Salvatore Pillera

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Salvatore Pillera, più noto con il soprannome Turi cachiti[1][2] (Catania, 1954), è un mafioso italiano. Dapprima legato a Cosa Nostra, successivamente è stato fondatore della stidda catanese.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

L'ascesa[modifica | modifica wikitesto]

Inizialmente uomo di Giuseppe Calderone[3],[4], secondo il collaboratore di giustizia Antonino Calderone fu scelto dal boss catanese per far parte del commando che il 16 marzo 1978 uccise Francesco Madonia, capo della cosca di Vallelunga Pratameno legato a Totò Riina[3][5]. Secondo Antonino Calderone e Gaspare Mutolo[6], in particolare, a Pillera sarebbe stato affidato il ruolo di esecutore materiale dell'omicidio[5].

Successivamente, dopo l'omicidio di Giuseppe Calderone, Pillera si avvicinò al boss Alfio Ferlito[1]. Dopo l'uccisione di quest'ultimo, avvenuta nella strage della circonvallazione, secondo la ricostruzione più accreditata ne raccolse l'eredità[1][7][8], diventando di fatto l'avversario principale di Nitto Santapaola[1][2][7][8] e riorganizzando il proprio clan[9]. Secondo altre ricostruzioni, Pillera non condivideva alcune regole all'interno di cosa nostra così si dissociò e diede vita alla stidda catanese, contemporaneamente avrebbe creato una cosca indipendente da Cosa nostra, con la quale avrebbe intrapreso una guerra contro il clan dei Laudani, un gruppo criminale estraneo a Cosa Nostra però appoggiato dalla famiglia Santapaola[4]. Delle faide, tuttavia, non è mai stato chiamato a rispondere giudiziariamente[4]. Il suo arresto, nel 1986[1][9], scatenò una guerra di successione a Catania[1].

Condanna, scarcerazione e nuovo arresto[modifica | modifica wikitesto]

Accusato, fra gli altri, dal collaboratore di giustizia Filippo Lo Puzzo[9] e dai già citati Antonino Calderone[5] e Mutolo[6], fu condannato a 12 anni di reclusione per associazione per delinquere[2], ma lasciò il carcere nel 1996 per buona condotta[2]. Tornato a Catania[2][7], secondo le ricostruzioni della stampa, avrebbe ristabilito buoni rapporti con Santapaola[2][7] e avrebbe tentato di riunire le famiglie della città[7][8]. L'accordo con i Santapaola, tuttavia, avrebbe portato il suo clan a una scissione[4]. Il 1º giugno 1998 fu nuovamente arrestato[4][7] e detenuto in regime di carcere duro fino al 2004[8].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f Angelo Vecchio, con la collaborazione di Andrea Cottone, La mafia dalla A alla Z - Piccola enciclopedia di Cosa nostra, Palermo, Novantacento, 2012, pagina 241, ISBN 9788896499306..
  2. ^ a b c d e f Il capo clan Pillera torna libero per buona condotta, in Corriere della Sera, 29 agosto 1996, p. 2. URL consultato l'8 febbraio 2012 (archiviato dall'url originale il pre 1/1/2016).
  3. ^ a b Giovanni Falcone, Marcelle Padovani, Cose di Cosa Nostra, Milano, BUR, 2012 [1991], ISBN 9788858628881.. URL consultato l'8 febbraio 2013.
  4. ^ a b c d e Torna in carcere boss della mafia catanese, in La Repubblica, 1° giugno 1998. URL consultato l'8 febbraio 2013.
  5. ^ a b c Luca Tescaroli, Le faide mafiose nei misteri della Sicilia, Soveria Mannelli, Rubbettino Editore, 2003, pagine 114-115, ISBN 9788849804171.. URL consultato l'8 febbraio 2013.
  6. ^ a b Tescaroli, pagina 60
  7. ^ a b c d e f Alfio Sciacca, Preso il padrino che voleva unire i clan catanesi, in Corriere della Sera, 2 giugno 1998, p. 15. URL consultato l'8 febbraio 2013 (archiviato dall'url originale il pre 1/1/2016).
  8. ^ a b c d Rinaldo Frignani, Decine di boss della mafia «liberati» dal carcere duro, in Corriere della Sera, 3 gennaio 2004, p. 15. URL consultato l'8 febbraio 2013 (archiviato dall'url originale il pre 1/1/2016).
  9. ^ a b c Guglielmo Troina, 'Sono un sicario e vi dirò tutto...'. Così 88 persone sono finite in carcere, in La Repubblica, 9 maggio 1987, p. 16. URL consultato l'8 febbraio 2012.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Biografie Portale Biografie: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di biografie