Diritto all'oblio

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Con la locuzione "diritto all'oblio" si intende, in diritto, una particolare forma di garanzia che prevede la non diffondibilità, senza particolari motivi, di precedenti pregiudizievoli dell'onore di una persona, per tali intendendosi principalmente i precedenti giudiziari di una persona. In base a questo principio non è legittimo, ad esempio, diffondere informazioni a proposito di condanne ricevute o comunque altri dati sensibili di analogo argomento, salvo che si tratti di casi particolari ricollegabili a fatti di cronaca ed anche in tali casi la pubblicità del fatto deve essere proporzionata all'importanza dell'evento ed al tempo trascorso dall'accaduto.

Nel mondo[modifica | modifica wikitesto]

Italia[modifica | modifica wikitesto]

La posizione della giurisprudenza[modifica | modifica wikitesto]

La giurisprudenza ha da tempo affermato che «è riconosciuto un “diritto all'oblio”, cioè il diritto a non restare indeterminatamente esposti ai danni ulteriori che la reiterata pubblicazione di una notizia può arrecare all'onore e alla reputazione, salvo che, per eventi sopravvenuti, il fatto precedente ritorni di attualità e rinasca un nuovo interesse pubblico all'informazione. Analogo principio è stato applicato anche a personaggi che hanno avuto grande notorietà»[1].

Si tratta quindi del diritto di un individuo ad essere dimenticato, o meglio, a non essere più ricordato per fatti che in passato furono oggetto di cronaca. In sostanza, un individuo che abbia commesso un reato in passato ha il pieno diritto di richiedere che quel reato non venga più divulgato dalla stampa e dagli altri canali di informazione; a condizione che il pubblico sia già stato ampiamente informato sul fatto e che sia trascorso un tempo sufficiente dall'evento, tale da far scemare il pubblico interesse all'informazione per i casi meno eclatanti.

Questo principio, alla base di una corretta applicazione dei principi generali del diritto di cronaca, parte dal presupposto che, quando un determinato fatto è stato assimilato e conosciuto da un'intera comunità, cessa di essere utile per l'interesse pubblico: smette di essere oggetto di cronaca e ritorna ad essere fatto privato.

In questo modo, nel momento in cui l'interesse pubblico si affievolisce, fino a scomparire del tutto, si cerca di tutelare la reputazione delle persone coinvolte nel fatto restituendo loro il diritto alla riservatezza: se la lesione personale, per i protagonisti in negativo della vicenda, è inizialmente giustificata dalla necessità di informare il pubblico, non lo è più dopo che la notizia risulta largamente acquisita.

Ovviamente questo diritto difende indirettamente anche le vittime, in quanto ogni volta che un caso viene rievocato finisce per pesare di riflesso su chi lo ha dolorosamente subito nel ruolo di parte lesa (si pensi al caso delle violenze sessuali).

Un altro fattore da tenere in considerazione riguarda l'articolo 27, Comma 3°, Cost. secondo cui “Le pene […] devono tendere alla rieducazione del condannato”, ovvero il principio della funzione rieducativa della pena. Il diritto all'oblio favorirebbe, in questo senso, il reinserimento sociale dell'accusato, il suo ritorno alla società civile.

Sull'esistenza del diritto all'oblio si è espressa positivamente anche la Suprema Corte di Cassazione, da ultimo con la sentenza 16111 del 2013 (Cass. Civ.). Nel caso di specie la Corte ha affermato che, per reiterare legittimamente notizie attinenti a fatti remoti nel tempo, è necessario il rilevante collegamento con la realtà attuale e la concreta utilità della notizia, da esprimersi sempre nei vincoli della cosiddetta "continenza espositiva"[2].

In aggiunta al prima citato articolo 27, Comma 3, Cost. bisogna anche tenere conto dei dati personali che entrano in gioco spesso correlati al diritto all'oblio. A tal proposito, si può far riferimento alla proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio “concernente la tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali e la libera circolazione di tali dati (regolamento generale sulla protezione dei dati)” del 25 gennaio 2012 [3], secondo il quale, all'articolo 17 comma 1 ("Diritto all'oblio e alla cancellazione") l'interessato ha il diritto di richiedere la rimozione dei dati personali che lo riguardano, in particolare in relazione ai dati personali resi pubblici quando l'interessato era un minore, se sussiste uno dei seguenti motivi:

"a) i dati non sono più necessari rispetto alle finalità per le quali sono stati raccolti o altrimenti trattati;

b) l'interessato revoca il consenso su cui si fonda il trattamento, di cui all'articolo 6, paragrafo 1, lettera a), oppure il periodo di conservazione dei dati autorizzato è scaduto e non sussiste altro motivo legittimo per trattare i dati;

c) l'interessato si oppone al trattamento di dati personali ai sensi dell'articolo 19;

d) il trattamento dei dati non è conforme al presente regolamento per altri motivi."

Tuttavia vi è da considerare anche l'utilità dei dati personali raccolti, ovvero, secondo il comma 3 del medesimo articolo, il responsabile del trattamento deve provvedere alla cancellazione a meno che conservare i dati personali non sia necessario:

"(a) per l'esercizio del diritto alla libertà di espressione in conformità dell'articolo 80;

(b) per motivi di interesse pubblico nel settore della sanità pubblica in conformità dell'articolo 81;

(c) per finalità storiche, statistiche e di ricerca scientifica in conformità dell'articolo 83; IT 54 IT

(d) per adempiere un obbligo legale di conservazione di dati personali previsto dal diritto dell'Unione o dello Stato membro cui è soggetto il responsabile del trattamento; il diritto dello Stato membro deve perseguire un obiettivo di interesse pubblico, rispettare il contenuto essenziale del diritto alla protezione dei dati personali ed essere proporzionato all'obiettivo legittimo".

L'intervento del garante della privacy[modifica | modifica wikitesto]

In Italia il principio del diritto all'oblio si concretizza grazie al Garante per la protezione dei dati personali. Il Garante della privacy nel 2005 ha provato ad individuare una soluzione tecnica per garantire la trasparenza sull'argomento ed evitare che si creino, tramite i motori di ricerca, delle gogne elettroniche. Il Garante ha esaminato un caso[4]), in cui a un soggetto era stata erogata una sanzione da parte di un ente pubblico. Sul proprio sito web l'ente aveva indicato la violazione ed il nome del violatore, al che l'interessato aveva richiesto che fosse tolto il suo nome, invocando il diritto alla riservatezza. Il garante stabilì:

« "che l'ente continui a divulgare sul proprio sito istituzionale le decisioni sanzionatorie riguardanti l'interessato e la sua società, ma - trascorso un congruo periodo di tempo - collochi quelle di vari anni or sono in una pagina del sito accessibile solo dall'indirizzo web. Tale pagina, ricercabile nel motore di ricerca interno al sito, dovrà essere esclusa, invece, dalla diretta reperibilità nel caso si consulti un comune motore di ricerca, anziché il sito stesso".[5] »

Nel gennaio 2013 il giudice unico del Tribunale di Ortona (CH) ha condannato la testata online PrimaDaNoi.it al pagamento di una multa di oltre 17 mila euro, comprensiva di risarcimento danni e spese legali, per un fatto di cronaca giudiziaria avvenuto nel 2008 che aveva coinvolto due ristoratori. Nel 2010 uno dei due esercenti, appellandosi al diritto all'oblio, aveva richiesto al direttore del quotidiano di rimuovere l'articolo che lo riguardava, ma la richiesta era stata rifiutata. Nel 2011 il pezzo era stato cancellato dai motori di ricerca a titolo meramente transattivo. Nel 2013, a seguito della condanna del tribunale, l'articolo è stato rimosso anche dall'archivio della testata.

Secondo il giudice, «il trattamento dei dati personali si è protratto per un periodo di tempo superiore a quello necessario agli scopi (esercizio del diritto di cronaca giornalistica) per i quali i dati sono stati raccolti e trattati)».[6] L'editore della testata, a febbraio 2013, ha proposto ricorso in Cassazione contestando non solo la nullità della sentenza («nessuno si è accorto della omessa notificazione del ricorso e/o dell'assenza dal giudizio del Garante per la protezione dei dati personali», sostiene la difesa) ma anche il fatto che essa sia «lesiva dei diritti ed interessi sanciti dalla legge a garanzia delle attività e finalità giornalistiche».[7][8]

Persona offesa

Il Garante della privacy ha applicato il principio del diritto all'oblio anche nel caso di una persona offesa. A distanza di tempo, periodicamente, la stampa riprendeva l'accaduto. La persona offesa ha chiesto ed ottenuto che della vicenda non se ne dovesse più parlare.[9][10]

Principio della pertinenza

Il diritto di riprodurre fatti negativi, purché veritieri, da parte di organi di stampa ed assimilati trova un limite nel principio della pertinenza: i fatti possono essere riproposti, anche a distanza di tempo, solo se hanno una stretta relazione con nuovi fatti di cronaca e se vi è un interesse pubblico alla loro diffusione.[11]

I casi[modifica | modifica wikitesto]

Tale diritto all'oblio è stato affermato per la prima volta nel corso di un processo riguardante la pubblicazione, nell'ambito di un gioco a premi, del 14 gennaio 1990 da parte de “Il Messaggero” di una prima pagina del 6 dicembre 1961 nella quale si riportava foto e nome di un individuo reo confesso di omicidio che nel frattempo aveva espiato la pena e si era reinserito nella società; secondo il Tribunale di Roma (sent. 15 maggio 1995) ciò che in realtà difetta nella riproduzione a distanza di circa 30 anni della notizia di cui trattasi è l'attualità del pubblico interesse, il quotidiano ha quindi pesantemente interferito sulla vita privata del soggetto senza che vi fosse alcuna utilità sociale nell'informazione resa al pubblico per un occasionale motivo di gioco.[12]

Nel 29 novembre 1996 la programmazione di Rai 1 prevedeva la messa in onda de "Il caso Bozano" per il ciclo "I Grandi Processi", programma mirato ad approfondire i processi di cronaca che in tal caso si sarebbe dovuto occupare dell'omicidio di Milena Sutter avvenuto il 6 maggio 1971. I familiari della vittima, venuti a conoscenza di tale evento, chiesero all'emittente di bloccare la messa in onda invocando "sensibilità per un una ferita ancora aperta". La Rai si rifiutò. [13]

I familiari si rivolsero dunque al Tribunale di Roma, invocando il diritto alla riservatezza e affermando che il programma riporterebbe "all'impietosa curiosità dei telespettatori il nome, l'immagine e i sentimenti della vittima e dei suoi familiari a fini di spettacolo e senza alcuna giustificazione sul piano dell'informazione".

Il Tribunale di Roma rigettò il ricorso, affermando che “l’interesse del singolo a veder tutelata la propria vita privata e ad impedire il perpetuarsi del ricordo di avvenimenti dolorosi che lo hanno visto protagonista è destinato a soccombere se siffatti avvenimenti possano considerarsi come facenti parte del contesto sociale nel quale si sono verificati e su di essi non si sia mai sopito l'interesse della collettività, di modo che, potendo essere considerati un fatto di cronaca idoneo a suscitare riflessioni, commenti e giudizi, possa la loro divulgazione ritenersi giustificata da un interesse social”.[13]

Nel novembre 2000 è prossimo ad andare in onda su Canale 5 uno sceneggiato televisivo dal titolo “Uno Bianca”, che ripercorre le gesta criminali compiute dai fratelli Savi, ritenuti colpevoli dell'omicidio di 24 persone a seguito delle loro folli scorribande in Emilia Romagna negli anni tra il 1987 e il 1994. I personaggi si presentano con nomi di fantasia. Tra di essi c'è Milvia, una ragazza italiana, mora, rappresentata come succube e vittima di uno dei banditi cui è sentimentalmente legata, mai sospettata dagli inquirenti di complicità nei delitti. Il nome è facilmente riconducibile a quello di Eva Mikula, personaggio reale mutuato nella serie, fidanzata con uno dei fratelli Savi nel periodo che coincide con le gesta criminali della banda.

Eva Mikula entra in possesso del copione dello sceneggiato e lo visiona, chiedendo a Mediaset S.p.a. di bloccare la programmazione dello sceneggiato, richiesta che tuttavia viene inizialmente rifiutata.

Con procedimento d'urgenza Eva Mikula ricorre al Tribunale di Roma chiedendo che venga inibita a Mediaset la messa in onda dello sceneggiato “Uno Bianca” perché genericamente lesivo della sua onorabilità e del diritto all'oblìo. Il Tribunale respinge la richiesta, affermando che “Non è lesivo della personalità altrui uno sceneggiato televisivo basato su fatti di cronaca che per la loro eccezionalità e per la efferatezza dei delitti rievocati necessitano di essere ricordati e tramandati, non potendosi invocare una sorta di diritto all'oblìo rispetto a vicende per le quali non sia venuto meno l'interesse del pubblico” (Trib. Roma 1º febbraio 2001).

In approfondimento al caso va detto che il personaggio di Milvia è indulgente nei riguardi della Mikula, per come questa viene rappresentata nello sceneggiato. Milvia è decisamente succube del capo, dal quale viene spesso maltrattata, aspetto che slega il personaggio da un'effettiva complicità con le imprese criminali della banda. Non si può certo dire, quindi, che la reputazione della Mikula ne esca compromessa, poiché la figura rappresentata corrisponde a quella sempre rivendicata da lei stessa durante i vari processi.[14]

Obbligo di aggiornamento

Oltre all'aspetto principale, alla Cassazione (sent. 5525/2012) la questione si presenta anche come un problema di aggiornamento (quindi di incompletezza dell'informazione) che chiama in causa il requisito della verità della notizia anziché quello dell'interesse sociale; più precisamente, il caso in cui è chiamata a statuire riguarda un uomo politico ancora in attività che lamentava la permanenza della notizia del suo arresto avvenuta molti anni prima senza l'informazione del successivo proscioglimento, così l'interessato aveva fatto ricorso al garante per richiederne la cancellazione dagli archivi online dei giornali che però aveva respinto il ricorso sottolineando che si trattava di politico ancora in attività e quindi la soluzione della deindicizzazione non andava bene perché l'interesse alla conoscenza della notizia non era del tutto escluso.

La Cassazione afferma che la notizia deve rimanere ed anche essere reperibile, tutt'al più deve essere aggiornata, perciò richiama al riguardo l'art. 7 del Codice per la protezione dei dati personali e rinvia al giudice perché individui lo strumento per realizzare il diritto all'aggiornamento, quindi in questo caso non è corretto parlare di diritto all'oblio ma di quello alla contestualizzazione dei dati; in seguito la sentenza ha suscitato molte preoccupazioni in quanto si è pensato alludesse a un obbligo di aggiornamento continuo indipendentemente da richieste o segnalazioni degli interessati (materialmente quasi impossibile), ma in realtà l'obbligo di aggiornamento sorge solo se c'è una richiesta al riguardo, inoltre la sentenza continua a fare riferimento ad obblighi del sito originario e non coinvolge in alcun modo il motore di ricerca.[12]

Francia[modifica | modifica wikitesto]

Un primo tentativo di regolamentare tale fattispecie di diritto all'oblio è stato effettuato dal governo francese in un accordo con gli editori, attraverso la discussione della Charte du droit à l'oubli dans les site collaboratifs et les moteurs de recherche.[15][16][17][18] [19] [20]

Germania[modifica | modifica wikitesto]

Un caso concreto si è verificato in Germania con la richiesta da parte di due fratelli condannati per omicidio. Hanno presentato richiesta di cancellazione dei loro nomi da Wikipedia in tedesco[21][22][23]. Il 27 ottobre 2009 gli avvocati dei due fratelli condannati per omicidio hanno mandato una lettera di diffida alla Fondazione Wikimedia richiedendo che i nomi dei colpevoli fossero rimossi dalla pagina Wikipedia in inglese sulla vittima, citando la decisione del 1973 della Corte Federale Costituzionale che consente la rimozione del nome di un criminale dagli ultimi resoconti, una volta terminata la custodia cautelare. Precedentemente, il rappresentante legale dei due fratelli aveva vinto una sentenza in contumacia presso la Corte Tedesca contro la Fondazione Wikimedia. Secondo l'Electronic Frontier Foundation, gli avvocati avevano anche contestato un Internet service provider in Austria che aveva pubblicato i nomi dei colpevoli. Wikimedia ha sede negli Stati Uniti, dove il Primo Emendamento protegge la libertà di parola e di stampa, sotto le quali dovrebbero rientrare gli articoli di Wikipedia. In Germania, invece, la legge cerca di proteggere il nome dei privati dalla pubblicità indesiderata. Il 18 gennaio 2008 una corte ad Amburgo ha sostenuto i diritti personali dei due fratelli, che per la legge tedesca includono la rimozione dei loro nomi dagli archivi del caso. Il 12 novembre 2009 anche il New York Times ha riportato la notizia che uno dei due fratelli aveva una causa in corso contro la Fondazione Wikimedia in una corte tedesca. Coloro che hanno curato l'articolo sulla vittima sulla pagina tedesca di Wikipedia hanno rimosso i nomi dei colpevoli. The Guardian ha notato che però la causa ha portato ad effetto Streisand, ossia ad un'ampia pubblicizzazione del caso dovuta all'azione giudiziaria. Il 15 dicembre 2009, la Corte Federale Tedesca di Giustizia (Bundersgerichtshof) di Karlsruhe ha deciso che i siti internet tedeschi non devono controllare i loro archivi in modo da provvedere alla protezione permanente dei diritti personali per criminali condannati. Il caso si è presentato quando il nome dei due fratelli è stato trovato sul sito web Deutschlandradio, in un articolo di archivio datato luglio 2000.

Spagna[modifica | modifica wikitesto]

L'iniziativa del garante della privacy spagnolo, sulla scia di un intervento precedente dell'Autorità italiana[24], si è indirizzata soprattutto all'affermazione della responsabilità dei motori di ricerca[25][26]

Stati Uniti[modifica | modifica wikitesto]

I primi riferimenti al diritto all'oblio negli Stati Uniti si possono ritrovare nei casi Melvin v. Reid e Sidis v. FR Publishing Corp.[27]

Nel caso Melvin v. Reid (1931), un'ex-prostituta venne accusata di omicidio e in seguito assolta. Successivamente tentò di assumere un ruolo anonimo e riservato nella società. Tuttavia, il film The Red Kimono rivelò la sua storia, e lei fece causa al produttore.[28][29] La corte stabilì che "ogni persona che vive nella rettitudine ha diritto alla felicità che include la libertà da inutili attacchi alla propria persona, condizione sociale o reputazione."[30]

Tuttavia nel caso Sidis v. FR Publishing Corp. il querelante William James Sidis, che era stato un bambino prodigio, desiderava trascorrere la vita adulta in tranquillità, nell'anonimato; purtroppo il suo desiderio venne disatteso da un articolo sul The New Yorker.[31] La corte stabilì in tale sede che esistono limiti al controllo sulla vita di un individuo e sui fatti a lui connessi, che esiste un valore sociale associato a fatti pubblicati e che un individuo non può ignorare il proprio stato di celebrità soltanto perché lo vuole.[31]

Negli Stati Uniti non è ancora presente la possibilità di far richiesta di deindicizzazione. Nel 2015 è stata presentato da una della maggiori associazioni dei consumatori, Consumer Watchdog, un esposto alla Federal Trade Commission, con la richiesta di investigare sul tema.[1]

Negli Stati Uniti, un sondaggio ha indicato che 9 americani su 10 esigono una qualche forma di diritto ad essere dimenticati.[32]

L'11 marzo del 2015 , US Intelligence Squared, un'organizzazione che mette in scena dibattiti Oxford-Style, ha tenuto un dibattito incentrato sul quesito: "Gli Stati Uniti dovrebbero adottare il 'diritto all'oblio' online?" La mozione è stata debellata con una maggioranza del 56% del pubblico votante. [33]

In linea con la proposta secondo cui le uniche informazioni che possono essere rimosse su richiesta dell'utente sono le informazioni che l'utente stesso ha inserito, alcuni critici ritengono che "il diritto all'oblio" vada contro la Costituzione degli Strati Uniti d'America in quanto proponga una forma indiretta di censura.[34]

Molte persone finite sotto l'opinione pubblica, per reati e/o per la loro fama, hanno cercato di assumere un posto tranquillo e anonimo della società ma la possibilità di essere indicizzati ha reso tali soggetti un bersaglio facile per i mass-media. La mancanza di una legge sul "diritto all'oblio" ha generato una varietà di sentenze dei singoli casi: secondo alcuni ogni persona ha il diritto di non ricevere inutili attacchi per la propria posizione sociale o reputazione, mentre per altri esiste un limite al diritto di poter controllare le informazioni sulla propria vita poiché bisogna accettare il proprio status di persona riconoscibile.

Argentina[modifica | modifica wikitesto]

L'Argentina ha visto casi di personaggi famosi contro Google e Yahoo! in cui i querelanti richiedevano la rimozione di alcuni risultati di ricerca e collegamenti a fotografie.[35] Un caso, sollevato dall'artista Virginia da Cunha, ha coinvolto fotografie fatte e caricate online con il suo consenso, però lei ha sostenuto che i risultati di ricerca associavano erroneamente le sue fotografia a contenuti pornografici.[36] Il caso De Cunha ha raggiunto il successo inizialmente, facendo sì che in Argentina i motori di ricerca non mostrino immagini della celebrità. La decisione, nel 2013, era ancora in appello. [37]

La normativa dell'Unione Europea[modifica | modifica wikitesto]

Viviane Reding, Commissaria UE per la Giustizia e i Diritti fondamentali, ha proposto il 25 gennaio 2012 una riforma globale per la tutela della privacy degli utenti sul web che dovrebbe essere trasformata in legge da tutti gli stati membri entro il 2015. I fornitori di servizi online saranno obbligati a passare dalla regola dell'opt-out (i dati dell'utente, a meno di una sua esplicita richiesta, appartengono al fornitore) a quella dell'opt-in (i dati appartengono solo all'utente, è lui a decidere come usarli).

La Reding ha infatti affermato che: La protezione dei dati personali è un diritto fondamentale di tutti gli europei, eppure non sempre i cittadini sentono di avere il pieno controllo dei propri dati. Le nostre proposte creeranno fiducia nei servizi online visto che saremo tutti più informati sui nostri diritti e avremo un maggiore controllo di tali informazioni.[2]

Contenuto della proposta[modifica | modifica wikitesto]

  • Possibilità di chiedere “che i propri dati personali siano cancellati o trasferiti altrove e non siano più elaborati laddove non siano più necessari in relazione alle finalità per cui erano stati raccolti”. Questo prevede, per ogni cittadino, il pieno accesso alle proprie informazioni, in qualunque momento.
  • Maggiore trasparenza e controllo sui dati: obbligo di tenere aggiornato ogni cittadino sul trattamento e la gestione dei propri dati da parte di aziende con sede locale in Europa. I gestori dovranno indicare il tipo di dati che posseggono, gli scopi per cui verranno usati, l'eventuale trasferimento a terzi e il periodo di conservazione all'interno del database. Inoltre ogni utente dovrà fornire un consenso esplicito all'utilizzo dei propri dati da parte delle aziende. La Commissione prevede multe fino a 500 000 euro per i trasgressori.
  • Obbligo dei social network di provare che la conservazione di una certa informazione è necessaria e di avvertire tempestivamente l'utente (alert entro 24 ore) qualora le sue informazioni vengano rubate.

Eccezione: I cittadini europei non potranno richiedere la rimozioni di dati che li riguardano dai database delle testate giornalistiche.

Sono in molti a criticare la riforma varata dall'UE e i presupposti alla base del diritto all'oblio che toglierebbe alla rete la sua essenza originaria: Internet è ormai diventato un enorme archivio di informazione, unico nel suo genere, in cui tutto si conserva e nulla si dimentica. In prima linea tra i contestatori c'è Vinton Cerf, pioniere di Internet, secondo cui le normative sul diritto all'oblio al vaglio dell'Unione Europea costituiscono una pericolosa minaccia per la libertà di espressione su cui si fonda il mondo di Internet.

Il diritto all'oblio nel Web[modifica | modifica wikitesto]

Il diritto ad essere dimenticati online consiste nella cancellazione dagli archivi online, anche a distanza di anni, di tutto il materiale che può risultare sconveniente e dannoso per soggetti che sono stati protagonisti in passato di fatti di cronaca. Vivace è anche il dibattito su questo tema nel web. Vint Cerf, informatico statunitense, ha dichiarato[38][39]:

« Non potete uscire di casa ed andare alla ricerca di contenuti da rimuovere sui computer della gente solo perché volete che il mondo si dimentichi di qualcosa. Non penso che sia praticabile. »

Esistono problematiche tuttora aperte[40] anche riguardo ai dati memorizzati:

  • nei motori di ricerca: essi rendono accessibili, virtualmente, per un periodo di tempo indeterminato, notizie (di cronaca o vicende giudiziarie) che altrimenti sarebbero di difficile reperibilità;
  • nelle reti sociali: un'estensione del diritto all'oblio potrebbe pregiudicare la loro gestione dei dati personali.

La giurisprudenza: sentenza C-131/12 del 2014[modifica | modifica wikitesto]

Nel maggio 2014 la Corte di giustizia dell'Unione Europea si è pronunciata sul caso Google Spain contro Agencia Española de Protección de Datos (AEPD) e Mario Costeja González[41].

Mario Costeja Gonzales, un cittadino spagnolo, era stato colpito da un pignoramento di una casa di sua proprietà a seguito di un procedimento per la riscossione coattiva di crediti previdenziali. Nel gennaio e marzo del 1998 «La Vanguardia», quotidiano a diffusione nazionale, aveva pubblicato due annunci relativi alla vendita all'asta dell'immobile dove appariva il nome dell'ex-proprietario nonché il fatto che la vendita era connessa a un pignoramento. Nel 2013, quindi a distanza di 15 anni dai fatti, digitando sui motori di ricerca il nominativo apparivano ancora tali notizie, così il signor Costeja Gonzales si rivolse all'“Agencia espagnola de proteccion de datos” (l'equivalente del nostro Garante della privacy) affinché procedesse nei confronti: a) del quotidiano chiedendo la cancellazione delle pagine o la loro deindicizzazione; b) di Google chiedendo che fosse eliminato il link alle pagine contenenti le notizie. Il Garante spagnolo respinse il ricorso contro il quotidiano (con la motivazione che la pubblicazione costituiva un adempimento a un obbligo di legge) ma lo accolse nei confronti del motore di ricerca. Google fece ricorso all'“Audencia nacional”[42], che a sua volta sollevò questione pregiudiziale alla Corte di Giustizia dell'Unione Europea.

Furono presentati all'attenzione della Corte di giustizia dell'UE diversi quesiti, riducibili sostanzialmente a due: a) se un motore di ricerca come Google possa essere soggetto alla legislazione europea; b) se un motore di ricerca possa essere considerato responsabile del trattamento dei dati personali e quindi possa essere assoggettato all'obbligo di rimuovere i link se l'interessato non gradisce che circolino (anche se le notizie permangono in rete). Circa il primo quesito la risposta fu affermativa poiché risultò decisiva la considerazione che "Google Spain" - come società che raccoglie la pubblicità - ha sede in Spagna. Anche sul secondo quesito la risposta fu positiva perché la Corte europea osservò che il concetto di trattamento dei dati personali può essere esplicato in due modi diversi: quello fatto dal quotidiano e quello fatto dal motore di ricerca. Entrambi i modi, anche se corrispondono a finalità diverse e hanno diversi responsabili, sono soggetti alla stessa giurisprudenza, quindi Google poteva essere considerato responsabile del trattamento dei dati personali.

Un motore di ricerca esplora Internet in modo automatizzato, costante e sistematico alla ricerca di informazioni. Il gestore del motore di ricerca raccoglie i dati ottenuti dal motore, successivamente li registra e li organizza nell'ambito dei suoi programmi di indicizzazione; li conserva nei suoi server e infine li comunica, o li mette a disposizione dei propri utenti, sotto forma di elenchi ordinati. Quindi, poiché tali operazioni sono contemplate in maniera esplicita e incondizionata dalla direttiva 46/1995 (recepita in Italia con il Codice in materia di protezione dei dati personali) esse devono essere qualificate come trattamento dei dati ai sensi di tale disposizione, senza che rilevi il fatto che il gestore del motore di ricerca applichi le medesime operazioni anche ad altri tipi di informazioni (generiche e non personali) e non distingua tra queste e i dati identificativi.
In altri termini, se c'è un trattamento dei dati deve esistere per forza di cose anche un responsabile: ad esso si applicano le disposizioni dell'art. 8 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea e delle direttive europee in materia. Tra esse vi è quella sull'aggiornamento e l'eventuale richiesta di cancellazione dei dati, che quindi può essere applicata direttamente al motore di ricerca[43].

Così la Corte di giustizia UE ha condannato Google Inc. (proprietaria del motore di ricerca Google) a cancellare le indicizzazioni relative ai propri dati personali su richiesta dei cittadini europei interessati, "a meno che non vi siano ragioni particolari, come il ruolo pubblico del soggetto" (C-131/12, 13 maggio 2014)[44]. La Corte di giustizia UE ha così imposto a Google Inc. di rispondere da allora in avanti alle richieste di rimozione dei link alle pagine web che contengono il nominativo del richiedente dai risultati sul motore di ricerca. In virtù del diritto all'oblio, i motori di ricerca devono rimuovere ogni contenuto a seguito di ogni richiesta dell'individuo; possono mostrare solo certi risultati che sono di pubblico interesse. La Corte UE non ha però specificato cosa significhi quest'ultima parte e quindi ha lasciato ai motori di ricerca l'onere di decidere cosa sia di pubblico interesse.

In sostanza viene richiesta la de-indicizzazione, cioè la possibilità di eliminare dai risultati di una ricerca il proprio nome in riferimento a quegli articoli per i quali si vuol far valere il diritto all'oblio. Questo significa che Google e gli altri motori di ricerca dovranno evitare che venga riportato l'articolo che il soggetto vuole sia dimenticato tra i risultati (ma rimarrà ovviamente nel server in cui è stato originariamente caricato). Per esempio, se una persona ha commesso una frode e la cosa viene riportata sui siti web dei giornali, quello che farà il motore di ricerca sarà di non far comparire quegli articoli di giornali. Ovviamente i giornali non hanno l'obbligo di cancellare quegli articoli, che rimarranno memorizzati. Quindi per aggirare questa legge basterà usare il motore interno dei giornali o la versione internazionale dei motori di ricerca, quelli cioè che operano all'esterno dell'Europa. Per essere più precisi se si cerca su "www.google.com" invece che su "www.google.it" verranno riportati anche i risultati omessi.

Dopo la sentenza[modifica | modifica wikitesto]

La posizione ufficiale di Google sulla sentenza UE è stata espressa da David Drummond, responsabile legale di "Big G"[45] :

« Non siamo d'accordo con la sentenza, è un po' come dire che un libro può stare in una biblioteca, ma non può essere incluso nel suo catalogo. Ovviamente, però, rispettiamo l'autorità della Corte e facciamo del nostro meglio per attenerci alle sue decisioni. È un compito enorme, dal momento che da maggio abbiamo ricevuto più di 70.000 richieste che riguardano 250.000 pagine web. Gli esempi che abbiamo visto finora evidenziano i difficili giudizi di valore che i motori di ricerca e la società Europea devono ora affrontare: ex politici che vogliono far rimuovere messaggi che criticano le loro politiche quando erano in carica; criminali violenti che chiedono di cancellare articoli sui loro crimini; recensioni negative su professionisti come architetti e insegnanti. »

Successivamente Google ha messo a disposizione sul suo sito un modulo[46] attraverso il quale è possibile richiedere la rimozione dei link relativi alle informazioni "inadeguate, non pertinenti o non più pertinenti, ovvero eccessive in rapporto alle finalità del trattamento in questione realizzato dal gestore del motore di ricerca"[47]. Nel dicembre del 2014 anche la Microsoft ha pubblicato una pagina web attraverso cui i cittadini europei, previa compilazione online di un modulo, possono bloccare i risultati della ricerca su Bing se questa viola il diritto all'oblio, ai sensi della normativa europea[48]

Oggi i dati delle richieste trattate vengono elencati da Google nel suo "transparency report”[49]. Nel sito vengono elencate tutte le richieste inviate suddivise per stati europei con la percentuale di richieste accolte e rifiutate. Alla data del gennaio 2016 sono arrivate 376.366 richieste relative a 1.328.983 URL inerenti a tutta Europa. Le richieste per il mercato italiano sono state 28.247, relative ad oltre 92.816 URL. L'Italia si trova al quinto posto per numero di richieste assolute (dopo Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna) e al primo posto come numero di richieste rifiutate (rifiuto del 69,9% contro un 30,1% accolto); questo è dovuto principalmente a delle situazione particolari presenti solo nella penisola italica.

Sempre secondo i dati, i dieci domini di cui Google ha rimosso il maggior numero di URL dai risultati di ricerca risultano essere: www.facebook.com, profileengine.com, groups.google.com, www.youtube.com, annuaire.118712.fr, badoo.com, plus.google.com, twitter.com, www.wherevent.com, www.192.com.

Nei casi riportati ad esempio viene spiegato molto bene che negli altri Paesi la maggior parte delle richieste veniva da persone nominate incidentalmente come vittime di reati (ad esempio stupro o rapimento) o come parenti di vittime. Nel caso in cui la richiesta venga fatta dagli autori dei reati questi hanno interamente scontato la propria pena (che negli altri paesi europei è sicura e reale) e sono già passati molti anni.

Il caso dell'Italia (e, in misura minore, della Spagna) è invece molto particolare: una grossa parte delle richieste proviene dagli stessi autori dei reati, i processi sono addirittura ancora in corso o magari in corso di prescrizione, non sono state scontate le pene e le ricerche puntano a organi ufficiali (ad esempio la Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana). Quindi dagli esempi sembrerebbe che Google, un'impresa commerciale privata, si sia trovata nella situazione imbarazzante di doversi ergere ad arbitro e decidere ad esempio se rimuovere tutte le ricerche che portavano ad un mafioso o a un camorrista o agli autori di frodi fiscali (negli Stati Uniti l'evasione fiscale è un reato considerato gravissimo perché deruba tutti i cittadini ed è punito severamente con la galera e con un ostracismo sociale).

Il caso di Renato Vallanzasca

Nei primi mesi dall'entrata in vigore della sentenza un paio di richieste hanno suscitato un certo clamore: ricevettero la comunicazione sulla de-indicizzazione i maggiori quotidiani italiani (tra cui il «Corriere della Sera» e «la Repubblica», che avevano gridato giustamente allo scandalo contro la sentenza Google Spain v AEPD and Mario Costeja González e il diritto all'oblio) e precisamente quella del gangster milanese degli anni Settanta Renato Vallanzasca e quella della sua banda (la Banda della Comasina). A seguito del suo arresto per aver rubato della biancheria intima (13 giugno 2014) tutti i giornali avevano infatti ricominciato a pubblicare le sue imprese delittuose. In questo caso, a inviare la richiesta non era stato Vallanzasca in persona (così hanno spiegato i suoi avvocati), ma più probabilmente qualcuno che non voleva essere associato alle vicende di quegli anni[50]. Google ha rimosso il nome delle persone coinvolte dalle proprie pagine dei risultati delle ricerche. Non solo: ha oscurato anche alcuni link a Wikipedia. Ciò ha provocato la reazione di Jimmy Wales, cofondatore di Wikipedia, che ha dichiarato[50]:

« La storia è un diritto umano. Io sto sotto i riflettori da un bel po' di tempo, alcune persone dicono di me cose belle e altre cose brutte. Ma questa è storia e non userei mai un procedimento legale come questo per cercare di nascondere la verità. Credo che ciò sia profondamente immorale. »

L'estensione del diritto all'oblio al mondo del web si è rivelata dunque un'operazione più difficile del previsto, fonte di dibattiti e controversie.
È arduo stabilire, in punta di diritto:

  • fino a quanti anni di distanza dai fatti può essere esercitato il diritto dell'individuo ad ottenere la cancellazione dei propri dati;
  • quali sono gli elementi che, anche a distanza di tempo, potrebbero giustificare la persistenza di tali dati negli archivi online.

Il 4 marzo 2016 con una nota sul blog[51], Google ha esteso il diritto all'oblio a tutti gli stati membri dell'Unione Europea. D'ora in poi tutti i collegamenti ipertestuali segnalati come inappropriati dagli utilizzatori saranno rimossi anche dal motore di ricerca internazionale.

Cosa la sentenza del 13 maggio 2014 non dice

La sentenza della Corte di giustizia dell'Unione Europe non afferma quanto segue:

  • Che esista un diritto a fare cancellare quello che non piace. Si può chiedere, ma non si ha diritto di ottenerlo;
  • Che si debbano cancellare o modificare gli archivi dei giornali;
  • Che si debba modificare il passato o la realtà storica.[52]

Le critiche[modifica | modifica wikitesto]

Il diritto alla libertà d'espressione è regolamentato in modo molto forte nelle costituzioni di alcuni paesi, e ciò diventa molto difficile da conciliare con il diritto all'oblio. Alcuni accademici osservano che soltanto una parte limitata del diritto all'oblio sarebbe conciliabile con la legge costituzionale degli USA: il diritto di un individuo di cancellare dati che ha personalmente pubblicato. In questa forma limitata del diritto il singolo non può richiedere la cancellazione di materiale pubblicato da terzi, dal momento che la rimozione delle informazioni diventerebbe censura e limitazione della libertà d’espressione in molti paesi. [53]

La proposta di regolamentazione della protezione dei dati è stata redatta senza considerare i singoli casi, e ciò ha destato preoccupazioni, in particolare ha attirato critiche sul fatto che questo provvedimento costringerebbe le compagnie che controllano i dati a fare molti sforzi per identificare le terze parti con l'informazione e rimuoverla. Altre critiche sono state mosse riguardo al fatto che questa regolamentazione potrebbe produrre un effetto di censura per cui aziende come Facebook o Google preferiranno eliminare totalmente le informazioni piuttosto che venire multate, e questo potrebbe avere effetti piuttosto distopici. Inoltre, ci sono preoccupazioni riguardo la richiesta di rimuovere informazioni che terze parti hanno pubblicato riguardo ad un singolo, la definizione di dato personale nell'Articolo 4.2 include “qualsiasi informazione riguardante il singolo”. Questi critici hanno dichiarato che ciò porterebbe le aziende a cancellare qualsiasi informazione sull'individuo senza considerare la fonte, e questo porterebbe alla censura e le grandi compagnie che gestiscono i dati si troverebbero ad eliminare molte informazioni per attenersi a questa regolamentazione.

Facendo appello al diritto all'oblio, era stato richiesto che venissero rimossi dai risultati di Google 120 report riguardo direttori di aziende, pubblicati dalla compagnia spagnola Dato Capital, consistenti interamente in informazioni che essi devono rivelare per legge. [54]

Altre critiche riguardano il principio di responsabilità: la preoccupazione principale è costituita dall'idea che Google e gli altri motori di ricerca non mostrino risultati neutrali ma parziali e faziosi, compromettendo così la neutralità dell’informazione online. Per ribattere a queste critiche, la regolamentazione proposta include un'eccezione per la divulgazione di dati rivelati soltanto per scopi di cronaca, artistici o letterari per riconciliare il diritto alla protezione dei dati personali con le normative sulla libertà d'espressione. L'articolo 80 sostiene la libertà di parola, e nonostante non riduca gli obblighi per i fornitori di dati e i social media, comunque grazie al vasto significato di “scopi giornalistici” permette una maggiore autonomia e diminuisce la quantità di informazioni che devono essere rimosse. Quando Google accettò di implementare questo regolamento, il vicepresidente della commissione europea Viviane Reding affermò: “La Corte ha anche assicurato che il lavoro giornalistico non dovrà essere toccato, ma protetto”.

Tuttavia Google venne criticato per aver rimosso (a causa del precedente caso Costeja) un post del blog della BBC News riguardo Stan O'Neal scritto dal giornalista Robert Peston (alla fine Peston però riportò che il suo post rimase tra i risultati di Google). Nonostante queste critiche e l'azio dei Google, il CEO della compagnia, Larry Page, si preoccupa che la regolamentazione verrà usata per scopi illeciti da governi che non sono così sviluppati e progressisti come l'Europa.[55] Per esempio, il pianista Dejan Lazic citò il diritto all'oblio per cercare di rimuovere una recensione negativa di una sua performance pubblicata sul Washington Post. Affermò che la critica fosse diffamatoria, di cattivo gusto, irriverente, offensiva e semplicemente irrilevante per la sua arte. [56]

L'indice di Censura ha affermato che il regolamento Costeja permette agli individui di lamentarsi con i motori di ricerca riguardo alle informazioni che non gradiscono senza un controllo legale, e questo è paragonabile ad entrare in una libreria e costringerla a mandare i libri al macero. Nonostante la regolamentazione si riferisca ad individui singoli, questa potrebbe aprire la strada a chiunque voglia occultare la propria storia personale. [57]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Luca Fazzo, Mario Chiesa ha diritto all' oblio, in la Repubblica (Roma), 2 febbraio 2005. URL consultato il 20 dicembre 2012.
  2. ^ consulta anche Gambetta D., Difetto del nesso di proporzionalità tra esigenza di libera informazione e lesione della riservatezza: chiaroscuri nell'area di efficacia del diritto “all'oblio” in Diritto & Diritti, rivista giuridica telematica ISSN 1127-8579, Dicembre 2013.
  3. ^ Proposta di regolamento del Parlamento Europeo e del Consiglio concernente la tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali e la libera circolazione di tali dati (regolamento generale sulla protezione dei dati) (PDF), Bruxelles, 25 gennaio 2012. URL consultato il 20 gennaio 2015.
  4. ^ La decisione è stata adottata dal precedente collegio
  5. ^ Garante privacy
  6. ^ Questo sebbene la vicenda giudiziaria che riguarda i ricorrenti sia tuttora ancora aperta (a maggio 2013 prevista una udienza in tribunale).
  7. ^ Abruzzo. Ammazzati Dalla Giustizia, Condannati Ancora Per Aver Tenuto On Line Un Articolo Corretto - Primadanoi.It
  8. ^ Italia, diritto di cronaca all'oblio
  9. ^ Garante per la protezione dei dati personali, Provvedimento del 15 aprile 2004, garanteprivacy.it, 15 aprile 2004. URL consultato il 5 giugno 2014.
  10. ^ Garante per la protezione dei dati personali, Attività giornalistica - Privacy e televisione: quando si ha il diritto di non ricomparire in tv, garanteprivacy.it, 7 luglio 2005. URL consultato il 5 giugno 2014.
  11. ^ Diritto all'oblio: Quando dimenticare è un obbligo giuridico | LoudVision
  12. ^ a b M. Cuniberti, E. Lamarque, B. Tonoletti, G.E. Vigevani e M.P. Viviani-Schlein, Percorsi di diritto dell'informazione, Torino, Giappichelli, 2011, pp. Integrazione al cap. IV sul diritto di cronaca (interesse sociale - sentenza su “il killer del messaggero”), ISBN EAN 978-88-348-1808-4.
  13. ^ a b Il 'caso Sutter', difesadellinformazione.com.
  14. ^ Eva Mikula nella Uno bianca, su www.difesadellinformazione.com. URL consultato il 22 febbraio 2016.
  15. ^ (FR) Une charte sur le droit à l'oubli numérique sans Google ni Facebook
  16. ^ (FR) Charte du droit à l'oubli dans les site collaboratifs et les moteurs de recherche
  17. ^ Francia, accordo dei big per "diritto all'oblio" su Internet Assenti Facebook e Google
  18. ^ fr:wikisource
  19. ^ Sito del governo francese
  20. ^ n°78-17 du 6 janvier 1978 – Article 6 de la loi relative à l'informatique, aux fichiers et aux libertés
  21. ^ wikipedia e il diritto all'oblio
  22. ^ Internet e i nuovi strumenti di comunicazione
  23. ^ Pogo Was right
  24. ^ La Stampa
  25. ^ Diritto all'oblio: il Garante della privacy spagnolo porta Google in tribunale. 'Cancelli i dati che violano la privacy'
  26. ^ Supercom
  27. ^ Melvin v. Reid, 112 Cal.App. 285, 297 P. 91 (1931); Sidis v F-R Publishing Corporation 311 U.S. 711 61 S. Ct. 393 85 L. Ed. 462 1940 U.S.
  28. ^ Melvin v. Reid, 112 Cal.App. 285, 297 P. 91 (1931)
  29. ^ Lawrence Meir Friedman, The Red Kimono: The Saga of Gabriel Darley Melvin, in Guarding Life's Dark Secrets: Legal and Social Controls over Reputation, Propriety, and Privacy, Stanford University Press, 2007, pp. 217–225, ISBN 978-0-8047-5739-3.
  30. ^ Melvin v. Reid, 112 Cal.App. 285, 297 P. 91 (1931) at 852-853
  31. ^ a b Sidis v F-R Publishing Corporation 311 U.S. 711 61 S. Ct. 393 85 L. Ed. 462 1940 U.S.
  32. ^ Hey Google: 9 in 10 Americans Want the ‘Right to Be Forgotten’, su www.adweek.com. URL consultato il 16 gennaio 2016.
  33. ^ The U.S. Should Adopt the 'Right to Be Forgotten' Online, su intelligencesquaredus.org. URL consultato il 16 gennaio 2016.
  34. ^ (EN) Why Journalists Shouldn't Fear Europe's 'Right to be Forgotten', su The Atlantic. URL consultato il 16 gennaio 2016.
  35. ^ La Justicia Argentina Sobreseyó a Adriana Noreña, Directora General de Google, Infotechnology.com, 21 settembre 2012. URL consultato il 9 agosto 2014.
  36. ^ Carter, Edward L. "Argentina's Right to Be Forgotten." Emory International Law Review. 27 (2013): pg 23.
  37. ^ ‘Search engines not responsible for content’, BuenosAiresHerald.com, 5 settembre 2013. URL consultato il 9 agosto 2014.
  38. ^ Il Diritto All'Oblio
  39. ^ Il diritto all'oblio, definizione e caratteri
  40. ^ (EN) The Web Means the End of Forgetting
  41. ^ European Court of Justice, «Dati personali – Tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento di tali dati – Direttiva 95/46/CE – Articoli 2, 4, 12 e 14 – Ambito di applicazione materiale e territoriale – Motori di ricerca su Internet – Trattamento dei dati contenuti in siti web – Ricerca, indicizzazione e memorizzazione di tali dati – Responsabilità del gestore del motore di ricerca – Stabilimento nel territorio di uno Stato membro – Portata degli obblighi di tale gestore e dei diritti della persona interessata – Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea – Articoli 7 e 8», Curia, 13 maggio 2014. URL consultato il 5 febbraio 2015.
  42. ^ Alto tribunale le cui sentenze non sono appellabili e che possono essere annullate solo dalla Corte Costituzionale spagnola.
  43. ^ M. Cuniberti, E. Lamarque, B. Tonoletti, G.E. Vigevani e M.P. Viviani-Schlein, Percorsi di diritto dell'informazione, Torino, Giappichelli, 2011, pp. Integrazione al cap. VIII su riservatezza e identità personale (protezione dei dati personali – diritto all'aggiornamento e contestualizzazione dei dati), ISBN EAN 978-88-348-1808-4.
  44. ^ ANSA, redazione di Bruxelles, 30 maggio 2014
  45. ^ Google e il diritto all'oblio: la ricerca del giusto equilibrio - La Stampa
  46. ^ Richiesta di rimozione di risultati di ricerca ai sensi della legge europea per la protezione dei dati
  47. ^ Sentenza della Grande Corte del 13/05/2014, Corte di giustizia dell'Unione europea
  48. ^ Pagina di richiesta per blocco i risultati di ricerca di Bing, 24o.it.
  49. ^ Google Transparency Report, Transparency Report Google, Google. URL consultato il 26 gennaio 2016.
  50. ^ a b "Il diritto all'oblio va contro la storia". Vallanzasca tra Google e Wikipedia - Repubblica.it
  51. ^ Adapting our approach to the European right to be forgotten, googlepolicyeurope.blogspot.it.
  52. ^ Diritto&Internet | Diritto all'oblio
  53. ^ (EN) The Right To Be Forgotten: Questioning The Nature Of Online Privacy - PSFK, su PSFK, 2 maggio 2011. URL consultato il 19 febbraio 2016.
  54. ^ Company directors are deep-sixing Google links citing ‘right to be forgotten’, fortune.com. URL consultato il 19 febbraio 2016.
  55. ^ (EN) Samuel Gibbs, Google hauled in by Europe over ‘right to be forgotten’ reaction, in The Guardian, 24 luglio 2014. URL consultato il 19 febbraio 2016.
  56. ^ (EN) Musician attempts to use EU Right To Be Forgotten to hide a bad review - EU Right To Be Forgotten Law, Google, Personal Information, su EU Right To Be Forgotten Law, Google, Personal Information. URL consultato il 19 febbraio 2016.
  57. ^ (EN) Index blasts EU court ruling on "right to be forgotten" - Index on Censorship, su Index on Censorship. URL consultato il 19 febbraio 2016.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Diritto Portale Diritto: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di diritto