Giovanni Gioia

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Giovanni Gioia
Giovanni Gioia III legislatura.jpg

Ministro delle poste e delle telecomunicazioni
Durata mandato 26 giugno 1972 –
5 luglio 1973
Presidente Governo Andreotti II
Predecessore Giacinto Bosco
Successore Giuseppe Togni

Ministro per i rapporti con il Parlamento
Durata mandato 6 luglio 1973 –
22 novembre 1974
Presidente Governo Rumor IV, Governo Rumor V
Predecessore Giorgio Bergamasco
Successore Adolfo Sarti

Ministro della marina mercantile
Durata mandato 23 novembre 1974 –
28 luglio 1976
Presidente Governo Moro IV, Governo Moro V
Predecessore Dionigi Coppo
Successore Attilio Ruffini

Deputato della Repubblica Italiana
Legislature III, IV, V, VI, VII, VIII
Gruppo
parlamentare
Democratico Cristiano
Collegio Palermo
Incarichi parlamentari
  • Componente della 5ª Commissione (Bilancio e Partecipazioni Statali) dal 12 giugno 1958 al 15 maggio 1963, dal 1º luglio 1963 al 1º gennaio 1966, dal 10 luglio 1968 al 24 maggio 1972, dal 5 luglio 1976 al 19 giugno 1979 e dall'11 luglio 1979 al 27 novembre 1981
  • Componente della 7ª Commissione (Difesa) dal 12 giugno 1958 al 30 giugno 1961
  • Componente della Commissione Speciale per l'esame del Disegno di Legge N.142 "Autorizzazione all'Esercizio Provvisorio del Bilancio 1963-1964" dal 26 giugno 1963 al 4 giugno 1968
  • Sottosegretario di Stato alle Finanze dal 26 febbraio 1966 al 24 giugno 1968 e dal 26 giugno 1968 al 12 dicembre 1968
  • Componente della Commissione (Difesa) dal 25 maggio 1972 al 4 luglio 1976
  • Ministro delle Poste e Telecomunicazioni dal 26 giugno 1972 al 7 luglio 1973
  • Ministro senza portafoglio del Consiglio dei ministri (con Delega per i Rapporti tra Governo e Parlamento) dal 14 marzo 1974 al 23 novembre 1974
  • Ministro della Marina Mercantile dal 23 novembre 1974 al 12 febbraio 1976 e dal 12 febbraio 1976 al 29 luglio 1976
Sito istituzionale

Dati generali
Partito politico Democrazia Cristiana
Titolo di studio Laurea in giurisprudenza
Professione Avvocato

Giovanni Gioia (Palermo, 16 gennaio 192527 novembre 1981) è stato un politico italiano, democristiano, più volte deputato e ministro.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]


Rampollo dell'establishment palermitano di fine ottocento, nipote dell'industriale Filippo Pecoraino e con rapporti di parentela con gli armatori Tagliavia. Questi ultimi ebbero, come affittuari dei fondi Tagliavia, i Greco di Ciaculli.[1][2]

Inizi[modifica | modifica wikitesto]

Il IX Congresso della Democrazia cristiana tenutosi a Roma nel settembre 1964 segnò una svolta radicale nella vita interna del partito: fu in quella occasione che quattro mozioni - in rappresentanza di altrettante «correnti» di ispirazione ideologica ben definita - si confrontarono nel tentativo di tracciare una linea politica e di governo unitaria e valutare la breve esperienza del primo governo di centro-sinistra. La mozione della corrente di «Nuove cronache» - destinata a uscire sconfitta a causa del ripensamento di Amintore Fanfani, suo leader, circa la formula governativa dorotea, in nome di un rigido integralismo dossettiano - era firmata tra gli altri da un giovane ed attivo dirigente siciliano: Giovanni Gioia. La rapida ascesa di Gioia ai vertici del partito era iniziata in Sicilia negli anni Cinquanta; in quel periodo la DC aveva conquistato una forte egemonia politica nell'isola, mediante una politica di aperto sostegno alla imprenditoria locale impegnata ad importare il «miracolo economico» in una tra le regioni più povere del paese. I vasti progetti di trasformazione delle città, l'avvio di una politica di sostegno statale all'economia e soprattutto la frenetica e disorganica espansione edilizia di Palermo ed altri centri furono il terreno sul quale si consolidò il potere di una nuova classe dirigente di «giovani» - quella dei Lima, dei Ciancimino, di Nicolett e Di Fresco - della quale Gioia fu per molto tempo leader indiscusso.

Laureatosi in Giurisprudenza ed avvocato a Palermo, Gioia ricoprì subito incarichi di prestigio divenendo nel 1953 a soli ventotto anni segretario provinciale DC di Palermo, carica che mantenne sino al 1958. In quell'anno, dopo essere stato eletto consigliere nazionale del partito (1956) e divenuto capo della segreteria politica della direzione centrale (1956-1959), fu eletto deputato ed entrò a far parte della commissione Bilancio e Partecipazioni statali. Era il periodo in cui la Democrazia, cristiana tentava di esprimere in campo economico una terza via fra capitalismo e socialismo indicata da Fanfani nel 1962 quando prendendo atto degli squilibri economici del Paese, avviò una politica di programmazione economica. Gioia fu attento interprete di tale impostazione, ma non ne intuì le prospettive di ampio respiro, e rimase legato anche nelle successive legislature - fu infatti rieletto deputato nel 1963 e nel 1968 - ad una pratica politica eminentemente regionalistica.

Nel 1969 presentò due proposte di legge volte entrambe al miglioramento delle infrastrutture stradali e portuali palermitane, e nel corso del 1971 intervenne attivamente nei dibattiti presso la V Commissione (Bilancio), di cui fece sempre parte, soltanto in occasione della discussione sul disegno di legge per il finanziamento della Cassa per il Mezzogiorno, del quale sollecitò una rapida approvazione. Cresceva intanto il suo potere nel partito la sua stretta collaborazione con Fanfani gli fruttò prima l'incarico di sottosegretario di Stato per le Finanze durante il terzo governo Moro (febbraio 1966-giugno 1968), poi la carica di vicesegretario nazionale della DC (dal gennaio all'ottobre del 1969). In Sicilia, tuttavia, i dissidi che avevano infranto l'unità del gruppo dirigente palermitano - clamorosa fu la sua rottura con Salvo Lima durante la campagna elettorale del 1968 - segnarono una prima battuta d'arresto di Gioia nella lotta per l'egemonia politica nell'isola.

Con l'avvio della VI legislatura iniziò per Gioia un periodo di intensa attività politica, che lo condusse ad assumere dirette responsabilità governative: nominato ministro delle Poste e telecomunicazioni nel secondo governo «centrista» guidato da Andreotti (1972-1973), sostenne una vivace polemica con i repubblicani che contestarono aspramente il suo tentativo di introdurre la TV a colori, definito antieconomico. Ministro per i Rapporti tra governo e Parlamento durante la nuova esperienza quadripartita del IV e V governo Rumor (1973-1974), si trovò. a dover gestire una situazione infuocata dal referendum del 1974, dalla nuova ondata di attentati terroristici (le stragi di Piazza della Loggia a Brescia e del treno «Italicus») e dalla spaccatura sempre più netta ai vertici della DC, nella quale il dinamismo politico dei morotei prendeva il sopravvento sull'integralismo dei fanfaniani. Considerato un possibile mediatore degli attriti fra le due correnti. Gioia entrò a far parte anche dei successivi governi Moro, come ministro della Marina mercantile.

Durante tutto il periodo in cui fu titolare del ministero, Gioia profuse il suo impegno per una nuova politica marinara tendente a fare del commercio marittimo il settore trainante della economia italiana: un aumento della capacità competitiva del nostro sistema portuale, il potenziamento della flotta pubblica e privata e la capacità competitiva dei nostri cantieri dovevano essere, secondo Gioia, i punti cardine di tale politica. Ma la realizzazione di questo progetto - legato ad una visione dello sviluppo economico fondata sulla programmazione - fu bruscamente interrotta dalla necessità di contenere l'aumento inarrestabile dell'inflazione che costrinse Moro ad abbandonare la politica degli investimenti. La credibilità politica del ministro fu inoltre inficiata dalla denuncia di gravi irregolarità nell'acquisto di navi traghetto giapponesi da parte della compagnia pubblica di navigazione «Adriatica». Gioia fu accusato di peculato e truffa ai danni dello Stato ma, la Commissione inquirente per i procedimenti d'accusa nei confronti dei ministri, decise l'archiviazione delle imputazioni ritenendole infondate; più tardi gli altri imputati laici furono assolti dal Tribunale di Messina.

La fine dell'esperienza ministeriale nel 1976 - che seguì di un anno la fine della leadership di Fanfani, sostituito alla segreteria DC da Zaccagnini - segnò anche l'inizio di un precoce declino politico di Giovanni Gioia. A ciò contribuirono notevolmente le accuse rivoltegli di avere amicizie con personaggi della mafia siciliana ed anzi di essere legato ad essa, accusa peraltro non provata nei numerosi processi per diffamazione che ne seguirono. Rieletto deputato nel 1976 e nel 1979 e riconfermato membro della commissione Bilancio, Gioia si avviava a trovare una nuova collocazione in una DC che tentava di recuperare una linea politica unitaria dopo la tragica fine di Moro e la lunga stagione degli scandali: il 14 novembre del 1981 Gioia presiedette ancora una volta il Congresso provinciale del partito nella «sua» Palermo. Alcuni giorni dopo moriva in una clinica milanese. A. Perri. Il Parlamento Italiano 1861-1988.

Per il suo irriducibile e coerente anticomunismo fu sottoposto, per ritorsione politica, ad una intensa campagna diffamatoria orchestrata da ambienti di una certa sinistra antidemocratica.

Gioia fu uno dei più influenti membri della corrente politica di Amintore Fanfani all'interno della Democrazia Cristiana negli anni cinquanta e sessanta. Nel 1954 Gioia venne nominato segretario provinciale della Democrazia Cristiana di Palermo ed inoltre capo dell'Ufficio Organizzazione del partito, che vigilava sulle tessere d'iscrizione: Gioia inaugurerà la cosiddetta "strategia delle tessere", che consistette nella distribuzione di tessere a parenti, amici e persino ai defunti, arrivando ad aprire 59 sezioni democristiane solo a Palermo[3][4]. Intorno agli anni 1954-1957 la rottura del blocco agrario permise a Gioia di trasferire verso la Democrazia Cristiana esponenti liberali e monarchici (spesso compromessi con la mafia).

I due principali luogotenenti di Gioia, Salvo Lima e Vito Ciancimino, riuscirono ad arrivare ai vertici dell'amministrazione comunale di Palermo: durante il periodo della giunta comunale del sindaco Lima e dell'assessore ai lavori pubblici Ciancimino (1958-1964), delle 4.000 licenze edilizie rilasciate, 1600 figurarono intestate a tre prestanome, che non avevano nulla a che fare con l'edilizia, inaugurando la stagione del cosiddetto «sacco di Palermo»[5]. Durante questo periodo, il costruttore Francesco Vassallo (genero di Giuseppe Messina, capomafia della borgata Tommaso Natale, e uno dei protagonisti del «sacco di Palermo») riuscì ad ottenere numerosi prestiti di comodo rilasciati senza garanzia dalla Cassa di Risparmio, presieduta da Gaspare Cusenza, suocero di Gioia[6]; in base ai loro rapporti, le famiglie di Gioia e Cusenza andarono ad abitare nei numerosi appartamenti edificati da Vassallo[7].

Carriera politica a livello nazionale[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1958 Gioia venne eletto alla Camera dei deputati nella III Legislatura, venendo rieletto per altre cinque legislature[8]

Nel 1966 Gioia fu nominato sottosegretario alle Finanze col ministro Luigi Preti nel terzo Governo Moro e col ministro Mario Ferrari Aggradi nel secondo governo Leone, in carica dal 24 giugno 1968 al 12 dicembre 1968. Giovanni Gioia fu vicesegretario politico della DC nazionale dal 22 gennaio 1969 al 22 novembre 1969. Qualche giorno prima Flaminio Piccoli era succeduto a Mariano Rumor quale segretario del partito.[9]

Il caso Pasquale Almerico e la Commissione Parlamentare Antimafia[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1957 Pasquale Almerico, segretario della sezione democristiana di Camporeale, negò la tessera d'iscrizione a Vanni Sacco, capo della cosca mafiosa locale che fino ad allora aveva militato nel Partito Liberale Italiano. Almerico decise di informare con un memoriale il segretario della DC siciliana, Nino Gullotti, ma anche Gioia, nel suo ruolo di segretario provinciale della DC e di capo dell'Ufficio Organizzazione, ma non ottenne alcuna risposta: il 25 marzo 1957 Almerico venne barbaramente assassinato a Camporeale[10]. Gioia replicò alle accuse di aver abbandonato Almerico al suo destino di morte violenta, accogliendo tra le file della DC il mafioso di Camporeale, dicendo che "Il partito ha bisogno di gente con cui coalizzarsi, ha bisogno di uomini nuovi, non si possono ostacolare certi tentativi di compromesso"[11].

Nel 1958 il quotidiano palermitano L'Ora dedicò una puntata della sua straordinaria inchiesta sulla mafia al caso di Pasquale Almerico, denunciando le responsabilità di Gioia e dei vertici della DC locale per la sua uccisione, e immediatamente giunsero al giornale le prime querele del segretario democristiano[12]. In seguito la querela venne ritirata dopo la pubblicazione di una smentita concordata tra il querelante e i giornalisti interessati[13].

Nei primi anni settanta l'onorevole Gioia sarà indagato dalla Commissione Parlamentare Antimafia per i suoi legami con il costruttore Vassallo e con esponenti mafiosi[7][14]. Infine nel 1976 la relazione di minoranza della Commissione Parlamentare Antimafia, redatta anche dai deputati Pio La Torre e Cesare Terranova, accusò duramente l'onorevole Gioia e i suoi luogotenenti Vito Ciancimino e Salvo Lima (nel frattempo passato alla corrente andreottiana) di avere rapporti con la mafia; infatti nella relazione, facendo riferimento al caso di Almerico, si leggeva: «L'onorevole Gioia non batté ciglio e proseguì imperterrito nell'opera di assorbimento delle cosche mafiose nella DC»[15].

Il Caso dell'ISAB di Melilli[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Polo petrolchimico siracusano.

Riguardo all'insediamento della ISAB a Melilli, il nome di Giovanni Gioia (vi furono implicati politici di quasi tutti i colori), risultò inserito in un significativo elenco delle "bustarelle distribuite" come affermato in vari articoli di quotidiani, tra gli altri, il Lavoro di Genova e l'Unità. In riferimento a Gioia i giornali parlarono di sessantacinque milioni di tangente. L'elenco «spese extra non documentabili», relative alla Raffineria ISAB di Melilli, fu trovato dalla Guardia di Finanza di Genova nella casa di Giampiero Mondini, cognato del petroliere Riccardo Garrone e amministratore delegato della Garrone Petroli SpA.

La società Isab di proprietà di Riccardo Garrone, della Fiat e degli armatori genovesi Filippo, Sebastiano e Alberto Cameli, il 12 febbraio 1971 chiese alla Regione siciliana il permesso di costruire in provincia di Siracusa una raffineria petrolifera. Inizia così lo Scandalo dei petroli[16] e dei "miracolosi" 100 giorni della burocrazia siracusana che, dalla data della richiesta di permesso presentata dal petroliere genovese Riccardo Garrone, proprietario dell'Isab, insieme alla Fiat e agli armatori, anch'essi genovesi Filippo, Sebastiano e Alberto Cameli, furono necessari per ottenere tutti i nullaosta per la costruzione della raffineria. In meno di 100 giorni ottenne tutti i nullaosta necessari:

  • Consorzio provinciale di Siracusa (1º marzo),
  • Sindaco di Melilli (22 marzo),
  • Vigili del fuoco (24 marzo),
  • Commissione per le sostanze esplosive (8 aprile),
  • Ministero della Marina mercantile e ministero delle Finanze (7 maggio),
  • Stato maggiore della Difesa (8 maggio),
  • Assessorato allo sviluppo economico (12 maggio),
  • Ferrovie dello Stato (15 maggio).

Il miracolo delle "carte firmate" si manifestò nella sua interezza, il 17 maggio 1971, quando l'assessore all'Industria e al Commercio della Regione siciliana firmò il decreto liberatorio.[17]

Altre querele[modifica | modifica wikitesto]

Dopo le querele alla fine degli anni cinquanta al quotidiano L'Ora, il 2 novembre 1973 Giovanni Gioia, allora ministro dei rapporti con il parlamento, presentò una querela per diffamazione al regista Fernando Di Leo per il film Il boss: in una scena del film si nominava il suo nome, insieme a quelli di Tommaso Buscetta e Salvo Lima. Quando il film fu sequestrato ritirò la denuncia. Anche il giornalista, scrittore e grande esperto di mafia Michele Pantaleone fu denunciato per diffamazione a mezzo stampa su querela da Giovanni Gioia ma fu assolto[senza fonte].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Andreotti, la mafia, la storia d'Italia Di Salvatore Lupo, Ilvo Diamanti Donzelli Editore 1996 ISBN 88-7989-255-X pag 58
  2. ^ Città Nuove Corleone
  3. ^ Il Viandante - Sicilia 1954
  4. ^ Cosa Nostra, il cemento, l'eroina e il caso Mattei: 1950 – 1963
  5. ^ La mafia urbana - Documenti della Commissione Parlamentare Antimafia VI LEGISLATURA (PDF).
  6. ^ aggiungi titolo pagina
  7. ^ a b Relazione sugli atti del procedimento concernente il deputato Giovanni Gioia nella sua qualità di Ministro della marina mercantile - Documenti della Commissione Parlamentare sui procedimenti di accusa VIII LEGISLATURA (PDF).
  8. ^ Incarichi politici di Giovanni Gioia
  9. ^ Archivi DC
  10. ^ cittanuove-corleone.it
  11. ^ Storia della mafia: dalle origini ai giorni nostri di Salvatore Lupo Donzelli Editore ISBN 88-7989-903-1 pag 233
  12. ^ http://www.accadeinitalia.it/index2.php?option=com_content&do_pdf=1&id=26
  13. ^ Il Viandante - Sicilia 1957
  14. ^ la discesa comincio' con i pentiti - archiviostorico.corriere.it
  15. ^ Relazione di minoranza della Commissione Parlamentare Antimafia VI LEGISLATURA (PDF).
  16. ^ Mario Almerighi, Petrolio e politica - Editori Riuniti
  17. ^ Articolo tratto dal settimanale PANORAMA, Di nuovo il petrolio di Andrea Barbieri del 9 marzo 1976

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]