Eugenio Cefis

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« Non me l'aspettavo, credevo che lei avrebbe fatto il colpo di Stato. »

(Enrico Cuccia a Eugenio Cefis quando gli annuncia le proprie dimissioni dalla presidenza della Montedison[1])

Eugenio Cefis (Cividale del Friuli, 21 luglio 1921Lugano, 28 maggio 2004) è stato un dirigente d'azienda e imprenditore italiano.

Fu consigliere dell'AGIP, presidente dell'ENI dal 1967 al 1971, succeduto a Enrico Mattei, e presidente della Montedison dal 1971 al 1977.[2] Nel 1963 venne insignito dell'onorificenza di Cavaliere di Gran Croce, massimo riconoscimento della Repubblica Italiana.[3] Il Governatore della Banca d'Italia Guido Carli lo definì esponente della cosiddetta borghesia di Stato; per i giornalisti Eugenio Scalfari e Giuseppe Turani (che scrissero un libro su di lui) era una personalità della razza padrona dell'epoca.[4][5]

Per il suo ruolo nella loggia massonica P2 e i forti sospetti avanzati da Mauro de Mauro e Pier Paolo Pasolini su un suo coinvolgimento nell'attentato a Enrico Mattei, è una delle figure più controverse del mondo imprenditoriale italiano.[6][7][8]

Carriera[modifica | modifica wikitesto]

Figlio di un importante costruttore friulano, proviene da una famiglia benestante (la quale possiede tra l'altro una tenuta in Africa).[9] All'età di quindici anni si iscrisse all'Accademia Militare di Modena. Proveniente dalla carriera militare, aderisce alla Resistenza nell'area cattolica e fu vice comandante della Divisione Valtoce con il soprannome Alberto.[10] che operava nell'Ossola (dove Cefis fu tra i fondatori della Repubblica dell'Ossola) e nel Mottarone.[11] In quegli anni conobbe Enrico Mattei, che affiancò nell'attività di ristrutturazione dell'AGIP e, in seguito, nella fondazione dell'ENI. Negli anni successivi Cefis si allontana dall'azienda italiana (non si sa se volontariamente o meno) in contrasto con la linea aziendale seguita dal Presidente dell'ENI di forte scontro con i grandi conglomerati petroliferi dell'epoca e troppo filo-araba.[9][12] Dopo l'oscura morte del Mattei, occorsa in un incidente aereo, venne richiamato e dal 1963 al 1967 divenne vicepresidente esecutivo con pieni poteri, mentre presidente fu il professor Marcello Boldrini, persona che aveva contribuito alla nascita dell'ente e influenzato la formazione di Mattei,[12] e direttore generale Raffaele Girotti.[9] A partire dal 1967 fino alle sue dimissioni del 1971 sarà invece Presidente dell'ENI. Per tutti gli anni sessanta in sostanza sarà Cefis a guidare l'ente: la sua presenza e quella di Boldrini servirono a evitare la colonizzazione e il declino dell'ente.[12] La linea di Cefis fu però di discontinutià rispetto alla politica aggressiva del suo predecessore, un cambio d'azione dettato dalla situazione interna al gruppo e anche dalle forze politiche ed economiche all'esterno logorate dal "matteismo".[12]

Cefis però avrebbe avuto un ruolo nella morte di Enrico Mattei: Italo Mattei, fratello di Enrico, interrogato dal giudice Mario Fratantonio durante l'inchiesta sul caso De Mauro, nel novembre 1971, riportò ai giudici l'opinione dell'allora Ministro di grazia e giustizia, il repubblicano Oronzo Reale, a Rosangela Mattei, nipote dell'ex Presidente dell'ENI, secondo cui Mattei fu ucciso su mandato di Fanfani, Cefis e Raffaele Girotti perché stava per siglare un importante contratto riguardante lo sfruttamento del petrolio argentino a favore dell'Italia.[13][14] Cefis non fu mai incriminato ufficialmente. Nel libro di un certo Giorgio Steimetz (alias Corrado Ragozzino)[15][16] viene descritto come un nemico che tramava nell'ombra per ottenere la presidenza dell'ENI e neutralizzare la politica fortemente indipendente di Mattei. Il libro di Steimetz fu subito ritirato dal mercato e da tutte le biblioteche italiane, sparendo per decenni dalla circolazione. In questo senso, Cefis avrebbe agito come rappresentante di poteri che volevano ricondurre la politica energetica italiana in orbita atlantica, con un comportamento coerente con i dettami delle multinazionali anglostatunitensi del petrolio.

Godette dell'appoggio di Amintore Fanfani e dei leader DC del Triveneto. In campo finanziario, seppe come ottenere la fiducia di Enrico Cuccia, il banchiere al vertice di Mediobanca. L'istituto di via Filodrammatici vantava dei crediti di difficile riscossione nei confronti della Montedison, il colosso chimico nato nel 1966 dalla fusione della Montecatini con l'ex azienda elettrica Edison.[17]

Cefis, grazie anche alla complicità di potenti fazioni politiche, iniziò la scalata al colosso della chimica italiana impiegando risorse fuori bilancio dell'ENI.[17][18] Poi nel 1971, a operazione compiuta, Cefis abbandonò l'ENI e divenne presidente della stessa Montedison. Questa mossa sollevò molte polemiche: egli infatti aveva utilizzato il denaro dell'ENI (cioè denaro pubblico) per diventare presidente di una società privata, con il progetto di diventare l'esclusivo padrone della chimica italiana.[5][17]

Cefis progettò di fare della chimica un settore competitivo a livello internazionale sulla base di due considerazioni: a) le enormi potenzialità legate alla petrolchimica; b) la precisa convinzione dell'esistenza in Italia dello spazio per un solo grande operatore. Ma si rese ben presto conto che il governo, tramite le Partecipazioni statali, voleva entrare anche nella chimica e non gli avrebbe lasciato le mani libere.
Dopo aver respinto una scalata alla Montedison condotta dalla "sua" ENI e da Nino Rovelli, appoggiati da Giulio Andreotti, decise che era il momento di attuare quella strategia che egli rivelerà alcuni anni più tardi in una delle sue rare interviste: "Non si può fare industria senza l'aiuto della politica e un giornale può servire da moneta di scambio".

Cefis instaurò così un braccio di ferro con Gianni Agnelli, che non aveva nessun tipo di feeling con Fanfani ed era padrone de La Stampa di Torino, oltre ad essere nella proprietà del Corriere della Sera. Nel 1974 lo scontro ebbe come teatro la presidenza di Confindustria. L'Avvocato fece il nome del repubblicano Bruno Visentini, Cefis replicò con quello di Ernesto Cianci. Dopo un gioco di veti incrociati, alla fine si arrivò a un compromesso: Agnelli presidente e Cefis vicepresidente.[senza fonte]

L'intesa riguardò anche i giornali: Cefis ebbe via libera per Il Messaggero (il quotidiano più venduto di Roma), Agnelli ottenne che La Gazzetta del Popolo non desse più fastidio alla Stampa (infatti verrà chiusa nel giro di pochi anni) e in cambio acconsentì che la Rizzoli acquistasse il Corriere.[senza fonte] A metà degli anni settanta il suo potere era molto forte.

Nel 1977 Cefis si recò dal suo mentore, il banchiere Enrico Cuccia, per richiedere un aumento di capitale per Montedison in difficoltà economica; Cuccia, convinto che la partita della chimica sia ormai persa e che Cefis sia un perdente, rifiutò, di conseguenza Cefis abbandonò la scena pubblica per ritirarsi a vita privata in Svizzera.[5]

Le indagini di Pasolini e il romanzo Petrolio[modifica | modifica wikitesto]

Pier Paolo Pasolini si interessò al ruolo di Cefis dopo aver letto il discorso che tenne all'Accademia Militare di Modena il 23 febbraio 1972 sulla rivista di psicoanalitica L'erba voglio di Elvio Fachinelli intitolato La mia patria si chiama multinazionale: Cefis descriveva l'imminente nascita della finanza multinazionale e il tramonto delle economie nazionali (questo sarà il contesto del romanzo Petrolio);[19] in più chiedeva una riforma costituzionale verso un presidenzialismo autoritario, cosa che avrebbe escluso per sempre il PCI dalla partecipazione al governo del Paese.[20] Quel discorso lasciava intravedere la possibilità di colpo di Stato, un «tintinnio di sciabole».[21] Fu lo stesso Fachinelli a donare a Pasolini nel settembre del 1974 la copia della rivista con il discorso di Cefis, insieme a un'altra fonte: il libro Questo è Cefis, l'altra faccia dell'onorato presidente pubblicato nel 1972 dall'AMI (Agenzia Milano Informazioni) scritto da Giorgio Steimetz[19] (pseudonimo dello stesso proprietario dell'AMI Corrado Ragozzino).[15][16][20] Pasolini aveva intenzione di inserire integralmente il discorso tenuto da Cefis tra le due parti del romanzo Petrolio.[20]

Proprio in Petrolio Pasolini descrive in modo estremamente dettagliato il passaggio dell'ENI-Montedison da impresa nazionale a multinazionale; esplicitamente nel romanzo richiama l'attenzione del lettore su questo processo di trasformazione all'interno della struttura di potere dell'ENI e sul ruolo chiave giocato dal protagonista Aldo Troya-Eugenio Cefis[19]:

« Ora, se l'ENI era un'azienda, era anche un 'topos' del potere [...]. C'era stato in quegli anni [...] un oscuro spostarsi di pedine in un settore importante per un organismo di potere, statale e insieme non statale com'era l'ENI: il settore della stampa [...]. Su questo punto vorrei richiamare l'attenzione del lettore: infatti Aldo Troja, vicepresidente dell'ENI, è destinato a diventare uno dei personaggi chiave della nostra storia. »

(Pier Paolo Pasolini, Petrolio, appunto 20, p.90)

Petrolio è il romanzo-inchiesta (uscito postumo nel 1992) al quale stava lavorando poco prima della morte. Pasolini ipotizzò, basandosi su varie fonti, che Cefis alias Troya (l'alias romanzesco di Petrolio) avesse avuto un qualche ruolo nello stragismo italiano legato al petrolio e alle trame internazionali.

Secondo alcuni scrittori[7], tra cui Gianni D'Elia (che riprende gli argomenti del magistrato Vincenzo Calia), Pasolini fu ucciso dalla stessa persona che fece uccidere Enrico Mattei, Cefis stesso, proprio per le parole contenute nel romanzo Petrolio:[8]

« Secondo il giudice Vincenzo Calia, che ha indagato sul caso Mattei, depositando una sentenza di archiviazione nel 2003, le carte di Petrolio appaiono come fonti credibili di una storia vera del potere economico-politico e dei suoi legami con le varie fasi dello stragismo italiano fascista e di Stato. In particolare, acquisiti agli atti, tutti i vari frammenti sull'"Impero dei Troya" (da pagina 94 a pagina 118) compreso il capitolo mancante Lampi sull'Eni, che dall'omicidio ipotizzato di Mattei guida al regime di Eugenio Cefis, ai "fondi neri", alle stragi dal 1969 al 1980, e ora sappiamo fino a Tangentopoli, all'Enimont, alla madre di tutte le tangenti. Troya è Cefis, nel romanzo, dal passato antifascista macchiato, è dunque ricattabile. Calia ha scoperto un libro, che è la fonte di Pasolini, un libro nato dai veleni interni all'ente petrolifero nazionale, pubblicato nel 1972 da una strana agenzia giornalistica (AMI) a cura di un fittizio Giorgio Staimetz [sic!]: questo è Cefis (l'altra faccia dell'onorato presidente), morto nel maggio 2004. Pasolini ne riporta interi brani, ne rifà la parafrasi. Forse, aveva capito troppe cose. Il lavoro di Calia è agli atti: il mandante possibile è in Petrolio. »

(Gianni D'Elia il 9 agosto 2005 su L'Unità)

Fondatore della loggia massonica P2[modifica | modifica wikitesto]

In base a due appunti del Sismi e del Sisde scoperti dal pm Vincenzo Calia nella sua inchiesta sulla morte di Mattei, la Loggia P2 sarebbe stata fondata da Cefis, che l'avrebbe diretta sino a quando fu presidente della Montedison; poi tra il 1982 e il 1983, dopo lo scandalo petroli, sarebbe subentrato il duo Umberto Ortolani-Licio Gelli.[6]

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Cavaliere di gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica italiana - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica italiana
— 27 dicembre 1963[22]
Grande ufficiale dell'Ordine al merito della Repubblica italiana - nastrino per uniforme ordinaria Grande ufficiale dell'Ordine al merito della Repubblica italiana
— 2 giugno 1959[23]
Cavaliere del lavoro - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere del lavoro
«Compiuti gli studi classici si iscrisse all'Università di Milano conseguendovi la laurea in Scienze Economiche. Scelta la carriera militare prestò servizio in qualità di ufficiale del 2º Reggimento Granatieri di Sardegna in Zona di operazioni. Dopo l'8 settembre 1943 si unì alle forze della Resistenza e comandò la brigata "Valtoce" appartenente alle formazioni "Fratelli dì Dio". Entrato all'AGIP al termine della guerra, ne divenne Consigliere negli anni 1953-54, fu quindi vice presidente della SNAM, dell'ANIC, dell'AGIP Mineraria e dell'AGIP Nucleare. Alla costituzione dell'ENI fu nominato vice direttore generale e assistente del presidente. Dal luglio 1967 è presidente dell'ENI»
— 1970[24]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Vasapollo
  2. ^ Giulio Milani, La terra bianca: Marmo, chimica e altri disastri, Gius.Laterza & Figli Spa, 04 giugno 2015, ISBN 9788858120989. URL consultato il 22 marzo 2017.
  3. ^ Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana
  4. ^ Massimo Franco, Andreotti. La vita di un uomo politico, la storia di un'epoca, Edizioni Mondadori, 22 marzo 2017, ISBN 9788804595632. URL consultato il 22 marzo 2017.
  5. ^ a b c La Repubblica/lf_dietro_il_listino: Addio a Cefis il 'burattinaio' scompare la razza padrona, su www.repubblica.it. URL consultato il 05 ottobre 2016.
    «[Cefis] sta al centro di quella che poi verrà chiamata la razza padrona. Un mix, cioè, di affari e di politica. Una sorta di rete in cui ci sono i politici che proteggono Cefis e che da lui sono protetti (e aiutati, con la forza del potere economico).».
  6. ^ a b Gianni D'Elia, Petrolio la bomba di Pasolini, in Fatto Quotidiano, 2 aprile 2010, p. 14.
  7. ^ a b Borgna e Lucarelli: Così morì Pasolini, in micromega-online. URL consultato l'11 ottobre 2016.
  8. ^ a b Luciano Vasapollo, Storia di un capitalismo piccolo piccolo: lo Stato italiano e i capitani d'impresa dal '45 a oggi, Editoriale Jaca Book, 1° gennaio 2007, ISBN 9788816407879. URL consultato l'11 ottobre 2016.
  9. ^ a b c Vittorio Emiliani, Orfani e bastardi: Milano e l'Italia viste dal "Giorno", Donzelli Editore, 1° gennaio 2009, ISBN 9788860364111. URL consultato il 22 marzo 2017.
  10. ^ Breve storia della Resistenza italiana, FIVL, 1° gennaio 1995. URL consultato il 22 marzo 2017.
  11. ^ Ezio Cartotto, Gli uomini che fecero la Repubblica, Sperling & Kupfer, 27 marzo 2012, ISBN 9788873395577. URL consultato il 22 marzo 2017.
  12. ^ a b c d Aa.Vv, Annali della Fondazione Ugo La Malfa XXV - 2010: Storia e Politica, Gangemi Editore, 03 febbraio 2016, ISBN 9788849247404. URL consultato il 22 marzo 2017.
  13. ^ Aberto Marino, Enrico Mattei deve morire!: Il sogno senza risveglio di un paese libero, LIT EDIZIONI, 25 luglio 2014, ISBN 9788868266110. URL consultato l'11 ottobre 2016.
  14. ^ Gianni Lannes, Né vivi né morti. L'odissea della nave Hedia e l'assassinio di Enrico Mattei, Luigi Pellegrini Editore, 16 maggio 2016, ISBN 9788868224301. URL consultato l'11 ottobre 2016.
  15. ^ a b Cefis, Pasolini e l'Italia dei misteri. Torna il libro scomparso di Steimetz, ilgiornale.it. URL consultato il 05 ottobre 2016.
  16. ^ a b Giuseppe Oddo, Politica e affari, il libro di Giorgio Steimetz contro Cefis finanziato da Verzotto ritorna in circolazione (PDF), in Il Sole 24 Ore, 27 settembre 2010.
  17. ^ a b c Michele Dau, Il tradimento del manager, LIT EDIZIONI, 17 novembre 2014, ISBN 9788868268046. URL consultato l'11 ottobre 2016.
  18. ^ (EN) Patrick McCarthy, The Crisis of the Italian State: From the Origins of the Cold War to the Fall of Berlusconi and Beyond, Palgrave Macmillan, 15 gennaio 1997, ISBN 9780312163594. URL consultato l'11 ottobre 2016.
  19. ^ a b c (EN) Manuele Gragnolati e Sara Fortuna, The Power of Disturbance: Elsa Morante's Aracoeli, MHRA, 1° gennaio 2009, ISBN 9781906540500. URL consultato il 05 ottobre 2016.
  20. ^ a b c Benito Li Vigni, Pasolini: Testimone autentico, poeta e scrittore scomodo per il potere corrotto, Sovera Edizioni, 30 ottobre 2014, ISBN 9788866522522. URL consultato il 12 ottobre 2016.
  21. ^ Benito Li Vigni, Pasolini: Testimone autentico, poeta e scrittore scomodo per il potere corrotto, Sovera Edizioni, 30 ottobre 2014, p. 16, ISBN 9788866522522. URL consultato il 12 ottobre 2016.
    «Come giustamente sostenne il Generale Folde alla commissione Anselmi. Un golpe bianco che anticipava di sei anni la manipolazione strategica che portò alla fine di Aldo Moro, nel momento in cui il leader democristiano apriva il governo alla partecipazione del Pci».
  22. ^ Sito web del Quirinale: dettaglio decorato.
  23. ^ Sito web del Quirinale: dettaglio decorato.
  24. ^ Sito web del Quirinale: dettaglio decorato.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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