Giovanni Gronchi

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Giovanni Gronchi
Giovanni Gronchi.jpg

Presidente della Repubblica Italiana
Durata mandato 11 maggio 1955 –
11 maggio 1962
Predecessore Luigi Einaudi
Successore Antonio Segni

Presidente della Camera dei deputati
Durata mandato 8 maggio 1948 –
29 aprile 1955
Predecessore Umberto Terracini
Successore Giovanni Leone

Ministro dell'Agricoltura, Industria e Commercio
Durata mandato 18 giugno 1944 –
14 luglio 1946
Presidente Ivanoe Bonomi,
Alcide De Gasperi

Dati generali
Partito politico Partito Popolare Italiano
(1919-1923)
Democrazia Cristiana
(1943-1978)
Alma mater Scuola normale superiore, Pisa
sen. Giovanni Gronchi
Bandiera italiana
Parlamento italiano
Senato della Repubblica
Luogo nascita Pontedera
Data nascita 10 settembre 1887
Luogo morte Roma
Data morte 17 ottobre 1978 (91 anni)
Titolo di studio Laurea in Lettere
Professione Industriale, insegnante
Legislatura III, IV, V, VI, VII
Gruppo Misto
Senatore a vita
Investitura Senatore di diritto
Data 11 maggio 1962
Pagina istituzionale
on. Giovanni Gronchi
Bandiera italiana
Parlamento italiano
Camera dei deputati
Partito DC
Legislatura I, II
Gruppo Democratico Cristiano
Collegio Pisa
Pagina istituzionale
on. Giovanni Gronchi
Bandiera italiana
Assemblea costituente
Partito DC
Gruppo Democratico Cristiano
Collegio XVI (Pisa)
Pagina istituzionale
Giovanni Gronchi
Stemma del Regno d'Italia Parlamento del Regno d'Italia
Camera del Regno d'Italia
Partito Partito Popolare Italiano
Legislatura XXV, XXVI, XXVII
Pagina istituzionale

Giovanni Gronchi (Pontedera, 10 settembre 1887Roma, 17 ottobre 1978) è stato un politico italiano, terzo Presidente della Repubblica Italiana, tra il 1955 e il 1962.

Già Ministro dell'Agricoltura, Industria e Commercio nei governi Bonomi II, Bonomi III e De Gasperi I, fu il primo democristiano ad essere eletto Presidente della Repubblica.

Come Capo dello Stato ha conferito l'incarico a quattro Presidenti del Consiglio: Antonio Segni (1955-1957), Adone Zoli (1957-1958), Amintore Fanfani (1958-1959) e Fernando Tambroni (1960); ha nominato un solo senatore a vita, Giuseppe Paratore, nel 1957 e nove Giudici della Corte costituzionale, nel 1955 Enrico De Nicola, Gaetano Azzariti, Tomaso Perassi, Giuseppe Capograssi e Giuseppe Castelli Avolio, nel 1956 Biagio Petrocelli, nel 1957 Aldo Sandulli, nel 1960 Costantino Mortati e nel 1961 Giuseppe Chiarelli.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Studi, esordi in politica e fondazione del Partito Popolare Italiano[modifica | modifica wikitesto]

Suo padre, Sperandio, era contabile di un panificio e, per arrotondare, faceva il piazzista di salumi[1]. Nel 1902, appena quindicenne, Giovanni Gronchi aderì alla Democrazia Cristiana di Romolo Murri[2]. Frequentò il liceo scientifico arcivescovile Santa Caterina di Pisa e si laureò in lettere alla Scuola Normale Superiore[3]. Tra il 1911 ed il 1915 insegnò filosofia nei licei di Parma, Massa-Carrara, Bergamo e Monza; partecipò alla Prima guerra mondiale come ufficiale di fanteria[2], guadagnandosi una medaglia d'argento e una di bronzo al valor militare.

Il 18 gennaio 1919, Gronchi partecipò alla riunione di fondazione del Partito Popolare Italiano, convocata da don Luigi Sturzo all'albergo Santa Chiara di Roma[1]; nello stesso anno venne eletto deputato. Nel 1920 venne chiamato a dirigere la Confederazione Italiana dei Lavoratori di orientamento cattolico; l'anno dopo, è eletto per la seconda volta alla Camera dei deputati.

Sottosegretario all'Industria nel governo Mussolini, si dimise dall'incarico allorché il PPI uscì dalla maggioranza governativa (1923). Nel 1924 Gronchi, insieme a Giuseppe Spataro e Giulio Rodinò, fece parte del triumvirato che resse il Partito Popolare a seguito delle dimissioni di Luigi Sturzo[4] e fu rieletto deputato.

Nel 1925, gli fu attribuito un insospettabile elogio, da parte di Piero Gobetti, sulla rivista La Rivoluzione liberale: "Per uno spirito spregiudicato è una fortuna incontrare a un congresso popolare un uomo come Gronchi. Nessun altro cattolico ha la sua finezza e agilità parigina, né la sua devozione al pensiero moderno, né il suo culto per lo spirito di contraddizione, provvidenza e sale della società"[1].

Gronchi partecipò alla "Secessione aventiniana" e, nel 1926, con l'adozione delle leggi fascistissime (R.D. n. 1848/26), fu dichiarato decaduto dal mandato parlamentare. Successivamente si appartò dalla vita politica e prima lavorò come rappresentante di commercio e poi intraprese iniziative industriali. Rimasto vedovo della prima moglie, nel 1941 si sposò con Carla Bissatini, di venticinque anni più giovane[5].

Gronchi fondatore della DC e leader della corrente di sinistra[modifica | modifica wikitesto]

Il 29 settembre del 1942, Gronchi, insieme ad alcuni esponenti politici cattolici, quali Alcide De Gasperi, Achille Grandi, Piero Malvestiti, Giuseppe Brusasca ed altri, prese parte alla prima riunione clandestina propedeutica alla fondazione della Democrazia Cristiana, nell'abitazione di Giorgio Enrico Falck, noto imprenditore milanese [6]. Il 19 marzo 1943, il gruppo si riunì a Roma, in casa di Giuseppe Spataro, per discutere e approvare il documento, redatto da De Gasperi, "Le idee ricostruttive della Democrazia Cristiana", considerato l'atto di fondazione ufficiale del nuovo partito[7].

Nel secondo e nel terzo governo Bonomi, Gronchi fu nominato Ministro dell'Industria e fu confermato in tale incarico anche nel governo De Gasperi I.

Eletto deputato all'Assemblea Costituente (1946) e alla Camera dei deputati nel 1948 e nel 1953, Gronchi, insieme a Giuseppe Dossetti, Amintore Fanfani e Giorgio La Pira, fu il maggior esponente della corrente di sinistra del suo partito. In un convegno organizzato a Pesaro, nel 1948, giunse a definire la vittoria elettorale del 18 aprile "il più grosso equivoco dei ceti conservatori, industriali e agrari" e fu immediatamente sconfessato da Alcide De Gasperi[1]; quando replicò, sulla Libertà, a lui vicina, tale testata fu definita dalla direzione della DC: "un quotidiano di opposizione"[1].

Fu eletto presidente della Camera dei deputati nella I e nella II legislatura forse, per distoglierlo dalla politica attiva, in quanto titolare di una carica istituzionale[1]. Ciò non gli impedì di assumere un atteggiamento critico verso il patto atlantico[8] e di essere tra i primi assertori, in ambito democristiano, del superamento della politica centrista di De Gasperi e di un avvicinamento al Partito Socialista di Pietro Nenni.

L'elezione alla Presidenza della Repubblica[modifica | modifica wikitesto]

All'elezione del Presidente della Repubblica del 1955, il segretario nazionale della DC, Amintore Fanfani candidò il Presidente del Senato Cesare Merzagora, che non raccoglieva l'unanimità dei consensi del partito democristiano, in quanto presunto massone[9] ed eletto come indipendente, sia pure nelle liste DC.

Al secondo scrutinio, la sinistra DC si espresse per Gronchi, che raggiunse 127 voti. Essendo allora chiaro il fallimento della candidatura Merzagora, anche i voti dell'opposizione di sinistra confluirono su Giovanni Gronchi (terzo scrutinio). Dopo un vano tentativo di convincerlo al ritiro, Fanfani fu costretto a candidare ufficialmente il Presidente della Camera alla massima carica dello Stato. Il 29 aprile 1955, al quarto scrutinio, Gronchi venne eletto Presidente della Repubblica con 658 voti su 883, compresi i suffragi della destra monarchica[10].

Come Presidente della Camera, toccò a lui presiedere la seduta comune e leggere a voce alta le schede con il suo nome che via via gli venivano porte e continuò a leggerle fino alla fine. Si interruppe solo pochi istanti, quando un applauso del Parlamento segnò il raggiungimento del quorum. Gronchi si alzò allora dallo scranno e, con in mano una scheda, ringraziò l'assemblea con un breve inchino. Poi sedette di nuovo e continuò a leggere le schede con una certa tensione della voce. Quando ebbe letto l'ultima scheda pregò al microfono il vice presidente della Camera, Giovanni Leone, di procedere allo scrutinio e di proclamare il risultato. Fra gli applausi si alzò e guadagnò l'uscita.

Leone ufficializzò poco dopo l'elezione del nuovo Capo dello Stato e ne venne poi eletto successore come presidente della Camera. Secondo il regolamento, quando Gronchi si alzò e si ritirò nel suo ufficio, anche il presidente del Senato Merzagora - che gli era vicino - lasciò il posto al vice presidente del Senato, che sedette accanto al vice presidente Leone[11].

La politica estera del Presidente[modifica | modifica wikitesto]

Durante il suo mandato, Gronchi tentò di adottare una politica estera di equidistanza tra i blocchi, personale e parallela a quella governativa, ma trovò l'opposizione della Farnesina e dei governi alleati della NATO[12].

Alla vigilia del suo viaggio per Washington, dette un'intervista al Christian Science Monitor, in cui proponeva l'unione delle due Germanie e la loro neutralizzazione per vent'anni; successivamente, all'insaputa del governo, Gronchi comunicò tale proposta all'ambasciatore sovietico Bogolomov che si disse interessato, anche a nome del Cremlino. Tale iniziativa - che avrebbe sicuramente trovato contrarietà negli Stati Uniti - suscitò la reazione negativa dei più influenti membri del governo (il Presidente Segni, il vice Presidente Saragat e il ministro Martino); quest'ultimi, in un tempestoso colloquio al Quirinale, costrinsero Gronchi a tornare sui suoi passi, proprio alla vigilia del suo viaggio a Washington[13].

Un altro momento acuto di crisi si ebbe nel marzo del 1957, quando il Presidente Gronchi scrisse personalmente una lettera indirizzata al Presidente degli Stati Uniti Dwight D. Eisenhower contenente rilevanti obiettivi di politica estera. La lettera fu redatta senza consultare preventivamente il governo ma soltanto trasmessa per la controfirma successiva del ministro competente[14]. Tale prassi, ancorché irrituale, avrebbe ingenerato un pericoloso precedente interpretativo della norma costituzionale italiana, autorizzando “di fatto” il Presidente della Repubblica ad indicare al governo le linee da adottare in politica estera. Onde evitare pericolosi "scivolamenti" verso il presidenzialismo, pertanto, l'allora Ministro degli Esteri Gaetano Martino, previo scambio di note con il Presidente del Consiglio Segni, decise di “ritenere” il messaggio del Capo dello Stato e di non inoltrarlo al destinatario statunitense[14].

Gronchi, tuttavia, non rinunciò alla sua diplomazia personale ma con esiti irrilevanti. Preparò con cura un suo viaggio a Mosca (febbraio 1960), sperando di trovare un'interlocuzione sui suoi progetti di mediazione dell'Italia nei rapporti est-ovest e, soprattutto, sul problema tedesco ma si trovò di fronte l'atteggiamento ironico e tracotante di Chruščёv, che lo irrise di fronte alla stampa[15]. Maggior successo, in politica estera, ebbe il suo appoggio personale alle aperture terzomondiste del ruolo economico dell'Italia operate dal Presidente dell'ENI, Enrico Mattei, proprio in quegli anni[16].

Tentativi di apertura a sinistra[modifica | modifica wikitesto]

Gronchi mirò ad inserire i socialisti nella maggioranza parlamentare ma ottenne effetti opposti, con conseguenze destabilizzanti.

Il suo dissenso con la linea politica del centrismo "degasperiano" si manifestò già al suo insediamento quando tentò di accettare le dimissioni presentategli dal Presidente del Consiglio Scelba solo a titolo di cortesia[17]. L'apertura al PSI, tuttavia, non era attuabile, in vigenza del patto d'unità d'azione tra socialisti e comunisti. Anche il successivo governo Segni, infatti, fu sorretto da una maggioranza di centro.

Nuove prospettive si aprirono dopo i fatti di Ungheria (1956), con la denuncia del patto d'unità d'azione, da parte dei socialisti. Ma, alla caduta del primo governo Segni (maggio 1957), a seguito del ritiro dell'appoggio del PSDI, l'unica soluzione alla crisi si profilò con la formazione di un monocolore democristiano, senza maggioranza precostituita. Gronchi tentò la strada del “governo del Presidente” (già percorsa dal suo predecessore Einaudi, con il governo Pella), affidando l'incarico ad Adone Zoli, un elemento non di spicco della DC, per guadagnarsi l'appoggio esterno dei socialisti. Tuttavia, le condizioni poste da Pietro Nenni, per appoggiare il nuovo governo non poterono essere accettate dal Presidente del Consiglio incaricato[18].

Zoli riuscì a ottenere la fiducia del Parlamento solo con l'appoggio dei monarchici e quello della destra neo-fascista, determinante, sia pure per un solo voto, alla Camera dei deputati; di conseguenza, il 10 giugno 1957 presentò le sue dimissioni, che furono accolte da Gronchi, con riserva. Il Presidente della Repubblica, per risolvere nuovamente la crisi, inaugurò l'esperienza del “mandato esplorativo”, che affidò al Presidente del Senato Cesare Merzagora ma che si concluse con un nulla di fatto[18]. Onde evitare una situazione di ingovernabilità, quindi, Gronchi fu costretto a convincere Zoli a ritirare le dimissioni e a restare in carica fino al termine della legislatura (1958). La comunicazione di ciò alle camere, da parte di Zoli, non comportò un nuovo voto di fiducia[18].

I risultati delle elezioni politiche del 1958 condussero alla formazione del secondo Governo Fanfani, composto da democristiani e socialdemocratici, con l'appoggio esterno dei repubblicani che, pur denominato di "centrosinistra", vedeva i socialisti ancora all'opposizione. Tale governo ebbe breve vita e andò in crisi il 15 febbraio 1959. Gli successe un nuovo governo Segni, monocolore con l'appoggio esterno del Partito Liberale e i voti (non determinanti) di monarchici e MSI.

In tale periodo (1960) Gronchi, subì la personalità del capo dei servizi segreti militari (il SIFAR), generale Giovanni De Lorenzo, che aveva saputo conquistare la sua fiducia con lo spauracchio di un ipotetico rapimento del Capo dello Stato in Corsica, asseritamente ordito da Randolfo Pacciardi, già Ministro della Difesa, con la collaborazione dell'OAS[19][20]. Forte del "successo" di aver sventato un complotto inesistente, De Lorenzo ebbe mano libera nel promuovere una colossale opera di schedatura (157 000 fascicoli, di cui più di 30 000 giudicati poi "illegali" dalla commissione militare d'inchiesta presieduta dal generale Beolchini[21])[22] che riguardavano parlamentari, sindacalisti, dirigenti di partito, industriali, funzionari e alti prelati[23].

Nel febbraio 1960, il Partito liberale ritirò il suo appoggio al secondo governo Segni, che fu costretto a dimettersi. Dopo alcuni infruttuosi tentativi di esponenti indicati dal partito di maggioranza relativa, Gronchi incaricò Fernando Tambroni, suo uomo di fiducia della corrente di sinistra, con l'incarico di formare un nuovo "governo del Presidente", senza una maggioranza predefinita ma di "apertura" a sinistra. Il governo monocolore Tambroni ottenne la fiducia della Camera, con il determinante appoggio esterno dei deputati del MSI. Immediatamente, i ministri Bo, Pastore e Sullo, appartenenti alla sinistra della DC, si dimisero, costringendo Tambroni a fare altrettanto[24].

Il presidente Gronchi, nell'accettare le dimissioni dei tre ministri, si riservò di decidere su quelle dell'intero governo e, nel frattempo, incaricò vanamente Amintore Fanfani di ricomporre una maggioranza di centro. Gronchi, allora, respinse le dimissioni di Tambroni e lo rimandò al Senato per completare la procedura del voto di fiducia, che questi ottenne, sempre con l'appoggio determinante dei missini.[25]. In tale occasione, Tambroni, modificando le dichiarazioni precedenti, affermò che il governo avrebbe provveduto soltanto all'ordinaria amministrazione fino all'approvazione dei bilanci, entro il 31 ottobre 1960.

La tensione politica, dal Parlamento, si diffuse nelle piazze poche settimane dopo, quando il Movimento Sociale Italiano decise di convocare il suo sesto congresso a Genova, città da cui era partita l'insurrezione del 25 aprile. Ciò produsse scontri in diverse città d'Italia, in particolare, nella stessa Genova, a Licata e a Reggio Emilia, dove la polizia aprì il fuoco sui manifestanti, uccidendo cinque persone[26]. Tambroni fu costretto a rassegnare le dimissioni e l'incarico fu poi affidato ad Amintore Fanfani, che riuscì a comporre un governo monocolore democristiano appoggiato dai partiti del centro democratico, con l'astensione non concordata dei socialisti e dei monarchici.

Solo dopo il Congresso nazionale, di Napoli, nel 1962, con Fanfani al governo e con Moro alla segreteria, la Democrazia Cristiana approvò con ampia maggioranza la linea di collaborazione con il Partito Socialista Italiano, in un dibattito al quale Gronchi fu estraneo. Subito dopo, Fanfani poté formare il suo quarto governo, questa volta di coalizione (DC - PSDI - PRI e con l'appoggio esterno del PSI), iniziando così l'esperienza delle maggioranze di centrosinistra.

Fine del mandato presidenziale[modifica | modifica wikitesto]

Le tensioni fra Gronchi e gli esponenti principali del suo partito, gli pregiudicarono la rielezione ad un secondo mandato, cui avrebbe ambito con l'appoggio del Presidente dell'ENI Enrico Mattei. Secondo il giornalista Renzo Trionfera, Mattei avrebbe messo a disposizione un miliardo di lire per corrompere alcuni parlamentari al fine di rieleggerlo[27]. Il segretario politico della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, che non vedeva di buon occhio tali manovre, propose invece al partito la candidatura di Antonio Segni, che fu eletto Presidente della Repubblica al nono scrutinio (1962)[28]. Nei primi otto scrutini, Gronchi riuscì comunque a ottenere tra i 20 e i 45 voti, pur non essendo il candidato ufficiale del suo partito.

L'11 maggio 1962 cessò il settennato (il suo giuramento, infatti, era avvenuto l'11 maggio 1955) e Gronchi divenne senatore di diritto e a vita. Morì il 17 ottobre del 1978, ma la notizia passò in secondo piano in quanto i giornali e i mass media furono completamente dedicati all'elezione di Karol Wojtyła quale nuovo Pontefice, avvenuta il giorno prima.

Gronchi è sepolto presso il Cimitero della Misericordia, a Pontedera.

Gronchi nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Giovanni Gronchi (al centro) alle Olimpiadi di Roma del 1960
  • La figura di Giovanni Gronchi, per quanto controversa, ha dato la sua impronta a un periodo importante della storia e della politica italiana del secondo dopoguerra, tanto che il giornalista Indro Montanelli ha intitolato il volume della sua Storia d'Italia dedicato alla seconda parte degli anni cinquanta e ai primi anni sessanta del XX secolo "L'Italia dei due Giovanni", accomunando l'importanza storica di Gronchi a quella dell'omonimo pontefice Giovanni XXIII[29].
  • Durante il suo viaggio presidenziale a Washington (1956), Gronchi fu preceduto dalla fama di uomo politico di orientamento progressista, tanto che la sua conferenza stampa fu introdotta da un giornalista con la battuta che il Presidente italiano era nato vicino a Pisa "una città famosa per la sua torre che pende un po' a sinistra"[30].
  • Fu il primo Capo di Stato italiano a visitare l'America meridionale e il primo Presidente a visitare Istanbul. Il 14 novembre del 1957, nella città turca gli furono preparate accoglienze degne di un sovrano. Lo scopo del viaggio fu quello di visitare i molti italiani che erano lì emigrati e di allacciare colloqui diplomatici con il presidente Celal Bayar. In Argentina ebbe accoglienze memorabili e si commosse: era la prima volta che un capo di Stato italiano visitava alcuni paesi dell'America del Sud. In un suo discorso allo stadio di Buenos Aires, la voce gli si spezzò più volte per l'emozione, rasentando il pianto.
  • Gronchi ebbe l'onore di inaugurare due edizioni dei Giochi olimpici: i VII Giochi olimpici invernali tenutisi a Cortina d'Ampezzo nel 1956 e i Giochi della XVII Olimpiade tenutisi a Roma nel 1960. Inaugurò anche l'Esposizione Internazionale del Lavoro del 1961, tenutasi a Torino, come celebrazione del primo centenario dell'Unità d'Italia.
  • Il 23 giugno 1959 un buffo incidente occorse al presidente nell'ex-palco reale del Teatro dell'Opera di Roma: a causa della disattenzione di un collaboratore che non gli aveva avvicinato la sedia, Gronchi cadde a terra mentre stava accingendosi a sedere al fianco dell'allora presidente francese Charles de Gaulle, che era in visita ufficiale in Italia. Il fatto, taciuto dai principali organi di informazione, fu rappresentato in televisione da una scenetta comica recitata da Raimondo Vianello e Ugo Tognazzi all'interno del programma Un due tre, il quale fu poi cancellato in seguito a tale evento[31].
  • Nello stesso 1959, Gronchi concesse la grazia, dopo trentadue anni di detenzione, all'ergastolano Sante Pollastri, al quale il cantautore Luigi Grechi dedicherà, nel 1993, la canzone Il bandito e il campione, ispirata alle vicende di Pollastri e del ciclista Costante Girardengo. Della stessa vicenda, sarà poi pubblicato un libro di Marco Ventura e prodotta la fiction RAI La leggenda del bandito e del campione, con Beppe Fiorello nel ruolo del protagonista.
  • Il 3 aprile 1961, in occasione del viaggio del presidente della Repubblica in Sudamerica, fu emesso un francobollo che fu subito ritirato e sostituito, a causa di un errore nella riproduzione dei confini geografici del Perù. Tale francobollo, ben presto denominato "Gronchi rosa", raggiunse subito quotazioni speculative e suscitò un immediato interesse per la filatelia in Italia. Attualmente, la sua quotazione è nell'ordine di circa mille euro per il francobollo nuovo con la gomma integra e di circa cinquecento euro per i francobolli senza gomma che provengono dalle affrancature delle buste intercettate e ricoperte con un nuovo francobollo di colore grigio[32]. Quei pochissimi valori che invece sono sfuggiti al ritiro (e sono quindi regolarmente timbrati) raggiungono quotazioni ragguardevoli che possono arrivare anche a trentamila euro. Il "Gronchi rosa" è stato anche oggetto di numerose falsificazioni.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Onorificenze italiane[modifica | modifica wikitesto]

Nella sua qualità di Presidente della Repubblica italiana è stato, dall'11 maggio 1955 all'11 maggio 1962:

Capo dell'Ordine al merito della Repubblica italiana - nastrino per uniforme ordinaria Capo dell'Ordine al merito della Repubblica italiana
Capo dell'Ordine militare d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Capo dell'Ordine militare d'Italia
Capo dell'Ordine al merito del lavoro - nastrino per uniforme ordinaria Capo dell'Ordine al merito del lavoro
Capo dell'Ordine della stella della solidarietà italiana - nastrino per uniforme ordinaria Capo dell'Ordine della stella della solidarietà italiana

Personalmente è stato insignito della:

Medaglia d'argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'argento al valor militare
«Sottotenente milizia territoriale reggimento fanteria. Sotto un intenso fuoco di fucileria, irrompeva fra i primi nelle trincee nemiche con mirabile ardire e vi catturava una mitragliatrice, mentre questa faceva fuoco contro nostri reparti che avanzavano.»
— Veliki Kribach, 1º novembre 1916
Medaglia di bronzo al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia di bronzo al valor militare
«Sottotenente milizia territoriale reggimento fanteria. Aiutante maggiore in secondo, coadiuvava in modo efficace il comando di battaglione nel condurre gli uomini all'attacco. Quantunque fortemente contuso ad una gamba, restava sulla linea, ed in seguito, di fronte ad un contrattacco nemico, mentre una parte della linea ripiegava per l'infuriare del bombardamento, riconduceva al fuoco i dispersi, dando in tutta l'azione bella prova di coraggio.»
— Pod Korite, 23-26 maggio 1917
Medaglia d'oro ai benemeriti della scuola della cultura e dell'arte - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'oro ai benemeriti della scuola della cultura e dell'arte
— 2 giugno 1965[33]

Onorificenze straniere[modifica | modifica wikitesto]

Commendatore di Gran Croce con Collare dell'Ordine della Rosa Bianca (Finlandia) - nastrino per uniforme ordinaria Commendatore di Gran Croce con Collare dell'Ordine della Rosa Bianca (Finlandia)
— 1960
Cavaliere di Gran Croce onorario dell'Ordine del Bagno - civile (Regno Unito) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce onorario dell'Ordine del Bagno - civile (Regno Unito)
— 13 maggio 1958
Classe speciale della Gran Croce dell'Ordine al Merito della Repubblica Federale Tedesca (Repubblica Federale Tedesca) - nastrino per uniforme ordinaria Classe speciale della Gran Croce dell'Ordine al Merito della Repubblica Federale Tedesca (Repubblica Federale Tedesca)
— 18 luglio 1956

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f Piero Vigorelli, L'uomo di sinistra che invece svoltò a destra, Il Messaggero, 18 ottobre 1978
  2. ^ a b Indro Montanelli, Storia d'Italia, Vol. 10, RCS Quotidiani, Milano, 2004, pag. 232
  3. ^ Treccani.it - Dizionario Biografico degli Italiani - Gronchi, Giovanni
  4. ^ Indro Montanelli, cit., pag. 233
  5. ^ Bruno Vespa, L'amore e il potere, Mondadori, Milano, 2010, pagg. 112-113
  6. ^ Nasce in casa Falck la Democrazia Cristiana
  7. ^ Ricordi di Andreotti
  8. ^ Indro Montanelli, cit., pag. 48
  9. ^ Così almeno ritiene Ferruccio Pinotti, in: Fratelli d'Italia. Un'inchiesta nel mondo segreto della fratellanza massonica che decide le sorti del Belpaese, Rizzoli, Milano, 2007. Aldo Alessandro Mola ne dubita (Storia della Massoneria italiana dalle origini ai giorni nostri, Bompiani, Milano, 1992, pag. 744); Rosario F. Esposito e Vittorio Gnocchini non lo citano.
  10. ^ Indro Montanelli, cit., pagg. 235-238
  11. ^ L'analoga elezione di un altro presidente della Camera a capo dello Stato - quella di Oscar Luigi Scalfaro nel 1992 - non vide ripetersi l'insolita scena, in quanto l'uomo politico, essendo a conoscenza del consenso dei "grandi elettori" sul suo nome, evitò di presiedere la seduta comune che l'avrebbe poi eletto presidente della Repubblica, lasciando tale compito all'allora vice presidente della Camera Stefano Rodotà, che procedette all'intero scrutinio e proclamò il risultato.
  12. ^ Indro Montanelli, cit., pagg. 300-302
  13. ^ Sergio Romano, Guida alla politica estera italiana, Rizzoli, Milano, 2002, p. 103-105
  14. ^ a b Fabrizio Rossi Longhi, Il messaggio 'ritenuto' del presidente Gronchi al Presidente Eisenhower, in: Marcello Saija (a cura di), Gaetano Martino. Scienziato, rettore, statista (1900-1967). Atti del Convegno internazionale di studi, Messina, 24-26 novembre 2000, Trisform, Messina, 2003.
  15. ^ Sergio Romano, cit., p. 113-114
  16. ^ Sergio Romano, cit., p. 106-107
  17. ^ Indro Montanelli, cit., pp. 240-241
  18. ^ a b c Indro Montanelli, cit., pp. 272-274
  19. ^ De Lutiis, I servizi segreti in Italia. Dal fascismo all'intelligence del XXI secolo, Sperling & Kupfer, 2010, p. 62
  20. ^ Renzo Trionfera, Sifar affair, ed. Reporter, 1968, pp. 17-18
  21. ^ Presidenti del CASD - Generale C.A. Aldo Beolchini - dal 1º luglio 1962 al 19 ottobre 1964
  22. ^ Renzo Trionfera, op. cit., p. 134 e segg. Vi è riportato il testo "censurato" disponibile all'epoca; la de-secretazione sarebbe stata concessa da Giulio Andreotti solo nel 1990. (De Lutiis, I servizi, op. cit., nota a p. 519)
  23. ^ De Lutiis, I servizi, op. cit., pp. 63-64
  24. ^ Indro Montanelli, cit., p. 311
  25. ^ Benedetto Coccia, Quarant'anni dopo: il sessantotto in Italia fra storia, società e cultura, Editrice APES, Roma, 2008, pagg.76-77
  26. ^ Indro Montanelli, cit., pp. 313-322
  27. ^ Renzo Trionfera, op. cit.
  28. ^ Indro Montanelli, cit., pp. 340-341
  29. ^ Indro Montanelli, Mario Cervi, L'Italia dei due Giovanni, Milano, Rizzoli, 1989.
  30. ^ Sergio Romano, cit., p. 105
  31. ^ Dalla "caduta" di Gronchi alla Scala alle "corna" di Leone anti universitari, Corriere della Sera, 27 maggio 1996. (archiviato dall'url originale il ).
  32. ^ Un sito molto documentato sul Gronchi Rosa su busta
  33. ^ Sito web del Quirinale: dettaglio decorato.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giulio Andreotti, De Gasperi e il suo tempo, Milano, Mondadori, 1956.
  • Giovanni Gronchi, Discorsi d'America, Milano, Garzanti, 1956.
  • Scritti e discorsi su Giovanni Gronchi a vent'anni dalla morte (1998), a cura di Stefano Bertelli, Pisa, Giardini, 1998.
  • Igino Giordani, Alcide De Gasperi il ricostruttore, Roma, Edizioni Cinque Lune, 1955.
  • Indro Montanelli, Mario Cervi, L'Italia dei due Giovanni, Milano, Rizzoli, 1989.
  • Gianfranco Merli, Giovanni Gronchi: contributo ad una biografia politica, Pisa, Giardini, 1987.
  • Gianfranco Merli, Giovanni Gronchi: una democrazia più vera, Roma, Edizioni Studium, 1993, ISBN 88-382-3678-X.
  • Nico Perrone, Il segno della DC, Bari, Dedalo Libri, 2002, ISBN 88-220-6253-1.
  • Giuseppe Sircana, «GRONCHI, Giovanni», in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 59, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2003.
  • Maurizio Serio, Il mito della democrazia sociale. Giovanni Gronchi e la cultura politica dei cattolici italiani (1902-1955), Soveria Mannelli, Rubbettino editore, 2009.

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Predecessore Presidente della Repubblica Italiana Successore Flag of Italy.svg
Luigi Einaudi 11 maggio 1955 - 11 maggio 1962 Antonio Segni
Predecessore Presidente della Camera dei deputati Successore Emblem of Italy.svg
Umberto Terracini (Assemblea Costituente) 8 maggio 1948 - 29 aprile 1955 Giovanni Leone
Predecessore Ministro dell'Agricoltura, Industria e Commercio
del Regno d'Italia
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Attilio Di Napoli 18 giugno 1944 - 1º luglio 1946 Rodolfo Morandi (Ministro dell'industria e del commercio della Repubblica Italiana)
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