Attilio Piccioni

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Attilio Piccioni
Attilio piccioni.jpg

Ministro di grazia e giustizia
Durata mandato 27 gennaio 1950 –
19 luglio 1951
Presidente Alcide De Gasperi
Predecessore Giuseppe Grassi
Successore Adone Zoli

Ministro degli affari esteri
Durata mandato 18 gennaio 1954 –
19 settembre 1954
Presidente Amintore Fanfani, Mario Scelba
Predecessore Giuseppe Pella
Successore Gaetano Martino

Durata mandato 29 maggio 1962 –
4 dicembre 1963
Presidente Amintore Fanfani, Giovanni Leone
Predecessore Antonio Segni
Successore Giuseppe Saragat

Dati generali
Partito politico Partito Popolare Italiano (1919-1926)
Democrazia Cristiana (1943-1976)
sen. Attilio Piccioni
Bandiera italiana
Parlamento italiano
Senato della Repubblica
Luogo nascita Poggio Bustone
Data nascita 14 giugno 1892
Luogo morte Roma
Data morte 10 marzo 1976
Titolo di studio Laurea in Giurisprudenza
Professione Avvocato
Partito Democrazia Cristiana
Legislatura III, IV, V, VI
Gruppo Democratico Cristiano
Regione Lombardia (III Legislatura),
Lazio (IV, V e VI Legislatura),
Collegio Sondrio (III Legislatura),
Viterbo (IV Legislatura),
Roma (V e VI Legislatura)
Pagina istituzionale
on. Attilio Piccioni
Bandiera italiana
Parlamento italiano
Camera dei deputati
Partito DC
Legislatura I, II
Gruppo Democratico Cristiano
Collegio Collegio Unico Nazionale (I Legislatura),
Firenze (II Legislatura)
Pagina istituzionale
on. Attilio Piccioni
Bandiera italiana
Assemblea costituente
Partito DC
Gruppo Democratico Cristiano
Collegio Collegio Unico Nazionale
Pagina istituzionale

Attilio Piccioni (Poggio Bustone, 14 luglio 1892Roma, 10 marzo 1976) è stato un politico italiano, più volte ministro e parlamentare.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Formazione familiare e adesione al Partito Popolare[modifica | modifica wikitesto]

Piccioni nacque nel reatino da padre umbro di Foligno e madre di Reggio Emilia[1]. Studiò a Rieti e si laureò in giurisprudenza all'Sapienza di Roma [1]. Partecipò alla Prima Guerra mondiale prima come ufficiale dei bersaglieri, poi come istruttore di automezzi[1]. Nel 1919 soggiornò a lungo a Torino, ospite del fratello, funzionario della prefettura; si sposò e aderì al Partito Popolare Italiano, appena fondato da Luigi Sturzo[1][2]. Fu segretario del PPI nel capoluogo piemontese e membro del Consiglio nazionale (1919-24)[2].

Con l'avvento del fascismo al potere, nel 1926, dopo lo scioglimento forzoso del PPI, si trasferì a Pistoia, dove riprese ad esercitare la professione di avvocato[3] e rimase vedovo.

Fondazione della Democrazia Cristiana e primi incarichi di governo[modifica | modifica wikitesto]

Il 19 marzo 1943, a Roma, in casa di Giuseppe Spataro, Piccioni prese parte al convegno clandestino del primo nucleo di fondatori della Democrazia Cristiana, nel quale fu discusso e approvato il documento, redatto da Alcide De Gasperi: "Le idee ricostruttive della Democrazia Cristiana"[1]; esponente del Comitato di Liberazione Nazionale della Toscana, si trasferì a Roma nell'immediato dopoguerra[1].

Il 2 giugno 1946, Piccioni fu eletto all'Assemblea Costituente[2] e fece parte della Commissione dei 75 incaricata di elaborare e proporre il progetto di Costituzione della Repubblica.

Uomo di fiducia di Alcide De Gasperi, fu segretario politico della DC dal 1946 al 1949 [2] e vicepresidente del Consiglio dei ministri nel quinto governo dello statista trentino (1948-1950). Fu poi ministro della Giustizia nel sesto governo De Gasperi (1950-1951) e ancora vicepresidente del Consiglio nei governi De Gasperi VII (1951-1953) e De Gasperi VIII (1953). Nel frattempo, fu rieletto deputato nella II legislatura.

Piccioni Presidente del Consiglio incaricato. Lo scandalo Montesi[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la bocciatura alla Camera dell'ottavo governo De Gasperi (28 luglio 1953), Piccioni fu incaricato dal Presidente della Repubblica Luigi Einaudi di formare il nuovo governo. Dopo le consultazioni di rito, la formazione del governo Piccioni sembrava essere cosa fatta, essendo riuscito, il Presidente incaricato, a strappare il consenso dei liberali e l'appoggio esterno dei socialdemocratici. In una successiva riunione, tuttavia, il PSDI tornò sui propri passi e annunciò che avrebbe votato contro il nuovo governo, costringendo Piccioni a rinunciare all'incarico[4].

Attilio Piccioni fu poi nominato Ministro degli Esteri nell'effimero primo governo Fanfani (gennaio-febbraio 1954) e convocato nuovamente dal Presidente Einaudi per succedere a Fanfani come Presidente del Consiglio. Piccioni, peraltro, non volle assumersi tale responsabilità per il coinvolgimento del figlio Piero, compositore, nel caso di Wilma Montesi, ragazza romana trovata morta sulla spiaggia di Torvaianica; con riluttanza accettò di essere confermato agli Esteri nel nuovo Governo Scelba[5]. Il 26 marzo 1954, tuttavia, il caso Montesi - inizialmente archiviato - fu ufficialmente riaperto dalla Corte d'Appello di Roma. Il 19 settembre lo scandalo fu tale che Attilio Piccioni si dimise da Ministro degli Esteri e da tutte le sue cariche ufficiali. Due giorni dopo, il figlio Piero fu arrestato con l'accusa di omicidio colposo e di uso di stupefacenti e poi tradotto nel carcere di Regina Coeli.

Piero Piccioni ottenne la libertà provvisoria dopo tre mesi di carcere preventivo[6] e, infine, venne completamente scagionato da ogni accusa ma la carriera politica del padre fu gravemente compromessa.

Ultime cariche politiche[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni 1956-57, Attilio Piccioni fu a capo della delegazione italiana presso le Nazioni Unite[3]. Nel 1958 fu eletto senatore e lo rimase per quattro legislature. Tornò nuovamente Vice Presidente del Consiglio nel III (1960-1962) e IV governo Fanfani (1962-1963), nel quale assunse anche il Ministero degli Affari Esteri in sostituzione di Antonio Segni, neo eletto Presidente della Repubblica. In tale elezioni (1962) fu anche destinatario, da parte di alcuni franchi tiratori democristiani, di una candidatura alternativa a quella ufficiale di Segni, che conseguì ben 51 voti al III scrutinio. Il 7 settembre 1962, Piccioni strinse con gli Stati Uniti, rappresentati dal Vice Presidente Lyndon Johnson, l'accordo di collaborazione spaziale San Marco[7].

Fu ancora Vice Presidente del Consiglio e Ministro degli Esteri nel primo governo Leone (1963) e ministro con incarichi speciali nel I, II, e III governo Moro (1963-1968). Si è spento a Roma nel 1976.

L'altro figlio Leone Piccioni è stato critico letterario e dirigente della RAI.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f Ricordare Piccioni
  2. ^ a b c d Fonte: Treccani.it L'Enciclopedia Italiana, riferimenti in Collegamenti esterni.
  3. ^ a b Fonte: Sapere.it, riferimenti in Collegamenti esterni.
  4. ^ Indro Montanelli, Mario Cervi, Storia d'Italia, Vol. 10, RCS, Milano, 2004, p. 158
  5. ^ Indro Montanelli, Mario Cervi, cit., p. 194
  6. ^ Ugo Zatterin, La tragica ballata di Piero Morgan, da: "L'Europeo" n. 44 del 1980, ripreso su "L'Europeo" - Periodico annuale, Cinquant'anni di gialli, Ed. RCS, aprile 2001, p. 99
  7. ^ MAE

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Carlo Dane (a cura di), Scritti e discorsi, 1944-1965 / Attilio Piccioni, prefazione di Gabriele De Rosa, Roma, Cinque lune, 1979.
  • Giorgio Galli, Storia della Democrazia cristiana, Roma-Bari, Laterza, 1978.
  • Gabriella Fanello Marcucci, Attilio Piccioni e la sinistra popolare, Roma, Cinque lune, 1977.
  • Gabriella Fanello Marcucci, Attilio Piccioni : la scelta occidentale : vita e opere di un padre della Repubblica, Roma, Liberal, 2011. ISBN 978-88-88835-46-4.
  • Angelo Frignani, La strana morte di Wilma Montesi, Roma, Adnkronoslibri, 2003. ISBN 88-7118-157-3.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Ministro di grazia e giustizia della Repubblica Italiana Successore Emblem of Italy.svg
Giuseppe Grassi dal 27 gennaio 1950 al 26 luglio 1951 Adone Zoli
Predecessore Ministro degli affari esteri della Repubblica Italiana Successore Emblem of Italy.svg
Giuseppe Pella 1954 Gaetano Martino I
Antonio Segni 1962 - 1963 Giuseppe Saragat II
Controllo di autorità VIAF: (EN16071783 · LCCN: (ENn80086735 · SBN: IT\ICCU\CFIV\093685 · GND: (DE151910367