Salvatore Riina

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Salvatore Riina

Salvatore Riina, detto Totò (Corleone, 16 novembre 1930Parma, 17 novembre 2017[1]), è stato un mafioso e criminale italiano, legato a Cosa nostra e considerato il capo dell'organizzazione dal 1982 fino al suo arresto, avvenuto il 15 gennaio 1993. Veniva indicato anche con i soprannomi û curtu, per via della sua bassa statura[2], e La Belva, adottato per indicare la sua ferocia sanguinaria[3].

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Primi anni[modifica | modifica wikitesto]

Cartellino della Carta d'identità di Salvatore Riina, rilasciata nel 1955.

Nato in una famiglia di contadini il 16 novembre 1930, nel settembre 1943 Riina perse il padre Giovanni e il fratello Francesco (di 7 anni) mentre, insieme al fratello Gaetano, stavano cercando di estrarre la polvere da sparo da una bomba inesplosa, rinvenuta tra le terre che curavano, per rivenderla insieme al metallo. Gaetano rimase ferito, mentre Totò rimase illeso[4]. In questi anni conobbe il mafioso Luciano Liggio, con il quale intraprese il furto di covoni di grano e bestiame e che lo affiliò nella locale cosca mafiosa, di cui faceva parte anche lo zio paterno di Riina, Giacomo[5].

A 19 anni Riina fu condannato ad una pena di 12 anni, scontata parzialmente nel carcere dell'Ucciardone, per aver ucciso in una rissa un suo coetaneo[6], Domenico Di Mattia, venendo però scarcerato nel 1956. Insieme a Liggio e alla sua banda, Riina cominciò a occuparsi di macellazione clandestina di bestiame rubato nei terreni della società armentizia di contrada Piano di Scala. Nel 1958 Liggio eliminò il suo capo Michele Navarra e nei mesi successivi, insieme alla sua banda, di cui faceva parte anche Riina, scatenò un conflitto contro gli ex-uomini di Navarra, che furono in gran parte assassinati fino al 1963[7].

Riina venne però arrestato nel dicembre del 1963 a Torre di Gaffe (Ag): una notte fu fermato, nella parte alta del paese, da una pattuglia di agenti di Polizia di cui faceva parte anche il commissario Angelo Mangano[8] il quale, nel 1964, parteciperà, sotto la direzione del tenente colonnello dei Carabinieri Ignazio Milillo, alla cattura di Luciano Liggio[9]. Riina, che aveva una carta d'identità rubata (dalla quale risultava essere "Giovanni Grande" da Caltanissetta) e una pistola non regolarmente dichiarata, tentò di scappare, ma venne braccato e facilmente catturato dalle forze dell'ordine. Fu riconosciuto dall'agente Biagio Melita[10].

Tuttavia, dopo aver scontato alcuni anni di prigione al carcere dell'Ucciardone (dove conobbe Gaspare Mutolo), fu assolto per insufficienza di prove nel processo svoltosi a Bari nel 1969 [11]. Dopo l'assoluzione, Riina si trasferì con Liggio a Bitonto, in provincia di Bari, ma il Tribunale di Palermo emise un'ordinanza di custodia precauzionale nei loro confronti. Riina tornò da solo a Corleone, dove venne arrestato e gli venne applicata la misura del soggiorno obbligato; scarcerato e munito di foglio di via obbligatorio, Riina non raggiunse mai il soggiorno obbligato e si rese irreperibile, dando inizio alla sua lunga latitanza[12].

L'ascesa ai vertici di Cosa Nostra[modifica | modifica wikitesto]

Salvatore Riina da giovane

Il 10 dicembre 1969 Riina fu tra gli esecutori della cosiddetta «strage di Viale Lazio», che doveva punire il boss Michele Cavataio[11]. Nel periodo successivo Riina sostituì spesso Liggio nel "triumvirato" provvisorio di cui faceva parte assieme ai boss Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti, che aveva il compito di dirimere le dispute tra le varie cosche della provincia di Palermo[13]. Riina e Liggio divennero i principali capi-elettori del loro compaesano Vito Ciancimino, il quale venne eletto sindaco di Palermo[13]; nel 1971 Riina fu esecutore materiale dell'omicidio del procuratore Pietro Scaglione[14] e, nello stesso anno, partecipò ai sequestri a scopo di estorsione ordinati da Liggio a Palermo: furono rapiti Giovanni Porcorosso, figlio dell'industriale Giacomo, e il figlio del costruttore Francesco Vassallo, mentre nel 1972 Riina stesso ordinò il sequestro del costruttore Luciano Cassina, nel quale vennero implicati uomini della cosca di Giuseppe Calò[14][15]: l'obiettivo principale di Riina non era solo quello di incassare il denaro del riscatto, ma anche quello di colpire Badalamenti e Bontate, che erano legati al padre dell'ostaggio, il conte Arturo Cassina, che aveva il monopolio della manutenzione della rete stradale, dell'illuminazione pubblica e della rete fognaria a Palermo[16].

Attraverso Liggio, Riina divenne "compare di anello" di Mico Tripodo, boss della 'Ndrangheta[17], e si legò ai fratelli Nuvoletta, camorristi napoletani affiliati a Cosa Nostra, con cui avviò un contrabbando di sigarette estere[18]. Nel 1974 Riina divenne il reggente della cosca di Corleone dopo l'arresto di Liggio e l'anno successivo fece sequestrare e uccidere Luigi Corleo, suocero di Nino Salvo, ricco e famoso esattore affiliato alla cosca di Salemi; il sequestro venne attuato per dare un duro colpo al prestigio di Badalamenti e di Bontate, i quali erano legati a Salvo e non riusciranno a ottenere né la liberazione dell'ostaggio, né la restituzione del corpo, anche se Riina negò con forza ogni coinvolgimento nel sequestro[16][19].

Nel 1978 Riina ottenne l'espulsione di Badalamenti dalla Commissione, con l'accusa di aver ordinato l'uccisione di Francesco Madonia, capo della cosca di Vallelunga Pratameno (Caltanissetta) e strettamente legato ai Corleonesi;[16] l'incarico di dirigere la "Commissione" passò a Michele Greco, che avallerà tutte le successive decisioni di Riina.[20]. Per queste ragioni, Giuseppe Di Cristina, capo della cosca di Riesi legato a Bontate e Badalamenti, tentò di mettersi in contatto con i Carabinieri, accusando Riina e il suo luogotenente Bernardo Provenzano di essere responsabili di numerosi omicidi per conto di Liggio, all'epoca detenuto[17]; alcuni giorni dopo le sue confessioni, Di Cristina venne ucciso a Palermo, mentre qualche tempo dopo anche il suo associato Giuseppe Calderone, capo della Famiglia di Catania, finì assassinato dal suo luogotenente Nitto Santapaola, che si era accordato con Riina[21].

Nel 1981 Riina fece eliminare Giuseppe Panno, capo della cosca di Casteldaccia, strettamente legato a Bontate, il quale reagì organizzando un complotto per uccidere Riina, che però venne rivelato da Michele Greco[14]; Riina allora orchestrò l'assassinio di Bontate, avvalendosi anche del tradimento del fratello di quest'ultimo (Giovanni) e del suo capo-decina Pietro Lo Iacono. L'11 maggio 1981 venne ucciso anche il boss Salvatore Inzerillo, strettamente legato a Bontate. I due omicidi diedero inizio alla cosiddetta «seconda guerra di mafia» e, nei mesi successivi, nella provincia di Palermo, i boss dello schieramento che faceva capo a Riina uccisero oltre 200 mafiosi della fazione Bontate-Inzerillo-Badalamenti, mentre molti altri rimasero vittime della cosiddetta «lupara bianca»[21]. Il massacro continuò fino al 1982, quando si insediò una nuova "Commissione", composta soltanto da capimandamento fedeli a Riina e guidata dallo stesso Riina.

Legami con la politica[modifica | modifica wikitesto]

Il principale referente politico di Riina inizialmente fu Vito Ciancimino[22], il quale nel 1976 instaurò un rapporto di collaborazione con la corrente di Giulio Andreotti, in particolare con Salvo Lima, che sfociò poi in un formale inserimento in tale gruppo politico e nell'appoggio dato dai delegati vicini a Ciancimino alla corrente andreottiana in occasione dei congressi nazionali della Democrazia Cristiana svoltisi nel 1980 e nel 1983[23]. Per proteggere gli interessi di Ciancimino, Riina propose alla "Commissione" gli omicidi dei suoi avversari politici: il 9 marzo 1979 fu ucciso Michele Reina, segretario provinciale della Democrazia Cristiana che era entrato in contrasto con costruttori legati a Ciancimino; il 6 gennaio 1980 venne eliminato Piersanti Mattarella, presidente della Regione che contrastava Ciancimino per un suo rientro nel partito con incarichi direttivi; il 30 aprile 1982 venne trucidato Pio La Torre, segretario regionale del PCI che aveva più volte indicato pubblicamente Ciancimino come personaggio legato a Cosa Nostra[24].

Dopo l'inizio della «seconda guerra di mafia», i cugini Ignazio e Nino Salvo, ricchi e famosi esattori affiliati alla cosca di Salemi, passarono dalla parte dello schieramento dei Corleonesi, che faceva capo proprio a Riina, e furono incaricati di curare le relazioni con Salvo Lima, che divenne il nuovo referente politico di Riina, soprattutto per cercare di ottenere una favorevole soluzione di vicende processuali[23][25][26]; infatti, sempre secondo i collaboratori di giustizia, Lima si sarebbe attivato per modificare in Cassazione la sentenza del Maxiprocesso di Palermo che condannava Riina e molti altri boss all'ergastolo[27]. In particolare, il collaboratore Baldassare Di Maggio riferì che nel 1987 accompagnò Riina nella casa di Ignazio Salvo a Palermo, dove avrebbe incontrato Lima e il suo capocorrente Giulio Andreotti per sollecitare il loro intervento sulla sentenza[28][29]; la testimonianza dell'incontro venne però considerata inattendibile nella sentenza del processo contro Andreotti[23].

Tuttavia il 30 gennaio 1992 la Cassazione confermò gli ergastoli del Maxiprocesso[30] e sancì l'attendibilità delle dichiarazioni rese dal pentito Tommaso Buscetta. Sempre secondo le testimonianze dei collaboratori di giustizia, Riina decise allora di lanciare un avvertimento ad Andreotti, che si era disinteressato alla sentenza e anzi aveva firmato un decreto-legge che aveva fatto tornare in carcere gli imputati del Maxiprocesso scarcerati per decorrenza dei termini e quelli agli arresti domiciliari[23][31]: per queste ragioni il 12 marzo 1992 Lima venne ucciso alla vigilia delle elezioni politiche[32] e, alcuni mesi dopo, la stessa sorte toccò a Ignazio Salvo[33].

Le ritorsioni verso i collaboratori di giustizia[modifica | modifica wikitesto]

Le deposizioni dei collaboratori di giustizia (su tutti Tommaso Buscetta) scateneranno la ritorsione di Cosa Nostra su precisa indicazione di Totò Riina, il quale autorizzò i capofamiglia a eliminare i familiari dei pentiti "sino al 20º grado di parentela"[34], compresi i bambini e le donne[34][35].

Il Papello e la trattativa con lo Stato[modifica | modifica wikitesto]

L'allora vicecomandante dei Ros, Mario Mori, incontrò tra giugno e ottobre 1992 Vito Ciancimino, proponendo una trattativa con Cosa Nostra per mettere fine alla lunga scia di stragi che insanguinavano Palermo. La proposta era in realtà, secondo la versione fornita da Mori, una trappola per cercare di stanare qualche latitante, ma Riina rispose alla richiesta con il famoso Papello[36], un documento di richieste[37] per ammorbidire le condizioni dei detenuti, degli indagati, delle loro famiglie, la cancellazione della legge sui pentiti e la revisione del maxiprocesso.

L'esistenza della trattativa tra Stato e Cosa Nostra è stata successivamente smentita dallo stesso Mori.[38] Il 12 marzo 2012, però, nella motivazione della sentenza del processo a Francesco Tagliavia per le stragi del 1992 - 1993, i giudici scrivono che la trattativa tra Stato e Cosa nostra "ci fu e venne quantomeno inizialmente impostata su un do ut des [...] L'iniziativa fu assunta da rappresentanti dello Stato e non dagli uomini di mafia".[39]

L'arresto[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Arresto di Salvatore Riina.

Il 15 gennaio del 1993 fu catturato dal CRIMOR (squadra speciale dei ROS guidata dal Capitano Ultimo)[40]. Riina, latitante dal 1969, venne arrestato al primo incrocio davanti alla sua villa, in via Bernini n. 54, insieme al suo autista Salvatore Biondino[41], a Palermo. Nella villa aveva trascorso alcuni anni della sua latitanza, insieme alla moglie Antonietta Bagarella e ai suoi figli[42]. L'arresto fu favorito dalle dichiarazioni rese nei giorni precedenti al generale dei carabinieri Francesco Delfino dall'ex autista di Riina, Baldassare (Balduccio) Di Maggio, che decise di collaborare per ritorsione verso Cosa Nostra, che lo aveva condannato a morte[43][44].

Le condanne[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1992 Riina venne condannato in contumacia all'ergastolo insieme al boss Francesco Madonia, per l'omicidio del capitano Emanuele Basile[45]. Nell'ottobre del 1993 subisce la seconda condanna all'ergastolo, come mandante dell'omicidio del boss Vincenzo Puccio[46]. Nel 1994, altro ergastolo per l'omicidio di tre pentiti e quello di un cognato di Tommaso Buscetta[47].

Nel 1995, nel processo per l'omicidio del tenente colonnello Giuseppe Russo, Riina venne condannato all'ergastolo insieme a Bernardo Provenzano, Michele Greco e Leoluca Bagarella; lo stesso anno, nel processo per gli omicidi dei commissari Beppe Montana e Ninni Cassarà, venne pure condannato all'ergastolo insieme a Michele Greco, Bernardo Brusca, Francesco Madonia e Bernardo Provenzano, a cui seguì il processo per gli omicidi di Piersanti Mattarella, Pio La Torre e Michele Reina, nel quale gli viene inflitto un ulteriore ergastolo insieme a Michele Greco, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Francesco Madonia e Nenè Geraci[48]. Nel 1996 Riina venne nuovamente condannato all'ergastolo per l'omicidio del giudice Antonino Scopelliti insieme ai boss Giuseppe Calò, Francesco Madonia, Giuseppe Giacomo Gambino, Giuseppe Lucchese, Bernardo Brusca, Salvatore Montalto, Salvatore Buscemi, Nenè Geraci e Pietro Aglieri[48]. Sempre nel 1995, nel processo per l'omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, del capo della mobile Boris Giuliano e del professor Paolo Giaccone, Riina venne condannato all'ergastolo insieme a Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Bernardo Brusca, Francesco Madonia, Nenè Geraci e Francesco Spadaro[49].

Nel 1997, nel processo per la strage di Capaci, in cui persero la vita il magistrato Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e la scorta (Antonio Montinaro, Vito Schifani, Rocco Dicillo), Riina venne condannato all'ergastolo insieme ai boss Pietro Aglieri, Bernardo Brusca, Giuseppe Calò, Raffaele Ganci, Nenè Geraci, Benedetto Spera, Nitto Santapaola, Bernardo Provenzano, Salvatore Montalto, Giuseppe Graviano e Matteo Motisi[50]. Lo stesso anno, nel processo per l'omicidio del giudice Cesare Terranova, Riina ricevette un altro ergastolo insieme a Michele Greco, Bernardo Brusca, Giuseppe Calò, Nenè Geraci, Francesco Madonia e Bernardo Provenzano[51].

Nel 1998 Riina venne condannato all'ergastolo insieme al boss Mariano Agate per l'omicidio del giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto[52]. Nel 1999 viene condannato all'ergastolo come mandante per la strage di via D'Amelio, in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque dei suoi uomini di scorta (Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina). Insieme a lui vengono condannati, alla stessa pena, i boss Pietro Aglieri, Salvatore Biondino, Carlo Greco, Giuseppe Graviano, Gaetano Scotto e Francesco Tagliavia[53].

Nel 2000 subisce un'ulteriore condanna all'ergastolo insieme a Giuseppe Graviano, Leoluca Bagarella e Bernardo Provenzano, per l'attentato in via dei Georgofili, in cui persero la vita 5 persone e subirono enormi danni musei e chiese[54], oltre che per gli attentati di Milano e Roma[55]. Nel 2002, per l'omicidio del giudice in pensione Alberto Giacomelli, Riina venne condannato all'ergastolo come mandante[56]; lo stesso anno la Corte d'Assise di Caltanissetta condannò Riina all'ergastolo per l'omicidio del giudice Rocco Chinnici insieme ai boss Bernardo Provenzano, Raffaele Ganci, Antonino Madonia, Salvatore Buscemi, Nenè Geraci, Giuseppe Calò, Francesco Madonia, Salvatore e Giuseppe Montalto, Stefano Ganci e Vincenzo Galatolo[57]; sempre lo stesso anno, Riina venne condannato nuovamente all'ergastolo insieme al boss Vincenzo Virga per la strage di Pizzolungo, in cui persero la vita Barbara Rizzo e i suoi figli, Salvatore e Giuseppe Asta, gemelli di 6 anni[58].

Nel 2009 Riina ricevette un altro ergastolo, insieme a Bernardo Provenzano, per la strage di viale Lazio[59]. Nel febbraio 2010 un altro ergastolo per Riina, che insieme ai boss Giuseppe Madonia, Gaetano Leonardo e Giacomo Sollami, decise, nel 1983, l'omicidio di Giovanni Mungiovino, politico della DC che si era opposto alla mafia corleonese, Giuseppe Cammarata, scomparso nel 1989, e Salvatore Saitta, ucciso nel 1992[60]. Il 10 giugno 2011 viene assolto, per "incompletezza della prova" (ex art. 530 c.p.p.), dalla Corte d'Assise di Palermo per l'omicidio del 16 settembre 1970 del giornalista Mauro De Mauro[61]. Il 26 gennaio 2012 gli viene inflitta una condanna all'ergastolo da parte della Corte d'Assise di Milano perché ritenuto il mandante dell'omicidio di Alfio Trovato del 2 maggio 1992, avvenuto in via Palmanova a Milano.

Il 14 aprile 2015 viene assolto dalla Corte d'Assise di Firenze dall'accusa di essere stato il mandante della strage del Rapido 904 del 23 dicembre 1984 per mancanza di prove; il pubblico ministero aveva richiesto l'ergastolo per Riina, unico imputato. Nel 1992 erano stati condannati Pippo Calò, Guido Cercola, Franco Di Agostino e l'artificiere tedesco Friedrich Schaudinn.[62]

Il carcere[modifica | modifica wikitesto]

A partire dal dicembre 1995, Riina è stato rinchiuso nel supercarcere dell'Asinara, in Sardegna[63]. In seguito è stato trasferito al carcere di Marino del Tronto, ad Ascoli Piceno, dove, per circa tre anni, è stato sottoposto al carcere duro, previsto per chi commette reati di mafia (41-bis), ma il 12 marzo del 2001 gli viene revocato l'isolamento, consentendogli di fatto la possibilità di vedere altri detenuti nell'ora di libertà[64].

Proprio mentre era sottoposto a regime di 41-bis, il 24 maggio 1994, durante una pausa del processo di primo grado a Reggio Calabria per l'uccisione del giudice Antonino Scopelliti fu raggiunto da Michele Carlino, giornalista di un'agenzia video (Med Media News), al quale rilasciò dichiarazioni minacciose contro il procuratore Giancarlo Caselli e altri rappresentanti delle istituzioni, lamentandosi delle severe condizioni imposte dal carcere duro. L'intervento di Riina causò l'apertura di un provvedimento disciplinare da parte del Consiglio Superiore della Magistratura contro il pubblico ministero Salvatore Boemi, accusato di non aver vigilato sul detenuto.[65] Dopo pochi mesi dalle dichiarazioni del boss corleonese il regime di 41-bis (allora valido per soli tre anni, decorsi i quali decadeva la sua applicabilità) è stato rafforzato mediante vari interventi legislativi volti a renderlo prorogabile di anno in anno.

Nella primavera del 2003 subisce un intervento chirurgico per problemi cardiaci e nel maggio dello stesso anno viene ricoverato nell'ospedale di Ascoli Piceno per un infarto[66]. Sempre nel 2003, a settembre, viene nuovamente ricoverato per problemi cardiaci[66].

Il 22 maggio 2004, nell'udienza del processo di Firenze per la strage di via dei Georgofili, accusa il coinvolgimento dei servizi segreti nelle stragi di Capaci e via d'Amelio, e riferisce dei contatti fra l'allora colonnello Mario Mori e Vito Ciancimino, attraverso il figlio di lui Massimo, al tempo non convocato in dibattimento.[67][68]

Trasferito nel carcere milanese di Opera, viene nuovamente ricoverato nel 2006, sempre per problemi cardiaci, all'ospedale San Paolo di Milano.[69].

Il processo per la trattativa Stato-Mafia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Trattativa tra Stato italiano e Cosa nostra.

Dal carcere di Opera, il 19 luglio 2009, nel ricorrerne l'anniversario, Riina espresse di nuovo la sua posizione secondo cui la strage di via D'Amelio sarebbe da imputare ad altri soggetti e non a lui, nello stesso periodo in cui Massimo Ciancimino annunciò che avrebbe consegnato ai magistrati il “papello”, una sola pagina a firma di Riina che conterrebbe le condizioni poste dalla mafia allo Stato.[70][71]. Tuttavia i legali di Riina smentirono che il loro assistito abbia partecipato a una trattativa fra Stato e mafia.[72]

Il 24 luglio 2012 la Procura di Palermo, sotto Antonio Ingroia e in riferimento all'indagine sulla Trattativa Stato-Mafia, ha chiesto il rinvio a giudizio di Riina e altri 11 indagati accusati di "concorso esterno in associazione mafiosa" e "violenza o minaccia a corpo politico dello Stato". Gli altri imputati sono i politici Calogero Mannino, Marcello Dell'Utri, gli ufficiali Mario Mori e Giuseppe De Donno, i boss Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, Antonino Cinà e Bernardo Provenzano, il collaboratore di giustizia Massimo Ciancimino (anche "calunnia") e l'ex ministro Nicola Mancino ("falsa testimonianza").[73]

Nel novembre 2013 trapela la notizia di minacce da parte di Riina nei confronti del magistrato Antonino Di Matteo, il pm che aveva retto l'accusa in numerosi procedimenti penali a suo carico[74].

Il 4 marzo 2014 viene nuovamente ricoverato.[75] Il 31 agosto 2014 i giornali riferiscono che nel novembre dell'anno prima Riina avrebbe rivolto minacce anche nei confronti di Don Luigi Ciotti[76].

La morte[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2017, gli avvocati di Riina fanno richiesta al Tribunale di sorveglianza di Bologna per il differimento della pena a detenzione domiciliare, sottoponendo come motivazione lo stato precario di salute dello stesso Riina. Il 19 luglio 2017 il Tribunale si pronuncia negativamente su questa istanza, spiegando che Riina "non potrebbe ricevere cure e assistenza migliori in altro reparto ospedaliero, ossia nel luogo in cui ha chiesto di fruire della detenzione domiciliare".[77]

Dopo essere entrato in coma in seguito all'aggravarsi delle condizioni di salute, è morto alle ore 3:37 del 17 novembre 2017[78], il giorno successivo al suo ottantasettesimo compleanno, nel reparto detenuti dell'ospedale Maggiore di Parma.[1] Nei giorni successivi è stato poi sepolto anche lui, come Liggio e Provenzano, nel cimitero di Corleone.

Vita privata[modifica | modifica wikitesto]

Il 16 aprile 1974 Riina sposò, tramite un matrimonio che poi risulterà non valido legalmente[79], Antonietta Bagarella, sorella dell'amico d'infanzia Calogero e di Leoluca Bagarella. Dall'unione nacquero quattro figli: Maria Concetta (nata il 19 dicembre 1974), Giovanni Francesco (nato il 21 febbraio 1976), Giuseppe Salvatore (nato il 3 maggio 1977) e Lucia (nata l'11 aprile 1980). Giovanni Francesco è stato condannato all'ergastolo per quattro omicidi avvenuti nel 1995.

Giuseppe Salvatore è prima stato condannato per associazione mafiosa, quindi scarcerato il 29 febbraio 2008 per decorrenza dei termini dopo essere stato detenuto per otto anni[80]. Il 2 ottobre 2011, dopo aver scontato completamente la pena di 8 anni e 10 mesi, viene nuovamente rilasciato sotto prevenzione con obbligo di dimora a Corleone[81] e comincia a trapelare la notizia di un suo piano per fare un attentato all'ex Ministro della Giustizia Angelino Alfano per via dell'inasprimento del regime dell'articolo 41-bis[82].

Cinema e televisione[modifica | modifica wikitesto]

Libri biografici[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b È morto il boss Totò Riina. Da 24 anni era al 41 bis
  2. ^ Attilio Bolzoni e Giuseppe D'Avanzo, MINACCE AI GIUDICI DI TOTÒ Û CURTU, in la Repubblica, 9 marzo 1993, p. 21. URL consultato il 6 febbraio 2012 (archiviato il 7 novembre 2017).
  3. ^ Procedimento penale contro Greco Michele ed altri - Procura della Repubblica di Palermo (PDF). (archiviato il 7 novembre 2017).
  4. ^ Enrico Deaglio, Raccolto rosso: la mafia, l'Italia e poi venne giù tutto, Feltrinelli, 1993, pag. 158.
  5. ^ lacndb.com::Italian Mafia
  6. ^ Da Blu notte - La Mattanza, Rai3
  7. ^ cittanuove-corleone.it
  8. ^ Leoni addormentati, in la Repubblica, 15 ottobre 2007, p. 3. URL consultato il 6 febbraio 2012.
  9. ^ Tony Zermo, A 87 anni, è morto il questore Angelo Mangano, arrestò Liggio, in Città nuove, 3 aprile 2005. URL consultato il 6 febbraio 2012.
  10. ^ Dino Paternostro, Il vero Biagio che arrestò Riina (PDF), in La Sicilia, 16 dicembre 2007, p. 44. URL consultato il 6 febbraio 2012.
  11. ^ a b Dino Paternostro, Lo «sbarco» di Totò Riina a Palermo (PDF), in La Sicilia, 23 ottobre 2005, p. 31. URL consultato il 6 febbraio 2012.
  12. ^ Mafia, politica e poteri pubblici attraverso la storia di Luciano Leggio - Documenti della Commissione Parlamentare Antimafia VI LEGISLATURA (PDF).
  13. ^ a b Il Viandante - Sicilia 1972
  14. ^ a b c E LEGGIO SPACCO' IN DUE COSA NOSTRA - Repubblica.it » Ricerca
  15. ^ La quarta mafia - Documenti della Commissione Parlamentare Antimafia VI LEGISLATURA (PDF).
  16. ^ a b c Doc. XXIII n. 50
  17. ^ a b Ordinanza contro Michele Greco+18 per gli omicidi Reina-Mattarella-La Torre (PDF).
  18. ^ http://www.csm.it/quaderni/quad_99a/quad_99_3.pdf
  19. ^ Il Viandante - Sicilia 1975
  20. ^ 'La Mattanza Dei Corleonesi' In Tre Anni Oltre Mille Morti - La Repubblica.It
  21. ^ a b 1981-1983: Esplode la seconda guerra di mafia
  22. ^ è morto Vito Ciancimino la Dc ai tempi dei Corleonesi - la Repubblica.it
  23. ^ a b c d Processo di 1º grado al senatore Giulio Andreotti
  24. ^ DELITTI POLITICI, FU SOLO COSA NOSTRA - la Repubblica.it
  25. ^ Andreotti assolto ma amico dei boss - Antimafiaduemila.com
  26. ^ ' LIMA GARANTIVA COSA NOSTRA E IL SUO CAPOCORRENTE SAPEVA' - Repubblica.it
  27. ^ Processo Andreotti, la Sentenza
  28. ^ la Repubblica/dossier: Le relazioni pericolose del senatore Giulio
  29. ^ 'ANDREOTTI INCONTRO' RIINA' - la Repubblica.it
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  31. ^ QUANDO RIINA DECISE DI FAR LA GUERRA ALLO STATO - Repubblica.it
  32. ^ Stragi, il 'papello' e tangentopoli 1992, l'anno che cambiò l'Italia - Inchieste - la Repubblica
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  35. ^ http://giornaleonline.unionesarda.ilsole24ore.com/Articolo.aspx?Data=19960613&Categ=4&Voce=1&IdArticolo=90574
  36. ^ "È l'uomo del papello di Riina" Nuove indagini sulle stragi del '92 - cronaca - Repubblica.it
  37. ^ Trattative tra mafia e Stato Il "papello" consegnato ai giudici - Corriere della Sera
  38. ^ Mori: «Non ci fu nessuna trattativa Stato-mafia», in Corriere della Sera, 20 ottobre 2009. URL consultato il 20 ottobre 2009.
  39. ^ Stragi '93, trattativa Stato-Mafia ci fu, in Ansa.it, 12 marzo 2012. URL consultato il 12 marzo 2012.
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  46. ^ TERZA CONDANNA ALL'ERGASTOLO PER TOTO' RIINA - Repubblica.it » Ricerca
  47. ^ Toto' Riina fa tris, di ergastoli
  48. ^ a b Sportello Scuola e Università della Commissione Parlamentare Antimafia
  49. ^ Delitto Dalla Chiesa: ottavo ergastolo a Riina
  50. ^ Sentenza Strage - CONDANNE ALL'ERGASTOLO
  51. ^ Ecco chi uccise Terranova
  52. ^ NOTIZIE IN BREVE N3 Antimafiaduemila.com
  53. ^ Via D'Amelio, sette ergastoli
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  55. ^ Rainews24 | Mafia. Bombe '93, ergastolo per Totò Riina
  56. ^ Quel giudice in pensione assassinato da Totò Riina - Repubblica.it » Ricerca
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  58. ^ Era Toto' Riina a volere la morte del giudice Carlo Palermo Antimafiaduemila.com
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  81. ^ Riina jr esce dal carcere e torna a Corleone Corriere.it, 02-10-2011
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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Capo dei Corleonesi Successore
Luciano Liggio 1974 - 1993 Bernardo Provenzano
Predecessore Commissione di Cosa nostra Successore
Gaetano Badalamenti Michele Greco, Salvatore Riina, Stefano Bontate, Bernardo Provenzano, Salvatore Inzerillo
1978 - 1981
Seconda guerra di mafia
Predecessore Capo dei capi di Cosa nostra Successore
Seconda guerra di mafia 1982 - 1993 Leoluca Bagarella, Bernardo Provenzano
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