Vito Cascio Ferro

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Vito Cascio Ferro

Vito Cascio Ferro, conosciuto come Don Vito (Palermo, 22 gennaio 1862Pozzuoli, 1943), è stato un mafioso italiano, legato a Cosa Nostra e alla «Mano Nera» a New York.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Primi anni[1][modifica | modifica wikitesto]

Vito Cascio Ferro nacque a Palermo il 22 gennaio del 1862 da una povera famiglia contadina. Ancora bambino, si trasferì con la famiglia a Bisacquino, in provincia di Palermo, poiché il padre, Accursio Cascio Ferro, era stato assunto come campiere presso il locale feudo Santa Maria del Bosco, di proprietà dei baroni Inglese.

Nel 1884, Cascio Ferro venne accusato di estorsione ed incendio doloso, venendo prosciolto per insufficienza di prove[2]. Nel 1892, militò nelle fila del Fascio contadino di Bisacquino, riuscendo in seguito a diventarne anche dirigente, ma, a causa della dura repressione attuata dal Ministro degli Interni Francesco Crispi nei confronti dei Fasci siciliani, si trovò costretto ad abbandonare la Sicilia, cercardo rifugio in Tunisia nel 1894[3]. Tornato a Bisacquino poco tempo dopo, Cascio Ferro riuscì a far fortuna imbastendo una flottiglia di pescherecci per lo smercio in Tunisia del bestiame rubato lungo il territorio della provincia di Palermo; fece quindi richiesta per entrare a far parte del Circolo dei Civili di Bisacquino, frequentato dai locali proprietari terrieri, ma la sua domanda d'iscrizione venne respinta all'unanimità. Cascio Ferro entrò allora all'interno della sede del circolo in groppa al suo asino, minacciando pubblicamente i presenti, per dimostrare il suo potere[1].

Nel 1898, Cascio Ferro venne arrestato per il rapimento della baronessina Clorinda Peritelli di Valpetroso, subendo una condanna di tre anni. Una volta scontata la pena, nell'agosto del 1901 si recò a Le Havre, in Francia, per imbarcarsi sulla nave La Champagne diretta per gli Stati Uniti d'America[4].

Soggiorno negli Stati Uniti e l'omicidio di Petrosino[modifica | modifica wikitesto]

Cascio Ferro giunse ad Ellis Island, nel New Jersey, il 30 settembre del 1901[4]. Trovato alloggio presso la sorella Francesca ed il cognato a Manhattan (New York)[5], si unì ben presto alla cosca di estorsori e falsari capeggiata da Giuseppe Morello e dai suoi fratellastri Vincenzo, Nicola e Ciro Terranova, mafiosi originari di Corleone, che lo coinvolsero nelle attività della «Mano Nera», che consistevano in estorsioni all'interno della comunità italiana di Little Italy, accompagnate da sfregi, danneggiamenti e minacce di morte per tutti coloro che rifiutavano di pagare loro il «pizzo» ed acquistare i dollari falsi stampati dalla loro banda[6]. Nel 1902, Cascio Ferro, assieme ad altri tre associati, venne tratto in arresto dai servizi segreti statunitensi per contraffazione di banconote, ma non venne condannato perché riuscì a procurarsi un alibi[5].

Nel 1903, il detective italo-americano Joe Petrosino sospettò Cascio Ferro di essere uno dei responsabili del famigerato «delitto del barile» (il corpo orribilmente sfigurato del mafioso siciliano Gaspare Candella, membro della banda di Giuseppe Morello, fu trovato chiuso in un barile abbandonato in una strada) ma Cascio Ferro riuscì a sfuggire all'arresto scappando dapprima a New Orleans (in Louisiana) e poi, l'anno successivo, in Sicilia[5][7].

Nel 1909, quando Petrosino venne assassinato a Palermo, nella centrale Piazza Marina, Cascio Ferro fu sospettato di essere stato l'autore dell'omicidio. Infatti, quando fu tratto in arresto, gli fu trovata addosso una fotografia di Petrosino ma l'accusa decadde a causa dell'alibi fornitogli dall'onorevole Domenico De Michele Ferrantelli, deputato di Bivona, di cui Cascio Ferro era il più importante capo-elettore, il quale affermò che nel momento in cui Petrosino fu ucciso, Cascio Ferro era ospite in casa sua[1][3].

Nel 2014 alcune intercettazioni telefoniche, svolte nell'ambito di una più vasta operazione di polizia, hanno confermato, dopo oltre un secolo dall'assassinio del detective, il coinvolgimento di Cascio Ferro quale mandante dell'omicidio Petrosino, con un tal Paolo Palazzotto quale esecutore.[8]

Declino[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1923 il sottoprefetto di Corleone segnalò Cascio Ferro al Ministero dell'Interno come «uno dei peggiori pregiudicati, capacissimo di commettere ogni delitto»[1].

Il 1º maggio del 1926 il Servizio Interprovinciale di Pubblica Sicurezza, creato dal «prefetto di ferro» Cesare Mori per arrestare i sospetti mafiosi, rastrellò la zona che include Bisacquino, Corleone e Contessa Entellina, arrestando 150 persone sospette, tra le quali Cascio Ferro[9], che fu accusato di omicidio. In un primo momento, egli riuscì ad ottenere la libertà su cauzione ma fu arrestato di nuovo nel 1928 a Sambuca di Sicilia, comune dell'agrigentino, e tradotto nel carcere di Sciacca. Nel 1930 la Corte d'Assise di Agrigento lo condannò all'ergastolo per omicidio[1].

Vito Cascio Ferro morì di stenti durante i bombardamenti dell'estate del 1943, nel carcere di Pozzuoli (NA).

Televisione[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1972 la RAI trasmise il seguitissimo sceneggiato Joe Petrosino, per la regia di Daniele D'Anza e il personaggio di Vito Cascio Ferro fu interpretato dall'attore messinese Massimo Mollica.

Nel 2012 la RAI trasmise lo sceneggiato in due puntate Cesare Mori - Il prefetto di ferro, in cui la parte di don Vito fu interpretata dall'attore tarantino Cosimo Cinieri.

Note[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Ernesto Ferrero, Gerghi della malavita dal Cinquecento a oggi, Milano, A. Mondadori, 1972
  • Cesare Mori, Con la mafia ai ferri corti, Milano, A. Mondadori, 1932
  • Arrigo Petacco, Il Prefetto di Ferro. L'uomo di Mussolini che mise in ginocchio la mafia, Milano, A. Mondadori, 1975
  • Giuseppe Carlo Marino, I Padrini, Roma, Newton Compton, 2006

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]