Processo alla città

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Processo alla città
Pampanini+Nazzari proc città.jpg
Silvana Pampanini ed Amedeo Nazzari in una foto di scena del film
Titolo originale Processo alla città
Lingua originale italiano
Paese di produzione Italia
Anno 1952
Durata 98 min
Colore B/N
Audio sonoro
Genere drammatico, storico
Regia Luigi Zampa
Soggetto Ettore Giannini e Francesco Rosi
Sceneggiatura Luigi Zampa, Ettore Giannini, Turi Vasile, Suso Cecchi d'Amico e Diego Fabbri
Casa di produzione Film Costellazione
Fotografia Enzo Serafin
Montaggio Eraldo Da Roma
Musiche Enzo Masetti
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani
Premi
  • Grolla d'Oro 1953 al regista
  • Nastro d'argento 1953 per la regia

Processo alla città è un film del 1952 diretto da Luigi Zampa, ispirato alla vicenda del Processo Cuocolo sulla camorra napoletana del primo Novecento.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Sulla spiaggia di Torre Annunziata viene ritrovato il cadavere di Gennaro Ruotolo ed a casa sua viene poi rinvenuta uccisa anche la moglie, Le indagini della Polizia, condotte dal delegato Perrone, si infrangono contro un muro di omertà. Il Giudice Antonio Spicacci si trova pertanto davanti ad una ipotesi di archiviazione, ma questa conclusione non lo convince e trova nel Procuratore del Re un incoraggiamento a continuare l'inchiesta.

L'indagine arriva ad una svolta quando viene arrestato un piccolo malvivente, Luigi Esposito, e i due inquirenti notano che l'uomo si trovava nella località in cui è avvenuto il delitto. Le rivelazioni di Esposito, che spera in tal modo di poter ottenere il visto per emigrare in America, portano alla scoperta di una casa di appuntamenti di lusso, che risulta essere di proprietà dei coniugi Ruotolo, nella quale lavora Liliana Ferrari, una prostituta amica di un camorrista.

Il regista Luigi Zampa sul set.
La scena iniziale del ritrovamento sulla spiaggia del corpo di Ruotolo

La donna ammette di aver partecipato ad un pranzo a Pozzuoli nel giorno dell'omicidio. Spicacci e Perrone ricostruiscono questo pranzo e, seppur tra mille reticenze, si convincono che in realtà quella era una riunione di capi camorristi nella quale è stata decisa l'uccisione di Ruotolo, perché ritenuto un traditore per aver inviato alle autorità delle lettere anonime contro un suo concorrente.

L'inchiesta coinvolge persone sempre più in vista della città, cosicché Spicacci si trova contro la “Napoli bene”, il che causa anche un forte dissidio con la moglie. Emergono contrasti tra il giudice ed il delegato Perrone, che, preferendo metodi più spicci, fa liberare un detenuto sospettato di essere l'autore del delitto, per usarlo come esca, ma costui viene eliminato da uno dei capi camorristi.

Del delitto viene incolpato Luigi Esposito, che viene fermato mentre sta per salire sulla nave per l'America. Tentando di sottrarsi alla cattura, l'uomo perde la vita sotto un treno. Questa morte ingiusta convince il giudice Spicacci, che prima aveva esitato, ad accusare tutti gli “insospettabili”, veri responsabili del delitto Ruotolo: sarà quel “processo alla città” che porterà alla sbarra un sistema di potere criminale con vaste complicità.

Realizzazione del film[modifica | modifica wikitesto]

Soggetto e sceneggiatura[modifica | modifica wikitesto]

Il soggetto del film fu elaborato su iniziativa di Francesco Rosi. Egli stesso ha raccontato: «Trovai su una bancarella due libri, introvabili, sul processo Cuocolo. Era un'idea che già circolava nel cinema (…) Per nessun intellettuale napoletano era un fatto sconosciuto. Su quel materiale cominciammo a scrivere, io e Giannini. [Il film] lo doveva fare Giannini, poi, non so perché, ho saputo che l'avrebbe fatto Zampa». «Mi diedero da leggere queste pagine – raccontò il regista - le approvai ed accettati di far il film[1]». Alla sceneggiatura lavorò un nutrito gruppi di scrittori, tra cui Diego Fabbri che forniva alla "Film Costellazione", società produttrice d'ispirazione cattolica, «le garanzie ideologiche offerte dalla sua presenza[2]». Quando il film fu presentato al Festival di Locarno, Zampa descrisse il suo film come «la storia di una istruttoria giudiziaria, che presenta la visione di un ampio retroscena umano e sociale. Per quanto l'azione sia fissata in una determinata epoca – i primi anni del ‘900 – lo sviluppo della vicenda coglie situazioni e condizioni tutt'altro che sorpassate[3]».

Paolo Stoppa
La scena corale di Processo alla città in cui viene rievocato il pranzo dei camorristi.

Produzione[modifica | modifica wikitesto]

Le riprese del film, inizialmente denominato Processo ad una città, furono realizzate a Cinecittà, durarono circa due mesi e terminarono all'inizio del mese di maggio 1952[4]. Gli esterni del film furono ovviamente girati a Napoli. «Napoli partecipò – raccontò poi Zampa - in pieno. La massa l'ho presa a Napoli, recitavano tutti. Trovavamo porte spalancate dappertutto. Per scegliere gli attori di Processo alla città mi vidi tutte le sceneggiate napoletane[5]». Il regista ricordò in particolare le sue numerose visite ad un teatro popolare situato vicino alla Stazione, con gli attori che recitavano tra un boccone e l'altro del pranzo.

Nel corso delle riprese vi furono straripanti dimostrazioni di popolarità in particolare per Amedeo Nazzari, protagonista, proprio in quegli anni in coppia con Yvonne Sanson, della serie di film “strappalacrime” diretti da Raffaello Matarazzo, che riscuotevano un enorme successo commerciale e di pubblico. La cantante Nilla Pizzi, trionfatrice del Festival di Sanremo, fornì la sua voce a Silvana Pampanini quando costei intona nel film la canzone “Tradimento”, presentata come uno degli indizi utilizzati dal giudice Spicacci per sostenere le sue accuse.

Rapporti con la censura[modifica | modifica wikitesto]

Nonostante l'argomento delicato, il film non ebbe problemi con la censura, a quel tempo molto rigida, che, infatti, interverrà poi pesantemente sui successivi film di Zampa Anni facili e La romana. Nel caso di Processo alla città, invece, fu soltanto avanzato qualche rilievo sulla figura del Delegato di P.S. con la richiesta di moderare la violenza del suo agire, per la preoccupazione di garantire il buon nome delle forze dell'ordine. A parte questo furono espressi complimenti al film per la «intelligenza ed abilità tecnica degli autori della sceneggiatura[6]». Anche la severa critica di matrice cattolica, rappresentata dal Centro Cattolico Cinematografico, lo ritenne «un lavoro nobile, misurato e coraggioso, benché inadatto ai giovani per l'indole dell'argomento[7].

Accoglienza[modifica | modifica wikitesto]

Presentazione[modifica | modifica wikitesto]

Processo alla città fu presentato in prima mondiale il 14 luglio 1952, nella serata di chiusura del Festival cinematografico di Locarno, con la presenza del regista e dell'interprete femminile Silvana Pampanini. ricevendo, secondo le cronache del tempo, molti applausi ed ottenendo «un caldo successo di un film italiano degno della più autentica considerazione[8]», mentre il critico Guido Aristarco, solitamente poco favorevole alle pellicole di Zampa, scrisse che «questa opera, diretta con cura ed attenzione, ci spinge a rivedere la posizione che prendemmo in passato nei confronti di questo regista (essendo) forse la migliore opera di Luigi Zampa, ricca di interessi umani, che offre una Napoli primo Novecento attendibile, e sequenze di effetto non del tutto esteriore[3]».

Paolo Stoppa ed Amedeo Nazzari in una scena del film

Successo internazionale[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la prima ticinese, il film partecipò a molte rassegne internazionali nelle quali venivano rappresentate antologie del miglior cinema italiano. Fu infatti inserita tra le pellicole (tra le quali Il cappotto di Lattuada, Altri tempi di Blasetti, Europa '51 di Rossellini, Umberto D di De Sica) che presero parte alla “Settimana del Film Italiano” che si svolse alla Little Carnegie Hall di New York dal 6 al 12 ottobre 1952[9]. Successivamente, nel giugno 1953, Processo alla città fu inviato a rappresentare il cinema italiano al Festival di Berlino, dove venne riconosciuto tra i film che avevano «meglio contribuito all'affermazione di ideali democratici, di libertà e fratellanza[10]». L'anno successivo esso partecipò anche alla “Settimana del Cinema Italiano” che si tenne a Buenos Aires nel gennaio 1954[11].

Due interpreti femminili del film: sopra, Mariella Lotti, che impersona Elena, la moglie del giudice Spicacci. Sotto Irene Galter, che interpreta Nunziatina, il cui marito Luigi Esposito muore proprio mentre stanno per partire per l'America.

Critica[modifica | modifica wikitesto]

Commenti contemporanei. Processo alla città fu ben accolto dalla critica, anche da quella che non aveva apprezzato precedenti opere di Zampa, com già era accaduto a Locarno per Aristarco. Infatti il Corriere della sera scrisse di una «realizzazione pittoresca e scorrevole tale da far sì che l'interesse del film, spesso a carattere dialettale, non diminuisca un solo momento[12]». mentre La Stampa descrisse Processo alla città come un «film complesso e difficile che richiedeva nel regista una sensibilità davvero fuori dal consueto. Zampa si è impegnato a fondo nell'impresa offrendoci quello che può essere considerato il maggior successo della sua carriera[13]».
Commenti successivi. Retrospettivamente, quasi tutti i commentatori hanno espresso valutazioni positive rispetto a questo film di Zampa ed alcuni di essi lo hanno indicato quale sua migliore opera in assoluto. «Film teso,– secondo il Catalogo Bolaffi – vigoroso, civile e coraggioso, impegnato, realizzato anche sul piano dello spettacolo con forza drammatica e suspense; preannuncia i film civili di Francesco Rosi ( La sfida, Le mani sulla città), che infatti è tra gli sceneggiatori di questo film». Giudizio condiviso anche da Pruzzo e Lancia («Film serio, civile, solido e soggiogante, che mette a fuoco, forse meglio di precedenti opere in chiave satirica, le qualità di Zampa[14]») e confermato da Giampiero Brunetta, che definisce questa opera di Zampa: «Film di forte struttura drammatica, Processo alla città fa sentire tutta la carica di indignazione civile che pervade il regista in quegli anni e trova il modo per rendere, grazie ad una meticolosa ricostruzione del passato, una limpida visione in trasparenza del presente[2]».

Altri giudicano questo film con uno sguardo più ampio: «Zampa ebbe – è scritto ne Il Cinema, grande storia illustrata - dal 1946 al 1952 il suo periodo d'oro. Né mancò di derivare ispirazione dall'estero, specie in Francia, dove cercò suggerimento per il riuscito Processo alla città nella produzione di dotati polemisti come Cayatte, in guerra contro la prassi della giustizia». Ispirazione straniera e «modelli americani» sono evocati anche dal Mereghetti che giudica Processo alla città privo dei «cedimenti macchiettistici di altri film del regista, qui più solido e controllato, capace di rendere con rigore le complicità di potenti e camorra».

Risultato commerciale[modifica | modifica wikitesto]

Accanto a critiche positive, il film di Zampa registrò un buon risultato economico, con un incasso di 378 milioni di lire[15]. Ciò consentì a Processo alla città di attestarsi attorno al 25.mo posto della classifica relativa ai 144 film italiani usciti nel corso del 1953, anno in cui il campione al botteghino, con circa un miliardo e mezzo di incasso, risultò Don Camillo di Duvivier, anche se il record lo conseguì Totò che, mettendo insieme ben tre pellicole uscite sugli schermi in quello nello stesso anno (Totò a colori, Totò e le donne e Totò e i re di Roma), riuscì ad assommare l'eccezionale – per quei tempi – incasso complessivo di poco meno di 1 miliardo e 700 milioni di lire[16].

Riconoscimenti[modifica | modifica wikitesto]

Zampa ottenne per Processo alla città dapprima nel luglio 1953 la Grolla d'oro del “Premio St. Vincent per il Cinema”, quale migliore regista italiano dell'anno[17]. Successivamente, nel dicembre 1953 a Zampa fu attribuito il Nastro d’argento per la regia con la motivazione del «complesso degli elementi che hanno contribuito alla attendibile evocazione di un'epoca e di una società».

La realtà storica[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Processo Cuocolo.

La vicenda del processo Cuocolo, a cui il film di Zampa si ispirò, si svolse in realtà in maniera alquanto diversa, e lo stesso Zampa precisò che «sbaglierebbe chi credesse di trovare in questo film la rievocazione del processo Cuocolo. Quel famoso processo ha fornito lo spunto al soggettista ed agli sceneggiatori per declinare una situazione[3]». Tutto era iniziato nel 1906 con l'omicidio di Gennaro Cuocolo e di sua moglie; le indagini che seguirono, condotte, a giudizio di molti in modo irregolare, portarono dopo cinque anni ad un processo, che si tenne a Viterbo. Gli imputati furono quasi tutti condannati, ma molti giuristi avanzarono dubbi sulla regolarità dell'iter processuale; tra questi l'avvocato calabrese Rocco Salomone che, ancora nel 1938, tentò invano di avviare una revisione del processo. Nonostante la lunga indagine e voci ricorrenti, in quella sede processuale non emersero mai prove di collusione tra camorra e mondo politico - istituzionale.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Testimonianze di Rosi e di Zampa in Ridere civilmente, cit. in bibliografia, pag.245 e seg.
  2. ^ a b Brunetta, cit. in bibliografia, pag. 276.
  3. ^ a b c Cinema, n. 90 del 15 luglio 1952.
  4. ^ Cinema, n. 85 del 1 maggio 1952.
  5. ^ Avventurosa storia cit. in bibliografia, pag. 226.
  6. ^ Appunto di revisione preventiva del 27 febbraio 1952, riportato in Ridere civilmente, cit. in bibliografia, pag. 54.
  7. ^ Livio Fantina, I giudizi del C.C.C. in Storia del cinema italiano, cit. in bibliografia, pag 91.
  8. ^ Corrispondenza di P.G.C. [Piero Gadda Conti] in La Stampa del 16 luglio 1952.
  9. ^ Cinema, n. 95 del 1 ottobre 1952.
  10. ^ Cinema, n.111 del 15 giugno 1953.
  11. ^ Corrispondenza di Jaime Potenze in Cinema, n. 126 del 30 gennaio 1954.
  12. ^ Articolo di lan [Arturo Lanocita] in Corriere della sera del 6 settembre 1952.
  13. ^ Recensione non firmata in La Stampa del 7 settembre 1952.
  14. ^ Nazzari, cit. in bibliografia, pag 130.
  15. ^ Dizionario del Cinema Italiano cit. in bibliografia. Cosulich in Cinema nuovo, n. 98 del 15 gennaio 195S, fornisce un dato lievemente inferiore di 364 milioni.
  16. ^ Cfr. tabelle e classifiche di incasso in Cavallo, cit. in bibliografia, pag 396.
  17. ^ Corrispondenza in Stampa Sera del 20 luglio 1953

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Ornella Levi (a cura di), Catalogo del cinema italiano, Torino, Bolaffi, 1967, ISBN non esistente
  • Franca Faldini, Goffredo Fofi, L'avventurosa storia del cinema italiano, Milano, Feltrinelli, 1979, ISBN non esistente
  • Piero Pruzzo, Enrico Lancia, Amedeo Nazzari, Roma, Gremese, 1983, ISBN non esistente
  • Il Cinema. Grande storia illustrata, vol. IV, Novara, Istituto Geografico De Agostini, 1985, ISBN non esistente
  • Roberto Chiti, Roberto Poppi: Dizionario del Cinema Italiano – volume II (1945-1959), Roma, Gremese, 1991, ISBN 88-7605-548-7
  • Storia del Cinema Italiano volume VIII (1949-1953), Venezia, Marsilio e Roma, Fondazione Scuola Nazionale Del Cinema, 2003, ISBN 88-317-8209-6.
  • Pietro Cavallo: Viva l'Italia. Storia, cinema ed identità nazionale (1932-1962). Liguori Edit. Napoli, 2009. ISBN 978-88-207-4914-9
  • Alberto Pezzotta, Ridere civilmente: il cinema di Luigi Zampa, Bologna, Edizioni della Cineteca, 2012, ISBN 978-88-95862-56-9
  • Paolo Mereghetti, Il Mereghetti 2014, Milano, Baldini e Castoldi, 2013, ISBN 978-88-6852-058-8

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]


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