Teoria del lavoro di acquisto della proprietà

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1leftarrow blue.svgVoce principale: John Locke.

La teoria del lavoro di acquisto della proprietà[1] (conosciuta anche come diritto naturale alla proprietà[2]) è una teoria di legge giusnaturalista che sostiene che la proprietà originariamente proviene dallo sforzo del lavoro sulle risorse naturali. Similmente alla specificazione, la teoria proposta da John Locke, giustifica l'acquisto della proprietà a titolo originario tramite il lavoro umano.[3]

Passo estratto dal Secondo Trattato sul Governo[modifica | modifica wikitesto]

«Sebbene la terra e tutte le creature inferiori siano comuni a tutti gli uomini, ogni uomo ha una proprietà sulla sua propria persona: su questa nessuno ha diritto se non lui stesso. La fatica del suo corpo e il lavoro delle sue mani, si può dire, sono propriamente suoi. Qualsiasi cosa, dunque, egli rimuova dallo stato in cui la natura l’ha fornita e lasciata, qualsiasi cosa alla quale abbia mescolato il suo lavoro, e alla quale abbia aggiunto qualcosa di proprio, perciò stesso diviene sua proprietà. Essendo rimossa da lui dalla condizione comune in cui la natura l’ha collocata, essa acquista con questo lavoro qualcosa che la esclude dalla proprietà comune degli altri uomini. Poiché infatti il lavoro è proprietà indiscussa del lavoratore, nessuno se non lui stesso può avere diritto su ciò a cui si è unito il suo lavoro, almeno finché ne rimane abbastanza e altrettanto buono per gli altri.»

(John Locke, Due trattati sul governo, II Trattato, Cap. V § 27)

Contesto[modifica | modifica wikitesto]

Locke scrisse le sue teorie legali precedentemente alla prima rivoluzione Industriale (circa 1760–1840)[a], in conseguenza di ciò, presunti legami di Locke con l'industrialismo o simpatie verso gli industriali sono anacronismo. Le idee di Locke furono effettive solo per un certo periodo di tempo nell'economia artigiana, finché l'industrializzazione portò a radicali cambiamenti nell'organizzazione sociale e produttiva.[4]

Artigiani che valorizzano economicamente delle risorse naturali
(circa 1600–1700)

Sebbene Locke scrisse anche per gli interessi della borghesia, all'epoca il sistema feudale era ancora dominante, tanto che lo stesso Locke redisse (precedentemente ai Due trattati sul governo) dei documenti per conto dei feudatari (e.g., il III conte di Shaftesbury[5]). Le Costituzioni Fondamentali della Nord Carolina sono un esempio celebre, perché vennero redatte in parte da Locke.[6]

Lo storico Holly Brewer tuttavia dissente affermando che Locke fosse soltanto un segretario, difatti gli autori (ufficiali) e i firmatari del documento sono appunto gli otto feudatari a cui Carlo II aveva affidato le colonie.[7]

Dopo la Gloriosa Rivoluzione (1688–1689), Locke pubblicò i Due trattati sul governo che costituiscono la giustificazione di essa; Locke confuta le tesi patriarcaliste di Sir Robert Filmer sviluppando nuovi istituti giuridici mantenendo le premesse bibliche[b] (i.e., la comunione originaria della terra).[8]

Proprietà[modifica | modifica wikitesto]

Prospettore «rimuove» dell'oro dallo stato di natura (California, 1850)

Locke sostenne che il fondamento della proprietà individuale doveva essere cercato nel lavoro che viene impiegato per impadronirsi di una cosa o per trasformarla e valorizzarla economicamente, seguendo l'argomento che i frutti del proprio lavoro sono i propri perché si ha lavorato per essi.

Locke non accoglie l'occupazione: l'occupazione era un modo di acquisto originario da res nullius (i.e., le cose non appartenevano originariamente a nessuno).

Per Locke, che seguiva gli scrittori giusnaturalisti precedenti, le cose del mondo esterno erano, nello stato di natura, res communes (i.e., le cose appartenevano originariamente a tutti). La situazione originaria nello stato di natura era caratterizzata non dall'assenza di proprietà, ma dall'universale titolarità delle cose (i.e., una comproprietà). Il passaggio a un regime di proprietà individuale avveniva dunque non attraverso un processo di occupazione, ma essenzialmente attraverso un processo di specificazione.[9][c]

Il fatto che Locke partisse da una considerazione delle cose nello stato di natura come res communes anziché res nullius, è espressa in più cenni come il seguente:

«Tenterò di mostrare come gli uomini possano giungere ad avere la proprietà di qualche parte di ciò che Dio ha concesso agli uomini in comune, e ciò senza un contratto espresso tra i membri della comunità»

(John Locke, Due trattati sul governo, II Trattato, Cap. V § 25)

Locke inoltre giustifica la proprietà terriera (nei limiti da lui stabiliti), rifiutando l'ipotesi che la proprietà derivi dal consenso, perché se un uomo per appropriarsi dei frutti della terra e per nutrirsi avesse dovuto attendere il consenso di tutto il genere umano, “sarebbe morto di fame, nonostante l’abbondanza che Dio gli ha dato”.[10]

La proprietà terriera implica per l’uomo un ulteriore dovere: lavorarla per non lasciarla incolta e infruttuosa. La legge naturale impedisce di sprecare o distruggere ciò che si sottrae al patrimonio comune dell’umanità. La conseguente produttività della terra, causerà il soddisfacimento delle necessità di un altro uomo, migliorando la qualità della vita rispetto a prima che le terre venissero coltivate, giustificando quindi l'istituto.[11]

Locke utilizza il termine commons per riferirsi a due distinte realtà: la prima costituita dai beni comuni nello stato di natura, la seconda quella costituita invece dai beni demaniali che all’interno di uno Stato si decide per legge di mantenere comuni. Questi beni non possono divenire proprietà individuale se non attraverso un ulteriore patto che ne modifica lo status giuridico; il fatto che non possano divenire proprietà privata non esclude che, per esempio, si possa raccogliere la legna in un bosco lasciato ad uso pubblico.[12]

Condizione di sufficienza[modifica | modifica wikitesto]

La condizione di sufficienza[13] (chiamata anche clausola limitativa[14] o clausola lockiana[15][d]) sostiene che gli individui hanno il diritto di mantenere la proprietà privata dalla natura lavorando su di essa, ma che possono farlo “finché ne rimane abbastanza e altrettanto buono per gli altri” (vedi prima intestazione).

Questa condizione stabilita da Locke è coerente con la visione dello stato di necessità degli altri teorici giusnaturalisti, come ad esempio Tommaso d'Aquino[16] (vedi Omnia sunt communia) che affermava:

«In caso di necessità tutto è comune. Dunque non è peccato se uno prende la roba altrui, resa comune per lui dalla necessità.»

(Somma Teologica, II-II, q. 66: Il furto e la rapina, art. 7: Se sia lecito rubare per necessità. Traduzione italiana: Ed. Salani 1956 / EDS Edizioni Studio Dominicano Bologna])

Diritto d'autore[modifica | modifica wikitesto]

La teoria della proprietà di Locke è stata utilizzata anche per giustificare la proprietà intellettuale.[17] La teoria del lavoro del diritto d'autore è una delle teorie più importanti sul tema, tra le altre come l'incentivo e le teorie della personalità. Una delle ragioni della sua popolarità e dell'uso diffuso nella giustificazione della legge sul copyright è che gli argomenti utilizzati in questa teoria fanno parte del discorso giurisprudenziale sulla proprietà intellettuale da molto tempo. Ciò è particolarmente vero in giurisdizioni come gli Stati Uniti, dove questi argomenti hanno trovato base in diverse legislazioni e disposizioni costituzionali.[18]

Locke riconobbe espressamente l'istituto della proprietà intellettuale, riconoscendo il diritto d'autore nel 1695. Locke propose inoltre un emendamento al Parlamento in base al quale ogni nuovo statuto sulla stampa doveva espressamente “garantire la proprietà dell'autore sulla sua copia, o su chi l'ha trasferita”.[19]

Interpretazioni[modifica | modifica wikitesto]

Il movimento cartista in parte influenzato da William Thompson (Grande Assemblea Cartista, Kennington Common, Londra, 1848)
Emblema di Industrial Workers of the World con il motto: «Il lavoro ha diritto a tutto ciò che produce»

L'argomento del diritto naturale alla proprietà, giustificata tramite la fatica del lavoratore, venne ripresa fra più autori tra i quali: il whig[20] Thomas Hodgskin (autore di Difesa del lavoro contro le pretese del capitale ovvero dimostrazione dell'improduttività del capitale, 1825 e Il Diritto Naturale alla Proprietà, 1832) e l'utilitario William Thompson (autore de Il Lavoro Premiato. Le Richieste del Lavoro e del Capitale conciliate: o, come assicurare al lavoro l'intero prodotto delle sue fatiche). Questi autori sostennero l'argomentazione di Locke per il motivo anticapitalista, secondo loro i lavoratori ottenevano la proprietà del prodotto attraverso la specificazione.[21]

Critica[modifica | modifica wikitesto]

Jean-Jacques Rousseau in seguito ha criticato Locke nel Discorso sulla disuguaglianza, dove sostiene che l'argomento del diritto naturale non si estende alle risorse che non si sono create (i.e., la terra). Entrambi i filosofi sostengono che la relazione tra lavoro e proprietà riguarda solo la proprietà che era significativamente inutilizzata prima che tale lavoro avesse luogo.[22]

Immanuel Kant respinse l'idea di Locke secondo cui il lavoro può trasformare la comunione in proprietà privata, riconoscendo, però, che quest'ultima non è pensabile senza una precedente comunione della terra (communia fundi originaria). L'individuo, per sfruttare la terra, deve averla in suo possesso, perciò Kant conclude che deve essere possibile “avere come mio un qualunque oggetto del mio arbitrio”. La proprietà privata può coesistere con la libertà di tutti secondo una legge universale; secondo Kant un approccio differente negherebbe la libertà stessa.[23]

Il giurista e filosofo Jeremy Waldron ritiene che Locke abbia commesso un errore di categoria, in quanto solo gli oggetti possono essere mescolati con altri oggetti e il lavoro non è un oggetto, ma un'attività.[24]

Note[modifica | modifica wikitesto]

Annotazioni[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Locke morì nel 1704.
  2. ^ ❧ Genesi 1:28
  3. ^ Locke non fa alcun riferimento esplicito all'istituto della specificazione
  4. ^ ❧ Nella lingua italiana entrambi gli eponimi "lockiano" e "lockeiano" sono corretti.

Fonti[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (EN) Lawrence C. Becker, The Labor Theory of Property Acquisition, in The Journal of Philosophy, vol. 73, n. 18, 1º giugno 1977, pp. 653–664, DOI:10.2307/2025823. URL consultato il 23 maggio 2022.
  2. ^ (EN) Eric Mack, THE NATURAL RIGHT OF PROPERTY, in Social Philosophy and Policy, vol. 27, n. 1, 2010-01, pp. 53–78, DOI:10.1017/S0265052509990033. URL consultato il 4 giugno 2022.
  3. ^ Bobbio, pp. 163-165.
  4. ^ Paul K. Crosser, Ideologies and the American School. Ideologies on Occupation and Types of American Schools-Approach to an Inquiry, in Social Forces, vol. 19, Oxford University Press, dicembre 1940.
    «Locke's social views were effective for some time because the industrial revolution was not yet discernible and the occupational pattern rested on the traditional artisan technology, the static character of which made it easy to preserve the established social bonds.»
  5. ^ (EN) Vicki Hsueh, Giving Orders: Theory and Practice in the Fundamental Constitutions of Carolina, in Journal of the History of Ideas, vol. 63, n. 3, 2002, p. 427, DOI:10.1353/jhi.2002.0024. URL consultato il 3 giugno 2022.
  6. ^ (EN) David Armitage, John Locke, Carolina, and the Two Treatises of Government, in Political Theory, vol. 32, n. 5, 2004-10, pp. 602–627, DOI:10.1177/0090591704267122. URL consultato il 3 giugno 2022.
  7. ^ (EN) Holly Brewer, Slavery, Sovereignty, and “Inheritable Blood”: Reconsidering John Locke and the Origins of American Slavery, in The American Historical Review, vol. 122, n. 4, 1º ottobre 2017, p. 1052, DOI:10.1093/ahr/122.4.1038. URL consultato il 3 giugno 2022.
  8. ^ LockeIntroduzione, pp. 19-28.
  9. ^ Bobbio, pp. 163-167.
  10. ^ Locke, pp. 45-46.
  11. ^ Locke, p. 46.
  12. ^ Locke, pp. 46-47.
  13. ^ Per condizione di sufficienza:
  14. ^ Lorenzo Bertolone, Lo stato di natura: il mondo prepolitico per Hobbes e Locke | Diritto e società - Il Chiasmo | Treccani, il portale del sapere, su treccani.it, Istituto della Enciclopedia Italiana (Il Chiasmo). URL consultato il 23 maggio 2022.
    «Il filosofo inglese colse però il rischio di una eccessiva cupidigia insita nell’animo umano e per questo invitò, attraverso la “clausola limitativa della proprietà”, a non privare gli altri di beni desiderabili»
  15. ^ Nozick, p. 191.
  16. ^ La destinazione universale dei beni (PDF), in Una Pagina Classica, vol. 50, n. 3, Oikonomia, ottobre 2005.
  17. ^ (EN) Peter S. Menell, Intellectual Property: General Theories (PDF), in Encyclopedia of Law & Economics, III, Boudewijn Bouckaert and Gerrit de Geest, Cheltenham, Edward Elgar, pp. 129-88.
  18. ^ William Fisher, "Theories of Intellectual Property" (PDF), in Harvard Law Review, n. 5, 1987.
  19. ^ (EN) Adam Mossoff, Why Intellectual Property Rights? A Lockean Justification, su Law & Liberty. URL consultato il 30 luglio 2022.
  20. ^ (EN) David Eastwood, Hodgskin, Thomas (1787–1869), economist, political theorist, and journalist, Oxford University Press, 23 settembre 2004, DOI:10.1093/ref:odnb/37556, ISBN 978-0-19-861412-8. URL consultato il 4 giugno 2022.
  21. ^ Menger, p. 51; pp. 55-65.
  22. ^ Rousseau, p. 59; pp. 72-73.
  23. ^ Proprieta in "Enciclopedia delle scienze sociali", su www.treccani.it. URL consultato il 30 luglio 2022.
  24. ^ Jeremy Waldron, Two Worries About Mixing One's Labour, in The Philosophical Quarterly, vol. 33, n. 130, 1º gennaio 1983, pp. 37–44, DOI:10.2307/2219202. URL consultato il 6 giugno 2022.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]