso del PCI, durante il quale vennero riaffermati i temi della lotta per la pace, della distensione, della coesistenza pacifica e del disarmo, con l'obiettivo prioritario dell'organizzazione di un grande movimento unitario. Si trattò del primo congresso dopo la morte di Togliatti e si tenne in un contesto di grave tensione internazionale, legata soprattutto alla guerra del Vietnam, mentre la fase "riformatrice" del centro-sinistra appariva esaurita.[61] Al termine dei lavori Berlinguer non rientrò nella Segreteria nazionale, divenendo invece segretario regionale del Lazio.[62] Andò inoltre a far parte del nuovo organismo voluto dal nuovo segretario Longo, l'Ufficio politico, intermedio tra la Segreteria e la Direzione.[14] In quel periodo, e fino al 1968, ebbe l'occasione di sviluppare l'esperienza internazionale attraverso alcune missioni per conto del PCI in Vietnam,[3] Cina, Corea del Nord e di nuovo a Mosca.[63]

Verso la leadership[modifica | modifica wikitesto]

Alle elezioni politiche del 19 maggio 1968 la Direzione del PCI decise di candidare Berlinguer capolista nel Lazio (a verbale risulta il suo unico voto contrario alla candidatura).[14] Enrico venne eletto con 150 000 preferenze e divenne per la prima volta deputato.[64] Le elezioni costituirono un decisivo successo comunista e una secca sconfitta per il Partito socialista unificato: il partito guidato da Longo riuscì a ottenere 11 seggi in più rispetto alle elezioni precedenti, mentre i socialisti ne persero 29. Buono fu anche il risultato della Democrazia Cristiana, che conseguì sei seggi in più rispetto a 5 anni prima.[65]

A novembre di quell'anno Berlinguer fu a Mosca su invito del PCUS, alla testa di una delegazione composta da Bufalini, Colombi, Cossutta e Galluzzi, mentre gli interlocutori, assente Brežnev in visita ufficiale a Varsavia, erano guidati dall'ucraino Andrej Kirilenko.[66][N 4]

Giancarlo Pajetta e Berlinguer al XII Congresso del PCI

Al XII Congresso, svoltosi nel febbraio 1969 a Bologna, a seguito del peggiorare delle condizioni di salute del sessantottenne Longo, parzialmente invalido, si pose il problema di affiancare al leader un vicesegretario che subentrasse gradatamente alla guida del partito. Al segretario generale della CGIL Agostino Novella e al responsabile dell'Ufficio di segreteria Cossutta fu affidato l'incarico di sondare i membri della Direzione, a cui venne chiesto di esprimere una preferenza fra Berlinguer e Giorgio Napolitano.[68] La larga maggioranza del gruppo dirigente scelse il primo.[69]

All'inizio di giugno Berlinguer tornò a Mosca come delegato, con Cossutta e Bufalini, alla Conferenza internazionale dei partiti comunisti. Ad accompagnarli c'erano anche Galluzzi, Michelino Rossi, Boffa e Mechini.[70] I lavori furono aperti il giorno 5 dal discorso di Brežnev, mentre Berlinguer intervenne mercoledì 11 giugno,[71] dopo i relatori di 35 partiti che avevano appoggiato le posizioni sovietiche. In quell'occasione il vicesegretario del PCI tenne quello che sarebbe stato ricordato come «il più duro discorso mai pronunziato a Mosca da un dirigente straniero».[72][73] Tra l'altro, Enrico disse: «Noi respingiamo il concetto che possa esservi un modello di società socialista unico e valido per tutte le situazioni. In verità le stesse leggi generali di sviluppo della società non esistono mai allo stato puro, ma sempre e solo in realtà particolari, storicamente determinate e irripetibili. Contrapporre questi due aspetti è schematico e scolastico e significa negare la sostanza stessa del marxismo».[74]

La segreteria[modifica | modifica wikitesto]

Berlinguer al XIII Congresso; alle sue spalle Pietro Ingrao e Pajetta

Lunedì 13 marzo 1972 al Palalido di Milano si aprì il XIII Congresso del PCI.[75] Berlinguer lesse la relazione introduttiva ai 1 043 delegati, che rappresentavano 1 521 028 iscritti.[76] Al termine del congresso venne eletto segretario nazionale del partito,[64] mentre due mesi più tardi le elezioni politiche videro la sua rielezione a deputato con 230 000 preferenze.[77]

All'inizio di ottobre del 1973 Berlinguer si recò in Bulgaria per incontrare il capo di stato Todor Živkov. I colloqui non procedevano benissimo, tanto che Enrico decise di accorciare la permanenza. Mercoledì 3 ottobre si dirigeva verso l'aeroporto di Sofia a bordo di una GAZ-13 Čaika preceduta da una scorta di polizia e seguita da una terza macchina con a bordo i dirigenti del PCI che avevano accompagnato il segretario. All'improvviso la macchina dove viaggiavano Berlinguer e i suoi accompagnatori fu investita da un camion militare. L'incidente provocò la morte dell'interprete e il ferimento grave di due dirigenti del Partito comunista bulgaro che viaggiavano con Berlinguer, che rimase ferito a sua volta.[78]

Nel 1991 Emanuele Macaluso, senatore del Partito Democratico della Sinistra ed ex dirigente comunista, rilasciò un'intervista al settimanale Panorama dichiarando che il segretario del PCI, appena rientrato a Botteghe Oscure, gli avrebbe rivelato il sospetto che si fosse trattato in realtà di un "falso incidente", orchestrato ad arte dal KGB e dai servizi segreti bulgari per sopprimere lo scomodo alleato italiano.[79]

Compromesso storico ed eurocomunismo[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la convalescenza seguita alle ferite riportate, Berlinguer scrisse per la rivista Rinascita tre famosi articoli (Imperialismo e coesistenza alla luce dei fatti cileni, Via democratica e violenza reazionaria e Alleanze sociali e schieramenti politici) che abbozzavano la proposta del "compromesso storico" come soluzione preventiva dinanzi a possibili derive istituzionali di tipo sudamericano. Poche settimane prima, l'11 settembre, si era infatti consumato il golpe in Cile che aveva portato al rovesciamento del governo di sinistra di Salvador Allende ad opera del generale Augusto Pinochet.[80]

Una stretta di mano tra Berlinguer e il leader democristiano Aldo Moro, tra i maggiori fautori del "compromesso storico"

Nell'ultimo dei tre articoli, pubblicato il 12 ottobre, si legge: «Sarebbe del tutto illusorio pensare che, anche se i partiti e le forze di sinistra riuscissero a raggiungere il 51 per cento dei voti e della rappresentanza parlamentare (…), questo fatto garantirebbe la sopravvivenza e l’opera di un governo che fosse l’espressione di tale 51 per cento. Ecco perché noi parliamo non di una "alternativa di sinistra" ma di una "alternativa democratica", e cioè della prospettiva politica di una collaborazione e di una intesa delle forze popolari d'ispirazione comunista e socialista con le forze popolari di ispirazione cattolica, oltre che con formazioni di altro orientamento democratico. (…) La gravità dei problemi del paese, le minacce sempre incombenti di avventure reazionarie e la necessità di aprire finalmente alla nazione una sicura via di sviluppo economico, di rinnovamento sociale e di progresso democratico rendono sempre più urgente e maturo che si giunga a quello che può essere definito il nuovo grande "compromesso storico" tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano».[14] Iniziarono così a delinearsi le caratteristiche della segreteria Berlinguer: da un lato il tentativo di collaborare con la Democrazia Cristiana nella prospettiva di realizzare riforme sociali ed economiche che il leader del PCI considerava indispensabili,[81] dall'altro la volontà di rappresentare un nuovo comunismo indipendente dall'URSS, che in seguito sarebbe stato chiamato "eurocomunismo", intendendo con tale termine il rapporto che avrebbero avuto i partiti comunisti italiano, francese e spagnolo dal 1975 in poi, con l'obiettivo di distanziarsi dal sistema sovietico e rivendicare più autonomia da Mosca.[82]

La proposta politica del compromesso storico sviluppava il tradizionale indirizzo di Togliatti, elaborato durante la Resistenza e il dopoguerra, rivolto a realizzare una stabile alleanza di governo fra le grandi forze popolari (DC, PCI e PSI),[83] ma vi introduceva delle novità: da un lato la volontà di reagire ad una tensione internazionale drammatica che aveva portato all'appoggio americano al cruento colpo di stato in Cile, dall'altro la prima ricerca di elementi programmatici nuovi da ascrivere al compromesso, come l'"austerità" nel consumo, in risposta all'emergere della questione ecologica.[84]

Dal 18 al 23 marzo 1975 si svolse al Palaeur di Roma il XIV Congresso del PCI, ribattezzato dai giornali il "congresso del compromesso storico".[85], ma già nella seconda giornata dei lavori Amintore Fanfani decise di ritirare la delegazione DC a causa delle ingerenze nelle elezioni portoghesi da parte del PCI: il partito italiano aveva intatti avuto un ruolo nella decisione del Consiglio militare della rivoluzione di escludere dalla consultazione il Partito democratico cristiano, responsabile di un tentato golpe.[86]

Domenica 15 e lunedì 16 giugno si tennero le Elezioni regionali e amministrative, cariche di significato politico: furono infatti quaranta milioni gli italiani chiamati alle urne per rinnovare i consigli di 6 345 città, 86 province e 15 regioni a statuto ordinario; inoltre per la prima volta votarono anche i diciottenni. L'esitò segno una sostanziale vittoria delle sinistre, in particolare dei comunisti, che ottennero una media nazionale del 33,4%, con la DC al 35,4% e il PSI al 12%.[N 5]

Nel corso del 1976 Berlinguer precisò il proprio pensiero in due significative interviste: nella prima, curata da Carlo Casalegno per alcuni importanti quotidiani europei (La Stampa, Die Welt, Le Monde, Times), il segretario del PCI ribadì la scelta democratica e l'autonomia della politica del partito italiano; nella seconda, firmata da Gianpaolo Pansa sul Corriere della Sera del 15 giugno, Berlinguer si soffermò invece sul rapporto tra l’Italia e la NATO e sull’atteggiamento dei comunisti verso l’Alleanza Atlantica.[88] Fu invece in un incontro in Francia con il segretario del PCF Georges Marchais, il 3 giugno, all'indomani del XXV Congresso del PCUS, che Berlinguer nominò per la prima volta l'eurocomunismo.[89]

Alle Elezioni politiche svoltesi domenica 20 e lunedì 21 giugno uscirono vincitori sia la DC che il PCI: la prima infatti riuscì a guadagnare 1 297 000 voti rispetto alle elezioni precedenti, mentre i comunisti crebbero di ben 3 545 000 rispetto a quattro anni prima. I voti dei socialisti restarono invece sostanzialmente invariati.[90]

Enrico Berlinguer a colloquio con Fabio Mussi nel 1978

Il 14 ottobre 1977 Berlinguer scrisse una lettera a monsignor Luigi Bettazzi, vescovo di Ivrea, che segnò una significativa apertura al mondo della chiesa. Nel testo si legge: «Nel Pci esiste ed opera la volontà non solo di costruire e di far vivere qui in Italia un partito laico e democratico, come tale non teista, non ateista, non antiteista, ma di volere anche, per diretta conseguenza, uno Stato laico e democratico, anch’esso dunque non teista, non ateista, non antiteista».[14]

Poco dopo si tennero a Mosca grandiose celebrazioni per il 60º anniversario della Rivoluzione d'Ottobre, a cui Berlinguer prese parte con Antonio Rubbi, Nilde Iotti, Antonio Roasio e Luciano Guerzoni, costituendo una delle 123 delegazioni presenti in rappresentanza di partiti comunisti, di partiti socialisti, di movimenti di liberazione, di sindacati, di stati. Il segretario del PCI nell'occasione disse, tra l'altro: «L’esperienza compiuta ci ha portato alla conclusione che la democrazia è oggi non soltanto il terreno sul quale l’avversario di classe è costretto a retrocedere, ma è anche il valore storicamente universale sul quale fondare un'originale società socialista. Ecco perché la nostra lotta unitaria (che cerca costantemente l’intesa con altre forze d’ispirazione socialista e cristiana in Italia e in Europa occidentale) è rivolta a realizzare una società nuova – socialista – che garantisca tutte le libertà personali e collettive, civili e religiose, il carattere non ideologico dello Stato, la possibilità dell'esistenza di diversi partiti, il pluralismo della vita sociale, culturale, ideale».[91]

Un incontro tra Berlinguer, il segretario della DC Benigno Zaccagnini e Aldo Moro nel 1978

All'inizio del 1978 venne programmato per il mese di maggio un viaggio di Berlinguer negli Stati Uniti che non avrebbe avuto luogo.[N 6] Intanto il 5 gennaio Enrico, accompagnato da Luciano Barca, incontrò Aldo Moro in casa di un consigliere di quest'ultimo, Tullio Ancora.[14] Il 26 gennaio il Comitato centrale del partito sottolineò l'esigenza di una partecipazione diretta del PCI al governo del paese, posizione ribadita da Berlinguer nei successivi incontri per la formazione del governo.[88] In un successivo incontro tra i due segretari, svoltosi il 16 febbraio, Moro affermò che avrebbe sostenuto presso i gruppi parlamentari democristiani la necessità dell'ingresso a pieno titolo del PCI nella maggioranza governativa. Le trattative furono tuttavia vanificate dagli eventi successivi. Il rapimento di Moro del 16 marzo 1978 fu commentato così da Berlinguer, cui a seguito dell'avvenimento venne affidata una scorta: «Il momento è tale che tutte le energie devono essere unite e raccolte perché l'attacco eversivo sia respinto: con saldezza di nervi, non perdendo la calma, ma anche adottando tutte le iniziative e tutte le misure opportune per salvare le istituzioni e per garantire la sicurezza e l'ordine democratico».[14] Il presidente della Democrazia Cristiana venne ucciso il 9 maggio, mentre il 15 giugno il Presidente della Repubblica Giovanni Leone fu costretto a dimettersi a causa dello Scandalo Lockheed e fu sostituito l'8 luglio da Sandro Pertini.[88]

In un contesto aggravato dall'uccisione, il 24 gennaio 1979, del sindacalista Guido Rossa da parte delle BR,[93] il PCI celebrò il suo XV Congresso[94] e subì poi una dura sconfitta alle elezioni anticipate del 3 giugno: il partito scese dal 34,4 al 30,4 per cento dei voti, a fronte del 38,3% ottenuto dalla DC alla Camera.[95] I comunisti persero voti tra i giovani, i ceti professionali e gli strati sociali disagiati.[96] Berlinguer venne comunque eletto a Roma con oltre 238 000 preferenze[97] e una settimana più tardi divenne europarlamentare; alle elezioni europee il PCI ottenne il 29,5%, i democristiani il 36.4% e i socialisti l'11%.[98]

All'inizio di gennaio del 1980 l'intervento sovietico in Afghanistan[88] fu condannato dalla Direzione del PCI e portò Berlinguer a definire l’Unione Sovietica una potenza imperialista al pari degli Stati Uniti.[14][N 7] Nello stesso anno le Elezioni regionali e quelle amministrative videro un grande avanzamento del PSI, che raggiunse il 13,3% dei voti, mentre il PCI si fermò stabile al 31,1.[100]

Berlinguer con Giorgio Napolitano

La seconda parte del 1980 fu caratterizzata dagli effetti della crisi della FIAT, con la messa in cassa integrazione di migliaia di dipendenti e l'annuncio di quasi 15 000 licenziamenti. Queste misure portarono a uno sciopero che raggiunse il suo apice il 26 settembre quando Berlinguer, parlando davanti ai cancelli di Mirafiori, promise l'appoggio del Partito comunista anche qualora si fosse arrivati ad occupare la fabbrica. La battaglia sindacale, che condusse alla caduta del governo Cossiga II, si protrasse per 35 giorni ma si concluse con un accordo favorevole all'azienda dopo la cosiddetta "marcia dei quarantamila" del 14 ottobre.[101]

A novembre Berlinguer, in visita a Salerno dopo il terremoto in Irpinia, ridefinì la politica comunista dell'alternativa democratica rovesciando il compromesso storico e preconizzando un governo senza i democristiani.[3] Tra gli episodi che spinsero il segretario del PCI ad abbandonare la linea della solidarietà nazionale, la notizia del coinvolgimento di politici democristiani, socialdemocratici e socialisti nella prolungata truffa petrolifera emersa a seguito dell'arresto a Casale Monferrato dell'ex comandante generale della Guardia di Finanza Raffaele Giudice.[14][102] La corruzione e il malcostume che dominavano i partiti di governo furono duramente condannati da Berlinguer in un'intervista, concessa ad Eugenio Scalfari e pubblicata su Repubblica martedì 28 luglio 1981, che apriva la cosiddetta "questione morale". In essa si legge: «I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela. I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali».[103]

Lo strappo con l'Urss[modifica | modifica wikitesto]

Enrico Berlinguer durante l'incontro del 1981 con Fidel Castro

Il 12 ottobre Berlinguer incontrò Fidel Castro in un colloquio durato sette ore, in cui il leader cubano si confermò alleato fidato dell'Unione Sovietica e ostile alla Cina che, «passata dalla parte dell'imperialismo, ha una posizione controrivoluzionaria».[104] Due mesi più tardi si consumò tuttavia lo strappo tra PCI e URSS, a seguito delle vicende polacche.[105] Il 15 dicembre Berlinguer, ospite della rubrica televisiva Tribuna politica, disse: «Ciò che è avvenuto in Polonia ci induce a considerare che effettivamente la capacità propulsiva di rinnovamento delle società che si sono create nell’Est europeo è venuta esaurendosi. Parlo di una spinta propulsiva che si è manifestata per lunghi periodi e che ha la sua data d'inizio nella Rivoluzione socialista dell’Ottobre. Oggi siamo giunti a un punto in cui quella fase si chiude. Noi pensiamo che gli insegnamenti fondamentali che ci ha trasmesso prima di tutto Marx e alcune delle lezioni di Lenin conservino una loro validità; e che d’altra parte vi sia tutto un patrimonio e tutta una parte di questo insegnamento che sono ormai caduti e debbono essere abbandonati e del resto sono stati da noi stessi abbandonati con gli sviluppi nuovi che abbiamo dato alla nostra elaborazione, centrata su un tema che non era centrale in Lenin. Il tema su cui noi ci concentriamo è quello dei modi e delle forme della costruzione socialista in società economicamente sviluppate e con tradizioni democratiche, quali sono le società dell’occidente europeo. Da questo punto di vista, noi consideriamo l’esperienza storica del movimento socialista nelle due fasi fondamentali: quella socialdemocratica e quella dei paesi dove il socialismo è stato avviato sotto la direzione di partiti comunisti. Entrambe vanno superate criticamente con nuove soluzioni, cioè con quella che noi chiamiamo la terza via, terza rispetto alle vie tradizionali della socialdemocrazia e ai modelli dell’Est europeo».[14]

Il 29 dicembre le ragioni dell'autonomia da Mosca e le critiche ai Paesi del socialismo reale furono ribadite dal segretario del PCI al Comitato centrale.[106] Nella stessa sede, il 12 gennaio 1982 la posizione di Berlinguer fu criticata da Cossutta.[107] Altri durissimi attacchi arrivarono il 24 gennaio dal Rudé právo, organo ufficiale del Partito Comunista di Cecoslovacchia,[108] e poi dalla Pravda, che pubblicò una sorta di "scomunica" verso il PCI sotto forma di un lungo articolo dal titolo Contro gli interessi della pace e del socialismo.[109][N 8]

Il 30 aprile Berlinguer, partecipando ai funerali di Pio La Torre, ucciso dalla mafia, illustrò le proposte del partito contro l'installazione in Italia dei missili Cruise.[111] Il 1983 fu invece caratterizzato dal XVI Congresso del PCI, in cui Berlinguer venne rieletto segretario,[112] e dalle elezioni politiche di giugno, che videro un grosso arretramento della DC, il PCI stabile al 30% e un avanzamento del PSI.[113] Berlinguer viene inoltre rieletto per la quarta volta a Roma con oltre 221 000 preferenze.[114]

La morte a Padova[modifica | modifica wikitesto]

Sandro Pertini ai funerali di Berlinguer il 13 giugno 1984
L'Unità riporta la notizia della morte del leader comunista

Il 7 giugno 1984 Berlinguer tenne un comizio a Padova, sul palco di Piazza della Frutta, in vista delle successive elezioni europee. Mentre si apprestava a pronunciare la frase «Compagni, lavorate tutti, casa per casa, strada per strada, azienda per azienda» venne colpito da un ictus. Pur palesemente provato dal malore, continuò il discorso fino alla fine, nonostante anche la folla, dopo i cori di sostegno, urlasse: «Basta, Enrico!». Alla fine del comizio rientrò in albergo,[N 9] dove si addormentò sul letto della sua stanza, entrando subito in coma. Dopo il consulto con un medico, venne trasportato all'ospedale Giustinianeo e ricoverato in condizioni drammatiche. Morì l'11 giugno a causa di un'emorragia cerebrale. Il comunicato del sovrintendente sanitario affermò che il politico sardo era venuto a mancare alle 12,45.[116]

Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che si trovava già a Padova per ragioni di Stato, si recò in ospedale per constatare le condizioni di Berlinguer. Fece in tempo a entrare in stanza per vederlo e baciarlo sulla fronte. Poche ore dopo il decesso si impose per trasportare la salma sull'aereo presidenziale, dicendo: «Lo porto via come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta».[116] Commovente fu il suo saluto al funerale, il 13 giugno, al quale partecipò circa un milione di persone:[117] il Capo dello Stato si chinò con la testa sopra la bara, baciandola tra gli applausi dei presenti. Sonori fischi, che ricambiavano quelli subiti da Berlinguer al congresso socialista, si levarono invece quando Nilde Iotti citò il Presidente del consiglio Bettino Craxi.[118]

Il corteo con la bara, accompagnato dalla musica dell'Adagio in sol minore di Remo Giazotto, sfilò dalla sede del PCI, in via delle Botteghe Oscure, a piazza San Giovanni, rendendo palese l'ammirazione che una larga parte dell'opinione pubblica italiana aveva nei confronti di Enrico Berlinguer.[N 10]

Il PCI decise di lasciare il segretario capolista alle elezioni europee e chiese di votarlo in modo plebiscitario. La consultazione, forse anche per gli eventi precedenti, segnò un grande successo del Partito comunista che, per la prima e unica volta nella storia, superò la DC, affermandosi come primo partito italiano (33,3% contro 33,0%): questo sorpasso è ricordato come dovuto all'"effetto Berlinguer". Precedentemente, con Berlinguer, il PCI nel 1976 aveva invece toccato il massimo storico dei suoi voti col 34,4%.[82]

Per decisione della famiglia, secondo la volontà espressa alla moglie, Berlinguer è stato sepolto a Roma nel Cimitero di Prima Porta, nonostante il Partito desiderasse che fosse tumulato al Cimitero del Verano,[121] nel mausoleo in cui già riposavano i dirigenti comunisti Palmiro Togliatti, Giuseppe Di Vittorio e Luigi Longo e dove nel 1999 sarebbe stata sepolta anche Nilde Iotti.[122]

Soprannominato subito "il più amato" (a differenza di Togliatti che era "il migliore"), Berlinguer ebbe come successore alla guida del PCI Alessandro Natta.[82]

Nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Berlinguer e Roberto Benigni il 16 giugno 1983 al Pincio

Una delle più famose immagini di Enrico Berlinguer è quella che lo vede in braccio a Roberto Benigni durante un comizio del 16 giugno 1983 ad una manifestazione per la pace della FGCI romana presso la Terrazza del Pincio.[123][N 11]

Lo stesso Benigni già nel 1977 era stato protagonista del film di Giuseppe Bertolucci Berlinguer ti voglio bene. Sul leader del PCI sono stati girati anche tre documentari, L'addio a Enrico Berlinguer (1984), diretto da registi vari,[125] Berlinguer – la sua stagione (1988) di Ansano Giannarelli e Quando c'era Berlinguer (2014) di Walter Veltroni.[126]

A Berlinguer sono inoltre dedicate le canzoni I funerali di Berlinguer dei Modena City Ramblers[127] e Dolce Enrico di Antonello Venditti.[128] Altre canzoni che citano nel proprio testo Berlinguer sono Svegliami dei CCCP Fedeli alla linea,[129] Qualcuno era comunista di Giorgio Gaber,[126] Robespierre degli Offlaga Disco Pax,[130] Tropico del Cancro di Andrea Appino[131] e 1984 di Salmo.[132]

Opere di Enrico Berlinguer[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Scritti e discorsi di Enrico Berlinguer.

La produzione testuale di Enrico Berlinguer si differenzia in varie tipologie, dai comizi agli interventi congressuali, dai rapporti agli organismi interni del PCI e delle organizzazioni internazionali fino alle interviste giornalistiche e agli articoli. In particolare sono state edite numerose antologie degli scritti e discorsi del periodo che va da fine anni sessanta – inizio anni settanta (elezione a deputato e poi a vicesegretario e segretario del PCI) fino alla morte.

Lo stile oratorio di Berlinguer è stato oggetto di analisi sulle forme della comunicazione politica italiana e sulla retorica comunista nell'Italia repubblicana e di un approfondimento di carattere linguistico che ha sottolineato, tra l'altro, il «forte lascito in parole o locuzioni (quali compromesso storico, eurocomunismo, austerità o questione morale) che a Berlinguer devono la loro nascita o almeno la loro fortuna nella lingua, nella storia e nella cultura politica del nostro Paese».[133]

Note[modifica | modifica wikitesto]

Esplicative[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ La famiglia aveva ottenuto da Vittorio Amedeo III Re di Sardegna, il 29 marzo 1777, la concessione a Giovanni e Angelo Ignazio dei titoli nobiliari di Cavaliere e Nobile con trattamento di Don e di Donna;[1] era inoltre iscritta negli "Stamenti nobiliari della Sardegna"[2] ed era legata da una fitta rete di parentele ad altre famiglie dell'aristocrazia e borghesia sarda.[3]
  2. ^ Nell'occasione Togliatti si congratulò così: «Un progresso vi è senza dubbio nella formazione dei quadri giovanili. Faccio in proposito soltanto il nome del compagno Enrico Berlinguer, che nel rapporto introduttivo ai lavori di questa riunione ha dato prova di una maturità politica che ritengo non sia soltanto dote sua personale ma riflesso della maturità di un movimento in sviluppo».[14]
  3. ^ A Mosca, davanti ad un numero altissimo di delegati (4 800), Chruščёv aveva ampliato gli attacchi al cosiddetto "gruppo antipartito", composto da Molotov, Malenkov, Kaganovič, Vorošilov, Bulganin, Saburov, Pervuchin, Šepilov.[50] Su tale congresso Togliatti, che – pur apprezzando il coraggio, la forza e la giustezza della denuncia del leader sovietico – non era contento dell'esibizionismo praticone, la superficialità e l'eccessiva tendenza a personalizzare che erano i tratti caratteristici di Chruščёv,[51] aveva presentato al Comitato centrale e alla Commissione centrale di controllo del Pci un rapporto dal titolo Avanti, verso il comunismo, liberandosi dalle scorie del passato.[52]
  4. ^ «Il mandato che ricevemmo dalla Direzione del partito per quel difficile confronto era preciso: discutere con il Pcus non soltanto della Conferenza internazionale dei partiti comunisti (in programma l'anno successivo) ma anche della Cecoslovacchia, evitando, se possibile, un ulteriore inasprimento dei rapporti, ma senza recedere di un pollice dalle nostre posizioni.»[67]
  5. ^ Il PCI raggiunse il 48,3% dei suffragi in Emilia Romagna, il 46,5 in Toscana, il 46,1 in Umbria, il 38,4 in Liguria, il 36,9 nelle Marche, il 33,9 in Piemonte, il 33,5 nel Lazio, il 30,4 in Lombardia, il 30,3 in Abruzzo.[87]
  6. ^ Il progetto di una visita di Berlinguer negli Stati Uniti, su invito della New York University, è menzionato da Norman Birnbaum in una lettera a Sergio Camillo Segre dell'8 febbraio 1978. Una delegazione del PCI guidata dal segretario si sarebbe invece recata in ottobre a Parigi, a Mosca e a Belgrado.[92]
  7. ^ L'anno successivo, il 27 febbraio 1981, la politica di Brežnev in Afghanistan sarebbe stata condannata da Pajetta, a nome del PCI, anche al XXVI Congresso del PCUS.[99]
  8. ^ «Nessuna persona onesta al mondo può considerare senza sdegno le dichiarazioni dei dirigenti del Pci in cui si parla dei tentativi del nostro Paese di imporre la propria volontà ad altri popoli».[110]
  9. ^ «Berlinguer non fu portato subito in ospedale perché dopo aver vomitato disse di sentirsi meglio e attribuì il suo stato ad una specie di congestione. Sappiamo anche che il battito cardiaco era normale e che soltanto più tardi le sue condizioni sarebbero peggiorate tanto da rendere necessario il ricovero immediato».[115]
  10. ^ Persino il segretario del MSI Giorgio Almirante si recò a rendere omaggio al feretro dell'avversario, suscitando lo stupore della folla in coda per entrare nella camera ardente. A ricevere Almirante fu Giancarlo Pajetta,[119] al quale venne dato l'incarico di pronunciare l'orazione funebre di Berlinguer.[120]
  11. ^ Tale scena viene spesso erroneamente collocata alla Festa de l'Unità di Reggio Emilia del settembre 1983.[124]

Bibliografiche e sitografiche[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Borella, p. 605.
  2. ^ Ricchini.
  3. ^ a b c d e f g h i j k Craveri.
  4. ^ Statera 2010.
  5. ^ a b c d Barbagallo, p. 9.
  6. ^ Stella.
  7. ^ Crespi.
  8. ^ Giovanni Berlinguer...
  9. ^ Laura Berlinguer.
  10. ^ a b c Barbagallo, p. 31.
  11. ^ Enrico Berlinguer in camera.it.
  12. ^ Valentini 2014, p. 24.
  13. ^ a b Barbagallo, p. 10.
  14. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p Egidi.
  15. ^ a b c Barbagallo, p. 11.
  16. ^ Valentini 1985, p. 9.
  17. ^ Fiori, p. 3.
  18. ^ Barbagallo, p. 12.
  19. ^ Fiori, p. 6.
  20. ^ Ordine del giorno...
  21. ^ Guerra, p. 12.
  22. ^ Fiori, p. 7.
  23. ^ Statera 1984.
  24. ^ Bartolotta, pp. 191-192.
  25. ^ a b Barbagallo, p. 31.
  26. ^ Cherchi.
  27. ^ Togliatti inedito.
  28. ^ Agosti, p. 6.
  29. ^ a b Fiori, p. 52.
  30. ^ a b c Barbagallo, p. 15.
  31. ^ Fiori, p. 51.
  32. ^ Barbagallo, p. 16.
  33. ^ Secchia, p. 196.
  34. ^ Valentini 1985, pp. 57-60.
  35. ^ Barbagallo, p. 18.
  36. ^ VI Congresso
  37. ^ Barbagallo, p. 19.
  38. ^ Fiori, pp. 73-74.
  39. ^ Fiori, pp. 78-79.
  40. ^ Barbagallo, p. 23.
  41. ^ Fiori, p. 95.
  42. ^ Valentini 1984, pp. 109-118.
  43. ^ a b Barbagallo, p. 32.
  44. ^ Manca, p. 63.
  45. ^ Salvatore Cacciapuoti in ANPI.it.
  46. ^ IX Congresso.
  47. ^ Fiori, p. 104.
  48. ^ Berlinguer, Togliatti.
  49. ^ De Luca.
  50. ^ Fiori, p. 109.
  51. ^ Barbagallo, p. 35.
  52. ^ Togliatti.
  53. ^ a b Garimberti.
  54. ^ La morte di Togliatti.
  55. ^ Chruščëv in Sapere.it.
  56. ^ a b Fiori, pp. 127-128.
  57. ^ Gorresio, p. 115.
  58. ^ Dieci domande...
  59. ^ Fiori, p. 129.
  60. ^ Dichiarazioni di Berlinguer...
  61. ^ Macchi, pp. 173-174.
  62. ^ Valentini 1984, p. 184.
  63. ^ Fiori, pp. 154-161.
  64. ^ a b Biagini.
  65. ^ Archivio Storico..., 1968.
  66. ^ Fiori, p. 163
  67. ^ Galluzzi, p. 211.
  68. ^ Fiori, p. 167.
  69. ^ Terracini, pp. 174-175.
  70. ^ Fiori, p. 176.
  71. ^ Fiori, p. 177.
  72. ^ Galli et al.
  73. ^ Fiori, p. 188.
  74. ^ Tatò, pp. 42-62.
  75. ^ Fiori, p. 204.
  76. ^ Barbagallo, p. 164.
  77. ^ Folena, p. 179.
  78. ^ Fasanella, Incerti, pp. 9-10.
  79. ^ Anche Berlinguer sospettò...
  80. ^ Magri, pp. 275-282.
  81. ^ Fiori, pp. 216-217.
  82. ^ a b c Formisano.
  83. ^ Compromesso storico in Dizionario di storia
  84. ^ Compromesso storico in Enciclopedie on line
  85. ^ XIV Congresso.
  86. ^ Fiori, pp. 240-241.
  87. ^ Bongiovanni
  88. ^ a b c d Berlinguer, la cronologia.
  89. ^ Fiori, p. 258.
  90. ^ Archivio Storico..., 1976.
  91. ^ Fiori, p. 311.
  92. ^ Pons, p. 135.
  93. ^ Guido Rossa
  94. ^ XV Congresso.
  95. ^ Archivio Storico..., Camera 1979.
  96. ^ Barbagallo, p. 349.
  97. ^ Folena, p. 189.
  98. ^ Archivio Storico..., Europee 1979.
  99. ^ Folena, p. 192.
  100. ^ Fiori, p. 398.
  101. ^ Tropea.
  102. ^ Fiori, p. 403.
  103. ^ Scalfari.
  104. ^ Barbagallo, p. 402.
  105. ^ Poland marks...
  106. ^ Folena, p. 193.
  107. ^ Folena, p. 194.
  108. ^ Fiori, p. 436.
  109. ^ Barbagallo, p. 409.
  110. ^ Questo è il testo integrale...
  111. ^ Lodato, pp. 81-89.
  112. ^ Folena, p. 195.
  113. ^ Archivio Storico..., 1983.
  114. ^ Folena, p. 196.
  115. ^ Albeltaro, p. 163.
  116. ^ a b Muore a Padova...
  117. ^ I grandi funerali della storia.
  118. ^ Sorgi.
  119. ^ Stabile.
  120. ^ Fuccillo.
  121. ^ Villoresi.
  122. ^ Il famedio...
  123. ^ La storia della foto...
  124. ^ Farina.
  125. ^ Palieri.
  126. ^ a b Telese.
  127. ^ I funerali di Berlinguer.
  128. ^ Baldolini.
  129. ^ Campagnoli
  130. ^ Lancia, Bassi, Candellari.
  131. ^ Valtorta.
  132. ^ Salmo.
  133. ^ Dell'Anna.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Libri[modifica | modifica wikitesto]

Articoli[modifica | modifica wikitesto]

Sitografia[modifica | modifica wikitesto]

Testi di approfondimento[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Segretario del PCI Successore Logo Italian Communist Party.png
Luigi Longo 1972 - 1984 Alessandro Natta
Controllo di autorità VIAF: (EN5024806 · LCCN: (ENn79065167 · SBN: IT\ICCU\CFIV\004858 · ISNI: (EN0000 0001 0796 6404 · GND: (DE118658417 · BNF: (FRcb124425882 (data) · NLA: (EN35695358