Luigi Einaudi

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Luigi Einaudi
LuigiEinaudi.jpg

Presidente della Repubblica Italiana
Durata mandato 12 maggio 1948 –
11 maggio 1955
Predecessore Enrico De Nicola
Successore Giovanni Gronchi

Ministro del bilancio
Durata mandato 6 giugno 1947 –
24 maggio 1948
Presidente Alcide De Gasperi
Successore Giuseppe Pella

Vicepresidente del Consiglio dei ministri
Durata mandato 1º giugno 1947 –
24 maggio 1948
Presidente Alcide De Gasperi
Successore Giovanni Porzio

Governatore della Banca d'Italia
Durata mandato 5 gennaio 1945 –
11 maggio 1948
Predecessore Vincenzo Azzolini
Successore Donato Menichella

Dati generali
Partito politico Partito Liberale Italiano
Alma mater Università degli Studi di Torino
Firma Firma di Luigi Einaudi
« Invece di una società di stati sovrani, dobbiamo mirare all'ideale di una vera federazione di popoli. Esercito unico e confine doganale unico sono le caratteristiche fondamentali del sistema. Gli stati restano sovrani per tutte le materie che non siano delegate espressamente alla federazione; ma questa sola dispone delle forze armate, ed entro i suoi confini vi è una cittadinanza unica ed il commercio è pienamente libero. »
(Luigi Einaudi in: Risorgimento liberale, 3 gennaio 1945)

Luigi Einaudi (Carrù, 24 marzo 1874Roma, 30 ottobre 1961) è stato un economista, accademico, politico e giornalista italiano, secondo Presidente della Repubblica Italiana.

sen. Luigi Einaudi
Bandiera italiana
Parlamento italiano
Senato della Repubblica
Luogo nascita Carrù
Data nascita 24 marzo 1874
Luogo morte Roma
Data morte 30 ottobre 1961 (87 anni)
Titolo di studio Laurea in Giurisprudenza
Professione Docente universitario
Legislatura I, II, III
Gruppo Libero-Social-Repubblicano (dall'11 maggio 1955 all'11 maggio 1958),
Misto (dal 12 giugno 1958 al 30 ottobre 1961)
Senatore a vita
Investitura Senatore di diritto
Data 11 maggio 1955
Pagina istituzionale
on. Luigi Einaudi
Bandiera italiana
Assemblea costituente
Gruppo Unione Democratica Nazionale (dal 12 luglio 1946 al 17 gennaio 1947),
Liberale (dal 17 gennaio 1947 al 31 gennaio 1948
Collegio Collegio Unico Nazionale
Pagina istituzionale
sen. Luigi Einaudi
Stemma del Regno d'Italia Parlamento del Regno d'Italia
Senato del Regno d'Italia
Senatore a vita
Investitura Categoria 18 (Membri della Regia Accademia delle Scienze)
Data 6 ottobre 1919
Pagina istituzionale

Intellettuale ed economista di fama mondiale, Luigi Einaudi è considerato uno dei padri della Repubblica Italiana. Suo figlio, Giulio, fondò la famosa casa editrice che porta il suo nome, la Giulio Einaudi Editore, mentre suo nipote Ludovico è un famoso musicista e compositore.

Vice Presidente del Consiglio dei ministri, Ministro delle finanze, del tesoro e del bilancio nel IV Governo De Gasperi, tra il 1945 e il 1948 fu Governatore della Banca d'Italia. Dal 1948 al 1955 fu Presidente della Repubblica Italiana. Come Capo dello Stato ha conferito l'incarico a quattro Presidenti del Consiglio: Alcide De Gasperi (1948-1953), Giuseppe Pella (1953-1954), Amintore Fanfani (1954) e Mario Scelba (1954-1955); ha nominato otto senatori a vita: nel 1949 Guido Castelnuovo e Arturo Toscanini (che rinunciò alla nomina), nel 1950 Pietro Canonica, Trilussa, Gaetano De Sanctis e Pasquale Jannaccone, infine nel 1952 Luigi Sturzo e Umberto Zanotti Bianco.

Non poté nominare alcun Giudice della Corte costituzionale perché la Corte, pur prevista dalla Costituzione fin dal 1948, fu istituita solo nel 1956, un anno dopo la scadenza del suo mandato.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nasce a Carrù (in Piemonte, nella provincia di Cuneo) da Lorenzo, concessionario della riscossione delle imposte, e Placida Fracchia. Rimasto orfano di padre nel 1888, si trasferisce a Dogliani, città natale della madre.

Dopo aver studiato a Savona, viene mandato al Convitto nazionale Umberto I di Torino e si diploma al Liceo classico Cavour della stessa città con il massimo dei voti, per poi compiere gli studi universitari presso l'ateneo torinese, dove frequenta il Laboratorio di Economia Politica di Salvatore Cognetti de Martiis.

Attività politica[modifica | modifica wikitesto]

Nel periodo degli studi universitari, Einaudi si avvicina al movimento socialista e collabora con la rivista Critica sociale, diretta da Filippo Turati. La collaborazione con Critica sociale dura un decennio e si conclude con il distacco dai socialisti e il progressivo spostamento, a partire dai primi anni del Novecento, su posizioni sempre più apertamente liberiste. Nel 1895 ottiene la laurea in giurisprudenza. Copre la cattedra di Scienza delle finanze all'Università di Torino, l'incarico di Legislazione industriale ed Economica politica del Politecnico di Torino e l'incarico di Scienza delle finanze all'Università Bocconi di Milano.

Il 6 ottobre 1919 è nominato senatore del Regno su proposta di Francesco Saverio Nitti. Nel 1919, insieme a Giovanni Gentile e Gioacchino Volpe, è tra i firmatari del manifesto del "Gruppo Nazionale Liberale" romano, che, insieme ad altri gruppi nazionalisti e di ex combattenti forma l'"Alleanza Nazionale per le elezioni politiche", il cui programma politico prevede la rivendicazione di uno «Stato forte», anche se provvisto di larghe autonomie regionali e comunali, capace di combattere la metastasi burocratica, i protezionismi, il radicalismo democratico, rivelatosi «inetto a tutelare i supremi interessi della Nazione, incapace di cogliere e tanto meno interpretare i sentimenti più schietti e nobili» [1]. Europeista ante litteram, nel 1920 raccolse alcuni suoi articoli pubblicati sul Corriere della Sera, in cui prospettava e auspicava un'Europa federata, nel volume "Lettere di Junius"[2].

La ripresa della politica protezionista da parte del quinto governo Giolitti (D.L. 9 giugno 1921 sulla tariffa doganale) avvicinarono Einaudi al programma economico e finanziario del fascismo, più classicamente liberale, di cui era interprete Alberto De Stefani, che poi diverrà ministro delle Finanze nel governo Mussolini. Una volta in carica, infatti, De Stefani provvide subito alla restituzione all'esercizio privato di tutte le funzioni economiche assunte dallo stato durante la guerra, l'affidamento dei telefoni a compagnie private e la riduzione al minimo dei servizi marittimi sovvenzionati, in linea con i principi liberali di Einaudi[3].

Alla condivisione per la politica economica di De Stefani, tuttavia, corrispose, da parte di Einaudi, una sempre maggior diffidenza per i progetti di riforma costituzionale di Mussolini. A partire, infatti, dalla proposizione e dall'approvazione in Parlamento della legge elettorale maggioritaria e, soprattutto, dopo il delitto Matteotti, Einaudi si collocò politicamente a difesa dello Stato liberale pre-fascista[3].

Con l'avvento della dittatura fascista è costretto a limitare la sua attività accademica e ad interrompere quella politica. Nel novembre del 1924 aderisce all'Unione Nazionale di Giovanni Amendola e, nel 1925, è tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti, redatto da Benedetto Croce. Alla fine dello stesso anno, si dimette da collaboratore del Corriere della Sera già fascistizzato, a seguito dell'allontanamento di Luigi Albertini. L'anno dopo, ormai inviso al regime, viene estromesso dall'insegnamento all'Università Bocconi e al Politecnico di Torino. Nel 1931, è convinto da Benedetto Croce a mantenere almeno la cattedra universitaria della facoltà di giurisprudenza di Torino, nonostante l'obbligo di prestare giuramento di fedeltà al fascismo "per continuare il filo dell'insegnamento secondo l'idea di libertà"[4]. Einaudi giura, onde evitare che il suo posto sia occupato da un professore fascista.

Al Senato, fa parte dei 46 senatori che votano contro la legge elettorale, che sancisce la lista unica formata dal Gran consiglio del fascismo (1928); non partecipa alla votazione per la ratifica dei Patti Lateranensi e vota contro l'ordine del giorno favorevole alla Guerra d'Etiopia e contro le leggi razziali del 1938.

Poco dopo la caduta del fascismo, il 31 agosto 1943 viene nominato rettore dell'Università di Torino; torna a collaborare con il Corriere della Sera. Dopo l'8 settembre (e la conseguente invasione dell'Italia da parte dei nazisti) si rifugia in Svizzera, dove scrive le Lezioni di politica sociale e si tiene in corrispondenza con molti intellettuali antifascisti, tra i quali Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, autori del «Manifesto di Ventotene»[5]. Aderisce al Movimento Federalista Europeo, fondato da questi ultimi, e scrive, per l'MRP I problemi economici della federazione europea (Lugano, 1944)[6]. Rientra in Italia il 9 dicembre 1944; in questo periodo redige una serie di articoli economici e politici per il Risorgimento Liberale.

Nominato Governatore della Banca d'Italia, ricopre l'incarico dal 5 gennaio 1945 all'11 maggio 1948. Per la sua competenza nelle materie economiche, viene nominato componente della Consulta Nazionale dal 1945 al 1946. Il 24 maggio 1946, alla vigilia del referendum istituzionale, Luigi Einaudi dichiara pubblicamente la sua preferenza per la monarchia sul quotidiano L'Opinione, in un articolo a quattro colonne dal titolo Perché voterò per la monarchia[7].

Viene eletto deputato all'Assemblea Costituente nel 1946 come rappresentante dell'Unione Democratica Nazionale e dà un autorevole contributo ai lavori. È senatore di diritto del Senato della Repubblica nel 1948 ai sensi della terza disposizione transitoria della Costituzione. Nel IV Governo De Gasperi (1947-1948), Einaudi è Vice Presidente del Consiglio dei Ministri (conservando la carica di Governatore della Banca d'Italia) e, prima Ministro delle Finanze e del Tesoro, poi, con lo scorporo di alcune funzioni dal Ministero del Tesoro e la creazione dei nuovi ministeri delle Finanze e del Bilancio, viene spostato al Ministero del Bilancio (1947) [8].

La sua politica economica di quegli anni, caratterizzata da una diminuzione della tassazione interna e dei dazi doganali, pose le basi per il boom economico degli anni cinquanta e sessanta.

Presidenza della Repubblica[modifica | modifica wikitesto]

Einaudi (a destra) negli anni cinquanta a colloquio al Palazzo del Quirinale con l'imprenditore Oscar Sinigaglia (a sinistra)

Per l'elezione del Presidente della Repubblica Italiana del 1948 il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi aveva candidato il ministro degli Esteri Carlo Sforza; la candidatura era appoggiata anche da una parte del fronte democratico-laico, ma incontrava la netta opposizione delle sinistre. Sebbene sulla carta disponesse della maggioranza dei votanti, Sforza non riuscì a ottenere il voto di tutti i parlamentari democristiani: contraria era in particolare la corrente di sinistra guidata da Giuseppe Dossetti, storico fondatore del movimento che, appunto da lui, prese il nome di "dossettismo".

Dopo i primi due scrutini la dirigenza democristiana prese atto delle difficoltà incontrate dal ministro repubblicano e decise di candidare Einaudi. La nuova candidatura incontrò anche la disponibilità dei liberali e dei socialdemocratici a sostenerla e lo statista piemontese fu eletto Presidente della Repubblica l'11 maggio 1948, al quarto scrutinio, con 518 voti su 872 (59,4%).

Nel suo discorso di insediamento, Luigi Einaudi dichiarò che, pur essendosi espresso per la monarchia, in occasione del referendum istituzionale, aveva dato poi (nel periodo "costituente", n.d.r.) al regime repubblicano "qualcosa di più di una mera adesione", avendo constatato che il trapasso tra le due forme istituzionali era avvenuto in maniera perfettamente legale e pacifica, dimostrando che il popolo italiano fosse ormai maturo per la democrazia. Proseguì inoltre ribadendo il suo impegno, appena stretto con il giuramento di rito, a farsi tutore della più scrupolosa osservanza di tutte le istituzioni alla Costituzione della Repubblica[9].

Luigi Einaudi inaugurò l'esercizio del potere del Presidente della Repubblica di rinvio delle leggi alle Camere per riesame (art. 74 della Costituzione) e lo fece quattro volte. Le prime due volte il 9 aprile 1949, per mancata indicazione dei mezzi di copertura finanziaria, ai sensi dell'art. 81 della Costituzione[10]. La terza volta l'11 gennaio 1950, quando rinviò alle Camere la legge sull'immissione in ruolo degli incaricati di funzioni giurisdizionali, eccependo la violazione della norma costituzionale che prescrive l'obbligo del concorso pubblico per la nomina dei magistrati (art. 106 della Costituzione). In tal caso, il Parlamento riapprovò inalterato il testo legislativo e il Presidente, come da norma costituzionale, fu costretto a promulgarlo[10]. Il quarto rinvio della Presidenza Einaudi fu molto più penetrante e fissò un margine di discrezionalità assai ampio che costituì un precedente importante per i suoi successori. Einaudi, infatti, nel novembre del 1953, rinviò alle Camere la normativa che prorogava gli effetti dei diritti e dei compensi dovuti al personale dei Ministeri delle Finanze, del Tesoro e della Corte dei Conti (c.d. "diritti casuali"), per motivi di mera opportunità. Dopo un dibattito acceso, il Parlamento preferì riformare il testo approvato, riordinando completamente l'intera materia[10].

Sino alla bocciatura parlamentare del ottavo governo De Gasperi (1953), Einaudi conferì sempre allo statista trentino l'incarico di Presidente del Consiglio dei Ministri, attenendosi all'espressione della maggioranza parlamentare uscita dal voto elettorale. Dopo le dimissioni Di Gasperi, conferì l'incarico ad Attilio Piccioni che ne era considerato l'erede naturale ma anche questi fallì. Einaudi, allora, il 17 agosto 1953, conferì l'incarico a Giuseppe Pella, economista e più volte ministro dei dicasteri economici, senza che quest'ultimo fosse stato indicato dal partito di maggioranza relativa. Fu il primo "governo del Presidente" della storia costituzionale italiana: un governo, cioè, senza maggioranza precostituita, diretto da un politico scelto a discrezione del Capo dello Stato, tra i suoi uomini di fiducia. Pella accettò l'incarico "senza riserva" e si presentò alle Camere con un documento programmatico di carattere amministrativo e contingente che ottenne il voto favorevole dei parlamentari democristiani e del Partito Nazionale Monarchico e l'astensione di gran parte dei socialisti; una maggioranza, quindi, per la prima volta "trasversale", rispetto agli schieramenti politici che si erano contrapposti alle ultime elezioni politiche[11].

Allo scadere del mandato, alcuni settori del Parlamento propendevano per la rielezione dell'ottantunenne Presidente uscente. Al primo scrutinio delle elezioni presidenziali del 1955, Einaudi ottenne ben 120 voti, provenienti da uno schieramento trasversale comprendente laici e destre. Al secondo scrutinio i voti scesero a 80, poi a 61 ma risalirono a 70, al quarto scrutinio, che decretò l'elezione di Giovanni Gronchi a suo successore. L'ex presidente della Repubblica tornò a sedere sui banchi del Senato, come senatore di diritto, a norma della Costituzione.

Einaudi era cattolico[12][13]. Si spense a Roma, il 30 ottobre 1961 e la salma venne tumulata nel cimitero di Dogliani il 2 novembre 1961.

Pensiero politico[modifica | modifica wikitesto]

Esponente del pensiero liberista e federalista europeo, Einaudi è convinto che il liberalismo debba svilupparsi concretamente in tutti gli aspetti della vita politica, sociale ed economica di un uomo. Per questo era spesso in disaccordo con Francesco Saverio Nitti, tant'è che Einaudi si oppose al suo disegno di legge sulla monopolizzazione delle assicurazioni sulla vita che, poi, porterà alla nascita dell'INA.[14]

Einaudi introduce alcune novità nella politica economica dei liberali italiani: a suo parere vi è una mutua implicazione tra liberalismo e liberismo, discostandosi in questo dalle teorie di Benedetto Croce, che preconizzava il liberalismo italiano come un affare innanzitutto morale. La parola liberismo infatti, che in nessuna altra lingua, salvo quella italiana, trova una traduzione che la distingua dal liberalismo, è stata creata appositamente da Benedetto Croce[senza fonte] per differenziare le libertà economiche dalle libertà civili, attribuendo alle seconde un rango nettamente superiore alle prime. Einaudi invece, pur riconoscendo questa distinzione, ne riduce le distanze affermando che le libertà civili e le libertà economiche siano reciprocamente dipendenti: ciascuna forma di libertà emerge solo in presenza delle altre.

Secondo Einaudi, il liberismo non è semplice economicismo. Rifacendosi ai classici anglosassoni del pensiero liberale (John Stuart Mill e John Locke su tutti), egli esalta l'individualità, la libertà d'iniziativa, il pragmatismo. La libertà funziona solamente laddove è esplicata nella sua completezza: un liberale "completo" è anche "liberista", perché tenta di applicare una reale corrispondenza tra ideale di libertà e società concretamente libera.

Francesco Saverio Nitti, economista e Presidente del Consiglio, con il quale Einaudi fu spesso in disaccordo

Secondo Einaudi, in un regime statalista la vita sociale ed economica è destinata alla stagnazione: l'individuo si perfeziona solo se è libero di realizzarsi come meglio crede; il liberalismo educa gli uomini perché insegna loro ad autorealizzarsi. La meritocrazia risulta strettamente connessa a un'economia di mercato: l'individuo più competente o creativo può rendere migliore l'azienda e quindi viene assunto. Einaudi stesso ha curato direttamente la conduzione della sua azienda agricola presso Dogliani, applicandovi le tecniche di coltivazione più moderne.

L'autorealizzazione può portare allo scontro tra individui con interessi concorrenti. Questo genere di lotta è però una lotta di progresso: gli uomini sono così costretti ad assumersi la responsabilità (guadagni e fallimenti) delle proprie imprese economiche, senza gravare su altri individui, come invece accade in uno stato assistenziale.

L'ideale liberale è un ideale in costante mutamento: può essere oggetto di critica perché nasce e si nutre di ideali concorrenti. Il liberalismo vive del contrasto.

Per Einaudi, con l'eccesso di statalismo si rischia di "impigrire" l'individuo. Portato a disinteressarsi e a non assumersi responsabilità, si lascerà "trasportare dalla corrente", accettando con fatalismo anche illegalità e cattivi servizi, percependoli come prassi. Il liberalismo, diversamente, è una pratica più dura, ma attraverso l'autorealizzazione riesce a responsabilizzare i cittadini.

Una società libera ha bisogno di istituzioni minime e basate sulla trasparenza, in modo che siano più vicine al cittadino e da lui facilmente utilizzabili o contestabili: federalismo e decentramento rispondono bene a queste esigenze; Einaudi punta ad un federalismo europeo, con ciò a dire una sola politica economica, un forte esercito europeo in grado di tenere a bada le pressioni provenienti da oriente e in grado di confrontarsi paritariamente con gli USA. Einaudi non vuole la dissoluzione dei singoli stati ma auspica una federazione europea dotata di varie libertà, soprattutto economiche.

Einaudi nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

  • Einaudi era claudicante e, per camminare, utilizzava il bastone. Quando il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giulio Andreotti, gli venne a offrire la candidatura, a nome del governo, l'uomo politico liberale, sorpreso e imbarazzato, pose il problema: “Ma come farò, zoppo come sono, a passare in rivista i picchetti d'onore?” Andreotti, tuttavia, riuscì a eludere la domanda e lo convinse ad accettare[13].
  • Luigi Einaudi fu il primo Presidente della Repubblica a risiedere al Quirinale. Il suo predecessore De Nicola, infatti, aveva scelto come residenza Palazzo Giustiniani e l'appartamento presidenziale era ancora come l'avevano lasciato i sovrani, che dormivano in camere diverse. Il Presidente e la moglie Ida, allora, non volendo rinunciare alla loro intimità nemmeno per una notte, decisero di dormire in una stanza degli ospiti, accostando due letti. Quello matrimoniale arriverà solo qualche giorno più tardi[15].
  • La parsimonia e la lotta agli sprechi di Luigi Einaudi, dopo anni di esercizio della carica di Governatore della Banca d'Italia, erano proverbiali. Ennio Flaiano, invitato a pranzo insieme alla redazione de Il Mondo di Mario Pannunzio, raccontava che, giunti alla frutta, il Presidente vide, con sorpresa, che nell'enorme vassoio c'erano solo frutti molto grandi e chiese ai commensali: “Io prenderei una pera, ma sono troppo grandi, c'è nessuno che vuole dividerla con me?”[16]

Opere[modifica | modifica wikitesto]

  • Monografia economico-agraria del comune di Dogliani: proveniente dal Laboratorio di economia politica della R. Universita di Torino, Mondovì, Tipografia e libreria Issoglio, 1894.
  • A favore dei contratti differenziali, Torino, Roux Frassati e c., 1896.
  • La distribuzione della ricchezza nel Massachusetts, Bologna, Garagnani, 1897.
  • Un principe mercante: studio sulla espansione coloniale italiana, Torino, Bocca, 1900.
  • L'arbitrato industriale, Torino, Roux e Viarengo, 1903.
  • Guida schematica per lo studio della scienza delle finanze: anno accademico 1902-1903 del chiar.mo prof. L. Einaudi, Torino, Tip. lit. Brandoni e Gili, 1903.
  • Lezioni di economia e legislazione industriale: anno 1903-904 del chiarissimo prof. L. Einuadi, Torino, Lit. F. Gili, 1904.
  • Lezioni di scienza delle finanze e diritto finanziario: anno scolastico 1903-904 del chiar. prof. Luigi Einaudi, Torino, Tip. lit F. Gili, 1904.
  • Le entrate pubbliche dello Stato Sabaudo nei bilanci e nei conti dei Tesorieri durante la guerra di successione Spagnola, Torino, Stamperia Reale della ditta G.B. Paravia e C., 1907 [1]
  • La finanza sabauda all'aprirsi del secolo XVIII e durante la guerra di successione spagnuola, Torino, Società tipografico-editrice nazionale, 1908.
  • A proposito della Tripolitania: considerazioni economiche e finanziarie, Torino, Società tipografico-editrice nazionale, 1911.
  • I fasti italiani degli aspiranti trivellatori della Tripolitania, Torino, Società tipografico-editrice nazionale, 1912.
  • Corso di scienza della finanza tenuto dal Prof. Luigi Einaudi nella R. Università di Torino e nella Università commerciale L. Bocconi di Milano, Torino, La Riforma Sociale, 1916.
  • Prediche, Laterza, Bari, 1920.
  • La garanzia dei depositi bancari, Milano, Associazione Bancaria Italiana, 1922.
  • Le lotte del lavoro, Torino, Piero Gobetti Editore, 1924; Introduzione di Paolo Spriano, Collana NUE n.140, Einaudi, 1972; Collana Edizioni Gobettiane, Edizioni di Storia e Letteratura, 2012, ISBN 978-88-63-72387-8.
  • Il sistema tributario italiano, seconda edizione, La Riforma Sociale, 1933; Torino, Einaudi, 1939.
  • Miti e paradossi della giustizia tributaria, Collana Opere di Luigi Einaudi: Scritti di Economia e di Finanza. IV, Torino, Einaudi, 1940.
  • Saggi sul risparmio e l'imposta, Collana Opere di Luigi Einaudi: Scritti di Economia e di Finanza I, Einaudi, 1941-1965.
  • La terra e l'imposta, Torino, Einaudi, 1942.
  • Principii di scienza della finanza, Collezione di opere scientifiche di economia e finanza, Einaudi, Torino, 1945-1952.
  • I problemi economici della federazione europea, Milano, La Fiaccola, 1945.
  • La guerra e l'Unità europea, Edizioni di Comunità, Milano, 1948-1953.
  • Lezioni di politica sociale, Edizioni scientifiche Einaudi, Torino, 1949-1958; nota introduttiva di Federico Caffè, Collana NUE n.43, Einaudi, 1964; Introduzione di Michele Salvati, Collana Biblioteca n.177, Einaudi, 2004, ISBN 978-88-06-16936-7.
  • Il Buongoverno. Saggi di economia e politica. (1897-1954), a cura di Ernesto Rossi, Bari, Laterza, I° ed. 1955; Prefazione di Eugenio Scalfari, Collezione Storica, Laterza, Roma, 2004, ISBN 978-88-42-07452-6; Biblioteca Storica, Laterza, 2012, ISBN 978-88-42-09926-0.
  • Lo scrittoio del Presidente: 1948-1955, Collana Opere di Luigi Einaudi, Torino, Einaudi, 1956.
  • Prediche inutili, pubblicate in 6 dispense dal dicembre 1955 al gennaio 1959, poi in volume nella Collezione Opere di Luigi Einaudi, 1959; Nota introduttiva di Leo Valiani, Collana Gli struzzi n.56, Einaudi, 1974.
  • Cronache economiche e politiche di un trentennio. Volume primo: 1893-1902, Einaudi, Torino, 1959.
  • Cronache economiche e politiche di un trentennio. Volume secondo: 1903-1909, Einaudi, Torino , 1959.
  • Cronache economiche e politiche di un trentennio. Volume terzo: 1910-1914, Einaudi, Torino, 1960.
  • Cronache economiche e politiche di un trentennio. Volume quarto: 1914-1918, Einaudi, Torino, 1961.
  • Cronache economiche e politiche di un trentennio. Volume quinto: 1919-1920, Einaudi, Torino, 1961.
  • Cronache economiche e politiche di un trentennio. Volume sesto: 1921-1922, Einaudi, Torino, 1963.
  • Cronache economiche e politiche di un trentennio. Volume settimo: 1923-1924, Einaudi, Torino, 1965.
  • Cronache economiche e politiche di un trentennio. Volume ottavo: 1925, Einaudi, Torino, 1965.
  • Scritti economici, storici e civili, a cura di Ruggiero Romano, Collana I Meridiani, Milano, A. Mondadori, 1973.
  • Giornali e giornalisti, scritti di Luigi Einaudi giornalista nel centenario della nascita, Sansoni, Firenze, 1974.
  • Le prediche della domenica (ovverosia compendio elementare di economia politica), Presentazione di Guido Carli, Collana Gli struzzi n.312, Einaudi, Torino, 1987, ISBN 978-88-06-59420-6.
  • Pagine doglianesi, 1988.
  • Diario 1945-1947, a cura di Paolo Soddu, Collana Storica della Banca d'Italia, Laterza, Roma-Bari, 1993.
  • Diario dell'esilio, 1943-1944. A cura di Paolo Soddu. Prefazione di Alessandro Galante Garrone, Collana Gli struzzi, Einaudi, Torino, 1997, ISBN 978-88-06-13961-2.
  • Il padre dei fratelli Cervi, Roma, Nottetempo, 2004.
  • La libertà della scuola, Macerata, Liberilibri, 2009.

Attività pubblicistica[modifica | modifica wikitesto]

Einaudi scrisse vari articoli per il principale quotidiano di Torino, La Stampa, e per il Corriere della Sera di Milano. Lasciò l'attività giornalistica nel 1926, a causa dell'avvento del fascismo. Fu però corrispondente finanziario ed economico del settimanale The Economist e diresse la rivista La Riforma Sociale dal 1900 al 1935[17] e la Rivista di Storia Economica dal 1936 al 1943.

Fu autore di numerose pubblicazioni scientifiche, soprattutto nelle materie economiche, alcune delle quali sono state tradotte nelle principali lingue straniere. Tra le opere pubblicate dopo la fine del mandato presidenziale ha molto successo il volume di ricordi Lo scrittoio del Presidente.

Fino ai primi di ottobre del 1961, a solo poche settimane prima della sua scomparsa, il “Corriere della Sera” pubblica i suoi articoli nella rubrica Le prediche della domenica.

Articoli in rete[modifica | modifica wikitesto]

Attività accademica[modifica | modifica wikitesto]

Einaudi fu membro di numerose accademie, italiane e internazionali:

italiane
internazionali

Gli sono state conferite le lauree "honoris causa" dalla Università di Oxford, dalla Università di Parigi, dalla Università di Trieste e dalla Università di Algeri.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Onorificenze italiane[modifica | modifica wikitesto]

Nella sua qualità di Presidente della Repubblica italiana è stato, dal 12 maggio 1948 all'11 maggio 1955:

Capo dell'Ordine al merito della Repubblica italiana (dal 3 marzo 1951) - nastrino per uniforme ordinaria Capo dell'Ordine al merito della Repubblica italiana (dal 3 marzo 1951)
Capo dell'Ordine militare d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Capo dell'Ordine militare d'Italia
Capo dell'Ordine al merito del lavoro (dal 27 marzo 1952) - nastrino per uniforme ordinaria Capo dell'Ordine al merito del lavoro (dal 27 marzo 1952)
Capo dell'Ordine della stella della solidarietà italiana - nastrino per uniforme ordinaria Capo dell'Ordine della stella della solidarietà italiana

Personalmente è stato insignito del titolo di:

Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine al merito della Repubblica Italiana - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine al merito della Repubblica Italiana
— Roma, 11 maggio 1955[18]

Onorificenze straniere[modifica | modifica wikitesto]

Classe speciale della Gran Croce dell'Ordine al Merito della Repubblica Federale Tedesca (Repubblica Federale Tedesca) - nastrino per uniforme ordinaria Classe speciale della Gran Croce dell'Ordine al Merito della Repubblica Federale Tedesca (Repubblica Federale Tedesca)
— 2 gennaio 1954
Cavaliere dell'Ordine Pour le Mérite (Repubblica Federale Tedesca) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine Pour le Mérite (Repubblica Federale Tedesca)
— 1956

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Manifesto cit. in Eugenio Di Rienzo, Storia d'Italia e identità nazionale. Dalla Grande Guerra alla Repubblica, Firenze, Le Lettere, 2006, p. 71-72
  2. ^ Sergio Romano, Guida alla politica estera italiana, Rizzoli, Milano, 2002, p. 71
  3. ^ a b Christine Vodovar, Einaudi e l'avvento del regime fascista
  4. ^ Sergio Romano, 1931: i professori giurano fedeltà al fascismo. In: Corriere della Sera, 14.2.2006 (p. 39)
  5. ^ Daniela Preda, Alcide De Gasperi federalista europeo, Bologna, Il Mulino, 2004, p. 204
  6. ^ Sergio Romano, cit., p. 72
  7. ^ L'Opinione di Luigi Einaudi
  8. ^ Francesco Bartolotta, Parlamenti e Governi d'Italia, vol. II, Vito Bianco Editore, Roma, 1970, p. 219 e succ.
  9. ^ Atti parlamentari. Seduta comune del 12 maggio 1948
  10. ^ a b c Andrea De Marco, Il potere di rinvio alle Camere. Un'interpretazione evolutiva, in: Il Filangeri, 2005, n. 2-4, pp.194-199]
  11. ^ Indro Montanelli, Mario Cervi, Storia d'Italia, Vol. 10, RCS, Milano, 2004, p. 158 e succ.ve
  12. ^ Indro Montanelli, Mario Cervi, cit., p. 228
  13. ^ a b Giulio Andreotti, Visti da vicino. Il meglio delle tre serie. Rizzoli, Milano, 1986, p. 113 e succ.
  14. ^ Riccardo Faucci, Luigi Einaudi, UTET, Torino, 1986, p.44
  15. ^ Marco Travaglio, Quirinale, gli 11 presidenti – Einaudi, al Colle vince l'Italia laboriosa, in: Il Fatto Quotidiano, 13 aprile 2013.
  16. ^ Ennio Flaiano, La solitudine del satiro, Rizzoli, Milano, 1973
  17. ^ La rivista, dal 1933, fu edita dalla casa editrice fondata dal figlio Giulio.
  18. ^ Sito web del Quirinale: dettaglio decorato, quirinale.it. URL consultato il 26 marzo 2011.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Accademia delle scienze di Torino, Commemorazione di Luigi Einaudi nel centenario della nascita (1874-1974), Torino, Fondazione Luigi Einaudi, 1975.
  • Nicola Acocella (a cura di), Luigi Einaudi: studioso, statista, governatore, Carocci, Roma, 2010, ISBN 978-88-430-5660-6.
  • Anselmo Bernardino, Vita di Luigi Einaudi, Padova, CEDAM, 1954.
  • Claudio Cressati, L'unità europea nel pensiero e nell'opera di Luigi Einaudi, Torino, G. Giappichelli, 1990.
  • Riccardo Faucci, «EINAUDI, Luigi» in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 42, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1993.
  • Riccardo Faucci, La scienza economica in Italia, 1850-1943: da Francesco Ferrara a Luigi Einaudi, Napoli, Guida, 1982. ISBN 88-7042-186-4.
  • Luigi Firpo, Bibliografia degli scritti di Luigi Einaudi (dal 1893 al 1970), Torino, Fondazione Luigi Einaudi, 1971.
  • Dora Franceschi Spinazzola (a cura di), Catalogo della Biblioteca di Luigi Einaudi. Opere economiche e politiche dei secoli XVI-XIX, Torino, Fondazione Luigi Einaudi, 1981.
  • Alberto Giordano, Il pensiero politico di Luigi Einaudi, Genova, Name, 2006. ISBN 88-87298-30-0.
  • Paolo Guzzanti, I presidenti della Repubblica da De Nicola a Cossiga Roma, Laterza, 1992.
  • Giacomo Iametti, Il Primo Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, EPAP, 2010.
  • Roberto Marchionatti (a cura di), "From our Italian correspondent", Luigi Einaudi's articles in The Economist, 1908-1946, Firenze, Leo S. Olschki editore, 2000.
  • Antonio Maria Fusco, "Luigi Einaudi e il cosiddetto 'principio del punto critico'", nel volume di A. M. Fusco "Postille a scritti vari d'economia", 2002, pp. 28– 38.
  • Stefano Poddi, Luigi Einaudi - Un uomo d'altri tempi, 1ª parte Panorama Numismatico n. 233 ottobre 2008, 2ª parte Panorama Numismatico n. 234 novembre 2008.
  • Segretariato generale della Presidenza della Repubblica, Discorsi e messaggi del Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, due volumi, Roma, Bulzoni, 2005.
  • Andrea Villani, Gli economisti, la distribuzione, la giustizia: Luigi Einaudi, Friedrich von Hayek, John Maynard Keynes, Milton Friedman, Milano, I.S.U. Università Cattolica, 2003. ISBN 88-8311-227-X.

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Enrico De Nicola 12 maggio 1948 - 11 maggio 1955 Giovanni Gronchi
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Carica istituita 6 giugno 1947 - 24 maggio 1948 Giuseppe Pella
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