Michele Reina

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Michele Reina (Palermo, 15 agosto 1930Palermo, 9 marzo 1979) è stato un politico italiano, ucciso da Cosa nostra.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1961 fu eletto nella lista DC nel primo Consiglio provinciale di Palermo eletto dal popolo. Il 4 dicembre 1961 fu il primo presidente di quella giunta, un bicolore Dc-Psdi[1], e quindi fu capogruppo del suo partito a palazzo Comitini. Nel 1970 fu eletto al consiglio comunale di Palermo e nel 1972 divenne assessore ai tributi nella giunta Marchello. All'interno della DC lasciò intanto la corrente fanfaniana per avvicinarsi a Salvo Lima. Nel 1975 fu confermato a Palazzo delle Aquile.[2]

Fu dal 1976 segretario provinciale di Palermo della Democrazia Cristiana. Era anche consigliere comunale di Palermo, quando venne ucciso la sera del 9 marzo 1979 da killer mafiosi. Fu il primo politico di rilievo ucciso da Cosa Nostra dai lontani tempi di Emanuele Notarbartolo, ex sindaco di Palermo ed ex direttore generale del Banco di Sicilia, nel 1893.

L'omicidio[modifica | modifica wikitesto]

La sera del 9 marzo 1979 Reina salì sulla sua Alfetta 2000 con la moglie Marina Pipitone, di 35 anni, e una coppia di amici, Mario Leto (ex direttore amministrativo della più grande casa vinicola siciliana, la Corvo), 43 anni e amico d'infanzia, e la moglie, quando all'improvviso da una Fiat Ritmo grigia che affianca l'Alfetta di Reina scesero due giovani a volto scoperto che spararono con una calibro 38 a distanza uccidendo Reina sul colpo, colpendolo al collo, alla testa e al torace. Mario Leto, ferito a una gamba, estrae la pistola che portava con sé per poi lanciarsi in strada sparando contro i sicari.

L'omicidio venne subito rivendicato dall'organizzazione terroristica Prima Linea e il giorno dopo dalle Brigate Rosse. La pista terroristica apparve però agli investigatori inverosimile e ritenuta con più probabilità una mossa della mafia per sviare le indagini[3].

Lo Stato ha onorato il sacrificio di Reina come vittima di mafia, con il riconoscimento concesso a favore dei suoi familiari, costituitisi parte civile nel processo, dal Comitato di solidarietà per le vittime dei reati di tipo mafioso di cui alla legge n. 512/99.

Le indagini e le dichiarazioni dei "pentiti"[modifica | modifica wikitesto]

Le investigazioni proseguirono per lungo tempo, ma non portarono a grosse novità, fino a quando il 16 luglio 1984, davanti al giudice Giovanni Falcone e al dirigente della Criminalpol Gianni De Gennaro, Tommaso Buscetta dichiarò che «anche l'onorevole Reina è stato ucciso su mandato di (Salvatore) Riina», aggiungendo che «le vicende sono molto complesse e che diversi sono i responsabili di tali assassinii» con riferimento anche all'omicidio del Presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella[4]; nel successivo interrogatorio del 25 luglio, Buscetta affermò che si trattava sicuramente di un delitto ordinato dalla "Commissione" o "Cupola" di Cosa Nostra, di cui però non vennero informati Stefano Bontate, Salvatore Inzerillo e Rosario Riccobono, acerrimi nemici dei Corleonesi[3].

L'inchiesta sul delitto Reina doveva confluire nel procedimento penale "Abbate Giovanni + 706" (il cosiddetto "maxiprocesso di Palermo" derivato dalle dichiarazioni di Buscetta) ma venne stralciata per consentire un approfondimento istruttorio[5].

Nel luglio 1989 Marina Pipitone (vedova di Reina e testimone oculare dell'omicidio) si presentò dal giudice Falcone, affermando di riscontrare una fortissima somiglianza tra l'assassino di suo marito e la fotografia del terrorista nero Valerio Fioravanti pubblicata sui giornali; successivamente, nel corso di un confronto dal vivo, la Pipitone dichiarò: «Riconosco Fioravanti come killer al novanta per cento»[6][3]. Fioravanti venne tuttavia prosciolto da ogni accusa perché nei giorni del delitto si trovava a Roma per compiere una rapina[3].

Ulteriori dichiarazioni vennero fatte poi da Francesco Marino Mannoia nel corso dell'interrogatorio del 19 gennaio 1990 sempre dinanzi al giudice Falcone: «Essendo il Reina politicamente molto vicino all'on. Mattarella, la causale del suo omicidio non può che essere la stessa, trattandosi in ogni caso di indubbio omicidio di matrice mafiosa, connesso all'attività politica del Reina», aggiungendo che si trattava di un omicidio «con indubbie caratteristiche politiche» e che quindi non intendeva parlare dei rapporti politici di Cosa Nostra perché, a suo parere, lo Stato non era pronto per rivelazioni di quella portata[3].

Il processo sui "delitti politici"[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1990 le indagini sui "delitti politici" siciliani (oltre a quello di Reina, gli omicidi del Presidente della Regione Piersanti Mattarella, di Pio La Torre e del suo autista Rosario Di Salvo), fino ad allora separate, vennero unificate in un'unica istruttoria che venne affidata al giudice istruttore Gioacchino Natoli, con la motivazione che i tre omicidi erano da inquadrare in un'unica strategia mafiosa della "Cupola"[7]: la conclusione delle indagini portò la Procura di Palermo a quella corposa requisitoria di 1.690 pagine[3] che, depositata il 9 marzo 1991, costituì l'ultimo atto investigativo di Giovanni Falcone, il quale la firmò nonostante non fosse totalmente convinto poiché, a suo parere, l'inchiesta non scavò in profondità le reali motivazioni dei delitti[8].

Nel giugno 1991 il giudice Natoli rinviò a giudizio per il delitto Reina i membri della "Cupola" di Cosa Nostra (Michele Greco, Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Rosario Riccobono, Giuseppe Greco detto "Scarpuzzedda", Bernardo Brusca, Francesco Madonia, Antonino Geraci) sulla base del cosiddetto "teorema Buscetta" (secondo cui gli omicidi di un certo rilievo non potevano avvenire senza l'assenso del vertice mafioso)[9].

Il processo di primo grado per i "delitti politici" Mattarella-Reina-La Torre si aprì il 12 aprile 1992 nell'Aula bunker del carcere dell'Ucciardone, di fronte alla I Sezione Penale del Tribunale di Palermo, presieduta dal dott. Gioacchino Agnello con giudice a latere la dott.ssa Silvana Saguto[10]; la vedova, Marina Pipitone, rifiutò di costituirsi parte civile nel processo in segno di protesta nei confronti dell'inchiesta ritenuta troppo riduttiva[11]. Il dibattimento si concluse nell'aprile 1995 con la condanna all'ergastolo dei membri della "Cupola" di Cosa Nostra come mandanti dell'omicidio Reina: i boss Salvatore Riina, Michele Greco, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Francesco Madonia e Nenè Geraci[12].

Nelle motivazioni della sentenza, i giudici ritennero non provato un movente “politico” dell’omicidio (ossia legato alle posizioni di apertura ad una collaborazione con il PCI portate avanti dal Reina) ma piuttosto ricollegarono il delitto al fatto che l'uomo politico si era messo contro ad una cordata di imprenditori edili legati a Vito Ciancimino (e quindi ai Corleonesi), come affermato dal collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo[13][12]. La sentenza venne poi confermata in Appello e in Cassazione, divenendo definitiva[14].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Città metropolitana di Palermo
  2. ^ Bruno De Stefano, I grandi delitti che hanno cambiato la storia d'Italia, Newton Compton, 2019
  3. ^ a b c d e f Sostituti procuratori: Giusto Sciacchitano, Guido Lo Forte, Giuseppe Pignatone, Roberto Scarpinato Procuratori della Repubblica aggiunti: Elio Spallitta e Giovanni Facone Procuratore della Repubblica: Pietro Giammanco, Procedimento penale contro Greco Michele e altri - Requisitoria - Procura della Repubblica di Palermo - (N. 3162/89 A P.M.). (PDF), su archiviopiolatorre.camera.it, Archivio Pio La Torre, 9 marzo 1991. URL consultato il 9 novembre 2014 (archiviato l'11 maggio 2018).
  4. ^ E LEGGIO SPACCO' IN DUE COSA NOSTRA - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 12 giugno 2021.
  5. ^ COSI' LO STATO ABBANDONO' DALLA CHIESA - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 12 giugno 2021.
  6. ^ FIORAVANTI KILLER ANCHE DI REINA? - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 20 giugno 2021.
  7. ^ ' MATTARELLA, REINA, LA TORRE UN'UNICA REGIA ASSASSINA' - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato l'11 giugno 2021.
  8. ^ FALCONE: ' SE RESTO, DIVENTO IL LORO ALIBI' - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 10 giugno 2021.
  9. ^ OMICIDI MATTARELLA, LA TORRE, REINA A GIUDIZIO LA CUPOLA E I KILLER 'N - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 12 giugno 2021.
  10. ^ PER I DELITTI ECCELLENTI ALLA SBARRA BOSS E NERI - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato l'11 giugno 2021.
  11. ^ PALERMO, DELITTI POLITICI PROCESSO A GABBIE VUOTE - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 21 giugno 2021.
  12. ^ a b DELITTI POLITICI, FU SOLO COSA NOSTRA - Repubblica.it, su ricerca.repubblica.it. URL consultato il 27 febbraio 2013 (archiviato il 28 maggio 2017).
  13. ^ ' REINA VOLEVA METTERE LE MANI SULL' EDILIZIA' - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 20 giugno 2021.
  14. ^ Mattarella, tante piste ma restano i misteri - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato l'11 giugno 2021.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • R. Saladino, A.M. Corradini (a cura di), Michele Reina (1930-1979), XIII Presidente della Provincia di Palermo dal 1962 al 1964, introduzione di Giovanni Avanti, con gli auspici della Provincia Regionale di Palermo, Officine Tipografiche Aiello & Provenzano, Bagheria (PA), 2009.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]