Amintore Fanfani

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Amintore Fanfani
Amintore Fanfani crop.jpg

Presidente del Senato della Repubblica
Durata mandato 5 giugno 1968 –
26 giugno 1973
Predecessore Ennio Zelioli-Lanzini
Successore Giovanni Spagnolli

Durata mandato 5 luglio 1976 –
1º dicembre 1982
Predecessore Giovanni Spagnolli
Successore Tommaso Morlino

Durata mandato 9 luglio 1985 –
17 aprile 1987
Predecessore Francesco Cossiga
Successore Giovanni Malagodi

Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana
Durata mandato 18 gennaio 1954 –
10 febbraio 1954
Capo di Stato Luigi Einaudi
Predecessore Giuseppe Pella
Successore Mario Scelba

Durata mandato 1º luglio 1958 –
15 febbraio 1959
Capo di Stato Giovanni Gronchi
Predecessore Adone Zoli
Successore Antonio Segni

Durata mandato 26 luglio 1960 –
21 giugno 1963
Capo di Stato Giovanni Gronchi
Antonio Segni
Predecessore Fernando Tambroni
Successore Giovanni Leone

Durata mandato 1º dicembre 1982 –
4 agosto 1983
Capo di Stato Sandro Pertini
Predecessore Giovanni Spadolini
Successore Bettino Craxi

Durata mandato 17 aprile 1987 –
28 luglio 1987
Capo di Stato Francesco Cossiga
Predecessore Bettino Craxi
Successore Giovanni Goria

Presidente dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite
Durata mandato 1º gennaio 1965 –
31 dicembre 1965
Predecessore Alex Quaison-Sackey
Successore Abdul Rahman Pazhwak

Segretario della
Democrazia Cristiana
Durata mandato 16 luglio 1954 –
31 gennaio 1959
Predecessore Alcide De Gasperi
Successore Aldo Moro

Dati generali
Partito politico DC (1942-1994)
PPI (1994-1999)
Tendenza politica Cristianesimo sociale
Corporativismo cristiano
Cristianesimo democratico
on. Amintore Fanfani
Bandiera italiana
Parlamento italiano
Camera dei deputati
Luogo nascita Pieve Santo Stefano
Data nascita 6 febbraio 1908
Luogo morte Roma
Data morte 20 novembre 1999 (91 anni)
Titolo di studio Laurea in economia
Professione Docente universitario
Partito Democrazia Cristiana
Legislatura AC, I, II, III, IV
Gruppo Democratico Cristiano
Circoscrizione Siena
Collegio Siena
Incarichi parlamentari

Membro della Commissione per la Costituzione (AC)
Presidente della Commissione speciale sui trasferimenti in Sardegna (I)

Pagina istituzionale
sen. Amintore Fanfani
Bandiera italiana
Parlamento italiano
Senato della Repubblica
Amintore Fanfani
Luogo nascita Pieve Santo Stefano
Data nascita 6 febbraio 1908
Luogo morte Roma
Data morte 20 novembre 1999 (91 anni)
Titolo di studio Laurea in economia
Professione Docente universitario
Partito Democrazia Cristiana, Partito Popolare Italiano (dal 1994)
Legislatura V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII (fino al 20/11/1999)
Gruppo Democratico Cristiano
Partito Popolare Italiano (dalla XII)
Circoscrizione Toscana
Collegio Arezzo
Senatore a vita
Investitura Nomina presidenziale
Data 10 marzo 1972
Incarichi parlamentari

Presidente del Senato: V, VI (fino al 26.6.1973), VII, VIII (fino al 1.12.1982), IX (dal 9.7.1985 al 17.4.1987)

Pagina istituzionale

Amintore Fanfani (Pieve Santo Stefano, 6 febbraio 1908Roma, 20 novembre 1999) è stato un politico, economista e storico italiano.

È stato tre volte presidente del Senato, cinque volte presidente del Consiglio dei ministri fra il 1954 e il 1987 quando, all'età di 79 anni e 6 mesi, divenne il più anziano Capo del Governo della Repubblica Italiana, due volte segretario della Democrazia Cristiana e anche presidente del partito, Ministro degli affari esteri, Ministro dell'interno e Ministro del bilancio e della programmazione economica. Dal 1972 fu senatore a vita.

La sua azione politica è stata importante in quanto egli viene considerato, insieme ad Aldo Moro, Pietro Nenni, Giuseppe Saragat ed Ugo la Malfa, uno degli artefici della svolta politica del centro-sinistra, con cui la Democrazia Cristiana volle avvalersi della collaborazione governativa del Partito Socialista Italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Uno dei più celebri politici italiani del secondo dopoguerra, Fanfani fu una figura storica del partito della Democrazia Cristiana; si distinse anche come storico dell'economia e come storico dell'arte. Oltre alla politica e agli studi, la sua grande passione fu la pittura, che esercitò fin da giovane dopo gli studi accademici.

Formazione culturale[modifica | modifica wikitesto]

Proveniente da una numerosa ed umile famiglia del comune di Pieve S. Stefano (AR), compì i suoi studi tra Urbino (scuole medie) ed Arezzo (Liceo scientifico); trasferitosi da bambino a Sansepolcro con la famiglia, militò nell'Azione Cattolica diocesana, avviando una formazione spirituale e culturale che proseguirà poi negli anni universitari. Si iscrisse all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove studiò nel Collegio Augustinianum entrando a far parte della FUCI. Dopo la laurea in economia e commercio nel 1930, ottenne nel 1936 la cattedra di storia delle Dottrine Economiche. Si dimostrò un convinto sostenitore del corporativismo, insieme ad Agostino Gemelli e altri[1], nel quale riconobbe uno strumento provvidenziale per salvare la società italiana dalla deriva liberale o da quella socialista ed indirizzarla verso la realizzazione di quegli ideali di giustizia sociale suggeriti dalla dottrina sociale della chiesa, una delle questioni centrali che riguardava il rapporto tra cultura cattolica e il mondo fascista[1]. Tra corporativismo di stampo cattolico e quello di stampo fascista Fanfani propendeva per quest'ultimo[2]. Collaborò con la Scuola di mistica fascista, essendone professore[3] e scrivendo articoli per la sua rivista Dottrina fascista[3]. Il suo nome comparve insieme a quello dei 330 firmatari che, nel 1938, appoggiarono il Manifesto della razza[4] pubblicando inoltre articoli sulla rivista La Difesa della Razza di Telesio Interlandi[5].

Durante il periodo milanese Fanfani fu direttore della Rivista Internazionale di Scienze Sociali e si affermò nel panorama culturale italiano (e non solo) grazie agli studi di argomento storico-economico che hanno conservato un duraturo successo[6], come testimonia la recentissima ripubblicazione (2005) dell'opera Cattolicesimo e Protestantesimo nella formazione storica del capitalismo, nella quale propose una coraggiosa interpretazione dei fenomeni di genesi del capitalismo, con particolare riferimento al condizionamento dei fattori religiosi e in sostanziale disaccordo con le tesi, allora paradigmatiche, di Max Weber. Questa opera lo portò alla ribalta tra i cattolici statunitensi, in particolar modo fu molto apprezzata da John Kennedy che esplicitamente alla convention democratica del 1956 a Chicago, quando era senatore, chiamò con il megafono Fanfani presente in aula indicandolo alla platea e riconobbe nell'influenza di Fanfani e del suo scritto una delle cause principali del suo ingresso in politica[7][8].

La fondazione della Democrazia cristiana[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni trascorsi a Milano conobbe Giuseppe Dossetti e Giorgio La Pira e dalla fine degli anni trenta prese a partecipare assiduamente alle loro riunioni, discutendo di cattolicesimo e società.

Con l'entrata in guerra dell'Italia, il gruppo spostò la sua attenzione al ruolo che sarebbe dovuto toccare al mondo cattolico all'indomani di quella caduta del Fascismo che era ormai ritenuta imminente. Con l'8 settembre del 1943, tuttavia, il gruppo si sciolse e, fino alla Liberazione, Fanfani si rifugiò in Svizzera, dove organizzò corsi universitari per i rifugiati italiani.

Rientrato in Italia, venne invitato a Roma proprio dall'amico Giuseppe Dossetti, appena eletto alla vicesegreteria democristiana, che gli affidò la direzione dell'ufficio propaganda del partito. Ebbe in questo modo inizio la sua carriera politica, e nel mezzo secolo successivo si troverà sempre, anche se a fasi alterne, al centro della scena politica nazionale.

Eletto all'Assemblea Costituente, fece parte della commissione che redasse il testo della nuova Costituzione repubblicana: sua è la formulazione del primo articolo della Carta costituzionale: "L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro"[9]. Quando Dossetti abbandonò la vita pubblica, si trovò catapultato sul proscenio come principale esponente della sua corrente di sinistra nel partito.

Prime esperienze ministeriali[modifica | modifica wikitesto]

Fu Ministro del lavoro e della previdenza sociale nel quarto (1947-1948) e quinto (1948-1950) governo De Gasperi, dell'Agricoltura nel settimo governo De Gasperi (1951-1953), degli Interno nell'ottavo governo De Gasperi (1953-1953).

Fu il promotore (nel 1949) del cosiddetto "piano Fanfani" che prevedeva la costruzione di oltre 300.000 abitazioni popolari. Grazie alla tenacia e all'operosità di Fanfani, in pochissimo tempo furono realizzati nelle principali città numerosi nuovi alloggi di edilizia residenziale pubblica, spesso progettati da urbanisti e architetti di fama (ad esempio, il comprensorio del Tuscolano a Roma, a cui lavorarono, tra gli altri, Mario De Renzi, Adalberto Libera, Saverio Muratori)[10].

Nel 1954 formò il suo primo governo, senza però ottenere la fiducia. Fece invece parte del governo Pella come ministro degli Interni.

Alla guida del partito e del governo[modifica | modifica wikitesto]

Sempre nel 1954 venne eletto segretario della Democrazia Cristiana in quanto leader della corrente "Iniziativa Democratica"; come segretario si adoperò per dotare il partito di una fitta rete di sezioni. Nel 1958, a seguito del successo elettorale della DC, poté formare il suo secondo governo, con il sostegno di repubblicani e socialdemocratici, ricoprendo anche la carica di ministro degli Esteri. Il governo rappresentò un primo accenno a un nuovo corso politico, superando il cosiddetto centrismo.

A causa della contrarietà della maggioranza della DC all'apertura di una stagione di centro-sinistra e, soprattutto, all'eccessiva concentrazione di potere realizzatosi nelle mani del leader aretino, il Governo Fanfani II fu presto logorato dai cosiddetti "franchi tiratori", che lo misero spesso in minoranza.

È per questo che il 26 gennaio 1959 Fanfani rassegnò le dimissioni del gabinetto da lui presieduto e, pochi giorni dopo, si dimise anche da segretario politico della DC. Al suo posto, venne nominato presidente del Consiglio Antonio Segni, sostenuto da una maggioranza centrista, mentre alla segreteria del partito di maggioranza fu eletto, dopo un travagliato consiglio nazionale alla Domus Mariae, Aldo Moro. Si verificò in quella sede una spaccatura nella corrente di "Iniziativa Democratica", con la nascita delle correnti contrapposte di "Nuove Cronache" e della corrente "dorotea".

Dopo la sconfitta, Fanfani si ritirò nella sua Toscana, meditando a lungo di abbandonare la politica attiva per ritornare all'insegnamento universitario. La battaglia congressuale della DC del 1959, però, gli offrì nuovi stimoli. Alla guida di un cartello di centro-sinistra, Fanfani giunse quasi a vincere il Congresso nazionale sulla base di una piattaforma politica che affermava la necessità di una collaborazione con il PSI. Il fronte anti-fanfaniano, inizialmente sicuro della vittoria, rimase spiazzato dall'attivismo e dal recupero del vecchio leader, riuscendo a vincere il congresso e a rieleggere Segretario Aldo Moro solo per pochi voti.

Ritorno al governo e primi tentativi di centro-sinistra[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1960, dopo la parentesi travagliata del Governo Tambroni, Fanfani torna alla presidenza del Consiglio, formando il suo terzo governo. Si trattò di un monocolore democristiano appoggiato dai partiti del centro democratico, ma che poteva avvalersi anche dell'astensione non concordata dei socialisti e dei monarchici. Con Fanfani al governo e con Moro alla Segreteria, la Democrazia Cristiana si prepara ad inaugurare definitivamente la coalizione di centro-sinistra. L'impegno dei due "cavalli di razza" del partito porta infatti il Congresso nazionale, svoltosi a Napoli nel 1962 ad approvare con ampia maggioranza la nuova linea di collaborazione con il Partito Socialista Italiano.

Nel 1962, subito dopo il Congresso DC, Fanfani forma il suo quarto governo, questa volta di coalizione (DC - PSDI - PRI e con l'appoggio esterno del PSI), iniziando così l'esperienza delle maggioranze di centrosinistra. Sarà questo il periodo di maggiore successo della carriera di Fanfani.

In politica interna, Fanfani raggiunse importanti successi come: la nazionalizzazione dell'energia elettrica, l'istituzione della scuola media unica (con i libri di testo gratuiti per i non abbienti), l'istituzione della cedolare d'acconto, la definitiva industrializzazione del paese, l'aumento delle pensioni del 30% che portò le pensioni medie a circa centomila lire l'anno, l'eliminazione della censura sulle opere liriche e di prosa (pur rimanendo su quelle cinematografiche, sui varietà e su quelle televisive), l'avvio delle opere infrastrutturali come la realizzazione dell'Autostrada del sole Milano-Napoli e l'imponente opera di urbanizzazione del Paese tramite l'esproprio generale di terre ai Comuni, la riduzione della leva militare da 18 mesi a 15 mesi, il regolamentato a numero fisso di deputati e senatori (630 alla Camera e 315 al Senato), l'istituzione nel 1962 della Commissione parlamentare antimafia e - con la nomina di Ettore Bernabei a direttore generale - la definitiva consacrazione della RAI come servizio pubblico (con le trasmissioni Non è mai troppo tardi per gli adulti analfabeti o Tribuna politica che dava spazio, in egual misura, a tutte le forze politiche).

Fanfani nel 1963 si recò in visita negli Stati Uniti con l'obiettivo è costituire, nel quadro della NATO, una difesa nucleare anche sul territorio italiano facendo strada all'installazione dei missili Polaris.

La sua politica riformatrice, accusata di avere uno stampo troppo solidarista, produsse una significativa diffidenza della classe industriale e della corrente di destra della DC; i potentati multinazionali mal sopportarono l'opera di apertura ai paesi arabi condotta dal suo sodale Enrico Mattei alla guida dell'ENI. Con il calo di consenso elettorale del 1963 fu costretto alle dimissioni.

Nel 1965 è ministro degli Esteri nel secondo governo Moro, carica che ricopre anche dal 1966 al 1968 nel terzo governo Moro. Venne eletto presidente dell'Assemblea dell'ONU per il periodo 1965-1966 ed è sinora l'unico italiano ad aver ricoperto tale carica.[11]

Linee di politica estera[modifica | modifica wikitesto]

Fanfani aveva una forte disposizione alla diplomazia personale ma anche una particolare abilità che lo rese, sulla scena internazionale, più visibile dei politici della sua epoca[12]. Egli riteneva che l'Italia, pur essendo la più piccola e debole delle grandi potenze, fosse comunque in grado di sfruttare la forza (e la debolezza) degli altri Stati per ottenere risultati importanti e favorevoli[13].

Già nel 1955-1956, quando era solo segretario politico della DC, valorizzò il ruolo dell'Italia nella soluzione della crisi di Suez, utilizzando le capacità del giovane diplomatico Raimondo Manzini, che lo aveva accompagnato in due viaggi in Germania e a Washington. Fanfani autorizzò Manzini a mediare, tra gli Stati Uniti e il Presidente egiziano Nasser, un piano di regolamentazione permanente dei traffici nel canale su queste basi: 1) accettazione della sovranità egiziana sul canale; 2) garanzia egiziana sulla libertà di navigazione nel canale; 3) nazionalizzazione del canale con il riconoscimento egiziano degli interessi legittimi degli utenti[14]. Quando, il 29 ottobre 1956, Israele, Francia e Gran Bretagna attaccarono l'Egitto, gli Stati Uniti, già predisposti verso una soluzione pacifica della crisi anche grazie all'iniziativa di Fanfani, costrinsero gli invasori a cessare il fuoco e al ritiro delle truppe, evitando l'estendersi di un conflitto ben più grave[15]. Inoltre, tale politica, oltre a indebolire il prestigio di due Stati vincitori (Francia e Gran Bretagna), permise all'Italia di presentarsi nel Mediterraneo come la meno coloniale delle potenze europee; ciò fu di grande supporto alla contemporanea politica energetica del Presidente dell'ENI, Enrico Mattei, di apertura terzomondista[13].

Fanfani poté presentare l'immagine di un'Italia filo-araba, procuratrice dell'Occidente con il consenso degli Stati Uniti, soprattutto nel periodo del suo secondo (1958-1959) e terzo governo (1960-63), nel primo dei quali rivestì anche la carica di Ministro degli Esteri. Con tale politica, Fanfani e Mattei riuscirono a scalzare la Francia da alcune posizioni economicamente dominanti nell'Africa del Nord[13]. Inoltre, il politico toscano riuscì ad approfittare del dissidio tra gli Stati Uniti e la Francia di De Gaulle per esercitare un nuovo ruolo dell'Italia nell'ambito della comunità europea. Onde evitare il formarsi di una posizione dominante della Francia in Europa, infatti, gli Stati Uniti avevano convinto la Gran Bretagna a richiedere l'ingresso nella CEE, suscitando la ferma opposizione del Capo dello Stato francese. In tale scontro, Fanfani prese le parti degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, indebolendo anche la posizione filo-francese della Germania Ovest, oggettivamente nociva alla politica dell'Italia[13].

Un ruolo di mediazione tra le parti, invece, fu quello assunto da Fanfani durante la crisi dei missili di Cuba. Nella mattinata del 27 ottobre 1962, infatti, Ettore Bernabei, uomo di fiducia di Fanfani, giunse nella Capitale degli Stati Uniti con l'incarico di consegnare al Presidente Kennedy una nota del governo italiano nella quale si accettava il ritiro dalla base italiana di San Vito dei Normanni dei missili puntati verso l'URSS [16]; poche ore dopo giunse l'analoga richiesta dell'Unione Sovietica che chiedeva il ritiro delle testate atomiche americane dalla Turchia e dall'Italia[17]. Non è improbabile che la mediazione diplomatica sia stata abilmente concertata tra Palazzo Chigi e il Vaticano, tenuto conto dei contenuti del radiomessaggio per l'intesa e la concordia tra i popoli trasmesso pochi giorni prima da Papa Giovanni XXIII e del fatto che i rapporti diplomatici tra la Santa Sede e l'Unione Sovietica, all'epoca, erano intrattenuti dall'Italia.

Nell'ultimo periodo in cui rivestì l'incarico di Ministro degli Esteri (1966-1968), la politica pro-araba di Fanfani ebbe minor successo. Privo del supporto di Enrico Mattei, prematuramente scomparso nel 1963 e consapevole dell'esigenza di evitare che i paesi arabi cercassero protezione a Mosca, Fanfani commise l'errore di esporsi troppo e dette l'impressione di lavorare per l'uscita dell'Italia dall'Alleanza atlantica. Ciò, oltre a fargli perdere l'appoggio degli Stati Uniti, lo fece scontrare con l'atlantismo del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, soprattutto allo scoppio della "Guerra dei sei giorni" (1967), nella quale gli Stati Uniti assunsero una posizione filo-israeliana e contraria al nazionalismo arabo. Ne risultò, nella politica estera italiana, una specie di diarchia che finì per essere neutralizzata dalla prudenza e dall'immobilismo del Presidente del Consiglio Aldo Moro[18]. Fanfani, tuttavia, dette prova di grande maturità politica e, nel settembre del 1967, accompagnando Saragat a Washington per tranquillizzare gli americani, seppe rimanere dietro le quinte[19].

Alla presidenza del Senato. La corsa per il Quirinale[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Elezione del Presidente della Repubblica Italiana del 1971.

Dal 1968 al 1973, Fanfani fu presidente del Senato. Da Palazzo Giustiniani, però, continuò per oltre un ventennio a svolgere un ruolo rilevante, abbandonando saltuariamente la seconda carica dello Stato ogni qual volta l'interesse del partito lo chiamava alla guida della DC o del governo. Nonostante questa seconda fase della sua lunga carriera politica lo vedesse su posizioni nettamente più moderate della prima fase, la sua persona continuò ad essere oggetto di una certa freddezza da parte di potentati economici o amministrativi[20].

Alle elezioni per la presidenza della Repubblica del dicembre 1971 fu il candidato ufficiale della Democrazia Cristiana ma, dopo una lunga serie di scrutini andati a vuoto, anche a causa dell'azione sotterranea dei "franchi tiratori" del suo stesso partito, fu costretto a ritirarsi, favorendo l'elezione di Leone.

Il 10 marzo 1972 fu nominato senatore a vita proprio dal nuovo presidente della Repubblica Giovanni Leone.

La seconda segreteria DC. Il referendum sul divorzio[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1973 fu rieletto segretario politico della Democrazia Cristiana dopo il congresso di Roma. L'elezione di Fanfani pose fine alla segreteria del suo delfino Arnaldo Forlani e alla linea politica di centralità, che aveva portato all'interruzione momentanea della collaborazione con il Partito Socialista Italiano. Il ritorno alla segreteria del leader aretino non riuscì in ogni caso ad evitare la progressiva crisi di una formula politica (quella del centro-sinistra) ormai giunta alla fine della propria esperienza.

Dopo le pressioni provenienti dagli ambienti cattolici, seppur con molte perplessità circa la sua riuscita, dovette guidare il partito nella campagna per il referendum sull'abrogazione del divorzio, su posizioni di forte contrapposizione allo schieramento laico. Fanfani si ritrovò a guidare questa battaglia senza avere l'appoggio esplicito della DC: Rumor, Moro, Colombo e Cossiga, infatti, erano convinti della non riuscita della battaglia referendaria. La sconfitta del referendum sul divorzio non ne provocò immediatamente le dimissioni; per poco più di un anno, infatti, Fanfani continuò a guidare il partito, seppur con l'esplicita opposizione delle correnti di sinistra.

L'attenzione di Fanfani si spostò allora sulle elezioni regionali del 1975, dove egli sperava di raggiungere un successo considerevole basando la campagna elettorale sui temi della sicurezza e dell'opposizione al crimine e al terrorismo. Invece il risultato della consultazione portò la DC al suo minimo storico, con conseguente sfiducia per il segretario uscente da parte del Consiglio Nazionale de luglio seguente.

Il congresso del 1975. Presidente della DC e nuovamente presidente del Senato[modifica | modifica wikitesto]

Gli succedette Benigno Zaccagnini, inizialmente sostenuto dallo stesso Fanfani, che poi assunse una posizione critica nei confronti della segreteria a causa della sua linea di apertura al PCI. Fu per questo che, durante il Congresso nazionale DC del 1976 Fanfani guidò, assieme ad Andreotti e ai dorotei di Piccoli e Bisaglia, un cartello di correnti moderate opposte alla "linea Zaccagnini" denominato "DAF" (Dorotei-Andreotti-Fanfani). Il "DAF", però, non riuscì ad imporsi e a far eleggere alla Segreteria il fanfaniano Arnaldo Forlani, mettendo così in condizione Zaccagnini e la sua maggioranza - alla quale si aggregò Andreotti in cambio della designazione a presidente del consiglio - di procedere con la politica di "solidarietà nazionale" e con l'apertura al PCI.

Dopo il congresso, fu eletto presidente del consiglio nazionale della DC, carica che la nuova maggioranza zaccagniniana volle concedere a un esponente della minoranza per assicurare l'unità del partito. Partecipò in prima persona alla campagna elettorale per le elezioni del 1976, percorrendo l'Italia in macchina per decine di migliaia di chilometri e tenendo anche più comizi e interventi nella stessa giornata. Lasciò la presidenza del partito nell'ottobre seguente, a seguito della sua elezione a presidente del Senato, carica in cui fu rieletto nel 1979 e che mantenne fino al dicembre 1982.

I giorni del sequestro Moro e la posizione trattativista[modifica | modifica wikitesto]

Durante il sequestro Moro fu l'unico esponente DC a osteggiare apertamente la linea della fermezza, fino al punto di negare al governo la sede deliberante - richiesta da Giulio Andreotti - sui provvedimenti di polizia proposti il giorno dopo il sequestro di Aldo Moro. La sua non ostilità alla linea della trattativa[21] rimase però isolata all'interno del partito. Moro stesso, dalle lettere dal carcere delle Brigate rosse, si rivolse a Fanfani facendo affidamento sul suo "gusto antico per il grande sfondamento"; il giorno prima dell'omicidio, però, quando si attendeva un ultimo gesto possibilista verso la concessione della grazia a un brigatista ferito da parte del capo dello Stato Leone, Bartolomei, il fanfaniano presente nella direzione della DC, tacque. La famiglia Moro, in rotta con lo stato maggiore DC, rifiutò di partecipare ai funerali di Stato e pregò gli esponenti politici democristiani di astenersi dal partecipare ai funerali in forma privata a Torrita Tiberina: soltanto Fanfani, a causa della posizione aperturista assunta durante il sequestro, avrebbe potuto recarsi alle esequie nella cittadina laziale, ma non poté fare in tempo ad assistere alla cerimonia funebre perché impegnato nella commemorazione di Aldo Moro al Senato.

Il summit del G7 nel 1983, da sinistra a destra: Pierre Trudeau, Gaston Thorn, Helmut Kohl, François Mitterrand, Ronald Reagan, Yasuhiro Nakasone, Margaret Thatcher, Amintore Fanfani.

I congressi del 1980 e del 1982: il cosiddetto PAF[modifica | modifica wikitesto]

Dopo aver collaborato all'affermazione delle correnti moderate della DC nel Congresso nazionale del 1980, che sancì l'interruzione della fase di apertura verso i comunisti ed elesse alla segreteria Flaminio Piccoli, Fanfani decise invece di allearsi nel successivo congresso del 2-6 maggio 1982 con la sinistra del partito. Assieme ai dorotei di Piccoli e alla corrente andreottiana (coi quali diede vita a una coalizione denominata con l'acronimo "PAF" (Piccoli, Andreotti, Fanfani), contribuì infatti in modo decisivo all'elezione del nuovo segretario Ciriaco De Mita e alla sconfitta di quello che un tempo era stato il suo delfino, Arnaldo Forlani, reagendo con grande dignità e fermezza alle contestazioni di alcuni delegati che sostenevano il suo ex pupillo[22]. A causa di questa scelta, la corrente fanfaniana subì una pesante scissione; il grosso della stessa, infatti, non se la sentì di seguire il leader in questa nuova avventura, preferendo rimanere assieme a Forlani nella minoranza moderata del partito.

Il quinto governo Fanfani[modifica | modifica wikitesto]

Dal 1º dicembre 1982 al 4 agosto 1983 Fanfani fu presidente del Consiglio per la quinta volta, guidando un governo DC - PSI - PSDI - PLI con l'appoggio esterno del PRI. Il governo Fanfani doveva traghettare il paese alle elezioni anticipate dopo la prima esperienza di un non democristiano (il segretario repubblicano Spadolini) alla guida dell'esecutivo, garantendo alla DC il vantaggio della presidenza del Consiglio in campagna elettorale. Destò un certo scalpore, nel febbraio del 1983 la decisione di Fanfani di incaricare il suo consigliere diplomatico, l'ambasciatore Remo Paolini, di rendere visita nella capitale britannica all'ex re d'Italia Umberto II, ricoverato alla London Clinic.

La "sosta" 1983-1985. Ancora presidente del Senato e il sesto governo Fanfani. Ultimi incarichi di governo[modifica | modifica wikitesto]

Le elezioni del 1983 determinarono un tracollo elettorale per la DC, che perdette quasi il 6% dei voti attestandosi al minimo storico del 32,9% alla Camera. Il segretario De Mita considerò in parte Fanfani responsabile della sconfitta, accusandolo di non essersi impegnato a sufficienza nella campagna elettorale. Per questo Fanfani non fu ricandidato dalla DC alla presidenza del Senato, per la quale gli fu preferito Francesco Cossiga. Ma dopo l'elezione di Cossiga alla presidenza della Repubblica, nel 1985, Fanfani poté recuperare la presidenza del Senato, eletto da un'ampia maggioranza che andava dal pentapartito al PCI fino ad arrivare al MSI. La nuova ed ultima presidenza di Palazzo Madama durò fino ad aprile del 1987, quando Fanfani fu chiamato per la sesta volta a guidare il governo. Si trattava di un monocolore democristiano, nato dalla reazione del segretario De Mita alla decisione di quello socialista Bettino Craxi di non rispettare il cosiddetto "patto della staffetta", che prevedeva l'alternanza a Palazzo Chigi tra lo stesso Craxi e un democristiano: De Mita tolse la fiducia al governo Craxi e promosse la nascita di un governo minoritario per andare nuovamente ad elezioni anticipate. Vi fu un risvolto imprevisto nella nascita (o meglio "non nascita") del sesto governo Fanfani, perché al momento del voto di fiducia Craxi, su suggerimento del leader radicale Marco Pannella, decise di far votare il suo partito a favore del governo, insieme agli stessi radicali, costringendo così la DC a far mancare, mediante astensioni concordate, i voti necessari alla fiducia. Dopo le elezioni del luglio 1987, che segnarono un recupero di voti da parte della DC, Fanfani ricoprì gli incarichi di ministro dell'Interno nel governo Goria e di Ministro del bilancio e della programmazione economica nel governo De Mita fino al 1989.

Dopo il 1989: presidente della Commissione Esteri del Senato e conclusione della carriera politica[modifica | modifica wikitesto]

Conclusa l'esperienza nel governo De Mita, per Fanfani non ci sarà più posto nei successivi governi e nemmeno alla presidenza del Senato, ormai stabilmente occupata da Giovanni Spadolini. Iniziò pertanto l'inevitabile declino politico di colui che fu uno dei più eminenti protagonisti della storia politica repubblicana. Il suo status di senatore a vita lo poneva ormai da tempo al di fuori anche da esigenze di competizione elettorale e la sua attività parlamentare nella XV legislatura proseguì in modo distaccato e sempre meno evidente. Nel 1992, dopo le elezioni politiche che rivoluzioneranno il quadro politico nazionale, fu eletto presidente della commissione Esteri del Senato, che mantenne fino al 14 aprile 1994. Sarà l'ultimo incarico istituzionale ricoperto da Fanfani.

Seguirono gli anni dei processi di Tangentopoli (dalla quale non venne sfiorato), che produssero effetti deflagranti per il sistema dei partiti e per la DC in particolare, fino allo scioglimento del partito dopo 50 anni di guida del paese e la nascita del nuovo Partito Popolare Italiano. Fanfani aderì al PPI, senza peraltro svolgere ruoli specifici e senza una presenza evidente, ma contribuendo col suo voto alla fiducia parlamentare per il primo governo Prodi. Benché indebolito dalla malattia, nel 1998 volle essere presente alla cerimonia per i suoi 90 anni organizzata dal Senato. Il 20 novembre 1999 si spense nella sua abitazione romana vicino a Palazzo Madama. È sepolto a Roma nel Cimitero Flaminio.

Vita privata[modifica | modifica wikitesto]

Fanfani s'è sposato due volte. La prima moglie fu Biancarosa Provasoli (Milano, 14 giugno 1914 - Roma, 26 febbraio 1968), figlia di un industriale tessile, che sposò nel 1939. Con lei ebbe sette figli: Anna Maria (Sansepolcro, 19 dicembre 1940); Maria Grazia (Sansepolcro, 13 agosto 1942); Marina (Viggiù, 6 aprile 1944); Alberto (Milano, 26 maggio 1947); Benedetta (Roma, 17 marzo 1950); Giorgio (Roma, 2 agosto 1952); Cecilia (Roma, 26 marzo 1955). Rimasto vedovo, nel 1972 conobbe Maria Pia Tavazzani, anch'essa vedova, che sposò nel 1975.

Fanfani nella cultura popolare[modifica | modifica wikitesto]

Francobollo commemorativo emesso nel 2008
  • Si dice che Fanfani abbia ottenuto che la nascente Autostrada del Sole, seguendo il vecchio tracciato della Cassia, passasse per Arezzo (capoluogo della sua provincia di nascita) invece che per Perugia o Siena: per questo la svolta piuttosto marcata che precede il casello di Arezzo fu denominata "curva Fanfani".[23]
  • Durante l'elezione del Presidente della Repubblica del 1971, Fanfani accettò la candidatura ma, durante la votazione, un elettore scrisse sulla sua scheda: «Nano maledetto / non sarai mai eletto», frase che la tradizione vuole dedicata proprio all'allora Presidente del Senato Fanfani, che assisteva al conteggio delle schede. Al sesto scrutinio il quorum non fu raggiunto e, dopo che il senatore toscano aveva detto che avrebbe ritirato la candidatura se non fosse stato eletto, su una scheda apparve la frase: «Te l'avevo detto / nano maledetto / che non venivi eletto»[24]
  • Dario Fo compose, nel 1973, una commedia intitolata Il Fanfani rapito il cui protagonista è, appunto, Amintore Fanfani.
  • Nello stesso anno un autore anonimo, poi rivelatosi lo scrittore umoristico Gianfranco Piazzesi, pubblicò il libro Berlinguer e il Professore, nel quale Amintore Fanfani - il "professore" - era uno dei protagonisti. Il libro fu salutato come uno dei primi romanzi del genere fantapolitico pubblicato in Italia ed ebbe un enorme successo anche all'estero, essendo stato tradotto in sei lingue e superando le 400.000 copie vendute.[25]
  • Per i molteplici incarichi istituzionali a cui venne chiamato, spesso anche quando alcuni credevano che stesse per imboccare il "viale del tramonto", venne soprannominato da Indro Montanelli Rieccolo ovvero (richiamando un pupazzo che torna sempre in piedi) "il misirizzi".
  • Nel 1975 l'autore televisivo Bruno Broccoli pubblicò un libro umoristico (Leone XIV: il successore di Paolo VI) nel quale si immaginava che Fanfani venisse eletto al Vaticano come nuovo papa.
  • Il 9 maggio 1979, primo anniversario dell'assassinio di Aldo Moro, il militante democristiano Angelo Gallo si avvicina alle spalle di Fanfani nella chiesa del Gesù e gli tira le orecchie in segno di protesta per l'inerzia - a detta di Gallo - dei politici rispetto ai problemi del lavoro.[26][27]
  • Il 29 giugno 1991 ricevette la cittadinanza onoraria di Sansepolcro; ivi si era da tempo trasferito il ramo toscano della famiglia, aveva vissuto la carriera politica il fratello Ameglio e aveva avviato la propria suo nipote Giuseppe; inoltre vi erano nate le prime due figlie, Maria Pia e Maria Grazia. A Sansepolcro Amintore Fanfani aveva dedicato anche alcuni tra i suoi primi studi di storia economica e sociale, tra cui il volume Un mercante del Trecento (1934), opera assai apprezzata come esempio di metodo storiografico basato sulla ricerca archivistica.
  • Nel 2008, in occasione del centenario della nascita, le Poste Italiane hanno emesso in onore di Fanfani un francobollo commemorativo, con la formulazione - a lui attribuita - dell'art. 1 della Costituzione della Repubblica[9].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Circolo "Verso l'Europa" (a cura di), Amintore Fanfani e la sua terra, Arezzo, Calosci, 2002, pp. 244, ISBN 9788877851765.
  2. ^ Piero Barucci, Simone Misiani, Manuela Mosca (a cura di), La cultura economica tra le due guerre, in Biblioteca storica degli economisti italiani, Franco Angeli, 2015, p. 89, ISBN 9788891713292.
    «[nota 4] Significativa, dal punto di vista della sostituzione del corporativismo di matrice cattolica con quello fascista, è la netta presa di posizione a favore di quest'ultimo da parte di Amintore Fanfani.».
  3. ^ a b Istituto Luigi Sturzo (a cura di), Fanfani e la casa. Gli anni Cinquanta e il modello italiano di welfare state. Il piano INA-Casa, Soveria Mannelli, Rubettino Editore, 2002, p. 81, ISBN 978-8849805123.
  4. ^ Franco Cuomo, I dieci: chi erano gli scienziati italiani che firmarono il Manifesto della razza, Baldini Castoldi Dalai, 1° gennaio 2005, p. 23, ISBN 9788884908254. URL consultato il 18 marzo 2016.
  5. ^ Nino Tripodi, Intellettuali sotto due bandiere, Ciarrapico, 1° gennaio 1978. URL consultato il 18 marzo 2016.
  6. ^ v. Fanfani, Amintore, "La dottrina di Smith e la crisi odierna", in Economia e Storia 24, no. 2 (marzo 1977): 147-154.
  7. ^ Lanfranco Palazzolo, Kennedy shock, Kaos Edizioni, 2010, pp. 188, ISBN 978-88-7953-216-7.
  8. ^ Francesco Di Pietro, Gracchi e Kennedy - La storia va in scena, Mnamon, 2013, pp. 312, ISBN 978-8898470174.
  9. ^ a b La formulazione di Fanfani consentì di trovare una soluzione, approvata dalla maggioranza, dopo la prima proposta di Mario Cevolotto: "L'Italia è una Repubblica democratica" e quella successiva di Palmiro Togliatti: "L'Italia è una Repubblica democratica di lavoratori".
  10. ^ Vedi: Tuscolano 1950-1960 Ministero dei Beni e le Attività Culturali.
  11. ^ A quella carica Fanfani teneva parecchio: ancora da Presidente del Senato sviluppò le tematiche e le suggestioni ricevute in quell'anno di palcoscenico internazionale, dedicando le "integrazioni conoscitive al dibattito parlamentare" della Sala Zuccari di palazzo Giustiniani ad una serie di dibattiti sull'ecologia (nei quali fece la sua apparizione pubblica il Club di Roma ed il vulcanologo Franco Barberi).
  12. ^ Sergio Romano, Guida alla politica estera italiana, Rizzoli, Milano, 2002, p. 118
  13. ^ a b c d Sergio Romano, cit., p. 120-123
  14. ^ Enrico Serra, Enrico Serra, Professione: ambasciatore d'Italia, vol. II, Franco Angeli, Milano, 2001, p. 96-97
  15. ^ Enrico Serra, cit., p. 98
  16. ^ Paolo Cacace, L'atomica europea: I progetti della guerra fredda, il ruolo dell'Italia, le domande del futuro, Fazi editore, Roma, 2004, pag. 94
  17. ^ John T. Correll, Airpower and the Cuban Missile Crisis. In: AirForce-Magazine.com 88, agosto 2005
  18. ^ Sergio Romano, cit., p. 144-147
  19. ^ Sergio Romano, cit., p. 148
  20. ^ Risulta, nelle varie inchieste penali condotte, che Amintore Fanfani fu l'unico presidente del consiglio a non essere stato messo a parte dell'esistenza di Gladio e che fu l'unico ministro dell'interno a non essere messo a parte dei fondi neri del SISDE.
  21. ^ Massimo Pini, Craxi: una vita, un'era politica, Mondadori, 2006, afferma che "Maria Pia Fanfani confermò che il marito tra il 4 e l'8 maggio affiancò Craxi: si rivolse al cardinale Benelli dal quale seppe che le BR erano disponibili a liberare Moro in cambio della grazia" alla Ardizzone.
  22. ^ La reazione ferma di Fanfani alle contestazioni irriverenti dei delegati: « Ho partecipato alle battaglie elettorali del 1946. del 1948 e del 1958, e se avessi avuto paura dei fischi, voi non sareste qui »
  23. ^ La "curva Fanfani"
  24. ^ [1] Corriere della Sera - Cartoline per il Quirinale, del 24 agosto 1998 (dalla riga 38 dell'articolo)
  25. ^ Andrea gentile, Storia di un bestseller degli anni '70 e di due profezie sbagliate, sul Il Fatto quotidiano del 28.5.2012, Url consultato il 28.2.2014
  26. ^ Parla la vedova Gallo
  27. ^ Morto Angelo Gallo: tirò le orecchie a Fanfani

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Pier Emilio Acri, Amintore Fanfani: l'uomo, lo statista e le sue radici, Paludi, Ferrari, 2009. ISBN 978-88-95834-38-2.
  • Giulio Andreotti, De Gasperi e il suo tempo, Milano, Mondadori, 1956.
  • Renato Filizzola, Amintore Fanfani. Quaresime e resurrezioni, Editalia, 1988, ISBN 88-7060-180-3.
  • Giorgio Galli, Fanfani, Milano, Feltrinelli, 1975.
  • Giorgio Galli, Storia della Democrazia cristiana, Roma-Bari, Laterza, 1978.
  • Igino Giordani, Alcide De Gasperi il ricostruttore, Roma, Edizioni Cinque Lune, 1955.
  • Agostino Giovagnoli, Il partito italiano: la Democrazia Cristiana dal 1942 al 1994, Bari, Laterza, 1996.
  • Sofia La Francesca, La linea riformista: la testimonianza dei diari di Amintore Fanfani, 1943-1959, Firenze, F. Le Monnier, 2007. ISBN 978-88-00-20702-7.
  • Vincenzo La Russa, Amintore Fanfani, Rubbettino, 2006.
  • Piero Ottone, Fanfani, Milano, Longanesi, 1966.
  • Nico Perrone, Il segno della DC, Bari, Dedalo, 2002, ISBN 88-220-6253-1.
  • Luciano Radi, La Dc da De Gasperi a Fanfani, Soveria Manelli, Rubbettino, 2005.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Presidente dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite Successore Flag of the United Nations.svg
Alex Quaison-Sackey 1965 Abdul Rahman Pazhwak
Predecessore Presidente del Senato della Repubblica Successore Emblem of Italy.svg
Ennio Zelioli-Lanzini 5 giugno 1968 - 26 giugno 1973 Giovanni Spagnolli I
Giovanni Spagnolli 5 luglio 1976 - 1º dicembre 1982 Tommaso Morlino II
Francesco Cossiga 9 luglio 1985 - 17 aprile 1987 Giovanni Malagodi III
Predecessore Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana Successore Emblem of Italy.svg
Giuseppe Pella 18 gennaio 1954 - 10 febbraio 1954 Mario Scelba I
Adone Zoli 1º luglio 1958 - 15 febbraio 1959 Antonio Segni II
Fernando Tambroni 26 luglio 1960 - 21 giugno 1963 Giovanni Leone III
Giovanni Spadolini 1º dicembre 1982 - 4 agosto 1983 Bettino Craxi IV
Bettino Craxi 17 aprile 1987 - 28 luglio 1987 Giovanni Goria V
Predecessore Ministro degli affari esteri della Repubblica Italiana Successore Emblem of Italy.svg
Giuseppe Pella 1º luglio 1958 - 15 febbraio 1959 Giuseppe Pella I
Aldo Moro (interim) 5 marzo 1965 - 30 dicembre 1965 Aldo Moro (interim) II
Aldo Moro (interim) 23 febbraio 1966 - 5 giugno 1968 Giuseppe Medici III
Predecessore Ministro dell'interno della Repubblica Italiana Successore Emblem of Italy.svg
Mario Scelba 16 luglio 1953 - 18 gennaio 1954 Giulio Andreotti I
Oscar Luigi Scalfaro 28 luglio 1987 - 13 aprile 1988 Antonio Gava II
Predecessore Ministro del bilancio e della programmazione economica della Repubblica Italiana Successore Emblem of Italy.svg
Emilio Colombo 13 aprile 1988 - 22 luglio 1989 Paolo Cirino Pomicino
Predecessore Ministro dell'agricoltura e delle foreste della Repubblica Italiana Successore Emblem of Italy.svg
Antonio Segni 26 luglio 1951 - 16 luglio 1953 Rocco Salomone
Predecessore Ministro del lavoro e della previdenza sociale della Repubblica Italiana Successore Emblem of Italy.svg
Giuseppe Romita 31 maggio 1947 - 21 gennaio 1950 Achille Marazza
Controllo di autorità VIAF: (EN108174450 · LCCN: (ENn50011105 · SBN: IT\ICCU\CFIV\013272 · ISNI: (EN0000 0001 1454 7304 · GND: (DE121048624 · BNF: (FRcb120391026 (data)