Francesco Marino Mannoia

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Francesco Marino Mannoia, conosciuto anche con il soprannome Mozzarella (Palermo, 5 marzo 1951), è un mafioso e collaboratore di giustizia italiano.

Ha fatto parte di Cosa nostra e, successivamente, ha collaborato con la giustizia come pentito.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1975 Mannoia venne affiliato alla Famiglia della zona di Santa Maria di Gesù a Palermo, alle dirette dipendenze di Stefano Bontate, e si occupò prevalentemente della raffinazione dell'eroina partendo dalla morfina base, tecnica che aveva imparato da Antonino Vernengo, zio della moglie Rosa e anche lui "uomo d'onore" della stessa Famiglia (conosciuto infatti con lo pseudonimo de "il chimico" o u dutturi)[1][2]. In quel periodo, infatti, era uno dei pochi in grado di raffinare tale droga e lavorava un po' per tutte le Famiglie palermitane e siciliane, ma in particolare per il suo boss Stefano Bontate.

Durante la seconda guerra di mafia (1981-1983) il suo boss Bontate venne ucciso ma Mannoia si salvò in quanto allo scoppio del conflitto si trovava in carcere, con l'accusa di traffico internazionale di stupefacenti. Evase dal carcere di Castelbuono nel 1983 e si legò ai corleonesi di Totò Riina, di cui divenne il principale raffinatore di droga[3].

Arrestato nel 1984 mentre era in compagnia dell'amante Rita Simoncini (che aveva avuto una figlia da lui)[2], venne raggiunto da un altro mandato di cattura per associazione mafiosa e traffico di stupefacenti a seguito delle accuse dei collaboratori di giustizia Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno e condannato in primo grado a sedici anni di carcere nel maxi-processo di Palermo[4].

La collaborazione con Falcone e le conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Nell'ottobre 1989 Mannoia decise di collaborare con la giustizia: infatti, in seguito alla scomparsa di suo fratello Agostino (vittima della "lupara bianca") e di altri membri dei clan palermitani, capì che i Corleonesi avrebbero ucciso pure lui[5]. Per questi motivi l'amante di Mannoia, Rita Simoncini, contattò a Roma i vertici della Criminalpol, Gianni De Gennaro e Antonio Manganelli, per esprimere l'intenzione del suo uomo di parlare solamente con il giudice Giovanni Falcone, l'unico di cui si fidava[6]. Nel primo interrogatorio a Falcone, Mannoia esordì affermando: "Sono stanco e nauseato di appartenere a Cosa nostra: un'appartenenza che mi ha arrecato un grave turbamento e una profonda crisi di coscienza. Non cerco sconti di pena, ho capito di aver fatto un grave errore e voglio parlare. Certo, non vedo un vero impegno dello Stato contro la mafia ed è per questo, dottor Falcone, che ho deciso di collaborare esclusivamente con lei e con il dottor De Gennaro"[3]. Con le sue dichiarazioni, riempì circa quattrocento pagine di verbali e rivelò i nomi dei responsabili di grossi traffici di eroina e di numerosi delitti avvenuti in quegli anni ma rifiutò di parlare dei legami politici di Cosa Nostra[7] perché, a suo parere, lo Stato non era pronto per rivelazioni di quella portata[3][8][9]. Fu il primo collaboratore di giustizia a provenire dalle fila dei clan vincenti.

Il 23 novembre 1989, quando ancora non era trapelata la notizia della collaborazione, un gruppo di fuoco mafioso guidato da Giuseppe Lucchese massacrò in una strada di Bagheria a colpi di pistola e lupara la madre del collaboratore, Leonarda Costantino, insieme alla sorella Vincenza Marino Mannoia e alla zia Lucia Costantino[10]: si trattò di una vendetta trasversale contro il neo collaboratore di giustizia ma, nonostante il grave lutto, continuò a rendere dichiarazioni a Falcone[5][4][11]. A causa della sua scelta, Mannoia venne anche "ripudiato" dalla moglie Rosa Vernengo (nipote dei boss mafiosi Pietro e Antonino), che chiese il divorzio, e poté così sposare Rita Simoncini, che invece lo seguì e lo supportò in tale percorso collaborativo[2].

Nel gennaio 1990 Mannoia testimoniò per la prima volta in un'aula di tribunale come collaboratore nel giudizio d'appello del Maxiprocesso di Palermo[12]. Nello stesso anno venne trasferito negli Stati Uniti d'America sotto la protezione dell'FBI, testimoniando nel 1991 nel processo "Iron Tower" che si svolse a New York nei confronti del clan Gambino-Inzerillo-Spatola per traffico di stupefacenti, e ritornò diverse volte in Italia per testimoniare nei vari processi[1][13].

Rientrato definitivamente in Italia nel 2011 perché la moglie e i due figli non si sono mai integrati negli Stati Uniti, Mannoia è entrato in collisione con il Servizio centrale di protezione, rivendicando l'importanza delle sue testimonianze e la differenza di trattamento economico rispetto al sistema di protezione statunitense. Ha quindi tentato il suicidio due volte nell'arco di tre mesi[14].

Tra le sue rivelazioni più celebri, meritano sicuramente una citazione quelle relative a Giulio Andreotti, che accusò soltanto nel 1992 quando decise di rompere il silenzio mantenuto con Falcone sui rapporti politici della mafia[8]: riguardo all'importante statista democristiano, Mannoia riferì in particolare che incontrò due volte i capimafia palermitani, tra cui Stefano Bontate a Palermo nel 1979 e nel 1980. Tali dichiarazioni sono state ritenute veritiere dalla sentenza di appello nel processo palermitano a carico di Giulio Andreotti, sentenza che è stata confermata in Cassazione.[15] Rilevante anche la sua dichiarazione secondo cui Cosa Nostra utilizzava la Base NATO di Sigonella per inviare eroina dalla Sicilia agli USA.[16]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b MANNOIA RAGIONIERE TRISTE NEMICO DEI BOSS - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 13 aprile 2021 (archiviato il 14 aprile 2021).
  2. ^ a b c 'MIO MARITO E' UN PENTITO MEGLIO CHIEDERE IL DIVORZIO' - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 13 aprile 2021 (archiviato il 14 aprile 2021).
  3. ^ a b c 'ECCO GLI ORRORI DI PALERMO' - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 13 aprile 2021 (archiviato il 14 aprile 2021).
  4. ^ a b MADRE E DUE SORELLE UCCISE NELL' ULTIMA STRAGE DI MAFIA - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 13 aprile 2021 (archiviato il 14 aprile 2021).
  5. ^ a b UNA STRAGE CHIAMATA PENTIMENTO - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 13 aprile 2021 (archiviato il 13 aprile 2021).
  6. ^ Enrico Deaglio, Raccolto rosso: la mafia, l'Italia e poi venne giù tutto, Feltrinelli Editore, 1993, ISBN 978-88-07-12010-7. URL consultato il 13 aprile 2021 (archiviato il 14 aprile 2021).
  7. ^ GLI AVVOCATI DI PALERMO CONTRO MANNOIA - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 13 aprile 2021 (archiviato il 14 aprile 2021).
  8. ^ a b PARLA IL PENTITO MANNOIA ' ANDREOTTI INCONTRO' I BOSS' - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 13 aprile 2021 (archiviato il 14 aprile 2021).
  9. ^ MAFIA, POLITICA E OMICIDI CHE COSA DISSE MANNOIA - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 13 aprile 2021 (archiviato il 14 aprile 2021).
  10. ^ SAPEVANO TUTTO DELLA COSCA - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 13 aprile 2021 (archiviato il 14 aprile 2021).
  11. ^ MAFIA: LUCCHESE (2)- UCCIDE LE 3 DONNE DI MANNOIA, su www1.adnkronos.com. URL consultato il 13 aprile 2021 (archiviato il 13 aprile 2021).
  12. ^ IL SUPERPENTITO MANNOIA 'NOI SIAMO L'ANTI - STATO' - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 13 aprile 2021 (archiviato il 14 aprile 2021).
  13. ^ E' IL 'BURATTINAIO' DEL GRANDE TRAFFICO DI STUPEFACENTI - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 13 aprile 2021 (archiviato il 14 aprile 2021).
  14. ^ Il dramma del superpentito Marino Mannoiatenta il suicidio: "Lo Stato ci ha abbandonati", su la Repubblica, 27 luglio 2011. URL consultato il 13 aprile 2021 (archiviato il 14 aprile 2021).
  15. ^ Sentenza Corte di Appello di Palermo 2 maggio 2003 Presidente Scaduti, Relatore Fontana.
  16. ^ Dalla Base Nato di Sigonella la mafia spediva droga in USA, su ricerca.repubblica.it. URL consultato il 31 agosto 2012 (archiviato il 2 aprile 2014).
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