Emanuele Piazza

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Emanuele Piazza (Palermo, 1960Capaci, 16 marzo 1990) è stato un agente segreto italiano.

È stato assassinato nel 1990 in circostanze mai del tutto chiarite, probabilmente ad opera di cosa nostra, il corpo non venne mai ritrovato. Del suo caso si occupò anche la trasmissione televisiva italiana Chi l'ha visto?, nella stagione 1989-1990.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Iniziò la sua carriera nella Polizia di Stato, prestando il servizio militare di leva in Italia come agente ausiliario.

Successivamente, dimessosi per trasferirsi nella sua città natale, operò come agente dei servizi segreti italiani nel SISDE, occupandosi della ricerca di soggetti latitanti. Durante il suo ultimo incarico lavorò anche come autista e guardia del corpo per alcuni politici. Emanuele Piazza scompare dalla sua abitazione di Sferracavallo, a Palermo, il 16 marzo 1990, e successivamente ucciso.

Le ipotesi sul delitto[modifica | modifica wikitesto]

Il giorno seguente la sua sparizione avrebbe dovuto partecipare alla festa di compleanno del padre Giustino, ma non si presenta. Preoccupati, il padre e il fratello si recano a cercarlo in casa e verificano la sua assenza, ma notano che in cucina c'è un tegame con della pasta cotta e non più servita, mentre sul ripiano vi è una scatola di cibo destinata al cane che Emanuele possiede, ma la scatola è stranamente lasciata aperta; l'animale, inoltre, si mostra affamato. Tutti segni che indicano che il ragazzo è, forse, uscito all'improvviso, ma non è più tornato. Giustino Piazza, noto avvocato, decide allora di denunciarne la scomparsa.

Nonostante le sollecitazioni del padre, da quel momento amici e referenti di Emanuele Piazza alzano un muro di silenzio sui loro rapporti, arrivando persino a negare che lavorasse per il Sisde, sin quando Giovanni Falcone si interessa al caso e ottiene conferma dal direttore del servizio, Riccardo Malpica, che Piazza avesse qualifica di agente in prova: era il 22 settembre del 1990, ben sei mesi dopo la sua scomparsa, parallelamente al caso della scomparsa dell'agente Antonino Agostino, ma nel frattempo i genitori dei due agenti cercheranno invano la verità.

Per Emanuele Piazza, la ricostruzione dei fatti avvenne grazie alle rivelazioni di due collaboratori di giustizia, tra cui il suo stesso assassino, Francesco Onorato: quel 16 marzo Emanuele viene attirato fuori dalla sua abitazione da Onorato, ex pugile e suo vecchio compagno di palestra, con la scusa di cambiare un assegno in un magazzino di mobili di Capaci (a pochi minuti di distanza da Sferracavallo). Onorato condusse Piazza in uno scantinato, e l'agente venne strangolato. In seguito il suo cadavere venne sciolto nell'acido in un casolare della campagna di Capaci, a poche centinaia di metri dal luogo dove nel 1992 troverà la morte lo stesso giudice Falcone.

Probabilmente, Biondino era al corrente di chi fosse Emanuele Piazza e soprattutto che avesse il compito stabilito coi servizi segreti, peraltro altamente riservato, di cercare latitanti. L'ordine dell'omicidio sarebbe stato impartito dunque perché Piazza era diventato troppo scomodo. Nel frattempo, il padre di Emanuele Piazza ha dichiarato a "Chi l'ha visto?" di voler richiedere un indennizzo allo Stato, e di volere investire gli eventuali fondi per fondare un'associazione intestata al figlio finalizzata a nuove attività sociali nel quartiere San Filippo Neri di Palermo.[senza fonte]

Omicidio di Giuseppe Genova[modifica | modifica wikitesto]

Il 30 marzo pochi giorni dopo la scomparsa di Emanuele, anche un vigile del fuoco di nome Giuseppe Genova, amico dell'agente scomparve misteriosamente. Nel 1998 in seguito alle dichiarazioni del pentito Enzo Salvatore Brusca si scoprì che Genova fu ucciso da Salvatore Madonia perché sospettato di essere un "informatore" della polizia; i suoi resti vennero poi ritrovati sempre grazie alle rivelazioni del pentito che all'epoca dei fatti si era occupato di occultarne il cadavere[senza fonte].

Le dichiarazioni dei pentiti di mafia[modifica | modifica wikitesto]

Stando alle notizie raccolte da Falcone, Emanuele Piazza avrebbe collaborato ufficialmente coi servizi dal 13 novembre 1989 al 13 febbraio 1990 per la cattura dei latitanti. Le sue soffiate avevano prodotto un paio di arresti ed il reperimento di una base d'appoggio per killer mafiosi e gli sarebbe anche stata consegnata una lista di latitanti da cercare stilata su carta intestata del ministero dell'Interno, tra cui spiccava anche Salvatore Riina.

Secondo il collaboratore Onorato, in una di queste occasioni, Piazza venne notato da Salvatore Biondino, della famiglia mafiosa di San Lorenzo e braccio destro di Totò Riina (con cui verrà catturato), mentre scambiava amichevolmente quattro chiacchiere con lui. Poco dopo, Biondino rimproverò Onorato dicendogli: “Che fai, ti abbracci con gli sbirri?”[1].

Nel 2009 il collaboratore di giustizia Vito Lo Forte dichiarò che Emanuele Piazza ed Antonino Agostino riuscirono ad impedire che l'attentato dell'Addaura contro il giudice Giovanni Falcone si compisse, fingendosi sommozzatori e rendendo inoffensivo l'ordigno nelle ore notturne antecedenti al ritrovamento[2]. Tuttavia nel 2011 il pool di periti nominati dal gip di Caltanissetta Lirio Conti ha stabilito che il Dna delle cellule epiteliali, estratte dalla muta subacquea e dal borsone ritrovati sul luogo del fallito attentato, non erano compatibili con quelle di Agostino e Piazza, smentendo così le dichiarazioni di Lo Forte[3][4].

Note[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]