Salvatore Riina

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Salvatore Riina

Salvatore Riina, detto Totò (Corleone, 16 novembre 1930), è un criminale italiano, legato a Cosa nostra e considerato il capo dell'organizzazione dal 1982 fino al suo arresto, avvenuto il 15 gennaio 1993. Viene indicato anche con i soprannomi û curtu, per via della sua bassa statura[1], e La Belva, adottato per indicare la sua ferocia sanguinaria[2].

Indice

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

L'infanzia contadina[modifica | modifica wikitesto]

Nato in una famiglia di contadini, il giovane Totò si ritrovò orfano di padre all'età di 13 anni, mentre questi tentava di estrarre della polvere da sparo da una bomba americana inesplosa trovata nelle campagna della Venere del Poggio, l'11 settembre 1943. Nell'esplosione morì anche il fratellino di 7 anni Francesco, mentre il fratello Gaetano rimase gravemente ferito. L'unico uscito incolume dall'incidente fu il giovane Totò, che si ritrovò ad essere il capofamiglia.

Il 13 settembre si svolsero i funerali del padre e del fratello, nella chiesa di Santa Rosalia, a Corleone: dai racconti dell'epoca fu l'unica volta in cui Totò Riina venne visto piangere in pubblico. Da quel momento si sarebbe occupato lui delle terre di famiglia, ma non ci volle molto perché la vita contadina gli andasse stretta.

La nuova vita: mafioso nel clan dei Corleonesi[modifica | modifica wikitesto]

Nei campi, Totò Riina conobbe un altro ragazzo come lui, figlio di contadini: Bernardo Provenzano, a differenza dei Riina, che avevano degli appezzamenti di terreno, i Provenzano erano braccianti e lavoravano alla giornata: ogni giorno si mettevano in marcia, alla ricerca di un campiere che gli facesse "la cortesia" di farli lavorare 12 ore con la zappa in mano.

La nuova vita di Totò Riina iniziò quando il dottor Michele Navarra divenne il nuovo capo mafia di Corleone, prendendo il posto del vecchio campiere del bosco Ficuzza, Vicenzo Catanzaro, detto il Borbone. Da quel momento, il giovane Riina non avrebbe più passato le proprie giornate nei campi, ma nelle vie di Corleone, in particolare al Caffè Alaimo, in compagnia del protetto del dottore, Luciano "Lucianeddu" Leggio. Era oramai un masculiddu, reclutato assieme ad un'altra ventina di giovani da Navarra tra piazza Garibaldi e corso Bentivegna. Totò, con Biagio Melita, Calogero Bagarella, Bernardo Provenzano e gli altri, sotto la guida di Lucianeddu, erano diventati l'élite criminale del capomafia corleonese, dedita a furti di bestiame, viti tagliate, macellazione clandestina, nonché all'incendio di masserie.

L'omicidio di Placido Rizzotto[modifica | modifica wikitesto]

Nella notte tra il 10 e l'11 marzo 1948 venne ucciso Placido Rizzotto, sindacalista e segretario della Camera del Lavoro di Corleone. Per tre volte fu accusato dell'omicidio Luciano Leggio, ma per tre volte fu assolto per insufficienza di prove. Il nome del giovane Totò sarebbe comparso parecchie volte nelle migliaia di pagine del processo, ma non venne mai formalmente accusato di nulla. Fu in un rapporto dei servizi segreti che si sosteneva come: "Il primo delitto eclatante che vede coinvolto il giovane Riina risale al 1948 quando viene ucciso Placido Rizzotto [...] l'azione è compiuta da Luciano Liggio con la collaborazione del giovane Riina..."

La prima condanna[modifica | modifica wikitesto]

Le porte del carcere dell'Ucciardone, a Palermo, si aprirono però per Riina a causa di un altro delitto, quello di Domenico Di Matteo, un contadino del paese che venne ucciso alla costa di San Giovanni per futili motivi, il 13 maggio 1949. All'età di 19 anni, Salvatore Riina veniva condannato a 12 anni di carcere, ma ne avrebbe scontati appena la metà, uscendo in libertà provvisoria il 19 settembre 1955.

La presa del potere a Corleone[modifica | modifica wikitesto]

I rapporti tra Navarra e i suoi scagnozzi erano nel frattempo peggiorati: alle elezioni politiche del 1958, i Corleonesi di Leggio puntarono tutto sul candidato numero 1 del PLI, il principe di Giardinelli, già presidente del Consorzio di bonifica del medio e alto Belice che prometteva la costruzione di un'immensa diga con i 37 miliardi e 854 milioni di finanziamenti già assicurati dalla Società Generale Elettrica. Leggio e i suoi avevano fiutato l'affare e non volevano farselo sfuggire. Ma Navarra era contrario alla costruzione della diga e usò tutto il suo peso politico per far eleggere tre candidati democristiani: Bernardo Mattarella, Franco Restivo e Calogero Volpe. La DC a quella tornata raddoppiò i suoi voti e i primi due candidati di Navarra diventarono ministri, mentre il terzo sottosegretario.

Ad avvelenare il clima furono anche i ripetuti furti e danneggiamenti di Leggio e i suoi ad un possidente terriero protetto di Navarra, Angelo Vintaloro, le cui terre confinavano con quelle di Leggio e di Giacomo Riina, zio di Salvatore. Navarra decise così di far eliminare Leggio proprio durante una delle sue scorribande nelle terre del Vintaloro, ma l'attentato fallì. Nessuno seppe della sparatoria nel feudo di Piano della Scala, se non molto tempo dopo, in piena guerra tra la cosca di Navarra (soprannominata la vecchia mafia) e quella di Leggio (detta la mafia delle nuove leve). Approssimativamente, lo scontro a fuoco fu tra il 20 e il 30 giugno 1958.

L'uccisione di Navarra[modifica | modifica wikitesto]

La risposta di Leggio e degli altri non si fece attendere: il 2 agosto 1958, verso le tre del pomeriggio, nella contrada Portella Imbriaca, agro di Palazzo Adriano, al quindicesimo chilometro della Provinciale Prizzi-Corleone sette killer armati di un fucile mitragliatore americano Thompson, un mitra italiano Breda calibro 6.35 e tre pistole automatiche crivellarono con 124 colpi la Fiat 1100 sulla quale viaggiava Navarra con il medico Giovanni Russo. Novantadue dei colpi sparati furono ritrovati nel corpo del Navarra: Giovanni Russo, colpevole solo di aver offerto un passaggio al potente capomafia, fu ucciso perché aveva visto in faccia gli assassini. Ai funerali, svoltisi due giorni dopo nella parrocchia di San Martino, partecipò tutta Corleone.

La strage del bastione San Rocco[modifica | modifica wikitesto]

Fingendo di voler siglare un armistizio con gli uomini di Navarra, rimasti senza capo, Riina diede appuntamento a Pietro Mauri e ai fratelli Giovanni e Marco Marino, con l'unico obiettivo di eliminarli. Al tramonto del 6 settembre 1958, presso il bastione San Rocco di Corleone, mentre Totò intratteneva i navarriani, Bernardo Provenzano Calogero Bagarella e Luciano Raia erano appostati in attesa di tendergli un agguato. Fu l'inizio dell'epurazione da Corleone di tutti quelli che erano stati fedeli a Michele Navarra, nonché dei cosiddetti neutrali, che non avevano intenzione di prendere parte alla disputa (fu il caso di Carmelo Lo Bue, anziano mafioso i cui figli erano emigrati negli USA, che proprio poco prima della partenza fu ucciso per non aver voluto fare da intermediatore tra Leggio e i resti della cosca navarriana). Quelli che venivano considerati spie, infami o traditori furono vittime della lupara bianca.

Ascesa in Cosa Nostra[modifica | modifica wikitesto]

Riina, Liggio, Provenzano, Bagarella e Raia si diedero alla latitanza e sbarcarono a Palermo, per presentarsi ai capimafia della città. Il primo ad accogliere i viddani (così erano chiamati i mafiosi di provincia) fu Salvatore La Barbera, rappresentante della famiglia Palermo-centro. La Barbera e il fratello Angelo erano mafiosi imprenditori, dediti all'edilizia: sfruttando i legami con Salvo Lima, sindaco di Palermo dal 1958 e figlio di Don Vincenzo, uomo d'onore della cosca Palermo-centro, e Vito Ciancimino, figlio del barbiere di Corleone e assessore ai lavori pubblici, i fratelli La Barbera prosperavano grazie al cemento. Mentre Leggio girava il mondo e si buttava nel traffico di droga con il siculo-americano Frank "Tre Dita", i viddani di Corleone Riina, Provenzano Bagarella e Raia eseguivano per conto dei La Barbera piccole cose, in cambio della copertura per la latitanza.

La prima guerra di mafia[modifica | modifica wikitesto]

Nel febbraio 1962 i fratelli La Barbera e i Greco erano membri di un consorzio che finanziò la spedizione di un carico di eroina dall'Egitto diretta sulla costa meridionale della Sicilia; a sovrintendere le operazioni di carico della merce sul transatlantico Saturnia diretto a New York fu inviato Calcedonio Di Pisa. I boss americani che ricevettero la droga oltreoceano si accorsero che il quantitativo di eroina era inferiore a quello pattuito. Il cameriere a cui Di Pisa aveva consegnato l'eroina fu torturato ma non parlò; quindi i La Barbera cominciarono a sospettare dello stesso Di Pisa, ma la Commissione, chiamata a decidere sul caso, lo assolsero da ogni accusa, nonostante le rimostranze del capo di Palermo Centro.

Il primo atto della "La prima guerra di mafia" andò in scena il 26 dicembre 1962: Calcedonio Di Pisa fu ammazzato in piazza Principe di Camporeale, a Palermo, da due killer che gli spararono addosso con una Trentotto e una doppietta a canne mozze. Poco dopo furono attaccati altri membri della Famiglia di Di Pisa. La reazione non si fece attendere: il 17 gennaio 1963 Salvatore La Barbera sparì improvvisamente a Palermo: la sua Giulietta color ghiaccio fu ritrovata sei giorni dopo nelle campagne della provincia di Agrigento, con le chiavi nel cruscotto, le portiere aperte e la carrozzeria senza un graffio. Si trattava di lupara bianca. Da lì fu un'escalation di omicidi. Anni dopo si seppe che a mettere l'una contro l'altra le famiglie palermitane era stato Michele Cavataio. I Corleonesi di Totò Riina restarono prudentemente fuori dallo scontro, ma alla fine anche il futuro Capo dei Capi fu tra gli 855 sospetti mafiosi arrestati nelle quattro province della Sicilia occidentale, in risposta alla Strage di Ciaculli.

Il 15 dicembre 1963 fu arrestato per un caso fortuito dai poliziotti del commissariato di pubblica sicurezza di Corleone, terza pattuglia di servizio esterno, alle 21:15, lungo la statale Palermo-Agrigento, in località San Michele Arcangelo. Le forze dell'ordine avevano ricevuto una soffiata, ma si aspettavano di cogliere di sorpresa una banda di rapinatori, non certo un sicario ricercato per cinque omicidi "consumati dal settembre del 1958 al luglio del 1962 in concorso con Bernardo Provenzano, Calogero Bagarella, Luciano Raia e altri ignoti...". Benché si fosse dichiarato all'arresto come Giovanni Grande, contadino di San Giuseppe Jato, come da carta di identità falsa, Riina fu riconosciuto al commissariato di Corleone dal brigadiere Biagio Melita suo ex amico divenuto poliziotto dopo la prima di condanna di Totò Riina, nell'ufficio del commissario Angelo Mangano. Il giorno successivo fu interrogato per sei ore di fila dal commissario e poi fu rinchiuso all'Ucciardone di Palermo.

Detenuto all'Ucciardone[modifica | modifica wikitesto]

Il carcere di Palermo scoppiava di uomini d'onore. La repressione dello Stato aveva funzionato e tra i detenuti eccellenti cominciò a circolare anche l'idea di sciogliere Cosa Nostra. A Corleone il 14 maggio 1964 venne arrestato dal commissario Mangano e dal brigadiere Biagio Melita anche Luciano Leggio, nella camera da letto di Leoluchina Sorisi, la ex-fidanzata di Placido Rizzotto, che aveva giurato di mangiare il cuore degli assassini del suo amato. Lo sbandamento in Cosa Nostra durò poco: il processo per la Strage di Ciaculli, rinominato "Processo dei 114" (in realtà gli imputati erano 113), celebrato a Catanzaro, in Calabria, per legittima suspicione, si risolse con una raffica di assoluzioni e anche le uniche condanne inferte (27 anni per Pietro Torretta; 22 ad Angelo La Barbera; 10 anni per Salvatore Greco e Tommaso Buscetta, condannati in contumacia) non ebbero effetti, in quanto tutti già in libertà per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva.

L'Ucciardone si svuotò in tre settimane e nel settimo e nell'ottavo braccio restarono pochi mafiosi, quelli non imputati a Catanzaro, tra cui Totò Riina. Nella sua cella un giorno entrò un picciotto della borgata di Pallavicino, Gaspare Mutolo, che il futuro capo dei capi prese in simpatia. Fu in questo periodo che Totò si conquistò il rispetto degli altri detenuti, distribuendo consigli e diventando il confessore del carcere: durante l'ora d'aria i detenuti si mettevano uno dietro l'altro e in silenzio aspettavano il proprio turno per parlare con lui, che aveva sempre una parola per tutti. Il viddano di Corleone divenne celebre per il proprio carisma ed era temuto per le sue gesta fuori dal carcere. Sapeva tutto degli affari di Cosa Nostra palermitana, tanto da consigliare al suo compagno di cella di stare accanto a Saro Riccobono, una volta uscito di prigione, perché "tutti gli altri saliranno presto in cielo".

Fu il monopolio dell'informazione, anche dal carcere, lo strumento con cui Totò Riina costruì in quegli anni la sua leggenda, spianando la strada al suo grandioso futuro di Capo dei Capi.

Il 12 gennaio 1966 il mafioso Luciano Raia decise di pentirsi e rivelare al nuovo vicequestore Angelo Mangano e al giudice Cesare Terranova tutto quello che sapeva sugli omicidi di Corleone, accusando esplicitamente Leggio, Riina, Provenzano, Bagarella e gli altri. Terranova verificò una ad una le dichiarazioni del pentito ed era pronto a interrogare Riina, ma quando il 24 marzo 1966 il futuro Capo dei Capi vide nella sala colloqui il vicequestore Mangano con il giudice, si rifiutò di parlare, sostenendo di essere perseguitato come un ebreo.

L'assoluzione: né un mafioso né un assassino[modifica | modifica wikitesto]

Gli imputati al processo di Bari erano 64, tutti di Corleone. Le udienze furono 47, a tutte partecipò Totò Riina. Il processo finì all'inizio dell'estate del 1969: il sostituto procuratore della Repubblica Domenico Zaccaria chiese 3 ergastoli e 300 anni di carcere per i Corleonesi, nonostante le intimidazioni, tra cui il furto del revolver che il magistrato teneva chiuso a chiave in un cassetto della sua scrivania. Le prove erano schiaccianti. Eppure, la mattina dell'ultima udienza, in aula arrivò una lettera non firmata da Palermo indirizzata a Vincenzo Stea, presidente della prima sezione della Corte d'assise di Bari. Il testo non lasciava spazio a dubbi:

"Voi baresi non avete capito o, per meglio dire, non volete capire cosa significa Corleone. Voi state giudicando degli onesti galantuomini, che i carabinieri e la polizia hanno denunciato per capriccio. Noi vi vogliamo avvertire che se un galantuomo di Corleone sarà condannato, voi salterete in aria, sarete distrutti, sarete scannati come pure i vostri familiari. A voi ora non resta che essere giudiziosi."

Risultato: il 10 giugno 1969 la corte lasciò la camera di consiglio e, nonostante le prove schiaccianti, pronunciò 64 sentenze di assoluzione, cancellando le accuse di associazione a delinquere e di omicidio. Nelle 307 pagine di motivazione alla sentenza la corte non arrivò a non riconoscere l'esistenza della mafia "perché non può che prenderne atto", ma mise nero su bianco che "l'equazione mafia uguale associazione a delinquere, sulla quale hanno così a lungo insistito gli inquirenti e sulla quale si è esercitata la capacità dialettica del magistrato istruttore è priva di apprezzabili conseguenze sul piano processuale". Il pentito Luciano Raia fu giudicato "un malato di mente", a seguito di svariate perizie psichiatriche, tanto che i giudici della Corte conclusero che: "Per quanto sopra esposto si può ragionevolmente affermare che non del tutto ingiustificate appaiono le perplessità che insorgono sull'attendibilità del Raia, tali perplessità si aggravano però allorché si passa a valutare la personalità del teste sotto l'aspetto morale." Da Corleone, infatti, era stato fatto arrivare un testimone, Arcangelo Li Causi, il quale sosteneva di essere certo della depravazione sessuale e dell'omosessualità di Raia. Questo bastò per far dire alla corte nelle motivazioni che "l'intero contenuto delle deposizioni del Raia al quale del tutto immeritatamente è stata attribuita la qualifica di supertestimone" era inattendibile.

Totò Riina fu riconosciuto colpevole solo del furto di una patente, quella che gli ritrovarono in tasca il giorno del suo arresto a Corleone, che gli costò 1 anno e sei mesi di reclusione più 80mila lire di multa. Per il resto, il "viddano" di Corleone, per la legge italiana, non era né un assassino né un mafioso.

La latitanza[modifica | modifica wikitesto]

Dopo l'assoluzione, Riina e Leggio decisero di restare a Bitonto, in Puglia. Il corleonese richiese anche la residenza, sostenendo di aver trovato un lavoro come commesso nello studio del suo legale di fiducia, Donato Mitolo, ma il 17 giugno vennero notificati a lui e a Leggio fogli di via obbligatori, emessi dal questore di Bari Girolamo Lacquaniti: considerati "socialmente pericolosi", i due mafiosi di Corleone avevano il divieto di soggiornare in Puglia per 3 anni. Mentre Leggio fu trasferito in una clinica, Riina fu fatto tornare a Corleone. Là fu nuovamente arrestato, per ordine del Tribunale di Palermo, che ne dispose il soggiorno obbligato nella cittadina di San Giovanni in Persiceto, in provincia di Bologna. Ottenuto però un permesso di 3 giorni per sistemare gli interessi della madre vedova e delle sorelle nubili a suo carico, Riina si diede alla latitanza. Era il 18 luglio 1969. Il futuro Capo dei Capi sarebbe rimasto latitante per 23 anni e mezzo, fino al giorno del suo arresto.

La strage di viale Lazio[modifica | modifica wikitesto]

Da latitante, Totò Riina decise di prendere ordine solo da Gaetano Badalamenti, il boss di Cinisi. Il quale, conoscendo le doti da sicario del corleonese, di comune accordo con le altre famiglie palermitane, decise di affidargli un incarico di tutto prestigio: eliminare Michele Cavataio, il responsabile della prima guerra di mafia. Il 10 dicembre 1969 sei killer, tra cui Riina, Provenzano e Bagarella, entrarono negli uffici dell'impresa edile Moncada di viale Lazio. Uno di loro, Damiano Caruso, sparò senza aspettare l'ordine di Riina, uccidendo due uomini seduti dietro una scrivania. A quel punto si scatenò l'inferno. Cavataio, soprannominato "la belva" per la sua ferocia (titolo che poi avrebbe finito per ereditare proprio Riina), afferrò una lupara e la scaricò nel petto di Calogero Bagarella. Di risposta, Provenzano lo uccise con un colpo in fronte dopo averlo ripetuamente colpito con il calcio della sua arma che, precedentemente si era inceppata. Il cadavere di Bagarella fu seppellito di nascosto e nessuno seppe mai della sua morte: anche quando i resti trovarono posto al cimitero di Corleone, sulla lapide di marmo venne scritto un altro nome. L'unico segno del lutto che aveva colpito la famiglia Bagarella fu la cravatta nera al collo di Riina: Calogero non era infatti solo il fratello della sua fidanzata, Antonina, ma anche il promesso sposo di sua sorella Arcangela, rimasta vedova ancora prima del matrimonio. La strage di viale Lazio rappresentò uno spartiacque dentro Cosa Nostra, segnando per sempre la vita di Palermo.

La morte di Pietro Scaglione, il primo attacco alla Repubblica[modifica | modifica wikitesto]

Alle undici del mattino del 5 maggio 1971, in via dei Cipressi, il Procuratore capo Pietro Scaglione veniva ucciso da un commando di Corleonesi, capitanati da Totò Riina. Fu il primo omicidio volontario di un esponente dello Stato, il primo attacco diretto al cuore delle istituzioni. La mattina del 7 maggio, nella chiesa di Casa Professa a Palermo, non si svolse alcun funerale di Stato. Non furono presenti né il presidente del Consiglio Emilio Colombo (in Sicilia per un comizio elettorale e ministro di grazia e giustizia ad interim), né il ministro degli Interni, il siciliano Franco Restivo.

Il matrimonio con Ninetta Bagarella[modifica | modifica wikitesto]

Il 16 aprile 1974 Totò Riina convolò a nozze con Antonina Bagarella, detta Ninetta, dopo diciannove anni di fidanzamento. Il matrimonio fu celebrato nella diocesi di Monreale da tre sacerdoti, di cui solo di uno in seguito si sarebbe saputo il nome: don Agostino Coppola, parroco di Carini, uomo d'onore dedito ai sequestri di persona e cugino del più noto Frank "Tre dita", socio nel traffico di stupefacenti di Luciano Leggio.

Del matrimonio non si seppe nulla, fino all'arresto di Leoluca Bagarella, latitante insieme alla sorella e al cognato Riina in un appartamento al quinto piano, scala B, di un palazzo di Via Largo San Lorenzo, a Palermo. Durante la perquisizione, gli investigatori guidati dal dirigente della Squadra Mobile, Boris Giuliano, ritrovarono un invito alle nozze dei Corleonesi. Al quinto piano, scala A, dello stesso palazzo, abitava Francesco Madonia, uno dei più sanguinari mafiosi della borgata. Il palazzo era invece di proprietà della Zoo Sicula, una società di Giuseppe Mandalari, ex-impiegato dell'assessorato regionale ai Lavori Pubblici e consulente finanziario, maestro di 33º grado della Massoneria. A costruirlo invece era stato Giovanni Pilo, imprenditore edile sposato con la sorella dell'uomo d'onore Giuseppe Giacomo Gambino, a sua volta imparentato con altri boss del quartiere di Resuttana e del rione della Noce. Boris Giuliano capì che nuovi equilibri stavano emergendo in Cosa Nostra, a causa degli interessi criminali comuni fra il gruppo Corleonese e la cosca di Palermo di San Lorenzo.

Padre di famiglia[modifica | modifica wikitesto]

Nove mesi dopo il matrimonio, Ninetta diede alla luce la prima figlia di Totò, Maria Concetta. Era il 19 dicembre 1974, la clinica quella "Pasqualino e Noto" di Palermo, una delle più esclusive della città. Anche gli altri tre figli nacquero alla clinica Pasqualino e Noto: Giovanni Francesco il 21 febbraio 1976;Giuseppe Salvatore il 3 maggio 1977; Lucial'11 novembre 1980. La famiglia visse a Palermo per anni: Riina andava in giro scortato dai suoi picciotti, mentre Ninetta veniva accompagnata da autisti e uomini di fiducia a fare compere, a passeggiare liberamente per Palermo, come se niente fosse. Lui frequentava ristoranti a Mondello e a Monreale, il bar della discoteca Life, mentre girava su una Mercedes bianca che guidava lui stesso.

Boris Giuliano: il poliziotto che aveva capito tutto[modifica | modifica wikitesto]

Benché all'inizio degli anni Settanta Cosa Nostra avesse vietato, con la commissione regionale, i sequestri di persona in Sicilia, questi andarono avanti inspiegabilmente. Il primo ad essere rapito, dopo il divieto, fu Francesco Caruso, figlio di un facoltoso proprietario terriero di Salemi. Poi ci fu quello di Nicola Campisi, avvocato di Sciacca. Il più eclatante, quello dell'esattore Luigi Corleo, rapito nel luglio 1975 e mai più liberato: questi non era un personaggio qualsiasi, bensì il suocero di Nino Salvo, ricchissimo uomo d'affari a capo di un impero economico, uomo d'onore legato ai Bontate e ai Badalamenti. I rapitori chiesero 20 miliardi di lire di riscatto.

Boris Giuliano, capì chi c'era dietro i rapimenti: i Corleonesi di Leggio e Riina. Totò aveva organizzato la campagna dei sequestri per procurarsi un po' di soldi, poi era passato agli appalti pubblici. E al tempo stesso sfidava la potente mafia palermitana. Tutt'al più che nella valle del Belice c'erano oltre mille miliardi di finanziamenti da spartire per la ricostruzione del dopo terremoto del 1968, oltre al fiume di denaro pubblico che avrebbe invaso la Sicilia per realizzare la strada a scorrimento veloce Palermo-Sciacca e la diga Garcia.

Giuliano scoprì assieme al brigadiere nonché suo uomo di fiducia Biagio Melita, che a Palermo e a Trapani si erano costituite in quei mesi numerose società intestate tutte a Giuseppe Mandalari, proprio in concomitanza con il pagamento dei riscatti dei sequestri di persona. Questa scoperta, riportata anche di fronte alla Commissione Parlamentare Antimafia, segnò la condanna a morte del dirigente della squadra mobile.

La mattina del 21 luglio 1979 i Corleonesi di Totò Riina, senza alcun permesso da parte della commissione regionale, uccisero Boris Giuliano nel bar sotto casa del funzionario di Polizia. L'esecutore materiale fu Leoluca Bagarella che sparò al dirigente della squadra mobile quando costui si accese una sigaretta, di modo che non potesse difendersi estraendo la pistola. La sua ultima sigaretta gli fu fatale.

La sera del 20 agosto 1977 i Corleonesi di Totò Riina, senza alcun permesso da parte della commissione regionale, uccisero Giuseppe Russo sulla piazzetta di Ficuzza, mentre era in vacanza ai piedi della Rocca Busambra, in una casetta trovata da un suo conoscente, il professore Filippo Costa, originario di Misilmeri e con parentele di mafia. I sicari spararono quando il colonnello si accese una sigaretta, di modo che non potesse difendersi estraendo la pistola. La sua ultima sigaretta gli fu fatale.

Il fallito attentato a Di Cristina e l'uccisione di Madonia[modifica | modifica wikitesto]

Riina si fece un altro potente alleato: Michele Greco, detto il Papa. Fu grazie a lui che il boss di Corleone seppe della proposta di Giuseppe Di Cristina, durante l'abituale riunione delle famiglie alla Favarella, di far fuori lui e Provenzano, considerati schegge impazzite che procuravano solo guai a Cosa Nostra. Il 21 novembre 1977 fu organizzato l'omicidio del capomafia di Riesi, ma i sicari di Riina mancarono il colpo, uccidendo la guardia del corpo. La reazione di Di Cristina fu duplice: da un lato passò diverse informazioni alla polizia sui Corleonesi, dall'altra progettò con Calderone un complotto ai danni di Riina, cercando di scatenare l'ira di Bontate contro Madonia. Il piano fallì, così l'8 aprile 1978 i due boss fecero di testa loro, uccidendo lo storico alleato dei Corleonesi.

La vendetta e il preludio[modifica | modifica wikitesto]

Giuseppe Di Cristina venne ammazzato il 30 maggio 1978, a Palermo, per mano di due killer di Riina, con sei pallottole in testa. La sera del delitto fu convocata da Stefano Bontate una riunione nel baglio di fondo Magliocco: c'erano gli Inzerillo, sul territorio dei quali era stato consumato l'omicidio, e altri capimafia, tra cui Michele Greco, che alla fine placò i sentimenti di vendetta dei presenti. Ciononostante, l'8 settembre i Corleonesi uccisero Pippo Calderone. A tenere l'elogio funebre in commissione regionale fu proprio Totò Riina, che aveva ordinato l'omicidio. L'eliminazione dei due capimafia di Cosa Nostra fu il preludio della cosiddetta Seconda Guerra di Mafia. I Corleonesi erano pronti a prendersi Cosa Nostra.

La seconda guerra di mafia[modifica | modifica wikitesto]

U curtu, mentre le famiglie palermitane erano letteralmente impazzite per i "piccioli" del narcotraffico, si era nel frattempo creato un gruppo di uomini che rispondeva solo a lui, presenti nelle varie famiglie: furono messi a disposizione per proteggere la sua latitanza, li usò per eliminare i suoi avversari. Della famiglia Partanna-Mondello aveva l'ex-compagno di cella Gaspare Mutolo e Salvatore Micalizzi; della famiglia Bontate reclutò Pietro Lo Iacono e i fratelli Pullarà; da San Lorenzo i figli di Francesco Madonia, Giuseppe e Nino; Franco Di Carlo di Altofonte; Giuseppe Giacomo Gambino di Resuttana; Raffaele Ganci della Noce e molti altri. Erano tutti a sua disposizione, nessuno muoveva un dito se non era Totò a chiederglielo.

Il primo a cadere fu Stefano Bontate, il giorno del suo quarantaduesimo compleanno, il 23 aprile 1981: aveva progettato di eliminare Riina, ma era impossibile che il Corleonese non venisse a saperlo. Venne ucciso con tre colpi di kalashnikov AK47, mentre si trovava sulla sua Giulietta 2000 super fermo ad un semaforo in Via Aloi, a Palermo. Ad organizzare l'omicidio ci fu anche il fratello minore di Bontate, Giovanni, che si era messo d'accordo con Riina per prenderne il posto come capofamiglia. Fu l'inizio ufficiale della seconda guerra di mafia.

Poi venne l'ora di Salvatore Inzerillo: convinto di essere al riparo dalle ritorsioni dei Corleonesi per via dei suoi legami con Cosa Nostra americana per il narcotraffico, fu freddato l'11 maggio 1981 a colpi di Kalashnikov, mentre usciva dalla casa della sua amante in via Brunelleschi.

Nel 1981 i morti furono quasi cinquecento. E altri cinquecento vennero sterminati nel 1982 e nei primi 4 mesi del 1983: venivano sterminati anche quelli che non c'entravano coi traffici, non si faceva distinzione. Venivano inseguiti per mezza Europa, catturati, interrogati, torturati e infine fatti a pezzi. Particolarmente efferato fu l'omicidio di Giuseppe Inzerillo, figlio di Salvatore, di soli quindici anni, che aveva giurato di vendicare il padre: Pino "Scarpuzzedda" Greco gli tagliò il braccio destro con un coltello da pescatore di ricci. Il giovane morì per il dolore e la paura, ma ciononostante il suo cadavere venne mutilato e infine Greco gli sparò un colpo in testa, benché fosse morto.

Gli omicidi eccellenti[modifica | modifica wikitesto]

Durante la seconda guerra di mafia, morirono anche uomini dello Stato ritenuti pericolosi per gli interessi dei Corleonesi. Il primo politico a cadere fu Michele Reina, segretario provinciale a Palermo della Democrazia Cristiana, il 9 marzo 1979. Poi toccò a Boris Giuliano, allora capo della squadra mobile di Palermo: il 21 luglio 1979.

Dopo Boris Giuliano, morì Cesare Terranova: era il 25 settembre 1979. Tornato a Palermo dopo due legislature da deputato, aveva ottenuto dal Csm il posto di giudice istruttore, posizione da cui poteva portare fino in fondo le proprie indagini, quindi era un pericolo per i futuri interessi di Totò Riina.

Poi venne il turno di Piersanti Mattarella, presidente DC della regione, ucciso il 6 gennaio 1980, seguito dal capitano dei carabinieri Emanuele Basile, il 4 maggio 1980. Il 6 agosto dello stesso anno invece fu ucciso Gaetano Costa, procuratore capo di Palermo, su ordine però di Salvatore Inzerillo, che voleva dimostrare ai Corleonesi che anche i palermitani erano in grado di uccidere uomini dello Stato.

Il 30 aprile 1982 toccò a Pio La Torre, deputato del PCI e relatore in parlamento della proposta di legge per istituire il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso. Fu ucciso assieme al suo autista, Rosario Di Salvo. Pochi mesi dopo, toccò al generale Carlo Alberto dalla Chiesa, nominato Prefetto a Palermo, il 3 settembre. Infine, il 29 luglio 1983 morì Rocco Chinnici, reo di aver istituito il coordinamento delle indagini di mafia e di non aver tenuto a freno Giovanni Falcone, che il 9 luglio aveva spiccato 14 ordini di cattura per il delitto Dalla Chiesa contro Riina e i Corleonesi.

Capo dei Capi, Buscetta e il Maxiprocesso[modifica | modifica wikitesto]

Totò Riina era finalmente il leader indiscusso di Cosa Nostra. Il Capo dei Capi. Aveva riorganizzato le famiglie delle province, si era impadronito del business del narcotraffico dal quale era stato tagliato fuori anni prima dalle famiglie di Palermo, aveva eliminato i suoi avversari più pericolosi fuori e dentro Cosa Nostra. Non aveva calcolato Tommaso Buscetta, il boss dei due mondi, contro il quale u Curtu aveva scatenato una vera e propria caccia all'uomo, benché fosse un esponente della famiglia di Pippo Calò, un vincente quindi: pagò l'amicizia con Bontate e Inzerillo, benché si fosse mantenuto neutrale nella seconda guerra di mafia, ad un prezzo altissimo, con familiari e figli ammazzati. Decise così di collaborare con la giustizia, il16 luglio 1984. O meglio, decise di collaborare con Giovanni Falcone. E da lì fu un effetto domino e il pentitismo divenne la principale arma della magistratura contro Cosa Nostra e i Corleonesi, permettendo di imbastire il Maxiprocesso di Palermo.

Il 2 dicembre 1984 Riina fece uccidere Leonardo Vitale, il primo pentito che undici anni prima aveva messo nero su bianco la struttura interna di Cosa Nostra, con i nomi degli affiliati. Giudicato infermo di mente da varie perizie psichiatriche e rinchiuso in un manicomio criminale, Vitale fu ucciso mentre tornava dalla messa con la madre. Ad ammonimento di Buscetta e di tutti quelli che avrebbero seguito il suo esempio. Ma non servì. Così come non servì nemmeno l'ordine di uccidere i familiari dei collaboratori di giustizia fino al 20º grado, compresi donne e bambini.

La sentenza in primo grado del Maxiprocesso arrivò il 16 dicembre 1987 come una doccia fredda per il Capo dei Capi, ma i suoi referenti politici e gli avvocati lo rassicurarono che anche quel processo si sarebbe perso per strada, com'era stato per Catanzaro e Bari. Così non sarebbe stato. Nel frattempo, Riina fece uccidere Pino Greco, giudicato troppo pericoloso per il futuro della leadership del boss di Corleone, e Mario Prestifilippo, che tentò di organizzare un complotto ai danni del Capo dei Capi.

L'attacco frontale allo Stato[modifica | modifica wikitesto]

Il Maxiprocesso non si aggiustò come voleva Riina, tutte le promesse fatte dai suoi referenti politici, a partire da Salvo Lima, furono disattese: il 30 gennaio 1992 alle 16.50 la Cassazione confermò tutte le condanne, con una sentenza che avrebbe fatto storia. Il Capo dei Capi andò su tutte le furie e in un summit tenutosi a Valguarnera Caropepe agli inizi di marzo (a cui parteciparono Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, i fratelli Graviano, Michelangelo La Barbera, Raffaele Ganci, Salvatore Cancemi, Matteo Motisi, Benedetto Spera, Antonino Giuffrè, e Pietro Aglieri) decise di dichiarare guerra totale allo Stato italiano.

Il primo a morire fu Salvo Lima, il 12 marzo 1992, come avvertimento a Giulio Andreotti, che aveva firmato un decreto che allungava i tempi per la carcerazione preventiva e vietava i domiciliari ai detenuti al 41bis. Per trentacinque anni Lima era stato con le sue 300mila preferenze l'incarnazione del potere andreottiano in Sicilia.

Poi il 23 maggio toccò a Giovanni Falcone, che morì con la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta nella Strage di Capaci. Cinquantasette giorni dopo, il 19 luglio, morì anche Paolo Borsellino, che stava indagando sulla morte di Falcone, nella strage di Via d'Amelio.

La reazione dello Stato non si fece attendere: il 26 agosto 47 capimafia e 81 picciotti furono trasferiti con un'operazione top secret dall'Ucciardone alle super-carceri di Pianosa e dell'Asinara. Nel frattempo, due esponenti molto vicini al Capo dei Capi si pentirono: si trattava di Gaspare Mutolo, il suo ex-compagno di cella, e di Giuseppe Marchese, cognato di suo cognato. Poi venne il turno di Baldassarre Di Maggio, l'autista che per anni aveva portato Riina in giro per la Sicilia. Nel frattempo, il 17 settembre c'era stata un'altra esecuzione: quella di Ignazio Salvo, colpevole della stessa colpa di Salvo Lima, non aver fatto abbastanza per disinnescare la sentenza definitiva del Maxiprocesso e come ennesimo avvertimento a Giulio Andreotti.

Il Papello e la trattativa[modifica | modifica wikitesto]

Tra giugno e ottobre del 1993 fu avviata una trattativa tra uomini dello Stato e Cosa Nostra, per porre fine all'escalation di sangue e violenza che aveva dilaniato Palermo. Sulla questione è in corso un processo e la faccenda è tutt'ora oscura. L'esistenza della trattativa è stata confermata il 12 marzo 2012] nelle motivazioni della sentenza del processo a Francesco Tagliavia per la Strage di Via dei Georgofili a Firenze: i giudici della Corte d'Assise di Firenze hanno stabilito che la trattativa "ci fu e venne quantomeno inizialmente impostata su un do ut des [...] L'iniziativa fu assunta da rappresentanti dello Stato e non dagli uomini di mafia".

Secondo varie ricostruzioni, Totò Riina rispose alla richiesta degli uomini dello Stato con il famoso "Papello", una lista di richieste da soddisfare in cambio della fine delle stragi:

  1. Revisione della sentenza del maxi-processo;
  2. Annullamento del decreto legge 41 bis;
  3. Revisione della legge Rognoni-La Torre;
  4. Riforma della legge sui pentiti;
  5. Riconoscimento dei benefici dissociati per i condannati per mafia (come per le Brigate Rosse);
  6. Arresti domiciliari dopo i 70 anni di età;
  7. Chiusura delle super-carceri;
  8. Carcerazione vicino alle case dei familiari;
  9. Nessuna censura sulla posta dei familiari;
  10. Misure di prevenzione e rapporto con i familiari;
  11. Arresto solo in flagranza di reato;
  12. Defiscalizzazione della benzina in Sicilia (come per Aosta);

L'arresto[modifica | modifica wikitesto]

Il 15 gennaio 1993 Totò Riina fu arrestato al primo incrocio davanti alla sua villa in via Bernini 54 a Palermo, insieme al suo autista Salvatore Biondino, grazie alle dichiarazioni rese dal pentito Baldassarre Di Maggio al generale dei carabinieri Francesco Delfino. L'arresto fu eseguito dal Crimor, la squadra speciale dei ROS guidata dal Capitano Ultimo. Con l'arresto del Capo dei Capi, Cosa Nostra si divise in due, tra quelli che erano contrari a nuove stragi, guidati da Bernardo Provenzano, e quelli che invece erano favorevoli alla prosecuzione della strategia stragista, guidati da Leoluca Bagarella. Alla fine, la spuntò quest'ultimo e gli attentati continuarono.

Il primo fu escogitato il 14 maggio 1993 ai danni di Maurizio Costanzo: un'autobomba imbottita di 90 Kg di tritolo esplose in via Ruggero Fauro a Roma, ma senza causare vittime. Il 27 maggio ci fu la Strage di Via dei Georgofili a Firenze e il 27 luglio quella di Via Palestro a Milano. Due autobombe esplosero invece nella notte tra il 27 e il 28 luglio fuori le basiliche di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro a Roma. Il 15 settembre, infine, fu ucciso Don Pino Puglisi, parroco impegnato nel contrasto ai clan nel quartiere Brancaccio di Palermo. Venne sequestrato anche il piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino, allo scopo di indurlo a ritrattare le proprie dichiarazioni. Il 31 ottobre, infine, vi fu un fallito attentato allo stadio Olimpico di Roma.

Le condanne[modifica | modifica wikitesto]

La nuova vita: mafioso nel clan dei Corleonesi[modifica | modifica wikitesto]

L'omicidio di Placido Rizzotto[modifica | modifica wikitesto]

La prima condanna[modifica | modifica wikitesto]

La presa del potere a Corleone[modifica | modifica wikitesto]

L'uccisione di Navarra[modifica | modifica wikitesto]

La strage del bastione San Rocco[modifica | modifica wikitesto]

Ascesa in Cosa Nostra[modifica | modifica wikitesto]

La prima guerra di mafia[modifica | modifica wikitesto]

Detenuto all'Ucciardone[modifica | modifica wikitesto]

L'assoluzione: né un mafioso né un assassino[modifica | modifica wikitesto]

La latitanza[modifica | modifica wikitesto]

La strage di viale Lazio[modifica | modifica wikitesto]

La morte di Pietro Scaglione, il primo attacco alla Repubblica[modifica | modifica wikitesto]

Il matrimonio con Ninetta Bagarella[modifica | modifica wikitesto]

Padre di famiglia[modifica | modifica wikitesto]

Ninì Russo: il carabiniere che aveva capito tutto[modifica | modifica wikitesto]

La conquista di Cosa Nostra[modifica | modifica wikitesto]

Il fallito attentato a Di Cristina e l'uccisione di Madonia[modifica | modifica wikitesto]

La vendetta e il preludio[modifica | modifica wikitesto]

La Seconda guerra di mafia[modifica | modifica wikitesto]

Gli omicidi eccellenti[modifica | modifica wikitesto]

Capo dei Capi, Buscetta e il Maxiprocesso[modifica | modifica wikitesto]

L'attacco frontale allo Stato[modifica | modifica wikitesto]

Il Papello e la trattativa[modifica | modifica wikitesto]

L'arresto[modifica | modifica wikitesto]

Le condanne[modifica | modifica wikitesto]

Cartellino della Carta d'identità di Salvatore Riina, rilasciata nel 1955.

Nato in una famiglia di contadini il 16 novembre 1930, nel settembre 1943 Riina perse il padre Giovanni e il fratello Francesco (di 7 anni) mentre, insieme con il fratello Gaetano, stavano cercando di estrarre la polvere da sparo da una bomba inesplosa, rinvenuta tra le terre che curavano, per rivenderla insieme con il metallo. Gaetano rimase ferito e Totò rimase illeso[3]. In questi anni conobbe il mafioso Luciano Liggio, con il quale intraprese il furto di covoni di grano e bestiame e lo affiliò nella locale cosca mafiosa, di cui faceva parte anche lo zio paterno di Riina, Giacomo[4].

A 19 anni Riina fu condannato a una pena di 12 anni, scontata parzialmente nel carcere dell'Ucciardone, per aver ucciso in una rissa un suo coetaneo[5], Domenico Di Matteo, venendo però scarcerato nel 1956. Insieme a Liggio e alla sua banda, Riina cominciò a occuparsi di macellazione clandestina di bestiame rubato nei terreni della società armentizia di contrada Piano di Scala. Nel 1958 Liggio eliminò il suo capo Michele Navarra e nei mesi successivi, insieme alla sua banda di cui faceva parte anche Riina, scatenò un conflitto contro gli ex-uomini di Navarra, che furono in gran parte assassinati fino al 1963[6].

Riina venne però arrestato nel dicembre del 1963 a Torre di Gaffe (Ag): una notte fu fermato, nella parte alta del paese, da una pattuglia di agenti di Polizia di cui faceva parte anche il commissario Angelo Mangano[7] il quale nel 1964 parteciperà, sotto la direzione del tenente colonnello dei Carabinieri Ignazio Milillo, alla cattura di Luciano Liggio[8]. Riina, che aveva una carta d'identità rubata (dalla quale risultava essere "Giovanni Grande" da Caltanissetta) e una pistola non regolarmente dichiarata, tentò di scappare ma venne braccato e facilmente catturato dalle forze dell'ordine. Fu riconosciuto dall'agente Biagio Melita[9].

Tuttavia, dopo aver scontato alcuni anni di prigione al carcere dell'Ucciardone (dove conobbe Gaspare Mutolo), fu assolto per insufficienza di prove nel processo svoltosi a Bari nel 1969 [10]. Dopo l'assoluzione, Riina si trasferì con Liggio a Bitonto, in provincia di Bari, ma il Tribunale di Palermo emise un'ordinanza di custodia precauzionale nei loro confronti. Riina tornò da solo a Corleone, dove venne arrestato e gli venne applicata la misura del soggiorno obbligato; scarcerato e munito di foglio di via obbligatorio, Riina non raggiunse mai il soggiorno obbligato e si rese irreperibile, dando inizio alla sua lunga latitanza[11].

L'ascesa ai vertici di Cosa Nostra[modifica | modifica wikitesto]

Salvatore Riina da giovane

Il 10 dicembre 1969 Riina fu tra gli esecutori della cosiddetta «strage di Viale Lazio», che doveva punire il boss Michele Cavataio[10]. Nel periodo successivo Riina sostituì spesso Liggio nel "triumvirato" provvisorio di cui faceva parte con i boss Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti, che aveva il compito di dirimere le dispute tra le varie cosche della provincia di Palermo[12]. Riina e Liggio divennero i principali capi-elettori del loro compaesano Vito Ciancimino, il quale venne eletto sindaco di Palermo[12]; nel 1971 Riina fu esecutore materiale dell'omicidio del procuratore Pietro Scaglione[13] e, nello stesso anno, partecipò ai sequestri a scopo di estorsione ordinati da Liggio a Palermo: furono rapiti Giovanni Porcorosso, figlio dell'industriale Giacomo, e anche il figlio del costruttore Francesco Vassallo mentre nel 1972 Riina stesso ordinò il sequestro del costruttore Luciano Cassina, nel quale vennero implicati uomini della cosca di Giuseppe Calò[13][14]: l'obiettivo principale di Riina non era solo quello di incassare il denaro del riscatto ma anche quello di colpire Badalamenti e Bontate, che erano legati al padre dell'ostaggio, il conte Arturo Cassina, che aveva il monopolio della manutenzione della rete stradale, dell'illuminazione pubblica e della rete fognaria a Palermo[15].

Attraverso Liggio, Riina divenne "compare di anello" di Mico Tripodo, boss della 'Ndrangheta[16], e si legò ai fratelli Nuvoletta, camorristi napoletani affiliati a Cosa Nostra, con cui avviò un contrabbando di sigarette estere[17]. Nel 1974 Riina divenne il reggente della cosca di Corleone dopo l'arresto di Liggio e l'anno successivo fece sequestrare e uccidere Luigi Corleo, suocero di Nino Salvo, ricco e famoso esattore affiliato alla cosca di Salemi; il sequestro venne attuato per dare un duro colpo al prestigio di Badalamenti e di Bontate, i quali erano legati a Salvo e non riusciranno a ottenere né la liberazione dell'ostaggio, né la restituzione del corpo, anche se Riina negò con forza ogni coinvolgimento nel sequestro[15][18].

Nel 1978 Riina ottenne l'espulsione di Badalamenti dalla Commissione con l'accusa di aver ordinato l'uccisione di Francesco Madonia, capo della cosca di Vallelunga Pratameno (Caltanissetta) e strettamente legato ai Corleonesi;[15] l'incarico di dirigere la "Commissione" passo' a Michele Greco, che avallera' tutte le successive decisoni di Riina.[19]. Per queste ragioni, Giuseppe Di Cristina, capo della cosca di Riesi legato a Bontate e Badalamenti, tentò di mettersi in contatto con i Carabinieri, accusando Riina e il suo luogotenente Bernardo Provenzano di essere responsabili di numerosi omicidi per conto di Liggio, all'epoca detenuto[16]; alcuni giorni dopo le sue confessioni, Di Cristina venne ucciso a Palermo mentre qualche tempo dopo anche il suo associato Giuseppe Calderone, capo della Famiglia di Catania, finì assassinato dal suo luogotenente Nitto Santapaola, che si era accordato con Riina[20].

Nel 1981 Riina fece eliminare Giuseppe Panno, capo della cosca di Casteldaccia strettamente legato a Bontate, il quale reagì organizzando un complotto per uccidere Riina, che però venne rivelato da Michele Greco[13]; Riina allora orchestro' l'assassinio di Bontate, avvalendosi anche del tradimento del fratello di quest'ultimo (Giovanni) e del suo capo-decina Pietro Lo Iacono. L'11 maggio 1981 venne ucciso anche il boss Salvatore Inzerillo, strettamente legato a Bontate. I due omicidi diedero inizio alla cosiddetta «seconda guerra di mafia» e nei mesi successivi nella provincia di Palermo i boss dello schieramento che faceva capo a Riina uccisero oltre 200 mafiosi della fazione Bontate-Inzerillo-Badalamenti mentre molti altri rimasero vittime della cosiddetta «lupara bianca»[20]. Il massacro continuò fino al 1982, quando si insediò una nuova "Commissione", composta soltanto da capimandamento fedeli a Riina e guidata dallo stesso Riina.

Legami con la politica[modifica | modifica wikitesto]

Il principale referente politico di Riina inizialmente fu Vito Ciancimino[21], il quale nel 1976 instaurò un rapporto di collaborazione con la corrente di Giulio Andreotti, in particolare con Salvo Lima, che sfociò poi in un formale inserimento in tale gruppo politico e nell'appoggio dato dai delegati vicini a Ciancimino alla corrente andreottiana in occasione dei congressi nazionali della Democrazia Cristiana svoltisi nel 1980 e nel 1983[22]. Per proteggere gli interessi di Ciancimino, Riina propose alla "Commissione" gli omicidi dei suoi avversari politici: il 9 marzo 1979 fu ucciso Michele Reina, segretario provinciale della Democrazia Cristiana che era entrato in contrasto con costruttori legati a Ciancimino; il 6 gennaio 1980 venne eliminato Piersanti Mattarella, presidente della Regione che contrastava Ciancimino per un suo rientro nel partito con incarichi direttivi; il 30 aprile 1982 venne trucidato Pio La Torre, segretario regionale del PCI che aveva più volte indicato pubblicamente Ciancimino come personaggio legato a Cosa Nostra[23].

Dopo l'inizio della «seconda guerra di mafia», i cugini Ignazio e Nino Salvo, ricchi e famosi esattori affiliati alla cosca di Salemi, passarono dalla parte dello schieramento dei Corleonesi, che faceva capo proprio a Riina, e furono incaricati di curare le relazioni con Salvo Lima, che divenne il nuovo referente politico di Riina, soprattutto per cercare di ottenere una favorevole soluzione di vicende processuali[22][24][25]; infatti, sempre secondo i collaboratori di giustizia, Lima si sarebbe attivato per modificare in Cassazione la sentenza del Maxiprocesso di Palermo che condannava Riina e molti altri boss all'ergastolo[26]. In particolare, il collaboratore Baldassare Di Maggio riferì che nel 1987 accompagnò Riina nella casa di Ignazio Salvo a Palermo, dove avrebbe incontrato Lima e il suo capocorrente Giulio Andreotti per sollecitare il loro intervento sulla sentenza[27][28]; la testimonianza dell'incontro venne però considerata inattendibile nella sentenza del processo contro Andreotti[22].

Tuttavia il 30 gennaio 1992 la Cassazione confermò gli ergastoli del Maxiprocesso[29] e sancì l'attendibilità delle dichiarazioni rese dal pentito Tommaso Buscetta. Sempre secondo le testimonianze dei collaboratori di giustizia, Riina decise allora di lanciare un avvertimento ad Andreotti, che si era disinteressato alla sentenza e anzi aveva firmato un decreto-legge che aveva fatto tornare in carcere gli imputati del Maxiprocesso scarcerati per decorrenza dei termini e quelli agli arresti domiciliari[22][30]: per queste ragioni il 12 marzo 1992 Lima venne ucciso alla vigilia delle elezioni politiche[31] e, alcuni mesi dopo, la stessa sorte toccò a Ignazio Salvo[32].

Le ritorsioni verso i collaboratori di giustizia[modifica | modifica wikitesto]

Le deposizioni dei collaboratori di giustizia (su tutti Tommaso Buscetta) scateneranno la ritorsione di Cosa Nostra su precisa indicazione di Totò Riina, il quale autorizzò i capofamiglia a eliminare i familiari dei pentiti "sino al 20º grado di parentela"[33], compresi i bambini e le donne[33][34]. Ma non aveva nemmeno trascurato "certe azioni" compiute dai cosiddetti "cani sciolti". Ce l'aveva con uno di quest'ultimi che taglieggiava la povera gente con lo strozzinaggio: Francesco La Bua, sul quale giungevano notizie e azioni deplorevoli pure ad uno come Riina. Infatti Salvatore Cucuzza e Salvatore Cancemi, prima di diventare collaboratori di Giustizia, avevano informato il boss corleonese che La Bua disturbava con le sue azioni il mandamento di Porta Nuova e che per giunta era cognato di quel poliziotto che in un conflitto a fuoco aveva ucciso Angelo Galatolo della Famiglia Dell'Acquasanta, i cui componenti si lamentarono dell'operato di La Bua, tanto che ne decisero l'eliminazione con la più classica e atroce morte mafiosa: darlo in pasto ai maiali. Per Salvatore Riina taglieggiare la povera gente era un'azione condannabile con la morte. Lo strozzino La Bua la fece franca solo perché sopraggiunsero tanti arresti compreso quello di Cucuzza al quale avevano dato incarico di sopprimere il cognato del poliziotto e di Riina stesso.

Il Papello e la trattativa con lo stato[modifica | modifica wikitesto]

L'allora vicecomandante dei Ros, Mario Mori, incontrò tra giugno e ottobre 1992 Vito Ciancimino, proponendo una trattativa con Cosa Nostra per mettere fine alla lunga scia di stragi che insanguinavano Palermo. La proposta era in realtà, secondo la versione fornita da Mori, una trappola per cercare di stanare qualche latitante, ma Riina rispose alla richiesta con il famoso Papello[35], un documento di richieste[36] per ammorbidire le condizioni dei detenuti, degli indagati, delle loro famiglie, la cancellazione della legge sui pentiti e la revisione del maxiprocesso.

L'esistenza della trattativa tra stato e Cosa Nostra è stata successivamente smentita dallo stesso Mori.[37] Il 12 marzo 2012, però, nella motivazione della sentenza del processo a Francesco Tagliavia per le stragi del 1992 - 1993, i giudici scrivono che la trattativa tra Stato e Cosa nostra "ci fu e venne quantomeno inizialmente impostata su un do ut des [...] L'iniziativa fu assunta da rappresentanti dello Stato e non dagli uomini di mafia".[38]

L'arresto[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Arresto di Salvatore Riina.

Il 15 gennaio del 1993 fu catturato dal CRIMOR (squadra speciale dei ROS guidata dal Capitano Ultimo)[39]. Riina, latitante dal 1969, venne arrestato al primo incrocio davanti alla sua villa in via Bernini n. 54, insieme con il suo autista Salvatore Biondino[40], a Palermo. Nella villa aveva trascorso alcuni anni della sua latitanza insieme con la moglie Antonietta Bagarella e ai suoi figli[41]. L'arresto fu favorito dalle dichiarazioni rese nei giorni precedenti al generale dei carabinieri Francesco Delfino dall'ex autista di Riina, Baldassare (Balduccio) Di Maggio, che decise di collaborare per ritorsione verso Cosa Nostra che lo aveva condannato a morte[42][43].

Le condanne[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1992 Riina venne condannato in contumacia all'ergastolo insieme con il boss Francesco Madonia per l'omicidio del capitano Emanuele Basile[44]. Nell'ottobre del 1993 subisce la seconda condanna all'ergastolo, come mandante dell'omicidio del boss Vincenzo Puccio[45]. Nel 1994, altro ergastolo per l'omicidio di tre pentiti e quello di un cognato di Tommaso Buscetta[46].

Nel 1995, nel processo per l'omicidio del tenente colonnello Giuseppe Russo, Riina venne condannato all'ergastolo insieme con Bernardo Provenzano, Michele Greco e Leoluca Bagarella; lo stesso anno, nel processo per gli omicidi dei commissari Beppe Montana e Ninni Cassarà, venne pure condannato all'ergastolo insieme con Michele Greco, Bernardo Brusca, Francesco Madonia e Bernardo Provenzano, a cui seguì il processo per gli omicidi di Piersanti Mattarella, Pio La Torre e Michele Reina, nel quale gli viene inflitto un ulteriore ergastolo insieme con Michele Greco, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Francesco Madonia e Nenè Geraci[47]. Nel 1996 Riina venne nuovamente condannato all'ergastolo per l'omicidio del giudice Antonino Scopelliti insieme con i boss Giuseppe Calò, Francesco Madonia, Giuseppe Giacomo Gambino, Giuseppe Lucchese, Bernardo Brusca, Salvatore Montalto, Salvatore Buscemi, Nenè Geraci e Pietro Aglieri[47]. Sempre nel 1995, nel processo per l'omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, del capo della mobile Boris Giuliano, e del professor Paolo Giaccone, Riina venne condannato all'ergastolo insieme con Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Bernardo Brusca, Francesco Madonia, Nenè Geraci e Francesco Spadaro[48].

Nel 1997, nel processo per la strage di Capaci in cui persero la vita il magistrato Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e la scorta (Antonio Montinaro, Vito Schifani, Rocco Dicillo), Riina venne condannato all'ergastolo insieme con i boss Pietro Aglieri, Bernardo Brusca, Giuseppe Calò, Raffaele Ganci, Nenè Geraci, Benedetto Spera, Nitto Santapaola, Bernardo Provenzano, Salvatore Montalto, Giuseppe Graviano e Matteo Motisi[49]. Lo stesso anno, nel processo per l'omicidio del giudice Cesare Terranova, Riina ricevette un altro ergastolo insieme con Michele Greco, Bernardo Brusca, Giuseppe Calò, Nenè Geraci, Francesco Madonia e Bernardo Provenzano[50].

Nel 1998 Riina venne condannato all'ergastolo insieme con il boss Mariano Agate per l'omicidio del giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto[51]. Nel 1999, viene condannato all'ergastolo come mandante per la strage di via D'Amelio, in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque dei suoi uomini di scorta (Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina). Insieme con lui vengono condannati alla stessa pena i boss Pietro Aglieri, Salvatore Biondino, Carlo Greco, Giuseppe Graviano, Gaetano Scotto e Francesco Tagliavia[52].

Nel 2000 subisce un'ulteriore condanna all'ergastolo insieme con Giuseppe Graviano, Leoluca Bagarella e Bernardo Provenzano per l'attentato in Via dei Georgofili, in cui persero la vita 5 persone e subirono enormi danni musei e chiese[53], oltre che per gli attentati di Milano e Roma[54]. Nel 2002, per l'omicidio del giudice in pensione Alberto Giacomelli, Riina venne condannato all'ergastolo come mandante[55]; lo stesso anno la Corte d'Assise di Caltanissetta condannò Riina all'ergastolo per l'omicidio del giudice Rocco Chinnici insieme con i boss Bernardo Provenzano, Raffaele Ganci, Antonino Madonia, Salvatore Buscemi, Nenè Geraci, Giuseppe Calò, Francesco Madonia, Salvatore e Giuseppe Montalto, Stefano Ganci e Vincenzo Galatolo[56]; sempre lo stesso anno, Riina venne condannato nuovamente all'ergastolo insieme con il boss Vincenzo Virga per la strage di Pizzolungo, in cui persero la vita Barbara Rizzo e i suoi figli Salvatore e Giuseppe Asta, gemelli di 6 anni[57].

Nel 2009 Riina ricevette un altro ergastolo insieme con Bernardo Provenzano per la strage di viale Lazio[58]. Nel febbraio 2010, ancora un ergastolo per Riina, che insieme con i boss Giuseppe Madonia, Gaetano Leonardo e Giacomo Sollami, decise nel 1983 l'omicidio di Giovanni Mungiovino, politico della DC che si era opposto alla mafia corleonese, Giuseppe Cammarata, scomparso nel 1989 e Salvatore Saitta, ucciso nel 1992[59]. Il 10 giugno 2011 viene assolto, per "incompletezza della prova" (ex art. 530 c.p.p.), dalla Corte d'Assise di Palermo per l'omicidio il 16 settembre 1970 del giornalista Mauro De Mauro[60]. Il 26 gennaio 2012 gli viene inflitta una condanna all'ergastolo da parte della Corte di Assise di Milano perché ritenuto il mandante dell'omicidio di Alfio Trovato del 2 maggio 1992 avvenuto in via Palmanova a Milano.

Il 14 aprile 2015 viene assolto dalla Corte d'Assise di Firenze dall'accusa di essere stato il mandante della Strage del Rapido 904 del 23 dicembre 1984 per mancanza di prove; il pubblico ministero aveva richiesto l'ergastolo per Riina che era l'unico imputato. Nel 1992 erano stati condannati Pippo Calò, Guido Cercola, Franco Di Agostino e l'artificiere tedesco Friedrich Schaudinn.[61]

Il carcere[modifica | modifica wikitesto]

A partire dal dicembre 1995, Riina è stato rinchiuso nel supercarcere dell'Asinara, in Sardegna[62]. In seguito è stato trasferito al carcere di Marino del Tronto ad Ascoli Piceno dove, per circa tre anni, è stato sottoposto al carcere duro previsto per chi commette reati di mafia, il 41-bis, ma il 12 marzo del 2001 gli venne revocato l'isolamento, consentendogli di fatto la possibilità di vedere altri detenuti nell'ora di libertà[63].

Proprio mentre era sottoposto a regime di 41-bis, il 24 maggio 1994 durante una pausa del processo di primo grado a Reggio Calabria per l'uccisione del giudice Antonino Scopelliti fu raggiunto da Michele Carlino, giornalista di una agenzia video (Med Media News) al quale rilasciò dichiarazioni minacciose contro il procuratore Giancarlo Caselli e altri rappresentanti delle istituzioni, lamentandosi delle severe condizioni imposte dal carcere duro. L'intervento di Riina causò l'apertura di un provvedimento disciplinare da parte del Consiglio Superiore della Magistratura contro il pubblico ministero Salvatore Boemi, accusato di non aver vigilato sul detenuto.[64] Dopo pochi mesi dalle dichiarazioni del boss corleonese il regime di 41-bis (allora valido per soli tre anni, decorsi i quali decadeva la sua applicabilità) è stato rafforzato mediante vari interventi legislativi volti a renderlo prorogabile di anno in anno.

Nella primavera del 2003 subisce un intervento chirurgico per problemi cardiaci, e nel maggio dello stesso anno viene ricoverato nell'ospedale di Ascoli Piceno per un infarto[65]. Sempre nel 2003, a settembre, viene nuovamente ricoverato per problemi cardiaci[65]. Il 22 maggio 2004, nell'udienza del processo di Firenze per la strage di via dei Georgofili, accusa il coinvolgimento dei servizi segreti nelle stragi di Capaci e via d'Amelio, e riferisce dei contatti fra l'allora colonnello Mario Mori e Vito Ciancimino, attraverso il figlio di lui Massimo al tempo non convocato in dibattimento.[66][67] Trasferito nel carcere milanese di Opera, viene nuovamente ricoverato nel 2006 all'ospedale San Paolo di Milano, sempre per problemi cardiaci[68]. Nel novembre 2013 trapela la notizia di minacce da parte di Riina nei confronti del magistrato Antonino Di Matteo, il pm che aveva retto l'accusa in numerosi procedimenti penali a suo carico[69]. Il 4 marzo 2014 viene nuovamente ricoverato.[70] Il 31 agosto 2014 i giornali riferiscono che nel novembre dell'anno prima Riina avrebbe rivolto minacce anche nei confronti di Don Luigi Ciotti[71].

Nel 2017, gli avvocati di Riina fanno richiesta al Tribunale di sorveglianza di Bologna per il differimento della pena a detenzione domiciliare, sottoponendo come motivazione lo stato precario di salute dello stesso Riina. Il 19 luglio 2017 il Tribunale si pronuncia negativamente su questa istanza, spiegando che Riina "non potrebbe ricevere cure e assistenza migliori in altro reparto ospedaliero ossia nel luogo in cui ha chiesto di fruire della detenzione domiciliare".[72]

Il processo per la trattativa Stato-Mafia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Trattativa tra Stato italiano e Cosa nostra.

Dal carcere di Opera, il 19 luglio 2009, nel ricorrerne l'anniversario, Riina espresse di nuovo la sua posizione secondo cui la strage di via D'Amelio sarebbe da imputare ad altri soggetti e non a lui, nello stesso periodo in cui Massimo Ciancimino annunciò che avrebbe consegnato ai magistrati il “papello”, una sola pagina a firma di Riina che conterrebbe le condizioni poste dalla mafia allo Stato.[73][74]. Tuttavia i legali di Riina smentirono che il loro assistito abbia partecipato a una trattativa fra Stato e mafia:[75] i

Il 24 luglio 2012 la Procura di Palermo, sotto Antonio Ingroia e in riferimento all'indagine sulla Trattativa Stato-Mafia, ha chiesto il rinvio a giudizio di Riina e altri 11 indagati accusati di "concorso esterno in associazione mafiosa" e "violenza o minaccia a corpo politico dello Stato". Gli altri imputati sono i politici Calogero Mannino, Marcello Dell'Utri, gli ufficiali Mario Mori e Giuseppe De Donno, i boss Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, Antonino Cinà e Bernardo Provenzano, il collaboratore di giustizia Massimo Ciancimino (anche "calunnia") e l'ex ministro Nicola Mancino ("falsa testimonianza").[76]

Vita privata[modifica | modifica wikitesto]

Il 16 aprile 1974 Riina sposò, tramite un matrimonio che poi risulterà non valido legalmente[77], Antonietta Bagarella, sorella dell'amico d'infanzia Calogero e di Leoluca Bagarella. Dall'unione nacquero quattro figli: Maria Concetta (nata il 19 dicembre 1974), Giovanni Francesco (nato il 21 febbraio 1976), Giuseppe Salvatore (nato il 3 maggio 1977) e Lucia (nata l'11 aprile 1980). Giovanni Francesco è stato condannato all'ergastolo per quattro omicidi avvenuti nel 1995.

Giuseppe Salvatore è prima stato condannato per associazione mafiosa, quindi scarcerato il 29 febbraio 2008 per decorrenza dei termini dopo essere stato detenuto per otto anni[78]. Il 2 ottobre 2011, dopo aver scontato completamente la pena di 8 anni e 10 mesi, viene nuovamente rilasciato sotto prevenzione con obbligo di dimora a Corleone[79] e comincia a trapelare la notizia di un suo piano per fare un attentato all'ex Ministro della Giustizia Angelino Alfano per via dell'inasprimento del regime dell'articolo 41-bis[80].

Cinema e televisione[modifica | modifica wikitesto]

Libri biografici[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ ATTILIO BOLZONI e GIUSEPPE D' AVANZO, MINACCE AI GIUDICI DI TOTÒ Û CURTU, in la Repubblica, 9 marzo 1993, p. 21. URL consultato il 6 febbraio 2012.
  2. ^ Procedimento penale contro Greco Michele ed altri - Procura della Repubblica di Palermo (PDF).
  3. ^ Enrico Deaglio, Raccolto rosso: la mafia, l'Italia e poi venne giù tutto, Feltrinelli, 1993, pag. 158.
  4. ^ lacndb.com::Italian Mafia
  5. ^ Da Blu notte - La Mattanza, Rai3
  6. ^ cittanuove-corleone.it
  7. ^ Leoni addormentati, in la Repubblica, 15 ottobre 2007, p. 3. URL consultato il 6 febbraio 2012.
  8. ^ Tony Zermo, A 87 anni, è morto il questore Angelo Mangano, arrestò Liggio, in Città nuove, 3 aprile 2005. URL consultato il 6 febbraio 2012.
  9. ^ Dino Paternostro, Il vero Biagio che arrestò Riina (PDF), in La Sicilia, 16 dicembre 2007, p. 44. URL consultato il 6 febbraio 2012.
  10. ^ a b Dino Paternostro, Lo «sbarco» di Totò Riina a Palermo (PDF), in La Sicilia, 23 ottobre 2005, p. 31. URL consultato il 6 febbraio 2012.
  11. ^ Mafia, politica e poteri pubblici attraverso la storia di Luciano Leggio - Documenti della Commissione Parlamentare Antimafia VI LEGISLATURA (PDF).
  12. ^ a b Il Viandante - Sicilia 1972
  13. ^ a b c E LEGGIO SPACCO' IN DUE COSA NOSTRA - Repubblica.it » Ricerca
  14. ^ La quarta mafia - Documenti della Commissione Parlamentare Antimafia VI LEGISLATURA (PDF).
  15. ^ a b c Doc. XXIII n. 50
  16. ^ a b Ordinanza contro Michele Greco+18 per gli omicidi Reina-Mattarella-La Torre (PDF).
  17. ^ http://www.csm.it/quaderni/quad_99a/quad_99_3.pdf
  18. ^ Il Viandante - Sicilia 1975
  19. ^ 'La Mattanza Dei Corleonesi' In Tre Anni Oltre Mille Morti - La Repubblica.It
  20. ^ a b 1981-1983: Esplode la seconda guerra di mafia
  21. ^ è morto Vito Ciancimino la Dc ai tempi dei Corleonesi - la Repubblica.it
  22. ^ a b c d Processo di 1º grado al senatore Giulio Andreotti
  23. ^ DELITTI POLITICI, FU SOLO COSA NOSTRA - la Repubblica.it
  24. ^ Andreotti assolto ma amico dei boss - Antimafiaduemila.com
  25. ^ ' LIMA GARANTIVA COSA NOSTRA E IL SUO CAPOCORRENTE SAPEVA' - Repubblica.it
  26. ^ Processo Andreotti, la Sentenza
  27. ^ la Repubblica/dossier: Le relazioni pericolose del senatore Giulio
  28. ^ 'ANDREOTTI INCONTRO' RIINA' - la Repubblica.it
  29. ^ Archivio - LASTAMPA.it
  30. ^ QUANDO RIINA DECISE DI FAR LA GUERRA ALLO STATO - Repubblica.it
  31. ^ Stragi, il 'papello' e tangentopoli 1992, l'anno che cambiò l'Italia - Inchieste - la Repubblica
  32. ^ Il Viandante - Sicilia 1992
  33. ^ a b ' E Toto' Riina Ci Ordino' Uccidete I Bimbi Dei Pentiti' - Repubblica.It » Ricerca
  34. ^ http://giornaleonline.unionesarda.ilsole24ore.com/Articolo.aspx?Data=19960613&Categ=4&Voce=1&IdArticolo=90574
  35. ^ "È l'uomo del papello di Riina" Nuove indagini sulle stragi del '92 - cronaca - Repubblica.it
  36. ^ Trattative tra mafia e Stato Il "papello" consegnato ai giudici - Corriere della Sera
  37. ^ Mori: «Non ci fu nessuna trattativa Stato-mafia», in Corriere della Sera, 20 ottobre 2009. URL consultato il 20 ottobre 2009.
  38. ^ Stragi '93, trattativa Stato-Mafia ci fu, in Ansa.it, 12 marzo 2012. URL consultato il 12 marzo 2012.
  39. ^ Archivio - LASTAMPA.it
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  45. ^ TERZA CONDANNA ALL' ERGASTOLO PER TOTO' RIINA - Repubblica.it » Ricerca
  46. ^ Toto' Riina fa tris, di ergastoli
  47. ^ a b Sportello Scuola e Università della Commissione Parlamentare Antimafia
  48. ^ Delitto Dalla Chiesa: ottavo ergastolo a Riina
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  50. ^ Ecco chi uccise Terranova
  51. ^ NOTIZIE IN BREVE N3 Antimafiaduemila.com
  52. ^ Via D' Amelio, sette ergastoli
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  58. ^ Strage di viale Lazio, ergastolo a Riina e Provenzano
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  60. ^ Repubblica Palermo 10 giugno 2011, palermo.repubblica.it.
  61. ^ Strage del Rapido 904, Totò Riina assolto: "Non fu il mandante"
  62. ^ Toto' Riina nel carcere dell'Asinara
  63. ^ la Repubblica/cronaca: Mafia, niente più isolamento diurno per Totò Riina
  64. ^ (fonte: Cap. "Le tre facce della medaglia", pag. 121 - Primo sangue, Aldo Pecora, Bur Rizzoli, Milano 2010)
  65. ^ a b Ascoli, Totò Riina ricoverato in ospedale dopo malore - Repubblica.it » Ricerca
  66. ^ http://www.avvenire.it/Multimedia/AudioGallery/audio+rina.htm
  67. ^ http://www.avvenire.it/Cronaca/Stragi+di+mafia+i+vecchi+veleni+di+Riina_200907250655320500000.htm
  68. ^ Totò Riina ricoverato per problemi al cuore - Repubblica.it » Ricerca
  69. ^ SALVO PALAZZOLO su Repubblica.it, Riina ordina dal carcere: il pm Di Matteo deve morire, palermo.repubblica.it.
  70. ^ Giovanna Trinchella, Mafia, il boss Totò Riina ricoverato in ospedale: “Non in pericolo di vita”, il Fatto Quotidiano, 4 marzo 2014. URL consultato il 4 marzo 2014.
  71. ^ Redazione Il Fatto Quotidiano, Riina minaccia Don Ciotti. Il prete: “Lotta alla mafia è atto di fedeltà al Vangelo”, ilfattoquotidiano.it.
  72. ^ ANSA, Tribunale, no a scarcerazione Riina, ansa.it, 19 luglio 2017. URL consultato il 19 luglio 2017.
  73. ^ Attilio Bolzoni, Francesco Viviano, Ciancimino jr, l'ultimo segreto "Patto mafia-Stato, ecco la prova", in La Repubblica, 14 luglio 2009. URL consultato il 16 marzo 2010.
  74. ^ Riina sul delitto Borsellino: "L'hanno ammazzato loro"
  75. ^ Riina: “Con strage Borsellino non c'entro”, spacepress.wordpress.com, 19 luglio 2009. URL consultato il 22 luglio 2012.
  76. ^ Trattativa, la Procura chiede il rinvio a giudizio: processo per Riina, Provenzano e Mancino. Repubblica. Cronaca. 24 luglio 2012.
  77. ^ Francesco La Licata, Toto' Riina per la legge è scapolo Il suo matrimonio non fu mai registrato, in La Stampa, 14 aprile 1993. URL consultato il 6 febbraio 2012.
  78. ^ Libero figlio di Riina Repubblica.it
  79. ^ Riina jr esce dal carcere e torna a Corleone Corriere.it, 02-10-2011
  80. ^ Un pentito: Riina Jr progettava di uccidere l'ex ministro Alfano Corriere.it, 03-10-2011
  81. ^ Il Capo dei capi - Corriere della Sera.it 3/5/2007
  82. ^ «Ecco la vita di Totò Riina: come si diventa criminali» - Il Giornale.it 23/10/2007

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Capo dei capi di Cosa nostra Successore
Seconda guerra di mafia Totò Riina Leoluca Bagarella, Bernardo Provenzano
Predecessore Capo dei Corleonesi Successore
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