Angelo Rovelli

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Angelo Rovelli detto Nino (Olgiate Olona, 10 giugno 1917Zurigo, 30 dicembre 1990) è stato un imprenditore italiano.

Raggiunse la massima notorietà negli anni '70, quando fu proprietario del gruppo chimico SIR - Società Italiana Resine.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Di famiglia operaia, si laureò in Ingegneria al Politecnico di Milano e fu anche un discreto bobbista, tanto da gareggiare nel bob a 4 alle olimpiadi del 1948 (squadra di Italia 2). Giovanissimo impiantò nel paese natale un'officina meccanica, che con gli anni si specializzò nella produzione di macchine utensili per impianti industriali; attraverso tale attività entrò in rapporti con l'industria chimica, alla quale forniva pompe ed impianti meccanici.

Nel 1948 Rovelli acquisì l'azienda lombarda SIR - Società Italiana Resine, specializzata nella produzione di resine fenoliche. Sotto la gestione di Rovelli, la SIR accrebbe di molto la sua importanza, fino a diventare negli anni settanta il terzo gruppo chimico italiano (dopo Eni e Montedison), con 13 000 dipendenti nel 1975. Le risorse per tale crescita derivarono soprattutto dai finanziamenti agevolati per lo sviluppo industriale, concessi dallo Stato attraverso gli istituti di credito speciale (IMI, ICIPU): Rovelli li investì in particolare in Sardegna, dove la SIR realizzò il polo petrolchimico di Porto Torres, ed in Calabria.

La lotta per la concessione dei finanziamenti, subordinati alla concessione di "pareri di conformità" da parte del CIPE, portò Rovelli a scontrarsi con gli interessi di Eni e Montedison, in una "guerra chimica" combattuta anche sulla carta stampata (Rovelli fu proprietario dei quotidiani La Nuova Sardegna e L'Unione Sarda) e sul piano politico: negli anni '70 Rovelli era dipinto come politicamente vicino a Giulio Andreotti, a Giovanni Leone ed a Giacomo Mancini.

Era sposato con l'ex attrice milanese Primarosa Battistella, dalla quale ebbe quattro figli.

Procedimenti giudiziari[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1979, non riuscendo a fare fronte alla difficile situazione finanziaria della SIR, Rovelli cedette la proprietà dell'azienda ad un consorzio bancario incaricato del salvataggio; in questa fase, il mancato rispetto (secondo Rovelli) di un accordo tra l'imprenditore e l'IMI (la banca più esposta nei confronti della SIR), diede origine al caso giudiziario IMI-SIR. Rovelli fece causa all'Imi nel 1982, quando si era già trasferito con la famiglia in Svizzera, pur mantenendo in Italia la proprietà di alcune aziende ed immobili.

Nel novembre del 1990 arrivò la sentenza del tribunale di Roma che diede ragione a Rovelli ed ai suoi eredi, condannando l'IMI a versare un risarcimento di circa 800 miliardi di lire. Nino Rovelli morì poco tempo dopo, il 30 dicembre 1990. Indagini successive[1] dimostreranno come la "famiglia Rovelli comprò la sentenza decisiva a suon di bustarelle"[2]. Nel 2006 la Corte di Cassazione conferma l'impianto accusatorio e la corruzione dei giudici del processo IMI-SIR, nel frattempo riunito al processo per il Lodo Mondadori, condannando fra gli altri gli avvocati dei Rovelli: Cesare Previti, Attilio Pacifico e Giovanni Acampora.

Note[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • G. Baldi, I potenti del sistema, pagg. 191-201, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1976
  • R. Petrini, Nino Rovelli, ritorno da un crack, La Repubblica, 9 maggio 1989
  • R. Petrini, Torna Nino Rovelli, L'IMI "trema", La Repubblica, 27 novembre 1990
  • E. Occorsio, L'eredità di Rovelli: 834 miliardi nel limbo, La Repubblica, 2 gennaio 1991
  • I.Caizzi, IMI SIR, la madre di Enimont, Corriere Economia, 17 gennaio 1994

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autoritàVIAF: (EN20629033
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