Francesco Madonia

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Francesco "Ciccio" Madonia (Palermo, 31 marzo 1924Napoli, 13 marzo 2007) è stato un mafioso italiano, boss della Mafia dell'area San Lorenzo-Pallavicino a Palermo. Nel 1978 entrò a far parte della Commissione.

Madonia divenne l'indiscusso padrino della famiglia di Resuttana. Sostituì Antonino Matranga, ucciso nel 1970, e sostenne fortemente i Corleonesi durante la Seconda guerra di mafia tra il 1981 e il 1983. Nel 1987, durante il Maxiprocesso di Palermo, fu condannato all'ergastolo per omicidio, ma continuò a guidare il clan mafioso dal carcere, anche attraverso i suoi figli Giuseppe (1946, arrestato nel 1992), Antonino (1952, arrestato nel 1989) e Salvatore "Salvino" Madonia (1956, arrestato nel 1991).

Prima di tutto ciò, Ciccio Madonia era stato accusato di legami con la Mafia negli anni '70, venendo confinato nella città di Ispica, in provincia di Ragusa, dove non rivelò mai la sua vera identità, mascherandosi come un uomo tranquillo e senza alcun problema.

Sentenze[modifica | modifica wikitesto]

Ciccio Madonia fu incriminato per vari atti mafiosi, soprattutto per i sanguinosi eventi degli anni '80, come ad esempio gli omicidi di Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana nel 1980; il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo nel 1982; il capo del corpo di Polizia Ninni Cassarà nel 1986; e Libero Grassi, l'imprenditore palermitano ucciso per essersi rifiutato di pagare il cosiddetto "pizzo". Francesco Madonia fu inoltre coinvolto nell'attacco fallito al giudice antimafia Giovanni Falcone a Addaura nel 1989 (che figura nel mandamento Resuttana) e negli assassinii dello stesso giudice e del suo collega Paolo Borsellino nel 1992.[1]

Fu arrestato nel 1987, tuttavia nonostante l'ergastolo inflittogli al maxiprocesso di Palermo, il più importante boss della Commissione dei mafiosi siciliani trascorse diversi mesi non nel Carcere dell'Ucciardone, ma all'Ospedale Civico di Palermo. Il direttore dell'edificio sanitario era Giuseppe Lima, fratello di Salvo Lima, membro del parlamento e sospettato di legami con la Mafia.[2]

Estorsione[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1989, la polizia scoprì del materiale nascosto appartenente a Nino Madonia fra il quale fu ritrovata una lista completa delle estorsioni recapitate a circa 150 imprenditori.[3] La lista includeva i nomi di auto-saloni, boutique, ristoranti e piccole fabbriche le cui estorsioni variano dalle 150.000 lire a 7 milioni di lire. Nessuno di coloro i cui nomi erano riportati nella lista degli estorti aiutò gli investigatori ad individuare l'identità degli estorsori.[4][5]

Vicende famigliari[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2009, la Corte di Cassazione rigettò il ricorso e confermò la condanna di Giuseppe Lombardo, classe 1934, a scontare 24 anni di reclusione per associazione di tipo mafioso, traffico di sostanze stupefacenti e falsificazione e spendita di monete contraffatte. Secondo la sentenza, Lombardo e Giuseppe Madonia erano «pienamente ed organicamente inseriti nella gestione degli affari illeciti del boss»[6].
Maria Stella, sorella del Giuseppe (capomafia CL nisseno[7]) e moglie di Lombardo, è stata condannata col 416 bis ad una pena compresa fra i sette e gli otto anni di carcere[6][7].

Morte[modifica | modifica wikitesto]

Morì il 13 marzo 2007, in un ospedale penitenziario a Napoli dove stava scontando la sua pena secondo le severe clausole riportate nell'articolo 41 bis.[1]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Morto Madonia, boss di Resuttana[collegamento interrotto], La Repubblica, 14 marzo, 2007
  2. ^ Stille, Excellent Cadavers, p. 276
  3. ^ Stille, Excellent Cadavers, p. 346-47
  4. ^ A Bullet For a Businessman, Business Week, November 4, 1991
  5. ^ Paoli, Mafia Brotherhoods, p. 169
  6. ^ a b Clan Madonia marito e moglie in carcere, su ricerca.repubblica.it, 14 Giugno 2009. URL consultato il 10 febbraio 2019 (archiviato il 10 febbraio 2019).
  7. ^ a b Donne a capo dei clan, la mafia si è globalizzata anche nel genere, su piolatorre.it, 17 ottobre 2017. URL consultato il 10 febbraio 2019 (archiviato il 10 febbraio 2019).

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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