Due trattati sul governo

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Due trattati sul governo
Titolo originale Two Treatises of Government
Locke treatises of government page.jpg
Frontespizio della prima edizione
Autore John Locke
1ª ed. originale 1690
Genere saggio
Lingua originale inglese

Due trattati sul governo è un'opera di John Locke pubblicata anonima nel 1690. Delle due parti che la compongono, la più nota è la seconda, il cui titolo completo in italiano è Il secondo trattato sul governo. Saggio concernente la vera origine, l'estensione e il fine del governo civile[1].

Nel primo trattato, Locke confutava i principi contenuti nel "Patriarca", opera dell'assolutista Robert Filmer, che faceva derivare il diritto divino dei re dai diritti di Adamo e dei patriarchi. Nel secondo trattato, il fine di Locke era di esporre la sua teoria sullo Stato, ricercando le basi dell'associazione politica, delimitandone la sfera, cogliendo le leggi della sua conservazione.

L'opera esprime sentimenti di antiassolutismo, autorità limitata, sostenuta dal consenso del popolo, dal diritto naturale e una volontà di demolire la teoria del diritto divino.

LOCKE, SECONDO TRATTATO SUL GOVERNO
(Saggio concernente la vera origine, l’estensione e il fine del governo)
Cap 1
Avendo dimostrato nel 1° trattato che è impossibile che gli attuali governanti
traggano autorità da ciò che Filmer (Robert Filmer ,prima metà 1600, è stato un
filosofo inglese, difensore del diritto divino dei re; la sua opera più famosa, il
;Patriarca o il potere naturale dei re, fu pubblicata postuma nel 1680) ritenne fonte
di ogni potere e cioè il dominio privato e la giurisdizione paterna di Adamo, chi
non vuole pensare che il governo al mondo sia prodotto di forza e violenza
deve cercare un’altra origine del potere politico. E bisogna stabilire cosa sia il
potere politico: è il diritto di fare leggi che contemplino la pena di morte e di
conseguenza tutte le pene minori, in vista di una regolamentazione e
conservazione della proprietà e il diritto di impiegare la forza della comunità
nell’esecuzione di tali leggi e nella difesa dello stato da attacchi esterni: e tutto
col solo fina del pubblico bene.
Cap 2 Dello stato di natura
Per comprendere cosa sia il potere politico e la sua origine occorre considerare
lo stato in cui tutti gli uomini si trovano naturalmente, cioè uno stato di perfetta
libertà di agire a disporre dei propri beni e persone, entro i limiti della legge di
natura ma senza dipendenza dalla volontà di un altro. C’è eguaglianza e ogni
potere e autorità è reciproco: nessuno ne ha più degli altri, a meno che ciò non
sia stabilito in modo incontestabile dal creatore. Locke riprende Hooker
(seconda metà 1500), uno dei massimi teologi anglicani, sostenitore di una
concezione razionalista della legge di natura: egli considera evidente
l’eguaglianza e la pone a fondamento dell’obbligo di amore tra gli uomini, da
cui deriva i principi di giustizia e carità: il mio desiderio di essere amato quanto
più possibile dai mie eguali, mi impone il dovere di avere per loro il medesimo
affetto; se faccio un torto devo aspettarmi di subirne non essendovi ragione per
cui gli altri mi mostrino più amore di quanto ne ho mostrato io per loro. Non vi è
tuttavia la libertà di distruggere sé stesso o un’altra creatura in proprio
possesso, a meno che non lo richieda un motivo più nobile della semplice
conservazione. La ragione è la legge di natura per tutti vincolante che governa
lo stato di natura e insegna che nessuno deve danneggiare l’altrui vita, salute,
dignità o gli averi: gli uomini sono infatti proprietà del Creatore che gli ha creati
fino a quando piaccia a lui e non ad altri, per i propri scopi. Tra gli uomini,
poiché hanno comuni facoltà e la stessa natura, non può esservi
subordinazione che autorizzi uno a distruggere l’altro come creatura inferiore
creata per i propri scopi. Per frenare gli uomini nella violazione dei diritti altrui,
l’esecuzione della legge di natura è affidata a ciascuno: ognuno può punire i
trasgressori per impedirne la violazione (ogni legge per non essere vana ha
bisogno di qualcuno che la renda esecutiva: qui è compito di ognuno perché vi
è perfetta uguaglianza tra gli uomini). Non vi è però il potere assoluto di
disporre del criminale, ma solo di retribuire ciò che è proporzionato alla sua trasgressione, come riparazione e prevenzione. Trasgredendo la legge di
natura, si dichiara di vivere secondo una regola diversa dalla ragione e dalla
comune giustizia (misura che io ha imposto agli uomini per la reciproca
sicurezza): diventa quindi pericoloso perché intacca il vincolo che garantisce
gli altri dalla violenza. Occorre infliggergli un male tale da indurlo al pentimento
e da dissuadere lui e altri dal ripeterlo. Prova di questo diritto di punire per
legge di natura è il fatto che i magistrati di una comunità possono punire uno
straniero, che non è quindi soggetto alle leggi di quel paese e di fronte al quale
essi non hanno potere maggiore di quello che ciascuno, per natura, può avere
su un altro. Se a ognuno compete il diritto di punire il reato, all’offeso spetta
anche il diritto, in cui può essere aiutato da altri, di chiedere riparazione del
danno a chi glielo ha arrecato: per questo il magistrato, uomo con il comune
diritto di punire, può condonare la punizione ma non la riparazione,
condonabile dal solo offeso. L’assassino può essere da chiunque ucciso a
punizione del suo gesto (per mettere gli altri al sicuro da un criminale e
dissuadere) perché con la violenza verso uno solo, ha dichiarato guerra
all’intero genere umano divenendo pari alle bestie selvagge con cui un uomo
non può mettersi in società né sentirsi sicuro.. l’uomo può anche punire le
infrazioni minori, con una pena che sia sufficiente a creare pentimento e
dissuasione. La legge di natura è evidente come quella positiva o anche di più
perché la ragione in sé può essere compresa più facilmente degli espedienti
umani. Le leggi degli stati sono giuste in quanto fondate sulla legge di natura.
Si potrebbe pensare che, se nello stato di natura ognuno può rendere esecutiva
le legge, si corre il rischio che l’uomo sia portato a esagerare o a essere
parziale, creando il caos: occorre però non dimenticare che, nonostante lo stato
civile ponga rimedi agli inconvenienti di quello di natura, anche i monarchi sono
pur sempre degli uomini. Resta meglio lo stato di natura in cui gli uomini non
sono costretti a sottomettersi all’ingiusta volontà di un altro e, chi giudica
male, ne deve rispondere al resto degli uomini. Comunque nel mondo ci sarà
sempre un certo numero di uomini nello stato di natura, perché i governanti sono in
quello stato. Cmq non ogni patto pone fine allo stato di natura, ma solo quello
con cui gli uomini decidono di costituire un unico corpo politico. Come dice
Hooker gli uomini sono naturalmente portati a costituirsi in società per riuscire
a sopperire alle proprie deficienze.
App: lo stato di natura è esperimento logico-mentale già presente in Hobbes.
Con la scoperta del nuovo mondo si inizia a ragionare in termini semplificati:
come sarebbe l’uomo in un mondo ove non vi sia nulla oltre alla naturale
libertà. Per lo stato di natura (cui corrispondono i 3 diritti naturali di vita
libertà e proprietà) non è di guerra perché c’è la possibilità di punire i
trasgressori (ciascuno ha la possibilità di esigere direttamente la legge
naturale), che sono non uomini ma bestie
Cap 3 Dello stato di guerra

Lo stato di guerra è inimicizia e distruzione. Chi dichiara con parole o azioni un

proposito meditato riguardo alla vita di un altro si pone in stato di guerra contro
di lui che, in base alla legge di natura, dovendosi preservare il più possibile, ha il
diritto di distruggere chi lo minaccia anche perché questi, così facendo, non si
è sottoposto alla comune legge di ragione e pertanto si è reso simile a una
bestia feroce. Anche chi tenta di ridurre un uomo in suo assoluto potere si pone
in stato di guerra contro di lui, perché questo è un proposito che riguarda la sua
vita e che comporta la schiavitù, contraria al diritto di libertà. La libertà è il
fondamento di tutto il resto e quindi chi nello stato di natura o nello stato
sociale vuole appropriarsi della libertà è come se volesse appropriarsi di tutto il
resto. È quindi lecito trattare chi voglia privarmene come chi si sia posto in
stato di guerra contro di me e quindi ucciderlo, se posso.
Alcuni hanno confuso stato di natura e stato di guerra, ma non c’è nulla di più
diverso: si ha lo stato di natura quando gli uomini vivono insieme secondo
ragione, senza un superiore comune,con l’autorità di giudicarsi tra loro. È stato
di pace, benevolenza, assistenza e conservazione reciproca. Lo stato di guerra
è invece malvagità, violenza e reciproca distruzione e si ha quando, in assenza
sulla terra di un superiore comune cui appellarsi per un aiuto, vi è la forza o la
dichiarata intenzione di usarla sulla persona altrui (è proprio la mancanza di
tale appello a conferire il diritto di guerra contro un aggressore, anche se si sia
in società con lui). La mancanza di un giudice comune dotato di autorità pone
tutti gli uomini in uno stato di natura, la forza esercitata senza il diritto sulla
persona altrui instaura uno stato di guerra, vi sia o meno un giudice comune.
Quando viene meno l’uso della forza, viene meno lo stato di guerra tra chi vive
in società e sono tutti egualmente soggetti alla legge che rende possibile il
rimedio dell’appello per l’offesa passata e la prevenzione del danno futuro.
Laddove è possibile un appello alla legge e a giudici costituiti, ma il rimedio è
negato da un manifesto pervertimento della giustizia e da una distorsione delle
leggi per incoraggiare la violenza, è difficile immaginare altra cosa che uno
stato di guerra. Infatti ogniqualvolta si usi la violenza, anche se da chi è
designato ad amministrare la giustizia, la violenza è sempre tale. Dove ciò non
sia fatto in buona fede, si fa guerra ai sofferenti che, non avendo alcun appello
sulla terra che renda loro giustizia, sono abbandonati all’unico rimedio
dell’appello al cielo. Per evitare questo stato di guerra gli uomini abbandonano
lo stato di natura riunendosi in società. Infatti la presenza di un’autorità che
risolva le controversie cui appellarsi esclude il permanere di uno stato di
guerra. Invece quando non vi è giudice sulla terra, non rimane altro giudice che
Dio nel cielo cui appellarsi, dovendone poi rispondere secondo la propria
coscienza al giudice supremo degli uomini (vedi es Jefte)
App: in assenza di giudici posso solo fare appello al cielo (derivazione biblica),
che giudichi se ho ragione o meno facendomi prevalere o meno sul piano del
fatto.
Cap 4 Della schiavitù

La libertà naturale consiste nell’essere libero da ogni superiore potere sulla

terra e nel non essere subordinato all’altrui volontà o autorità legislativa ma
nell’avere per propria norma la sola legge naturale. La libertà in società
consiste invece nel non essere soggetto a nessun altro potere legislativo che
non sia quello stabilito per comune consenso nello stato e alla limitazione di
nessuna legge se non quella che il legislativo promulgherà. Non è quindi libertà
di fare ciò che mi pare senza il vincolo di alcuna legge (Filmer) ma è avere una
stabile norma in conformità alla quale vivere, così come nello stato di natura è
non essere soggetto ad altro vincolo che la legge di natura. Un uomo, non
avendo potere sulla propria vita non può farsi schiavo o sottomettersi al potere
assoluto di un altro che possa togliergli la vita, perché non può conferire ad altri
potere maggiore di quanto ne abbia lui stesso. Però se ha commesso un atto
che merita la morte, allora chi lo ottiene in suo potere può a buon diritto non
ucciderlo e metterlo a suo servizio. La schiavitù quindi altro non è che lo stato
di guerra continuato tra un conquistatore legittimo e un prigioniero. In nazioni
come quella ebraica ci sono uomini che si vendono ma + che schiavitù la loro
è servitù perché, come detto nell’Esodo, il padrone non aveva neppure il potere
di mutilare un servo, pena il rendergli la libertà: non vi era quindi tantomeno
alcun potere arbitrario sulla sua vita.
Cap 5 Della proprietà
Dio ha dato la terra in comune a tutti perché, tra le altre cose, ne ricavino il
proprio sostentamento. L’uomo ha la ragione per servirsene nel modo +
vantaggioso. Gli uomini giunsero poi, senza esplicito patto, a avere in proprietà
singole parti di ciò che Dio aveva dato in comune al genere umano. Infatti ci
deve essere un modo per appropriarsi di ciò che è comune prima che possano
essere di un qualche uso o vantaggio per il singolo uomo. E tale mezzo è il
lavoro: l’uomo ha proprietà sulla sua persona e il suo lavoro e, lavorando una
cosa, vi aggiunge un qualcosa che gli è proprio rendendola sua proprietà e
escludendo il comune diritto degli altri uomini. Se uno raccoglie delle ghiande, il
lavoro di raccoglierle pone una distinzione tra quelle ghiande e quelle in
comune. E non si può pensare che fosse necessario il consenso dagli altri
uomini, se no l’uomo sarebbe morto di fame.. ciò che dà origine alla proprietà
è prendere una parte togliendola dallo stato di comunione in cui la natura la
lascia e in cui non dà nessuna utilità. Attingere acqua alla fonte rende mia
l’acqua che ho nel secchio, anche se in generale l’acqua della fonte è comune.
Stessa cosa per la caccia con gli animali. E questa originaria legge di natura a
fondamento dalla proprietà continua a valere anche ora che la legge positiva
ha moltiplicato la formazione a questo proposito. La legge di natura che
conferisce la proprietà però la limita anche “Dio ci ha dato tutte le cose
copiosamente” ma “per il nostro godimento”: non ci spetta ciò che vada oltre
un uso a vantaggio della propria vita prima che si deteriori. E l’operosità di un
uomo solo si può quindi estendere a una minuscola porzione del creato. Oggi
principale oggetto di proprietà sono non i frutti o gli animali ma la terra: e il
principio è lo stesso: quanto più uno dissoda e coltiva tanto è di sua proprietà,
recinto dalla proprietà comune. Dio e la ragione impongono all’uomo di coltivare la terra, migliorandola a proprio vantaggio unendovi qualcosa di
proprio: il lavoro. È dio stesso a dare la terra all’uomo perché la usi a proprio
vantaggio e si suppone quindi che non volesse che restasse in comunione. E
chi lascia quanto un altro può usare è come se nulla avesse preso: la recinzione
fatta a proprio vantaggio di fatto non riduceva ciò che restava a disposizione
degli altri che non avevano quindi motivo di dolersi. Era una condizione diversa
da quella dell’Inghilterra perché lì le terre sono comuni non rispetto a tutta
l’umanità, ma, per contratto, rispetto a un numero di uomini e recingerne una
parte danneggerebbe gli altri cui non rimarrebbe la stessa quantità di prima.
Però in origine dio diede le terre perché l’uomo se ne appropriasse perché la
vita umana, che esige il lavoro e la materia da lavorare, introduce
necessariamente i possessi privati. Prima che il desiderio di possedere
alterasse il valore intrinseco delle cose, che è legato solo alla loro utilità per la
vita dell’uomo, e prima dell’introduzione della moneta, ciò di cui gli uomini si
appropriavano (= ciò che potevano usare) non danneggiava gli altri. Anzi ciò
incrementava gli approvvigionamenti comuni dell’umanità: per es infatti le
provviste prodotte da un acro di terra recintata e coltivata sono almeno 10
volte maggiori di quelle prodotte da uguale terra incolta e in comune. L’unica
condizione è che i beni in possesso dell’uomo non si deteriorino, marciscano o
imputridiscano: in questo caso infatti è violata la legge di natura e si è
passibili di punizione per usurpazione di ciò che avrebbe potuto costituire il
sostentamento di un altro. Il possesso della terra era regolato nello stesso
modo: si aveva diritto a ciò che si coltivava così fu anche per caino e Abele),
mieteva ecc, ma se l’erba o i frutti marcivano a terra, essa era considerata
come incolta e passibile di appropriazione. Quando però le famiglie si
moltiplicarono e l’industria accrebbe le loro scorte, i loro possedimenti crebbero
coi loro bisogni, tutto però resto comune fino a quando gli uomini non si
organizzarono in città. Allora per comune consenso si fissarono i confini dei
distinti territori, accordandosi tra vicini sui limiti, e con leggi fu regolata la
proprietà di chi faceva parte della stessa società.
Potrebbe sembrerebbe strano che l’importanza del lavoro prevalga sulla
comunanza della terra, ma è proprio il lavoro che pone in ogni cosa la
differenza di valore. Si potrebbe affermare che dei prodotti della terra utili
all’uomo i 9\10 sono effetti del lavoro. Lo dimostrano i popoli d’America che
sono ricchi di terra ma poveri di mezzi di sussistenza perché, a parità di
condizioni naturali, non hanno apportato miglioramenti al lavoro. E basta
osservare quanto ci sono più utili pane vino e vesti rispetto ghiande acqua e pelli
non lavorate: il valore delle cose di cui godiamo è in gran parte costituito da
lavoro. Il principe che garantirà con leggi l’onestà dell’industria contro
l’oppressione del potere e l’egoismo delle fazioni sarà presto troppo forte per i
suoi vicini. Senza il lavoro, la terra varrebbe a stento qualcosa. Il lavoro vi
aggiunge il valore che la cosa acquista in più ma anche il valore della fatica di
chi lavora e di ciò che usa per lavorare.
È quindi evidente che anche se la natura dà le cose in comune, l’uomo aveva
già in sé il fondamento della proprietà e ciò costituì la maggior parte di quanto egli usò per la sua sussistenza e il suo benessere. Anche se poi gli stati
crearono leggi sulla proprietà, continuarono a esistere grandi estensioni di
terreno improduttive e comuni, anche tra uomini che avevano già acquistato
l’uso della moneta. Fu la moneta infatti a cambiare la logica: la maggior parte
dei beni utili all’uomo – come gli alimenti- hanno infatti breve durata; l’uomo
poteva usarli lui stesso o scambiarli per altri beni simili o per beni durevoli,
come il metallo, e tali beni durevoli potevano essere accumulati perché i limiti
della proprietà riguardano non l’ampiezza del possesso ma il deteriorarsi del
bene. Si giunse così all’uso della moneta, qualcosa di durevole, conservabile
senza che si deteriorasse e che per mutuo consenso poteva essere scambiato
con beni di sussistenza, veramente utili ma deteriorabili. Si ebbe l’opportunità
di accrescere il possesso. Oro e argento hanno di per sé poca utilità alla vita,
ma acquistano valore col consenso degli uomini. Escogitando un modo con cui
si può legittimamente possedere più terra di quella di cui si può usare il
prodotto, ricevendo in cambio dell’eccedenza oro e argento che sono
accumulabili, l’uomo ha acconsentito a un possesso di terre sproporzionato e
diseguale, anche se, entro la società, il diritto di proprietà e il possesso sono
regolati da leggi e costituzioni positive.
App: la proprietà è diritto naturale (la sua origini dunque non ha nulla a che
vedere con un patto!) che si ha già prima dell’intervento del legislatore. È un
principio che è già in natura ma si deve ancora formare. Infatti inizialmente la
terra è di tutti e quindi di nessuno e quindi più che proprietà si ha un
possesso,ovvero gli stessi diritti che spetterebbero al proprietario ma in
assenza del titolo (= non tutto ciò che l’uomo possiede è proprietà!). Il
fondamento della proprietà è la necessità di migliorare la terra: Dio da la terra
in comune perché gli uomini se ne servano nel modo più vantaggioso per la vita.
Ciascun uomo è proprietario del suo corpo e del lavoro del suo corpo:lavorando
la natura l’uomo le unisce qualcosa che le è proprio. È l’appropriazione della
terra attraverso il lavoro che crea la proprietà (ciò giustifica il fenomeno delle
enclosures tra 500 e 600, processo di espropriazione dei contadini dalle terre
comuni: espellendo la popolazione rurale, le terre vengono recintate; per Locke
è processo positivo perché porta alla costituzione del ceto di proprietari che poi
guiderà la gloriosa rivoluzione). Ciò non danneggia gli altri perché Dio ha dato
tutto in abbondanza anche se, guardando ai selvaggi d’America, si capisce che
l’abbondanza non è di per sé ricchezza. Posso davvero dirmi proprietario solo
se sfrutto la cosa a mio vantaggio: ci deve essere una tensione al profitto.
Limite della proprietà è il deterioramento, per ovviare al quale si ricorre alla
moneta, che non deteriorandosi può sostituire ciò che si deteriora. Senza la
moneta, non varrebbe la pena di utilizzare le recinzioni. La moneta consente
quella che Marx chiama “accumulazione originaria”, consentendo di convertire
il surplus in moneta. Ciò supera il limite del deterioramento e consente il
formarsi di proprietà diseguali: ecco perché Locke vede nei mendicanti gente
che non vuole lavorare; infatti egli distingue gli uomini in laboriosi e oziosi. (la
concezione del povero era già cambiata col subentrare dell’ottica calvinista a
quella cattolica). Secondo un’origine mitica della proprietà fa passare l’uomo dall’età dell’oro a quella + corrotta del ferro a causa dell’amor scelleratus
habendi, che, in realtà, è spinta positiva. Il fine supremo è la tutela della
proprietà già costituita e quindi il mantenimento dello stato di diseguaglianza già
prodotto. Ricchezza e diseguaglianza sono inscindibili, senza diseguaglianza non ci
sarebbero scambi e commerci.
Cap 6 Del potere paterno
Il termine potere paterno sembra attribuire il potere sui figli esclusivamente al padre
mentre uguale potere spetta anche alla madre. Si potrebbe quindi chiamare potere
parentale perché l’obbligo che il diritto di generazione impone ai figli li vincola a
entrambe le cause che concorrono ad essa. Col nome di potere paterno tale autorità è
stata equiparata a potere assoluto e autorità legale, ma se fosse stato chiamato
potere parentale, si sarebbe mostrato come ciò fosse assurdo, innanzi tutto perché
uguale titolo spetta alla madre: sarebbe cattivo argomento per i sostenitori della
monarchia, mostrare che l’autorità da cui derivano il governo di uno solo era in realtà
divisa tra due. Per eguaglianza degli uomini per natura, si intende la parità di
giurisdizione e l’assenza di dominio dell’uno sull’altro, ma si può ammettere la giusta
preminenza di un uomo in virtù di età, valore o dovuta gratitudine. I figli però nascono
non in questo perfetto stato di eguaglianza ma in vista di esso: vi è una temporanea
giurisdizione e autorità dei genitori su di loro, ma, crescendo il figlio, tali legami si
sciolgono fino a lasciarlo alla sua propria libera disposizione. Adamo, creato uomo
perfetto, fu da subito capace di provvedere alla propria sussistenza e di governare le
proprie azioni secondo la legge di ragione che Dio aveva posto in lui. I suoi discendenti
però nacquero bambini, indifesi e senza intelletto: Adamo ed Eva e tutti i genitori
furono soggetti all’obbligo di preservarli, nutrirli ed educarli, come opera
dell’Onnipotente cui dovevano rendere conto. La legge che doveva governare Adamo
era la stessa che doveva governare i suoi discendenti, cioè la legge di ragione.
Generati ignoranti, però, i figli non sottostettero immediatamente a quella legge, nota
soltanto alla ragione, senza la quale è impossibile sottostarvi. Senza sottostarvi i figli
non erano quindi subito liberi, perché, nel suo vero concetto, la legge non è tanto la
restrizione quanto la guida di un agente libero e intelligente al suo proprio interesse e
prescrive il bene generale di chi le sottosta. Il suo fine è non limitare ma ampliare la
libertà: libertà significa essere liberi dal vincolo e dalla violenza degli altri e ciò non
può esistere ove non vi sia legge. Non è fare ciò che ci pare, ma disporre e regolare
come ci pare la propria persona, le proprie azioni, i possessi e le proprietà, entro i limiti
consentiti dalle leggi cui si è soggetti, senza sottostare alla volontà arbitraria di un
altro. Il potere dei genitori sui figli deriva quindi dal loro dovere di prendersene cura
durante la fanciullezza. La ragione prenderà poi il loro posto. Dio concede la libertà di
volere e di agire entro i limiti della legge cui l’uomo è soggetto, ma , prima della
ragione, ci va qualcuno che voglia e intenda per lui. Soggetto alla legge di natura,
l’uomo è libero perché può conoscere tale legge e condurre le proprie azioni entro i
suoi limiti. Lo stesso per la legge inglese: con l’età di 21 anni l’uomo acquista la capacità
di conoscere la legge e quindi è libero di disporre delle proprie azioni. Sia nello stato di
natura, che in un governo costituito un figlio adulto e il padre sono egualmente
soggetti alla stessa legge senza che al padre sia lasciato alcun residuo dominio sul
figlio. Può anche succedere che qualcuno non raggiunga la ragione: è il caso di pazzi e
idioti, mai emancipati dal governo dei genitori perché incapaci di essere uomini liberi
in grado di disporre della propria volontà. Libertà naturale e soggezione ai genitori (dovere loro imposto da Dio) si fondano
quindi sullo stesso principio: anche il più ostinato difensore della monarchia non può
negarne la compatibilità. Ammettendo che il re sia erede di Adamo, se egli morisse
lasciando un figlio neonato, questi non esigerebbe la guida della madre per meglio
essere preparato al governo? Gli stati stessi rilevano che prima di un dato tempo gli
uomini non possono agire come esseri liberi e non chiedono quindi loro giuramenti di
fedeltà o di obbedienza. Cosa può trasformare la dovuta cura del padre in dominio
assoluto ed arbitrario? Egli deve solo rendere il figlio capace di provvedere a sé e di
essere utile a sé e agli altri e la madre ha uguale compito. Poco ha in comune col
potere di un magistrato, che stabilisce norme permanenti sempre obbligatorie
limitative della libertà e inclusive anche di punizioni capitali. Il potere del padre
termina con l’acquisizione della ragione: ciò che resta è solo il rispetto dovuto ai
genitori, che preclude al figlio di turbare o mettere in pericolo la felicità di chi gli ha
dato la vita: anche un monarca deve rispetto alla madre e ciò non diminuisce la sua
autorità né lo sottomette al governo di lei. Permane a vita il dovere a rispettare riverire
e aiutare i genitori, in misura maggiore o minore a seconda della spesa, cura e
benevolenza del padre. Il diritto alla tutela del figlio (nel suo interesse!!!!) e il diritto al
rispetto del padre non vanno confusi e difficilmente nell’educazione il padre eccede in
severità perché dio infonde in lui moltissima tenerezza verso i figli. E il rispetto al
padre non è sua prerogativa assoluta perché è dovuto anche alla madre (vecchio e
nuovo testamento) e varia a seconda della spesa e della preoccupazione di cui il
padre si è fatto carico. Potere politico e potere paterno sono 2 entità profondamente
distinte, infatti il potere paterno permane anche se il padre è suddito e tutto il potere
politico è in mano a uno solo. C’è però un altro potere del padre che vincola i figli
all’obbedienza sebbene sia un rapporto che non intercorre solo tra padre e figli:
l’uomo ha il potere di lasciare i suoi beni a chi vuole e un padre può disporne in modo
più o meno ampio in favore dei figli a seconda della loro obbedienza. Generalmente si
è pensato che un padre potesse obbligare i figli verso il governo di cui era suddito: i
figli sono in realtà liberi di scegliere la società cui unirsi, ma se vogliono godere
dell’eredità degli avi,devono accettarla alle stesse clausole con cui la ebbero questi e
sottomettersi a tutte le condizioni connesse ad un tale possesso. Ciò può essere un
ulteriore vincolo all’obbedienza anche fuori della minorità ma può intercorrere anche
tra uomini non padre e figlio.
Il padre non ha quindi alcun potere di governo sul figlio ma è facile immaginare come
all’inizio del mondo il padre divenisse principe della famiglia: avendo governato
l’infanzia dei figli, quando questi crebbero e per vivere insieme ebbero bisogno di un
governo, per consenso dei figli fu mantenuto quello del padre: ma la fonte di tale
autorità era non il diritto paterno ma il consenso dei figli e ne è prova il fatto che egli
poteva condannare a morte uno straniero che commettesse qualche misfatto in casa
sua, punendo quindi qualcuno che non era suo figlio e facendolo quindi in virtù non di
autorità paterna ma del potere esecutivo della legge di natura che è proprio di ogni
uomo e che all’interno della famiglia è esercitato da lui per il consenso dei figli. Così
attraverso mutamenti impercettibili, i padri delle famiglie diventarono anche monarchi
politici. Il padre però era sia sovrano sia sacerdote della famiglia e quindi far
discendere da lui il potere dei monarchi è anche attribuire loro funzione sacerdotale.
App: locke è empirista radicale. Per lui l’uomo nasce tabula rasa senza idee innate e
tutto deriva dai sensi. La stessa ragione non è innata e quindi c’è la grande
importanza dell’educazione fino a quando la ragione non prenderà il posto del padre. Il
padre non può costringere il figlio a rispettare il patto: nessun bambino nasce di nessun paese e di nessun governo perché ciò presupporrebbe un consenso. Tuttavia
per far accettare il patto, il padre ha due strumenti: l’educazione e il testamento
(motivo utilitaristico: per ereditare il figlio dovrà accettare le leggi successorie dello
stato). Però non è che di volta in volta i figli debbano dare il consenso: c’è consenso
tacito dato nel momento in cui si accettano le condizioni giuridiche per il possesso
delle proprietà ereditate e quindi le leggi di un certo Stato.
Cap 7 Della società politica e civile
Per Dio non era bene che l’uomo stesse solo e pertanto gli conferì bisogni e
inclinazioni che lo spingessero ad entrare in società e gli donò linguaggio e intelletto
per perpetuarla. La prima società fu quella tra marito e moglie che originò quella tra
genitori e figli e poi tra padroni e servi. Pur confluendo però queste relazioni non
costituivano ancora una società politica. La società coniugale è costituita da un
contratto volontario tra uomo e donna. Consiste principalmente nella comunione e nel
diritto di uno sul corpo dell’altro perché si raggiunga il fine che è la procreazione, ma
reca anche reciproco aiuto e assistenza e comunione di interessi necessari all’affetto
tra i coniugi e al diritto della prole a essere mantenuta finché non ne sia capace da sé.
Infatti il fine non è la semplice procreazione, ma la continuazione della specie. Anche
negli animali dove l’aiuto del maschi è necessario al sostentamento dei piccoli (es
animali da preda o uccelli) l’unione dura più del semplice atto procreativo. Inoltre,
l’unione negli uomini dura più che nelle altre creature per la principale ragione che la
femmina può nuovamente partorire molto prima che il 1° figlio sia indipendente. La
prole sarebbe gravemente danneggiata da accoppiamenti incerti o frequente
scioglimento della società coniugale. Ci si potrebbe chiedere perché, assicurate
procreazione e educazione, il vincolo non possa considerarsi risolto per consenso come
qualsiasi altro contratto. Pur avendo un solo interesse comune, marito e moglie hanno
intelletti e talvolta anche volontà differenti:è bene che il governo sia riposto nell’uomo,
più abile e forte, ma solo per le cose di interesse e proprietà comune. Il marito però non
ha potere sulla vita della moglie, che può anche separarsi da lui. Si è lontanissimi dal
potere del monarca assoluto!
I fini del matrimonio possono essere conseguiti tanto sotto un governo politico quanto
nello stato di natura. Il magistrato pertanto non limita i poteri dei coniugi, per natura
necessari ai fini, ma semplicemente giudica sulle controversie che possono sorgere tra
i due a proposito dei fini stessi. Potere e sovranità assoluta non appartengono al
marito.
Per quanto riguarda i rapporti servo \ padrone, ci sono i servi temporaneamente pagati
per i loro servizi e i servi (o schiavi) che, fatti prigionieri in guerra, sono per diritto di
natura sottoposti al dominio assoluto e al potere arbitrario dei padroni. Non godendo
di alcuna proprietà, gli schiavi non possono essere considerati parte della società
civile, il cui fine principale è la conservazione della proprietà. È lo schiavo l’unico
elemento della famiglia su cui il pater familias ha potere legislativo di vita e di morte.
Pertanto non ha alcun potere assoluto sugli individui della famiglia e tanto meno sulla
famiglia nel complesso.
Vi è una società politica ove ciascuno dei membri rinuncia al diritto naturale di difesa
della proprietà per metterlo nelle mani della comunità, che diventa quindi arbitra in
forza di norme stabili, determinate e uguali per tutti, che tramite uomini autorizzati
riesce a rendere esecutive risolvendo le controversie e punendo le offese con pene stabilite per legge. Dunque gli uomini che si trovano in società civile si distinguono
dagli altri per la presenza di una legge comune stabilita e di una magistratura cui
appellarsi. Chi non dispone di questo appello è ancora di per sé giudice ed esecutore
ed è quindi ancora nello stato di natura. Nella società civile è conferito allo stato il
potere di usare la forza per l’esecuzione dei giudizi emessi dallo stato stesso. Origine
dei poteri legislativo ed esecutivo. Gli uomini escono dallo stato di natura rinunciando
al proprio potere esecutivo della legge di natura e affidandolo alla collettività. Dunque
la monarchia assoluta che alcuni considerano l’unico governo al mondo è in realtà
incompatibile con la società civile e non può essere una forma di governo civile: difatti,
dove vi siano persone che non abbiano un’autorità cui appellarsi per risolvere
divergenze, esse si trovano ancora nello stato di natura: e questa è la condizione del
principe assoluto rispetto ai sudditi. Infatti egli detiene tutto il potere, sia legislativo sia
esecutivo e pertanto non c’è nessun giudice cui si possa fare appello per qualche
danno subito per mano del principe o per ordine suo. Il principe si trova quindi nello
stato di natura rispetto ai sudditi e al resto dell’umanità. Due uomini senza stabile
norma o giudice cui appellarsi sono infatti nello stato di natura, con la differenza che il
suddito oltre a non godere della possibilità di appellarsi è anche privato del naturale
diritto di difendere il suo diritto. Infatti anche nelle monarchie assoluti vi sono leggi e
giudici cui appellarsi, ma non contro il sovrano, verso il quale il solo chiedere garanzie
è giudicato espressione di rivolta. E può succedere che per meriti personali un uomo
acquisti superiorità su tutti gli altri e riceva il governo e l’arbitrio sulle controversie
altrui con la sola garanzia della sua personale saggezza, ma, succedendogli successori
d’altra tempra, il popolo non si sentì più al sicuro né parte della società civile e volle
affidare il potere legislativo a corpi collettivi (Senati, Parlamenti …) così che ciascuno
fu soggetto a leggi che lui stesso aveva istituito come parte del legislativo. E nessuno
poté più eludere la forza della legge o chiedere esenzioni., perché se l’uomo potesse
fare ciò che vuole e non vi fosse nessuno cui appellarsi si tornerebbe allo stato di
natura.
Cap 8 Dell’origine delle società politiche
Per natura gli uomini sono liberi e indipendenti: nessuno può essere assoggettato a un
altro senza il suo consenso. Questo può essere fatto da un gruppo di uomini poiché
non viola la libertà di tutti gli altri, che sono lasciati nella libertà propria dello stato di
natura. Così si costituisce un unico corpo politico in cui la maggioranza ha diritto di
deliberare e di decidere per il resto.: infatti la comunità non fa altro che il consenso
degli individui a essa appartenenti e d essendo necessario che un solo corpo si muova
in una sola direzione, si muove nella direzione in cui lo spinge la forza maggiore. Il
consenso vincola a piegarsi al volere della maggioranza, considerata come
deliberazione della totalità. Se no il contratto con cui nasce la società non sarebbe
vero contratto perché ciascuno resterebbe soggetto a nessun vincolo in + rispetto allo
stato di natura. Se non si accetta il consenso della maggioranza, vuol dire che occorre
ricercare il consenso del singolo individuo, ma considerati impegni e malattie, ciò è
praticamente impossibile. Se non si può deliberare secondo maggioranza, il corpo
sociale immediatamente si dissolve. A ciò si possono muovere due obiezioni: 1.che
non si trovano nella storia esempi di una simile costituzione di un governo: però
raramente le lettere e quindi le testimonianze fioriscono prima di una larga esperienza
della società civile che l’abbia già condotta al benessere e guardando alla Bibbia o
agli studi sui popoli dell’america si vede che ogni società politica nacque da un mutuo
accordo di uomini che liberamente agivano scegliendo governanti e forma di governo
2.che ciò è impossibile in linea di principio perché, nati sotto un certo governo, gli uomini sono ad esso vincolati, ma si è mostrato che la soggezione di un figlio al padre
non toglie al 1° la possibilità di unirsi alla società politica che più preferisce. Non si può
negare che in origine si predilesse il potere di un solo uomo e che spesso nel caso di
famiglie numerose non mescolatesi con altre il governo abbia probabilmente avuto
inizio col padre, reso legislatore e governante della sua famiglia. Tra uomini che vivono
insieme infatti è difficile che non vi sia la necessità di un governo e la scelta del padre
era la più semplice. Però se egli morendo lasciava discendenti meno idonei al governo
probabilmente gli uomini usarono la loro libertà naturale per scegliere chi giudicavano
più adatto a ben governare. Però che il governo fosse in mano a uno solo non invalida
quanto sostenuto e cioè che l’origine della società è subordinata al consenso degli
individui ad unirsi e che essi una volta uniti possano scegliere la forma di governo che
ritengono più opportuna. Che gli uomini scelsero la monarchia non vuol dire che il
governo sia per natura monarchico e appartenga al padre: se inizialmente il governo
fu dato al padre, esso però non si mantenne per semplice reverenza verso il padre e
infatti vicino alle origini tutte le monarchie sono state almeno per un po’ elettive;
inoltre si scelse la monarchia perché fin dall’infanzia si era abituati al governo di uno
solo e non vi era la conoscenza delle varie forme di governo e dei loro inconvenienti.
Inoltre osservando gli indiani d’America, modello delle civiltà primitive, si vede come il
re sia poco più che un generale, con comando assoluto in guerra ma dominio limitato in
tempo di pace: le decisioni spettano al popolo o a un consiglio: in guerra il comando
è dato a uno solo perché non è ammessa una pluralità di capi. Anche dalla storia di
Jefte nelle Scritture risulta chiaramente che anche in Israele questa sia stata la prima
funzione dei re. Poi l’autorità del padre continuò nel figlio maggiore, tutti vi furono
sottomessi e il tempo parve confermarla stabilendo in modo prescrittivo un diritto di
successione e, nel caso di unione di più famiglie, anche qui il bisogno di una guida fece
porre il potere in mano a uno solo. Comunque questo potere fu sempre assegnato per
il pubblico bene e la pubblica sicurezza: l’età dell’oro aveva governanti più virtuosi e
sudditi meno corrotti. Tuttavia poi ambizione e lusso spinsero ad accrescere il potere
perdendone di vista i fini e gli uomini cercarono quindi rimedi per reprimere gli eccessi
e prevenire gli abusi. Avendo affidato il potere a uno solo, lo vedevano usato a
proprio danno. Nessuno si sognava mai una monarchia “iure divino” invenzione degli
ultimi tempi.
Non è vero che uomini dati sotto un dato governo non sono liberi di instaurarne uno
nuovo: se così fosse, non sarebbero mai sorte tante monarchie legittime nel mondo,
ma sarebbero tutti soggetti a un’unica monarchia universale. Nella storia vi sono molti
esempi di uomini che sottraggono se stessi e la loro obbedienza alla giurisdizione sotto
cui sono nati per costruire altrove nuovi governi. Chi dice che si è soggetti al governo
sotto cui si è nati ha l’unico argomento nel fatto che i padri, cedendo la loro libertà
naturale, vincolano se stessi e la propria discendenza ma abbiamo già dimostrato
come il figlio abbia in realtà la stessa libertà del padre, che al massimo può porre
l’appartenenza a una data società come condizione all’acquisizione dei suoi beni.
Infatti se un suddito inglese ha un figlio da una donna inglese in Francia, egli non sarà
suddito né del re inglese (perché deve avere l’autorizzazione a essere ammesso ai
privilegi di esso) né del re francese (perché il padre ha la libertà di portarlo via e
allevarlo come gli pare): il figlio può scegliere e non è dunque vincolato dalla
sudditanza del padre.
Vi è poi una distinzione tra consenso espresso e tacito: riguardo all’origine della
società politiche, nulla può far diventare un uomo membro di uno stato se non il suo
entrare di fatto in esso con un impegno positivo e un’esplicita promessa e contratto. Difficile è stabilire cosa sia e quanto sia vincolante il consenso tacito: un uomo dà il
suo tacito consenso utilizzando o possedendo parte dei domini di un dato governo e
per la durata di tale uso è vincolato all’obbedienza alle leggi di quel governo, come in
realtà anche per il semplice trovarsi entro i territori di quello stato. Entrando in società
sia la persona che i suoi possessi entrano nel dominio di quello stato e pertanto
chiunque goda di una parte di terra lo fa a condizione di sottomettersi al governo dello
stato in cui si trova. Chi non abbia mai dato allo stato se non il consenso tacito e
rinunci a ogni possesso con vendite o donazione, è libero di assoggettarsi a un altro
stato o di associarsi a formarne uno nuovo in una terra libera. Un uomo non è reso
membro di uno stato dal semplice sottomettersi alle regole di quel paese e dall’averne
la protezione: è un riguardo dovuto a tutti coloro che, non essendo in stato di
guerra,entrano nei territori di un governo. L’uomo deve rispettarne le leggi ma non ne
diventa parte, come chi trascorra un periodo di tempo presso una famiglia non sua.
Cap 9 Dei fini della società politica e del governo
L’uomo, padrone assoluto della propria persona e dei propri beni nello stato di natura,
rinuncia alla sua libertà perché tali diritti sono incerti e minacciati dagli altri, tutti tanto
re quanto lui: il godimento della proprietà è molto incerto: egli è indotto ad
abbandonare questi rischi riunendosi in società per la salvaguardia della proprietà.
Nello stato di natura infatti manca una legge fissa e nota come criterio del giusto e
dell’ingiusto e gli uomini, influenzati dai loro interessi, pur riconoscendo la legge
naturale, non se ne sentono vincolati nei casi particolari. Inoltre non vi è un giudice
imparziale, ma ognuno è giudice, portato ad avvantaggiarsi. E non vi è un potere che
renda esecutiva una sentenza. Tali inconvenienti inducono gli uomini a rinunciare, per
la salvaguardia della proprietà, al proprio diritto di punire perché sia esercitato da uno
solo secondo regole fissate dalla comunità (origine legislativo ed esecutivo).
Rinunciano al potere di fare tutto ciò che ritengono opportuno per la loro
conservazione e fanno sì che ciò sia regolato da leggi, e anche al potere di punire i
reati commessi contro la legge di natura per impiegare invece la propria forza
nell’aiutare il potere esecutivo della città. Per ovviare agli inconvenienti dello stato di
natura, chiunque governi è tenuto a farlo secondo leggi stabilite e fisse note al popolo
e non secondo criteri estemporanei, e impiegare la forza della comunità solo per
l’esecuzione di quelle leggi e a mettere al sicuro la comunità dai pericoli esterni.
Cap 10 Delle forme dello stato
Il potere della comunità è in mano alla maggioranza che può servirsene per fare leggi
per la comunità e per renderle esecutive designando dei funzionari. In questo caso la
forma di governo è una perfetta democrazia. Oppure può porre il potere di far leggi in
mano a pochi e dei loro successori: oligarchia. In mano a uno solo: monarchia che può
essere ereditaria o elettiva. Poi la comunità può creare,- in base a queste, forme di
governo composte o miste. La forma di governo dipende dalla collocazione del potere
supremo che è il legislativo poiché è impossibile concepire che un potere inferiore
prescriva leggi a uno superiore o che un potere che non sia supremo emani leggi. Per
stato ho inteso non una democrazia o un’altra forma di governo, ma una “civica =
Commonwealth”, nel suo senso autentico, come inteso d Giacomo I. Non community o
city perché esprimono idee diverse e ci possono essere comunità subordinate sotto un
solo governo.
Cap11 Dell’estensione del potere legislativo

Gli uomini si riuniscono in società per poter godere delle loro proprietà e per questo il

principale strumento sono le leggi positive di cui la fondamentale è l’istituzione del
potere legislativo volto alla salvaguardia della società in ogni singola persona. È il
potere supremo, inalterabile nelle mani in cui la comunità l’ha collocato. L’editto di
chicchessia non può avere la forza e l’obbligatorietà della legge né può un giuramento
a un potere straniero quale che sia o a un potere interno subordinato dispensare un
membro della società dall’obbedienza dovuta al legislativo che agisce in conformità al
suo incarico. Comunque il legislativo non può essere assolutamente arbitrario riguardo alla
vita e ai beni del popolo: infatti nessuno può trasferire a un altro un potere più ampio di
quello che ha lui stesso e nessuno ha un potere arbitrario e assoluto su sé stesso (es
non può distruggere la sua vita o sottomettersi al potere arbitrario di un altro). Questo
potere, che ha come fine la conservazione, non può mai avere diritto di distruggere o
ridurre in miseria o schiavitù i sudditi: infatti la legge di natura è eterna per tutti,
anche per i legislatori e quindi le norme che essi danno devono conformarsi alla legge
di natura, che è manifestazione della volontà di Dio. E la fondamentale legge di natura
è la conservazione del genere umano e quindi nessuna sanzione può contrastarla.
Inoltre il legislativo non può estrinsecarsi in decreti estemporanei e arbitrari, ma è
tenuto a fissarsi in leggi promulgate e stabili e giudici autorizzati e noti.
Insomma i limiti che il mandato che è affidato ai legislatori dalla società e dalla legge
di Dio e della natura ha fissato al potere legislativo di ogni stato in ogni forma di
governo: 1.deve governare sulla base di leggi stabilite e promulgate uguali per tutti e
che vincolino anche i governanti(gli uomini infatti si associano per assicurarsi pace
tranquillità e proprietà e ciò è possibile solo con norme fisse: dettami incontrollati e
sregolati produrrebbero una sicurezza ancora minore di quella dello Stato di natura)
2.l’unico fine delle leggi deve essere il bene del popolo 3.il legislativo non deve
imporre tasse sulla proprietà del popolo senza il suo consenso (dato anche
indirettamente tramite deputati – il fine infatti è il godimento della proprietà e non ci
sarebbe in realtà nessuna proprietà se essa potesse essere tolta arbitrariamente: non
si può disporre dei beni del suddito e lo stesso potere assoluto può non essere
arbitrario se limitato: basta osservare la disciplina militare in cui si può punire anche
con la morte i disobbedienti ma non disporre dei loro beni. È vero che chi gode della
protezione dello Stato dovrebbe versare una parte proporzionale dei suoi averi per il
suo mantenimento ma anche ciò deve avvenire col consenso della maggioranza) 4.il
legislativo non può trasferire ad altri il potere di legiferare né affidarlo in mani diverse
da quelle cui l’ha affidato il popolo.
Cap 12 Del potere legislativo, esecutivo e federativo dello Stato
Il potere legislativo ha il diritto di prescrivere come la forza dello Stato debba essere
impiegata per la salvaguardia dello stato e dei suoi membri. Le leggi possono però
essere fatte in poco tempo: non c’è bisogno che il legislativo sia sempre attivo. Esse
però vanno continuamente eseguite. Però è bene che il potere di farle eseguire sia
posto in mani diverse da chi si riunisce per fare le leggi, che avrebbero la tentazione di
esonerarsi dall’obbedienza: il potere esecutivo e legislativo spesso sono separati. C’è
un altro potere nello stato che potrebbe essere detto naturale perché corrisponde a un
potere dell’uomo nello stato di natura prima di entrare in società: infatti rispetto al
resto dell’umanità i membri dello Stato costituiscono un solo corpo che si trova ancora
nello stato di natura rispetto al resto dell’umanità, come prima ci si trovava ogni
singolo membro. Accade quindi che le controversie tra un membro della società e
quelli che ne sono fuori sono amministrate dalle comunità. C’è quindi il potere, detto Federativo, di guerra e di pace, di costituire alleanze e negoziati con le persone fuori
dallo Stato. I poteri esecutivo e federativo comprendono l’uno l’esecuzione delle leggi
della società all’interno di essa, l’altro la cura dell’interesse della comunità all’esterno.
E benché il funzionamento dell’esecutivo sia molto importante per lo stato, tuttavia
esso è meno adatto rispetto all’esecutivo ad essere regolato da leggi stabili: infatti se
le leggi che riguardano i rapporti tra sudditi, dovendo regolare le loro azioni possono
essere previste prima, invece la condotta verso gli stranieri dipende dalle loro azioni e
intenzioni e va pertanto lasciata alla prudenza di chi detiene il potere. Benché distinti
in sé, i due poteri sono difficilmente affidabili a due persone diverse perché richiedono
la forza della società che non può essere messa in mani distinte e non subordinate: in
questo caso la forza della comunità, sottoposta a comandi differenti, andrebbe in
rovina.
Cap 13 Della subordinazione dei poteri dello Stato
Il legislativo, potere supremo, è comunque fiduciario e può quindi essere destituito o mutato
dal popolo se agisce in modo contrario alla fiducia in esso riposta. Infatti ogni potere
affidato in vista del conseguimento di un fine è limitato da quel fine: se è trascurato,
viene meno la fiducia e il potere torna nelle mani di chi l’ha conferito. Così la comunità
ha il supremo potere di preservarsi da complotti e dai legislatori che non perseguano il
bene comune. Infatti la minaccia di schiavitù autorizza una ribellione, anche perché
l’uomo non può rinunciare alla propria conservazione. Il potere supremo è il
legislativo, cui gli altri devono essere subordinati. Se legislativo ed esecutivo non sono
separati, chi li detiene entrambi può dirsi sovrano non perché detenga il legislativo ma
perché detiene l’esecutivo da cui tutti i magistrati minori derivano i loro poteri. Inoltre
non avendo sopra di lui alcun legislativo è sovrano in questo senso. Ma se viola la
legge non ha diritto all’obbedienza, perché la lealtà è obbedienza conforme alla legge.
Chi esprime nelle leggi la volontà della società non ha poteri diversi da quelli della
legge.
Se è supremo l’esecutivo di chi non ha alcun legislativo sopra a sé, non è invece
supremo quando i due poteri sono separati, perché in questo caso l’esecutivo è
subordinato al legislativo e può essere cambiato e trasferito.
I poteri subordinati nello Stato si sono poi moltiplicati secondo le diverse consuetudini
e costituzioni. Cmq nessuno di essi ha alcuna autorità oltre quella loro delegata e sono
tutti responsabili verso qualche altro potere dello Stato. (anche federativo ed esecutivo
sono poteri ministeriali subordinati)
Se il legislativo risiede in una sola persona non può che essere sempre in atto, in mano
alla persona sovrana, titolare anche dell’esecutivo. Se risiede in più persone,può
convocarsi ed esercitare il suo potere nei tempi stabiliti dalla costituzione originaria o
dal suo aggiornamento o quando vuole. se è costituito da rappresentanti eletti, che
tornano sudditi in caso di mancata rielezione, anche questo potere di eleggere va
esercitato dal popolo in tempi stabiliti o per apposita convocazione (di solito affidata
all’esecutivo, anche se questo non significa sopra ordinarlo al legislativo, ma
semplicemente affidargli un mandato fiduciario per la sicurezza del popolo, per
rimediare al fatto che non si erano ancora prestabiliti i tempi di rinvio e la durata delle
assemblee: ciò ricadde nelle mani dell’esecutivo con la fiducia che il potere fosse
esercitato per il bene pubblico). Se l’esecutivo utilizzasse la forza dello Stato per impedire la rielezione del legislativo, si porrebbe in Stato di guerra contro il popolo,
che potrebbe sopprimere quella forza con la forza.
Le cose però mutano continuamente e quindi occorre riuscire a non seguire le
consuetudini: per esempio la rappresentanza per il legislativo stabilita un tempo, può
in seguito diventare sproporzionata: se l’esecutivo, che ha il dovere di convocare il
legislativo secondo la proporzione reale e non secondo le consuetudini, regola il
numero dei membri mutandolo seconda retta ragione, ciò non istituisce un nuovo
legislativo, ma semplicemente ristabilisce quello vecchio e autentico correggendone le
imperfezioni. Infatti non è il cambiamento della situazione vigente – forse prodotta da
corruzione e decadenza- a costituire un’usurpazione del governo, ma la tendenza a
opprimere il popolo o a crearvi diseguaglianze. Chiunque consenta la rappresentanza
secondo proporzioni eque, lo farà per volontà o atto della società.
Cap 14 Della prerogativa
Si è chiamati prerogativa il potere discrezionale di agire in vista del pubblico bene
senza la prescrizione della legge e, talvolta, anche contro di essa. è il potere di fare il
pubblico bene in assenza di una norma. Talvolta infatti il legislativo non è sempre in
atto o agisce con lentezza rispetto alla sollecitudine richiesta dall’esecuzione ed è
impossibile che la legge preveda tutti i casi e può succedere che rechi danno se
applicata in modo inflessibile: dunque si lascia all’esecutivo una certa libertà di fare
cose che le leggi non prescrivono. Se sorge un conflitto tra l’esecutivo e ciò che il
popolo rivendica come prerogativa, esso sarà facilmente risolto a seconda che
l’esercizio di tale prerogativa tenda al bene o al danno del popolo. Inizialmente
probabilmente, dato che gli Stati differivano poco per numero di famiglie e di leggi e i
governanti erano come padri che vigilavano sul bene dei sudditi, il governo coincideva
con la prerogativa. Subentrando la corruzione, il popolo dovette introdurre limitazioni
per gli aspetti che potevano recargli danno: e questa limitazione non fu
un’usurpazione della prerogativa perché il popolo non ha strappato al principe
qualcosa che gli apparteneva di diritto, ma a solo dichiarato che quel potere, affidato
dal popolo ai suoi antenati, non era affidato a lui qualora se ne servisse per un fine
diverso dal proprio bene. Questo deve infatti essere il fine di chi è al governo,
altrimenti si tratta di usurpazioni. L’interesse del principe non va separato da quello
della comunità, altrimenti il popolo sarebbe costituito da uomini sprovvisti di ragione
che si sono sottomessi a un padrone. Non si può supporre che una creatura libera e
razionale si assoggetti a un’altra a proprio danno. Di fronte a un principe incapace il
polo può rivendicare il proprio diritto e limitare quel potere che, finché fu esercitato
per il suo bene, esso era pronto ad accordare in modo tacito. Nella storia di Inghilterra
fu sempre ampissima la prerogativa in mano ai principi migliori, perché il popolo,
soddisfatto, non contrastava ciò che, anche fuori dalle leggi, era fatto per il pubblico
bene. in base all’argomento di chi sostiene che la monarchia assoluta sia il governo
migliore perché i re partecipano della bontà e saggezza di Dio, questi re, quasi divini,
avevano in effetti qualche titolo al potere arbitrario. Su ciò si fonda il detto per cui i
regni dei principi buoni cono i più pericolosi per il popolo che, concedendo loro ampia
prerogativa, ha poi difficoltà a sottrarla senza contestazioni ai successori che ne siano
meni degni. In Inghilterra il potere di convocare i parlamenti e fissarne tempo luogo e
durata è prerogativa del re (= esecutivo) , a condizione che la usi per il bene della
nazione. Per giudicare se di questo potere sia fatto giusto uso non c’è nessun giudice
sulla terra così come non ce ne può essere tra il legislativo e il popolo se l’esecutivo o
il legislativo progettino di rendere schiavo o distruggere il popolo. In questi casi l’unico rimedio del popolo è l’appello al cielo: i governanti infatti esercitando un potere che il
popolo non ha dato loro (= danneggiarli) fanno ciò che non hanno diritto di fare. E il
popolo o l’uomo, privati del proprio diritto o costretti a subire un potere illegittimo
senza possibilità di appellarsi sulla terra hanno possibilità di appellarsi al cielo, qualora
ve ne siano motivi sufficienti. Infatti pur non avendo potere per emettere una sentenza
efficace, il popolo conserva la decisione ultima di giudicare se vi sia giusto motivo di
appellarsi al cielo. Non può rinunciare a questo giudizio perché Dio e natura non
permettono mai a un uomo di disinteressarsi di sé tanto da trascurare la propria
conservazione.
Cap 15 Dei poteri paterno, politico e dispotico considerati congiuntamente
I recenti gravi errori in fatto di governo derivano dall’aver confuso questi distinti poteri
Paterno o parentale: potere dei genitori sui figli di governarli in vista del loro
bene finché giungano all’uso della ragione a siano in grado di conoscere la
norma cui conformarsi, sia essa legge di natura o legge locale. È governo
naturale, mai dispotico (tenerezza) che non si estende ai fini e alle giurisdizioni
di quello politico. Non si estende alla proprietà del figlio, di cui il padre non può
disporre;
Politico: potere che ogni uomo possiede nello stato di natura e che ha rimesso
nelle mani della società e dei governanti con l’impegno che l’usassero per il suo
bene e la conservazione della proprietà. Consiste nell’usare i mezzi a
disposizione per preservare la proprietà e nel punire le infrazioni alla legge di
natura per avvantaggiare la conservazione di sé e dell’umanità. Se, nello stato
di natura, il fine è la conservazione del genere umano in generale,quando è
nelle mani del magistrato il fine deve essere conservare la vita, la libertà e i
membri dei membri della società. Non può dunque essere potere assoluto e
arbitrario sulle vite.
dispotico: potere assoluto e un arbitrario che un uomo ha su un altro di
togliergli la vita quando vuole. Non è conferito dalla natura, che non ha fatto
distinzione tra uomo e uomo né deriva da un contratto perché l’uomo non può
ceder ad altri un potere sulla sua vita che lui stesso non ha. È solo effetto del
fatto che l’aggressore mette in gioco la propria vita quando si pone in stato di
guerra con altri. Degradandosi così al rango di animale,si espone a essere
distrutto: i prigionieri presi in una guerra giusta e legittima (e solo costoro!)
sono soggetti a un potere dispotico che è la continuazione dello stato di guerra.
Il potere paterno è conferito dalla natura, quello politico da un accordo volontario e il
terzo deriva dall’aver perso la proprietà per colpa propria. Dunque il potere paterno è
tanto al di sotto del potere del magistrato quanto il potere dispotico ne è al di sopra. E
come la schiavitù è incompatibile con la proprietà, così il dominio assoluto è
incompatibile con la società civile.
Cap 16 Della conquista
Molti, confondendo la forza delle armi col consenso del popolo,hanno considerato la
conquista come una delle origini del governo. La conquista è distante dal costruire un
governo come demolire una casa lo è dal costruirne una nuova, sebbene col
distruggere la precedente forma di stato, spesso la conquista prepari la strada a una nuova. Ma non se ne può costruire una nuova senza il consenso del popolo!!! L’offesa
ha lo stesso valore, sia che derivi da un re sia che derivi dalla canaglia. Se l’uomo non
ha mezzi per cercare un rimedio, non resta che la sopportazione, ma le generazioni
successive potranno cercare di rimediare. Però possono solo, come Jefte, appellarsi al
cielo e rinnovare l’appello fino a riacquisire il diritto originario di avere su di sé un
legislativo tale da ricevere l’approvazione della maggioranza e a cui acconsentire
liberamente. Chi si appella al cielo deve essere sicuro di avere un diritto e che ne
valga la pena perché dovrà rispondere a un tribunale che non può essere ingannato. Il
vincitore di una guerra iniqua non può aver alcun titolo alla soggezione dei vinti.
Supponendo che la vittoria favorisca la parte giusta, comunque il vincitore non acquista
potere su chi ha contribuito alla sua vittoria. Alcuni dicono che la monarchia inglese è
fondata sulla conquista normanna e che i principi hanno per questo diritto a un
dominio assoluto: se ciò fosse vero (ma la storia dimostra il contrario) e se fosse vero
che Guglielmo aveva diritto a muovere guerra a quest’isola, il suo dominio per
conquista non si estenderebbe oltre ai sassoni e i bretoni che allora abitavano il paese
ma non ai normanni che lo aiutarono e quindi anche i loro discendenti sarebbero
uomini liberi. Ma la legge non ha fatto alcuna distinzione. Supponendo che il popolo
conquistatore e il vinto non si fondino in un solo popolo, il potere del conquistatore sul
vinto sarebbe puramente dispotico. Il vincitore, inoltre, non acquista alcun potere se
non su chi ha sostenuto la forza contro di lui: il popolo può infatti essere ritenuto
colpevole solo se ha effettivamente favorito una guerra ingiusta perché altrimenti,
non avendo lui stesso il diritto di compierla, non può averlo trasferito ai suoi
governanti.
In breve in caso di conquista il vincitore, se la sua causa è giusta, ha un diritto
dispotico sulla persona di tutti coloro che hanno concorso alla guerra contro di lui e ha
diritto di rivalersi sul loro lavoro e sui loro beni del danno e delle spese subite, ma
senza violare il diritto degli altri. Su coloro che non hanno consentito alla guerra e sui
figli dei prigionieri (i crimini del padre non sono infatti colpe dei figli, che mantengono
il diritto sui beni del padre come voluto dalla natura per il loro sostentamento: se il
vincitore ha diritto sulla vita di chi, abbandonando la ragione e equiparandosi a un
animale, si è messo in stato di guerra contro di lui, non ha però diritto ai suoi beni, se
non per riparare danni e spese dovute alla guerra; ma se ciò pone in pericolo la
sussistenza dei figli, il vincitore deve rinunciare a parte della propria soddisfazione),
egli non ha alcun potere e neanche sui loro beni: non ha alcun titolo di dominio su di
loro né può trasmetterlo ai discendenti e se attenta alle loro proprietà, si pone in stato
di guerra contro di loro come qualsiasi aggressore. Non ha di loro sovranità maggiore
di quella che in inghilterra abbiano avuto i danesi: un diritto che equivale a vedere il
proprio giogo sciolto appena Dio dà a chi si trova nello stato di soggezione il coraggio
o l’opportunità di scioglierlo (così a dispetto del diritto che i re d’Assiria avevano su
Giuda in forza della spada, Dio aiutò Ezechia a liberarsi dal dominio di quell’impero
vincitore): scuotere un potere che sia imposto con la forza e non dal diritto, benché sia
chiamato ribellione, non costituisce offesa alcuna al cospetto di Dio ma è cosa che egli
consente e sostiene. In nessun caso il vincitore ha diritto alla terra del vinto: il
massimo bottino di solito ammonta alla distruzione di uno o due di raccolto e a
denaro e ricchezze che però hanno un valore non naturale ma conferito loro dall’uomo
Nessun governo imposto con la forza impone obbligazioni al vinto e, anche
supponendo che tutto il popolo abbia partecipato alla guerra, ne sono cmq esclusi i
figli minori.. infatti ogni uomo nasce col diritto alla libertà della propria persona, di cui
lui solo può disporre e col diritto a ereditare insieme ai fratelli i beni del padre: ognuno è quindi libero per natura dalla soggezione a qualsiasi governo , ma chi è sottoposto
contro volontà a un dato governo conserva i diritti ai beni del padre e ha sempre il
diritto di eliminare quel governo, che non ha mai avuto diritti sulle terre. Sotto
qualsiasi governo che non riconosca le loro proprietà, gli uomini sono non liberi ma
schiavi soggetti alla forza della guerra. Infatti caratteristica peculiare della proprietà è
che non può essere tolta a un uomo senza il suo consenso. La proprietà non è a
disposizione del vincitore. Anche i principi devono assoggettarsi alle leggi di Dio e
della natura:tutti i principi del mondo non sono che un irrilevante nulla di fronte al
sommo Dio.
Cap 17 Dell’usurpazione
Come la conquista può essere definita usurpazione straniera, così l’usurpazione è una
sorta di conquista interna con la differenza che un usurpatore non può mai avere il
diritto dalla sua parte, dato che l’usurpazione è entrare in possesso di ciò su cui un
altro ha diritto. Ciò comporta un cambiamento delle persone ma non delle forme e
delle regole di governo dato che se l’usurpatore estende il potere oltre a quanto
spettava ai governanti legittimi si arriva alla tirannide. La designazione dei governanti
(riguardo alla quale ogni stato ha le sue regole) è essenziale quanto lo stabilire la
forma di governo e spetta al popolo: chi consegue l’esercizio di una qualsiasi parte di
potere in modo diverso da quanto la comunità ha prescritto, non ha alcun diritto a
essere obbedito anche se mantiene invariata la forma dello stato: non è infatti la
persona cui il popolo ha consentito.
Cap 18 Della tirannide
Come l’usurpazione è l’esercizio del potere cui un altro ha diritto, la tirannide è
l’esercizio del potere oltre il diritto: a ciò nessuno può avere titolo. Si ha quando chi
governa elegge a norma non la legge ma la sua volontà e agisce non per il bene del
popolo ma per i propri interessi e passioni. Lo disse anche Giacomo I nei suoi discorsi
al parlamento del 1603 (“il tratto di differenza tra un re giusto e un tiranno usurpatore
è che mentre il tiranno pensa che il regno e il popolo siano destinati a soddisfare i suoi
desideri e appetiti irragionevoli, il re legittimo e giusto riconosce di essere destinato a
procurare al popolo prosperità e proprietà”)e del 1609 (“un re che governa un regno
costituito cessa di essere re e degenera in tiranno appena smette di governare
secondo le leggi” “tutti i re che non sono tiranni o spergiuri saranno lieti di mantenersi
entro i limiti delle leggi”). Questo difetto non è peculiare delle monarchie, basti
pensare ai 30 tiranni ad atene o ai decemviri a roma. Dove finisce la legge inizia la
tirannide e a chi eccede il potere conferitogli si può opporre resistenza come a
chiunque violi con la forza l’altrui diritto. E ciò vale per i magistrati minori come per i
maggiori , che sono anzi più colpevoli perché maggiore è la fiducia conferitagli e perché
si suppone goda dei mezzi e dell’educazione atti a renderlo consapevole del giusto e
dell’ingiusto. La forza si può opporre legittimamente, senza attirarsi una giusta
condanna da Dio e dall’uomo, solo a una forza iniqua e ingiusta. E a ciò non
seguiranno, come si è spesso prospettato, pericolo e confusione, per varie ragioni: 1.in
alcuni paesi la persona del principe è sacra e quindi immune da ogni contestazione o
violenza sebbene ci si possa opporre agli atti di funzionari o incaricati minori a meno
che il sovrano non si ponga in effettivo stato di guerra 2.questo privilegio appartiene
solo al re e ci si può quindi opporre a chi usa forza ingiusta anche se pretenda di farlo
su mandato del re, che infatti non può imporre a nessuno di trasgredire la legge dato
che è solo la legge a conferirgli la sua autorità; però la persona e l’autorità del re restano comunque al sicuro 3.dove la persona del supremo magistrato non sia così
sacra,quando la parte lesa può trovare soccorso nell’appello alla legge, l’uso della
forza non è legittimato (posso uccidere un ladro che mi minacci di morte, ma non chi ,
anche per un furto molto maggiore, mi dia cmq possibilità di appellarmi alla legge):
ove la mia vita non sia in pericolo, l’uso della forza non è legittimato 4.essendo
impossibile che uno o pochi uomini ostacolino il governo, esso sarà in pericolo solo ove
la maggioranza si senta minacciata nella propria vita, libertà e proprietà: in questo
caso non si può impedire al popolo di resistere alla forza illegittima e questo è un
inconveniente che appartiene a ciascun tipo di governo, ma è assai facile da evitare
per un governante che davvero voglia il bene del popolo.
Cap 19 La dissoluzione del governo
Occorre distinguere tra dissoluzione della società e dissoluzione del governo. La prima
causa di dissoluzione dell’unità della comunità è la conquista da parte di una forza
straniera: non essendo in grado di difendersi come corpo intero e indipendente,
l’unione viene meno e ognuno torna nello stato di prima, libero di unirsi a qualche latra
società. E senza società anche il governo non può continuare a esistere. Però oltreché
dall’esterno un governo può anche essere rovesciato dall’interno: infatti lo stato civile
è uno stato di pace tra chi vi appartiene e lo stato di guerra è precluso dal potere di
arbitrato di cui è stato provvisto il legislativo per mettere fine a ogni controversia.
Dunque è nel legislativo, anima che dà forma vita e unità allo stato, che i membri
dello stato sono uniti come in un unico corpo vitale. Infatti l’unione ed essenza della
società è avere una sola volontà che è il legislativo a custodire e manifestare. È la
costituzione del legislativo il primo atto della società con cui si favorisce l’unione sotto
la direzione di alcuni e sotto il vincolo delle leggi fatte da persone autorizzate a ciò dal
consenso e dalla nomina del popolo. Se infatti si legifera senza autorità, il popolo è
libero da ogni soggezione e può istituire un nuovo legislativo: ciascuno può disporre
della propria volontà quando è impedito che ciò sia fatto da coloro cui il popolo ha
delegato la manifestazione della volontà. Occorre però contestualizzare il discorso in
una data forma di governo: supponiamo che il legislativo si fondi sulla cooperazione di:
una persona che per diritto ereditario detiene stabilmente il supremo potere esecutivo
e con esso il poter di convocare e sciogliere gli altri due organismi più un’assemblea di
nobiltà ereditaria più un’assemblea di rappresentanti scelti pro tempore dal popolo. È
evidente che il legislativo può considerarsi alterato sia quando il principe sostituisce la
sua arbitraria volontà alle leggi sia quando il principe cambia l’elettorato o le modalità
di elezione senza il consenso del popolo (ciò produrrebbe infatti un legislativo diverso
da quello nominato dal popolo) sia quando impedisce al legislativo di riunirsi a tempo
debito o di agire liberamente: non è la presenza di un gruppo di uomini a fare il
legislativo, ma la loro libertà di discutere. Infatti per costituire i governi ai nomi deve
accompagnarsi l’effettivo esercizio dei poteri. Cambiamento nel legislativo è anche la
consegna del popolo a un potere straniero da parte del principe o del legislativo: si
perderebbe infatti l’indipendenza, uno dei requisiti per cui il popolo è entrato in
società. In una costituzione come questa la dissoluzione del governo è da imputare al
principe che ha il potere di cambiare le cose, di incutere timore agli oppositori, di
impiegare la forza e di concorrere alle decisioni delle altri parti del legislativo (che
necessitano del suo consenso perché egli ha il potere di scioglierle). C’è ancora un
altro modo di dissoluzione di un simile governo: quando chi detiene l’esecutivo
trascura o abbandona il suo ufficio per cui le leggi non possono continuare ad avere
esecuzione. E l’anarchia dissolve il governo. Infatti le leggi con la loro esecuzione
devono tenere ogni parte del corpo politico nel posto e nella funzione che le compete e, cessando ciò, il governo cessa di esistere. Un governo senza esecutivo è un
governo senza leggi e quindi incompatibile con la società umana. Gli uomini tornano
quindi liberi di istituire un nuovo legislativo perché la società non può mai perdere il
diritto naturale alla conservazione per cui il legislativo è necessario. Inoltre è motivo
di dissoluzione del governo quando il legislativo e\o il principe (o l’esecutivo che deve
permettere sempre che i rappresentanti siano liberamente eletti e possano agire
liberamente dopo liberi dibattiti) agiscono in modo contrario al mandato, per esempio
tentando di violare la proprietà vita o libertà dei sudditi: così facendo perdono il
potere che il popolo ha posto in loro per fini completamente diversi e il popolo ha
diritto a istituire un nuovo legislativo per la propria salvezza e sicurezza. È errato
pensare che dare questo potere al popolo mini la stabilità del governo: infatti il popolo
è lento e avverso ai mutamenti di forme di governo consolidate (come si vede dalla
tendenza inglese a conservare un legislativo composto da re, camera lords e camera
commons). Non si può dire che questa ipotesi produca ribellioni più di altre: infatti,
anche spacciando il sovrano per voluto da Dio, il popolo maltrattato è sempre pronto
a scrollarselo di dosso. E a scatenare rivoluzioni non basta un minimo errore, ma ci va
lunga serie di soprusi che renda lo stato sociale non migliore di quello di natura.
Inoltre, attribuire al popolo il potere di provvedere alla propria sicurezza con un nuovo
legislativo quando quello vecchio agisce contro il mandato, è la miglior difesa contro la
ribellione che è opposizione non alle persone ma all’autorità che si fonda solo sulle
costituzioni e sulle leggi del governo: sono propriamente ribelli coloro che con la forza
violano quelle costituzioni e quelle leggi e con la forza ne giustificano la violazione.
Infatti entrando in società gli uomini hanno escluso la forza e introdotto leggi per la
conservazione della proprietà, della pace e dell’unità: echi ha più probabilità di
ristabilire la forza in opposizione alle leggi è proprio chi è al potere, col pretesto
dell’autorità, e quindi il modo migliore per prevenirlo è mostrare a costoro gli eventuali
pericoli di questo comportamento. Cmq chiunque introduca ,modificando il legislativo, un
potere che il popolo non ha autorizzato è colpevole di ribellione e introduce di fatto
uno stato di guerra (=forza senza autorità). Dire che non ci si possa opporre a ciò è
come dire che gli uomini onesti non possono opporsi ai briganti perché ciò potrebbe
causare disordini e spargimento di sangue. Il fine del governo è il bene dell’umanità: e
per l’umanità è meglio che il popolo sia sempre esposto all’incontrollata volontà della
tirannide o che il governo sia talvolta esposto all’opposizione qualora usi oltre misura il
proprio potere? Inoltre il popolo di solito è più disposto a sopportare che a resistere:
perché si decida il danno deve davvero essere generale e le intenzioni nocive. Lo può
evitare solo chi desta egli stesso questi sospetti: e chiunque violi i diritti così da
scatenare ribellione è colpevole dello spargimento di sangue che segue lo
smantellamento del governo ed è quindi nemico dell’umanità. E l’offesa è tanto più
grave per l’aver violato la fiducia in lui riposta dalla comunità. Lo stesso Barclay,
grande sostenitore della sacralità dei re, ammette che è legittimo che in certi casi il
popolo resista al suo re e rende anche evidente, inserendo ciò in un discorso che
dimostrerebbe un divieto divino alla ribellione del popolo, che non ogni resistenza ai
principi è ribellione. B dice infatti che l’autodifesa fa parte della legge di natura e non
può quindi essere negata alla comunità neppure contro il re: il popolo però ha diritto di
resistere senza però attaccare: deve riparare ai danni ma non superarli. Vi sono quindi
per B due restrizioni: non bisogna comunque venir meno alla deferenza e un inferiore non
può mai punire un superiore. Però non si può colpire con reverenza e incassare solo
colpi è inutile perché non intimorisce l’avversario: a chi è permesso resistere deve
essere anche data licenza di colpire. Inoltre opporre forza a forza introducendo lo stato
di guerra livella le parti e annulla ogni superiorità. E B stesso ammette due casi di scelleratezze” che fanno sì che il re cessi di essere re:1.l’intenzione di mandare in
rovina lo Stato 2.assoggettarsi al dominio di un altro. B però omette il principio da cui
questa dottrina deriva, cioè la violazione del mandato ricevuto, e non nota che in
entrambi i casi ciò che mette in difetto il re è la perdita di libertà del popolo. Chi
giudicherà se il principe o il legislativo agisce vs il mandato ricevuto?il popolo, che con
fiducia gli ha affidato il mandato. E non si può pretendere che vi sia un giudice, perché
laddove non vi sia un tribunale sulla terra che risolva le controversi tra gli uomini, è
giudice Dio nel cielo. Se chi amministra il governo rifiuta che giudichi il popolo, altro
non resta che l’appello al cielo.
Contesto storico-sociale
Locke (1632-1704) Hobbes (1588-1679)
Con la morte di Elisabetta I terminò la linea Tudor e divenne re Giacomo I Stuart
(Giacomo VI di Scozia) cui succede Carlo I (1625), sostenitore dell’origine divina della
monarchia, cui si opposero i puritani, costituiti dal ceto medio. Ci fu continua frizione
col parlamento. Carlo rifiutò di abbandonare il comando delle forze armate e scoppiò
la guerra civile tra Royalists (cavaliers) e i sostenitori del parlamento guidati da Oliver
Cromwell (roundheads). Fatto prigioniero il re e molti membri della camera dei lords,
Cromwell prese il controllo di londra: la monarchia fu abolita, il re giustiziato(1649: è
uccidere il principio di legittimità della monarchia di diritto divino) e instaurata la
repubblica del “Commonwealth”. Poi nel 1660 il parlamento invitò Carlo II a tornare
dall’esilio in Francia: restaurazione monarchia. Sotto il suo regno ci furono la peste e
l’incendio di Londra. Esempio di collaborazione di corona e parlamento è la gloriosa
rivoluzione che porta senza spargimento di sangue all’istituzione al trono, uniti, di
Guglielmo d’Orange e la moglie Mary. I due partiti principali erano Whigs (ex
roundheads?) e Tories (ex Cavaliers?) e il primo primo ministro fu il whig Walpole che
governò per circa 20 anni.
Il parlamento aveva combattuto contro il re ma in nome del re: vigeva infatti la
dottrina dei due corpi del re secondo la quale la legittimità della monarchia è
racchiusa n on solo nella persona fisica del re ma anche nel re in quanto corona: il
parlamento intende la difesa del re come corpo-corona mentre Carlo I come corpo
naturale: si accusano a vicenda di tradire il re. Il parlamento si trova poi a dover
costruire un principio di legittimità che non sia quello dinastico-divino. Se Hobbes
difende l’assolutismo, Locke arriva alla legittimazione dell’assemblea attraverso
l’ipotesi dello stato di natura da cui si uscirà accordandosi e con una legge che per L
coincide con la common law (=legge formatasi nei secoli e fondata sul suo uso
attraverso le generazioni; era la common law che avrebbe dovuto costituire un limite
al potere regio, ma in realtà questo limite non era rispettato perché nessuno era
preposto al re: fu questa la lacuna che Carlo I non riuscì a tenere insieme)
Parallelamente alla rivoluzione politica, ci fu un’altra rivoluzione: con il termine
enclosures ci si riferisce alla recinzione dei terreni comuni (terre demaniali) a favore
dei proprietari terrieri avvenuta in Inghilterra tra il XVII ed il XIX secolo.
Dal primo al secondo trattato
Già nel primo trattato Locke effettua un’esegesi del nuovo testamento per dimostrare che
Dio non ha dato investitura divina ai sovrani. inoltre,confuta l’idea di Filmer (autore
de “Il patriarca”, difesa della monarchia Stuart appena restaurata e tesi della derivazione divina) per cui il padre avrebbe naturalmente potere sui figli, sull’esempio
del potere di Adamo sui discendenti. Per Locke infatti Filmer non considera interamente l”onora
il padre e la madre”anche se poi anche Locke riconosce che sebbene siano dovuti a
entrambi pari stima e rispetto, l’educazione (dato che la decisione deve spettare a
qualcuno) spetta al padre, “più abile e forte”.
Il secondo trattato sul governo (1689) chiude la rivoluzione dicendo tutto quello che
deve essere detto sul sistema parlamentare. È inserito nella storia inglese del “trionfo
del sistema parlamentare” che parte dalla Magna Charta (1215 accordo tra i re di inghilterra
e alcuni grandi signori feudali: principio dell’habeas corpus e che nessuno può essere
giudicato se non dai suoi pari, che produrrà il processo con giuria, tipicamente anglo-
americano). Il secondo trattato è figlio della guerra civile e pubblicato nella gloriosa
rivoluzione, di cui L vuole giustificare l’operazione politico-costituzionale. Per Locke il
fondamento dell’assemblea è conservare e fissare la legge naturale: il potere
legislativo deve cristallizzare in norme positive (=promulgate) i principi fissati dalla
legge naturale. È l’idea del diritto conservativo che è tipico della common law (il
precedente vincola).
Il modello di Locke è la monarchia costituzionale pura, distinta dal parlamentarismo per il
ruolo del capo del governo.
Locke e Hobbes
Hobbes: stato di natura come bellum omnium contra omnes: uomini che, vivendo nella
paura della violenza fisica degli altri, si inventano l’idea di un contratto e l’affidano a
un sovrano, detto Leviatano dal mostro biblico, sorta di grande balena che inghiotte
gli uomini ma è onnipotente e protettivo perché buttandoli nel suo ventre li
protegge. infatti Hobbes vede la guerra civile provocata dalla crisi dello stato e quindi
osserva che se lo stato di natura è quello senza stato civile, allora deve per forza
esserci la guerra. Nello stato di natura per H esistono diritti di natura ma non la
giustizia. Hobbes è nato nel 1588, quando vi era la grande paura della flotta spagnola che
voleva arrivare nel regno unito ma non ci riuscì (inizio decadenza spagna). Per Locke invece lo stato
di natura è stato di pacifici agricoltori che hanno come unica caratteristica la libertà
naturale (principio che un sec dopo riprenderà Rousseau che però dirà che gli uomini
nascono liberi ma ovunque sono in catene). Entrambi pensano che la sovranità nasca
da un contratto , ma questa sovranità va poi in direzioni diverse. Per Hobbes il sovrano non è
parte del contratto, che è fatto tra gli individui che non saranno sovrani. Un terzo è
sovrano perché gli tutti altri (escluso solo il sovrano) rinunciano allo ius omnium in
omnia. Non partecipando al patto il sovrano mantiene inalterati i diritti e poteri che
prima del patto spettavano a tutti. Superata la paura della guerra civile, Locke vede invece
nello stato di natura uno stato di volpi che minacciano non l’incolumità ma la
proprietà: la sottomissione al leviatano sarebbe prezzo troppo alto: il sovrano è interno
al patto e coincide con la maggioranza degli uomini che hanno stipulato il patto. Si
rinuncia all’unanimità. Locke è più garantista di Hobbes ma non è facile capire in che senso: infatti
per Hobbes nel caso mi venga ordinato di combattere io posso rifiutarmi “senza ingiustizia” (H
definisce la giustizia in via residuale come ciò che non è ingiusto); il sovrano può
condannarmi alla pena di morte ma ciò non rende ingiusto il mio rifiuto; anche
scappare da soldato può essere codardo ma non ingiusto. Per Locke invece è giusto che il
sovrano mandi a morte chi discute un suo ordine anche se irragionevole. Però questa
diversità dipende dal diverso concetto di giustizia: per Hobbes inizia solo con l’istituzione
dello Stato, perché la legge naturale che ne è la base esiste già ma non è efficace l’idea che i patti vadano rispettati è già dentro di noi ma è efficace solo quando c’è un
sovrano che la fa rispettare). Per Hobbes l’impegno a farsi uccidere non entra in gioco,
perché il contratto mi vincola a non uccidere, ma per Locke sì perché a tutela della vita
della collettività c’è il diritto a togliere la vita da parte del potere pubblico cui sono
delegati gli atti volti alla soddisfazione della società. per Locke la tutela dei diritti individuali
è il grande scopo del potere politico mentre per Hobbes è la fine della guerra civile. Hobbes
sembra riconoscere al soldato un diritto che in Locke non c’è ma in realtà bisogna
guardare alla diversa concezione dello stato : per Locke il fine stesso dello stato è la tutela
dei diritti mentre per H è parte di minore importanza. In Locke la legge vincola anche chi la
fa, in Hobbes no.
Nostalgico dell’inghilterra prerivoluzionaria, parlando della povertà irlandese scrive la
“modesta proposta” (in cui propone di cibarsi dei figli dei poveri??). nei viaggi di
Gulliver l’imperatore gli chiede quale immagine del passato vorrebbe che fosse
proiettata in quel momento. G chiede un’immagine in cui si possano vedere 2 stanze,
una col Parlamento inglese e uno col senato romano: quest’ultimo sembra riunione di dei e
semidei mentre il primo è insieme di tagliaborse canaglie e teppisti

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ John Locke: "Il Secondo Trattato sul Governo," traduzione di Anna Gialluca, BUR 2009.

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