Meritocrazia

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La meritocrazia è una forma di governo dove le cariche amministrative, le cariche pubbliche, e qualsiasi ruolo che richieda responsabilità nei confronti degli altri, è affidata secondo criteri di merito, e non di appartenenza lobbistica, familiare (nepotismo e in senso allargato clientelismo) o di casta economica (oligarchia).

Origine del termine[modifica | modifica wikitesto]

Il termine "meritocrazia" apparve per la prima volta nell'opera Rise of the Meritocracy (1958). L'autore, il sociologo britannico Michael Young (1915-2002), intendeva usare il termine in senso dispregiativo. Nel libro tratteggiava lo scenario di un futuro distopico in cui la posizione sociale di un individuo veniva determinata dal suo quoziente intellettivo e dalla capacità di lavorare. Nell'opera, l'oppressione generata da tale sistema sociale finisce per portare a una rivoluzione in cui le masse rovesciano i governanti, divenuti arroganti e distanti dai sentimenti del popolo.

Malgrado la connotazione originariamente negativa, nel tempo il termine si è affermato con una connotazione positiva. Molti credono che un sistema meritocratico sia un buon sistema sociale. I sostenitori della meritocrazia argomentano che un sistema meritocratico è più giusto e più produttivo degli altri sistemi, e che garantisce la fine di discriminazioni fondate su criteri arbitrari quali il sesso, la razza e le origini (o le appartenenze) sociali.

D'altro canto i detrattori della meritocrazia argomentano, al contrario, che l'aspetto distopico centrale dell'idea di Young — l'esistenza di una classe meritocratica che monopolizzi l'accesso e i simboli del potere, nonché il metodo stesso di determinazione del merito — consiste proprio nell'introduzione di nuove forme di discriminazione e, quindi, in una perpetuazione del potere, dello status sociale e dei privilegi da parte di chi si vede riconosciuti un elevato quoziente intellettivo e lo sforzo.

Nel redigere la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti, Thomas Jefferson echeggiò ripetutamente il capitolo quinto del "Secondo Trattato sul Governo" di John Locke, capitolo in cui si definisce il concetto di proprietà e, a fondamento di quest'ultima, si pongono lavoro umano e necessità di sussistenza[1]. La tesi di fondo (esplicitata da Locke nell'ambito del capitolo quinto e poi ribadita nel resto del trattato) è che l'acquisizione della proprietà da parte di un individuo non sia moralmente sbagliata, se avviene attraverso la fatica, se è finalizzata a soddisfare i bisogni vitali di quell'individuo e se non è di pregiudizio ai bisogni vitali altrui. Per Jefferson questa dottrina di operosità e merito, invece che di ozio ed eredità, come fattori determinanti di una società giusta si poneva, contro la monarchia, l'aristocrazia e i loro lacchè, in favore di un sistema rappresentativo di tipo repubblicano.

Spesso, gli oppositori del concetto di meritocrazia sostengono che caratteristiche come intelligenza e sforzo non sono misurabili con accuratezza. Perciò, dal loro punto di vista, qualsiasi attuazione della meritocrazia comporta necessariamente un alto grado di arbitrarietà ed è, di conseguenza, imperfetta.

Temi di fondo[modifica | modifica wikitesto]

Le meritocrazie si basano su questi principi di governo:

  1. il collocamento del lavoro viene conferito secondo esperienza e competenza
  2. sulla condizione dell'opportunità sotto la richiesta del principio di lavoro[non chiaro].
  3. la previsione di qualcuno che specifichi i premi per l'adempimento del lavoro.

Sviluppi[modifica | modifica wikitesto]

Oggi con il termine meritocrazia s'intende qualcosa di più complesso e ricollegato alla nozione chiave di competenza. La necessità vitale di sostenere la meritocrazia in Italia è ad esempio l'argomento di cui si occupa Roger Abravanel nel suo libro Meritocrazia[2]. Per valutare il grado di meritocrazia in un Paese oggi non si può prescindere da indicatori significativi come le cosiddette "quote rosa" e l'età media di coloro che ricoprono ruoli con funzioni decisionali ai vertici di importanti aziende e istituzioni pubbliche.

Critiche[modifica | modifica wikitesto]

Questi principi, comunque, non tengono conto delle ingiustizie ma anzi le ignorano. Bisogna considerare che non tutte le meritocrazie operano in questo modo. Molte analizzano le strutture delle equità e disuguaglianze del lavoro attraverso le abilità e personalità umane che permettono loro di conseguire il compito lavorativo al meglio delle loro capacità.

Una critica che viene posta al ricorso al merito, nel mondo del lavoro, e che, storicamente, esso ha privilegiato criteri che prescindono dalle conoscenze e dalle abilità: il "merito" è divenuto espressione di una "cultura del potere e dell'autorità" che, "dalla prima rivoluzione industriale al fordismo", ha ridimensionato "ogni valutazione fondata sulla conoscenza e il «sapere fare», valorizzando invece, come fattori determinanti, criteri come quelli della fedeltà, della lealtà nei confronti del superiore, di obbedienza e [...], negli anni del fordismo, dell'anzianità[3].

Sostenitori e fautori delle meritocrazie[modifica | modifica wikitesto]

Napoleone[modifica | modifica wikitesto]

Anche la Francia Napoleonica da molti è considerata esser stata meritocratica. Dopo la rivoluzione del 1792 non rimase quasi nessun membro dell'élite precedente. Quando Napoleone salì al potere, non c'era nessuna base precedente dalla quale estrarre il suo staff, e così dovette scegliere quelle persone che secondo lui avrebbero lavorato al meglio, compreso ufficiali dalle sue armate, rivoluzionari che erano stati nelle assemblee del popolo, e anche qualche aristocratico dell'Ancien Regime come il primo ministro Talleyrand. Questa politica era riassunta da una frase di Bonaparte, spesso citata: "La carrière ouverte aux talents", ovvero "la carriera aperta ai talenti", o come diversamente espresso da Thomas Carlyle "gli strumenti a chi li può maneggiare". Un chiaro esempio è l'istituzione della Legion d'onore, il primo ordine di merito, al quale erano ammessi uomini di qualsiasi classe sociale. Questi erano valutati non per i loro antenati ma per le capacità nelle scienze, nelle arti e nelle virtù militari. Una successiva pratica non-meritocratica, da parte di Napoleone, fu comunque il nepotismo con il quale nominava membri della sua famiglia e amici corsi a ricoprire ruoli importanti (specialmente comandi regionali); nella prestazione e compimento dell'incarico, la lealtà poteva forse essere valutata come un fattore più importante e decisivo rispetto al puro merito, un caso molto comune nelle situazioni politiche.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ «La misura della proprietà è stata ben fissata dalla natura in base all’entità del lavoro degli uomini e ai mezzi richiesti per la sussistenza» (John Locke: "Il Secondo Trattato sul Governo," traduzione di Anna Gialluca, BUR 2009, pagina 107).
  2. ^ meritocrazia.com
  3. ^ Bruno Trentin, A proposito di merito, l'Unità, 13 luglio 2006.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]