Luigi Cadorna

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Luigi Cadorna
Luigi Cadorna 02.jpg
4 settembre 1850 - 21 dicembre 1928
Nato a Pallanza
Morto a Bordighera
Luogo di sepoltura Pallanza
Dati militari
Paese servito Italia Regno d'Italia
Forza armata Regio esercito
Anni di servizio 1865 - 1917
Grado Maresciallo d'Italia
Guerre Prima guerra mondiale
Battaglie Battaglie dell'Isonzo
Battaglia di Caporetto
Studi militari Scuola militare "Teuliè"
Accademia militare di Torino
Altro lavoro Politico

[senza fonte]

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sen. Luigi Cadorna
Stemma del Regno d'Italia Parlamento del Regno d'Italia
Senato del Regno d'Italia
Luogo nascita Pallanza
Data nascita 4 settembre 1850
Luogo morte Bordighera
Data morte 21 dicembre 1928
Titolo di studio Accademia militare
Professione Ufficiale
Legislatura XXIV
Pagina istituzionale

Luigi Cadorna (Pallanza, 4 settembre 1850Bordighera, 21 dicembre 1928) è stato un generale e politico italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Gli esordi[modifica | modifica wikitesto]

Figlio del generale conte Raffaele Cadorna (veterano della battaglia di San Martino e poi comandante della spedizione che nel 1870 portò all'annessione di Roma al Regno d'Italia), nel 1860 fu avviato dal padre agli studi militari: dapprima alla Scuola militare "Teuliè" di Milano e cinque anni dopo all'Accademia Reale di Torino, venendo nominato sottotenente nell'arma d'artiglieria nel 1868. Nel 1870, in forza al 2º Reggimento d'artiglieria, partecipò alle brevi operazioni militari contro Roma nel corpo di spedizione comandato dal padre. Capitano nel 1880, nel 1883 venne promosso al grado di maggiore e assegnato allo Stato Maggiore del Corpo d'armata del generale Pianell. In seguito assunse la carica di capo di Stato Maggiore del comando divisionale di Verona. Nel 1889 convolò a nozze con Maria Giovanna Balbi dei marchesi Balbi di Genova.[1] Nel 1892, promosso colonnello, ottenne il primo incarico operativo in qualità di comandante del 10º Reggimento Bersaglieri, mettendosi in evidenza per la sua rigida interpretazione della disciplina militare e per il frequente ricorso a dure sanzioni che gli costeranno anche richiami scritti dai suoi superiori.[2]. Fu tuttavia particolarmente apprezzato(note caratteristiche) dai generali Pianell e Baldissera che erano quelli che godevano di maggiore riconoscimento nell'Esercito quanto a capacità.

Durante le manovre del maggio 1895, sempre al comando del 10º Reggimento, ebbe modo di puntualizzare per la prima volta quei princìpi tattici che costituirono poi la base della sua incrollabile fede nell'offensiva a oltranza.[2] Nel 1896, abbandonati gli incarichi operativi, assunse la carica di capo di Stato Maggiore del Corpo d'armata di Firenze. Nel 1898, con la promozione a tenente generale, entrò a far parte della ristretta cerchia degli alti ufficiali dell'esercito. La sua ascesa, benché lenta, si dimostrò costante a dispetto delle numerose sue recriminazioni nei confronti di un presunto ostruzionismo da parte dei superiori. Nello stesso anno dovette affrontare il primo smacco, quando, resosi disponibile l'incarico di ispettore generale degli Alpini, gli venne preferito il generale Hensch. Nel 1900 incappò in un secondo insuccesso: abbandonato il generale Alberto Cerruti il comando della Scuola di Guerra, si vide scavalcato dal generale Luigi Zuccari; a Cadorna fu invece assegnato il comando della Brigata "Pistoia", allora di stanza a L'Aquila, che tenne per i successivi quattro anni: a quel periodo risale la compilazione di un manuale dedicato ai metodi d'attacco delle fanterie, in cui Cadorna ebbe modo di ribadire la propria fiducia nelle tattiche offensiviste allora in gran voga nell'esercito.

Nel 1905 assunse il comando della divisione militare di Ancona e nel 1907 fu a capo della divisione militare di Napoli con il grado di tenente generale, giungendo infine ai massimi vertici delle forze armate. Nello stesso anno venne fatto per la prima volta il suo nome come possibile successore del generale Tancredi Saletta, che godeva di pessima salute, alla suprema carica di capo di Stato Maggiore dell'esercito. Ma l'anno successivo, abbandonato infine il Saletta l'incarico, Cadorna si vide preferire il generale Alberto Pollio: a questo capovolgimento di fronte non furono sicuramente estranei né i proclamati sentimenti di ostilità di Cadorna nei confronti dell'allora capo del governo Giovanni Giolitti, né tantomeno una lettera che il 9 marzo egli aveva inviato a Ugo Brusati, primo aiutante del Re e fratello di quel Roberto Brusati, futuro comandante della 1ª Armata, che nel 1916 sarebbe stato destituito proprio da Cadorna a seguito della battaglia degli Altipiani.

In risposta a sondaggi di Brusati sulle future intenzioni di Cadorna dopo ottenuto l'incarico, e in particolar modo riguardo al mantenimento delle prerogative del Re (formalmente comandante in capo dell'esercito), sul cui rispetto si voleva evidentemente ottenere formale assicurazione, con scarsissimo spirito diplomatico ma grande onestà intellettuale e morale egli replicò sostenendo il principio dell'unicità e indivisibilità del comando: in tale circostanza, benché i poteri del sovrano fossero sanciti dallo Statuto Albertino, Cadorna si dimostrò deciso a chiarire come, a suo parere, la responsabilità del comando dell'esercito spettasse de facto al solo capo di Stato Maggiore[2].

Benché con le sue dichiarazioni egli fosse allora consapevole di essersi estromesso dalla partita con le proprie mani, la nomina di Pollio inaugurò una stagione di rapporti difficili fra le due alte personalità, destinata a concludersi soltanto nel 1914, con la morte di quest'ultimo. All'amarezza di Cadorna per essersi visto preferire il collega (inviso in certi ambienti per le umili origini, figlio di un ex capitano dell'esercito borbonico) si aggiungevano stridenti contrasti di natura dottrinale, laddove alla rigida impostazione offensivistica del pensiero tattico cadorniano il nuovo capo di Stato Maggiore contrapponeva concezioni operative improntate a maggiore flessibilità, e fondate sulla consapevolezza del ruolo dell'artiglieria e delle armi da fuoco moderne sul campo di battaglia. Cadorna proseguì comunque nella carriera, e nel 1911 assunse il comando del Corpo d'armata di Genova.

L'anno successivo scoppiava il conflitto con l'Impero ottomano e, benché Cadorna rappresentasse il candidato in pectore per il comando di un corpo d'armata destinato al servizio oltremare, nella conduzione delle operazioni militari in Libia gli venne preferito il generale Carlo Caneva. Cadorna, alla soglia dei sessantuno anni, non aveva ancora ricevuto alcun comando operativo su teatro di guerra: tale ritardo si sarebbe tuttavia rivelato per lui vantaggioso, poiché poté presentarsi alla prova del primo conflitto mondiale vantando una carriera esente dagli insuccessi che avevano costellato la recente storia delle armi italiane, dalla campagna d'Abissinia culminata con la disfatta di Adua, sino alle sanguinose e dispendiosissime operazioni militari contro la guerriglia libica (piegata soltanto nel 1934).

Capo di stato maggiore[modifica | modifica wikitesto]

La mattina del 1º luglio 1914 moriva improvvisamente il generale Alberto Pollio, stroncato da un infarto. Pochi giorni prima, il 28 giugno, Gavrilo Princip aveva assassinato a Sarajevo l'arciduca ereditario Francesco Ferdinando e la consorte Sophie Chotek. Il 27 luglio successivo Luigi Cadorna, su indicazione di Vittorio Emanuele III, prendeva possesso dell'ufficio di capo di stato maggiore. Il 23 luglio l'Impero austro-ungarico aveva infatti consegnato il proprio ultimatum alla Serbia, innescando una reazione a catena che, dopo il dipanarsi di una serie di crisi diplomatiche e contromosse politico-militari, portò in poche settimane allo scoppio della Prima guerra mondiale.

L'esercito che il generale ereditava dal proprio predecessore stava affrontando un difficile periodo di transizione: al processo di ammodernamento, rallentato significativamente dalle scarse capacità industriali del Paese, si aggiungeva il dispendio di materiali richiesto dalla campagna libica e il relativo stravolgimento organizzativo e logistico provocato dall'approntamento del consistente corpo di spedizione: nel 1914, ovvero a due anni dall'ufficiale conclusione delle ostilità, i 35.000 uomini inizialmente inviati erano saliti a 55.000, insufficienti comunque per venire a capo dello stato di guerriglia che travagliava il nuovo possedimento coloniale italiano.[2][3].

La preparazione della guerra[modifica | modifica wikitesto]

Mentre governo e ministri decidevano se fosse il caso di restare neutrali oppure intervenire (a fianco dell'Intesa o degli imperi centrali), il 31 luglio Cadorna inviò una nota a Salandra nella quale comunicava la sua proposta di inviare cinque corpi d'armata sul Reno a difesa delle forze tedesche contro la Francia. Cadorna infatti spingeva verso una veloce decisione per l'intervento, poiché convinto che la neutralità, probabilmente di breve durata, avrebbe portato l'Italia a un pericoloso isolamento sia militare sia diplomatico dal resto d'Europa.[4]

Il progressivo irrigidimento del Paese su posizioni decisamente interventiste spinse Salandra e Sonnino (26 febbraio 1915) a intavolare le trattative che avrebbero portato al Patto di Londra (si richiamava il carattere difensivo del trattato e il mancato avvertimento dell'Austria-Ungheria dell'invasione della Serbia, nei confronti dell'Italia). Avviati il 4 marzo, i negoziati si protrassero sino al 26 aprile, mentre l'incertezza che regnava allora nei circoli politico-diplomatici, conseguenza di una condotta improntata a simili criteri opportunistici, determinò un significativo ritardo nell'emanazione dei primi ordini di mobilitazione.

Quest'ultima fu infatti avviata, e in forma parziale, soltanto il 1º marzo, mentre la vaghezza delle direttive politiche e l'assenza di un efficace spirito di collaborazione (mancò completamente la mediazione del Re) fra governo e vertici militari spinse lo stato maggiore, nella persona di Cadorna, ad accelerare di propria iniziativa i preparativi di guerra. Come accaduto quasi un anno prima in occasione dello scoppio della guerra sugli altri fronti, i provvedimenti militari finirono per forzare la mano alla politica, spingendo infine il gabinetto Salandra a contrarre accordi vincolanti con le potenze dell'Intesa, che prevedevano la dichiarazione di guerra da parte dell'Italia all'Impero austro-ungarico entro un mese dalla ratifica degli accordi.[2][5]

Dopo le prime disposizioni per una mobilitazione parziale e puramente cautelativa, soltanto il 5 maggio Cadorna venne esplicitamente informato da Salandra della necessità di una mobilitazione generale, nella prospettiva di scendere in guerra contro l'Austria-Ungheria entro il giorno 26 dello stesso mese.

L'articolo 2 del Patto di Londra, firmato da Salandra all'insaputa di Cadorna, obbligava peraltro l'Italia a tenere impegnati gli austriaci con tutte le proprie risorse. Tale articolo, con la strategia alleata che considerava il fronte occidentale come principale, determinò di fatto il compito di Cadorna: non conquistare Trento e Trieste, piuttosto incalzare il più possibile l'esercito austroungarico per impedire travasi di forze sul fronte principale. Compito alquanto infelice per l'Italia costretta ad attaccare delle posizioni naturalmente forti con delle truppe che non aveva avuto il tempo di addestrare né poteva farlo guerra durante per la cronica mancanza di istruttori qualificati e per l'indisponibilità dei soldati, sempre inferiori al numero necessario per poter effettuare delle rotazioni al fronte. La mancanza di addestramento fu la causa delle gravi perdite e obbligò quindi il Comando Supremo a imporre una disciplina di ferro.

La prima guerra mondiale[modifica | modifica wikitesto]

L'inizio delle ostilità[modifica | modifica wikitesto]

Il piano del Gen. Cadorna prevedeva l'opportunità di sfruttare la sorpresa per conquistare posizioni forti che, se occupate dagli austriaci sarebbero diventate imprendibili. Ma questo piano fu frustrato da due avvenimenti: la denunzia del trattato di alleanza con gli imperi centrali da parte del nostro governo e la caduta del governo Salandra per opera di Giolitti, a seguito della quale gli alleati, temendo che non rispettassimo i patti, pubblicizzarono sui giornali francesi il patto di Londra. Non aiutò nemmeno l'inerzia dei serbi che non rispettarono la convenzione militare stipulata con il Cadorna.

L'avvio delle operazioni militari si ebbe il 23 maggio, e si tradusse in una lenta avanzata verso il corso dell'Isonzo della 2ª e 3ª Armata, senza che gli italiani incontrassero una significativa resistenza da parte del nemico. I combattimenti si accesero solamente ai primi di giugno e la spinta offensiva voluta da Cadorna raggiunse il suo apice fra il 25 e il 30.

Dopo alcuni scacchi iniziali, costati pesanti perdite, il Monte Nero venne conquistato il 16 giugno da un fulmineo assalto di sei battaglioni di alpini mentre le restanti vette rimasero in mano austriaca.

Quello stesso giorno il generale Pietro Frugoni ordinò la sospensione delle operazioni offensive della 2ª Armata contro Plava, posizione che sarebbe stata nuovamente teatro di ferocissimi combattimenti durante la seconda e la terza battaglia dell'Isonzo. Con l'ordine di Frugoni si esauriva così la prima fase dell'offensiva, che secondo i resoconti ufficiali era già costata all'esercito perdite per 11.000 uomini fra morti e feriti, quantunque oggi si tenda a ritenere che queste ammontassero ad almeno il doppio[6].

Il comportamento dei generali comandanti delle grandi unità non fu all'altezza della situazione: l'avanzata fu condotta con troppa cautela, tanto che Cadorna destituì il comandante della cavalleria. D'altro canto Cadorna pensava che buona parte dei generali, selezionati durante il tempo di pace, fossero inadatti alle esigenze belliche.

La Strafexpedition[modifica | modifica wikitesto]

Cadorna visita le trincee britanniche

Sin dall'inizio della guerra la 1ª Armata italiana, schierata lungo il fronte trentino al comando del generale Roberto Brusati con il compito di tenere il fronte con il massimo risparmio di forze, aveva invece assunto un atteggiamento offensivo improntato a una lenta ma costante avanzata in territorio austriaco; tale condotta non era stata sanzionata da Cadorna per rispettare l'autonomia del comandante d'Armata del quale era anche amico. Ma il Brusati male interpretò questo rispetto, sancito dal regolamento di disciplina, assumendo uno schieramento poco adatto alla difesa. Quando, a partire dal febbraio del 1916, il comando della 1ª Armata segnalò una crescente concentrazione di truppe nemiche nel settore, Cadorna liquidò simili notizie sostenendo fermamente di non credere alla possibilità che l'esercito imperial-regio orchestrasse un attacco di prima grandezza perché era attesa una grande offensiva russa[2]. I fatti successivi dimostreranno che Cadorna aveva ragione: infatti gli austriaci non avevano potuto concentrare le forze sufficienti ed adottare i provvedimenti logistici (raddoppio della ferrovia) per alimentare l'attacco in profondità e furono costretti a subire prima la sconfitta di Gorizia e quindi una vera e propria disfatta in Galizia.

Al contrario, quella che sarebbe passata alla storia come Strafexpedition aveva l'ambizioso obiettivo di sfruttare il saliente trentino che, profondamente incuneato nel territorio italiano, minacciava alle spalle lo schieramento isontino ove era attestata la massima parte dell'esercito italiano. Partendo dagli altopiani di Folgaria e Lavarone le forze austro-ungariche si lanciarono all'assalto il 15 maggio 1916, dopo una lunga serie di rinvii determinati dalle avverse condizioni meteorologiche. I risultati immediati furono incoraggianti per lo scarso valore difensivo dello schieramento italiano: durante i primi giorni l'offensiva portò alla conquista di Arsiero e Asiago, due importanti punti d'accesso alle pianure meridionali, e alla cattura di 40.000 prigionieri e 300 cannoni.[7][8][9].

In tali critiche circostanze, Cadorna sostituì Brusati con Pecori Giraldi, con il suo conseguente siluramento per non essersi attenuto a quanto previsto dal concetto strategico: il generale Brusati aveva perso la testa sino a paventare un collasso dell'intero fronte trentino; sotto questo aspetto la salda assunzione del controllo delle operazioni da parte del Capo di Stato Maggiore in persona dovrebbe essere pertanto considerata provvidenziale[2]. Al contrario di quanto dimostrato da molti ufficiali, a Cadorna non difettarono mai tenacia e sangue freddo, ed egli guidò con mano salda il ripiegamento dell'armata sconfitta su nuove posizioni; nel frattempo provvide a costituire con notevole celerità e spirito d'improvvisazione una nuova formazione, la V Armata, concentrando 179.000 uomini fra Vicenza e Padova[2] e assegnandone il comando al generale Frugoni.

Nei piani di Cadorna tale forza era destinata a fronteggiare gli austriaci qualora questi fossero sboccati in pianura (situazione a noi strategicamente favorevole perché gli attaccanti si sarebbero trovati con linee di comunicazione lunghe e difficili da percorrere), ma una simile minaccia non si materializzò, dal momento che anche nel settore di massima penetrazione, quello dell'Altopiano di Asiago, l'offensiva austriaca venne arginata già entro i primi quindici giorni di giugno[10].

Le forze austro-ungariche continuarono a riscuotere una serie di successi tattici minori, ma l'irrigidimento della difesa italiana, e nel contempo l'allungamento delle linee di comunicazione e il previsto sovraccarico della limitata rete logistica di cui Conrad poteva disporre in Trentino fecero sfumare l'agognata prospettiva di uno sfondamento strategico. L'offensiva Brusilov, scatenata infine in Galizia, determinò la definitiva cessazione di qualsiasi movimento offensivo e il rapido ridispiegamento a est delle principali grandi unità impegnate nella Strafexpedition.

Non appena il Gen. Cadorna valutò che l'attacco austriaco non avrebbe avuto successo, trasportò con tutti i mezzi disponibili (ferrovie e ruotati)le forze a sua disposizione sul fronte di Gorizia sorprendendo gli austriaci. La città poté così essere conquistata facilmente unitamente a molte delle cime che la circondavano.

La disfatta di Caporetto (dodicesima battaglia dell'Isonzo)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Caporetto.

L'uscita della Russia dalla guerra a seguito della rivoluzione bolscevica cambiò la situazione strategica liberando ingenti forze tedesche che, dopo due mesi di addestramento in Slovenia alla tecnica dell'infiltrazione, furono indirizzate contro il fronte italiano allo scopo di sollevare l'Austria da una situazione vicina al collasso. Di conseguenza Cadorna ordinò la difesa a oltranza che comportava lo scaglionamento in profondità delle artiglierie e delle truppe. Ma questi ordini non vennero eseguiti dal comandante della seconda armata. Sul fronte dell'Isonzo, Cadorna aveva disposto, a sud (riva destra), la 3ª Armata comandata dal Duca d'Aosta; a nord (riva sinistra), la 2ª Armata, comandata dal generale Luigi Capello e costituita da otto corpi d'armata. L'offensiva austro-tedesca ebbe inizio alle ore 2.00 del 24 ottobre 1917 con tiri di preparazione dell'artiglieria, prima a gas, poi a granate fino alle 5.30 circa. Verso le 6.00 cominciò un violentissimo tiro di distruzione a preparazione dell'attacco delle fanterie. I rapporti del comando d'artiglieria del 27º Corpo d'armata (colonnello Cannoniere) indicano che il tiro tra le 2.00 e le 6.00 produsse perdite molto lievi. Solo nella conca di Plezzo i gas ebbero effetti apprezzabili.

L'attacco delle fanterie cominciò alle ore 8.00 con uno sfondamento immediato sull'ala sinistra, nella conca di Plezzo sul fianco sinistro della 2ª armata. Tale parte di fronte era presidiata a sud, tra Tolmino e Gabrije (paese a metà strada tra Tolmino e Caporetto), dal 27º Corpo d'armata di Pietro Badoglio. A complicare le cose sopraggiunse la situazione – solo leggermente meno drammatica - del fronte del 4º Corpo d'armata (Cavaciocchi), confinante a sud con il Corpo d'armata comandato da Badoglio. Il vero disastro, infatti, cominciò quando il nemico arrivò a Caporetto da entrambi i lati dell'Isonzo.

La mancata risposta delle artiglierie italiane sul fronte del 27º Corpo d'armata (530 pezzi di grosso e medio calibro puntati sulla conca di Plezzo) è una delle ragioni accertate dello sfondamento; il gen. Badoglio, per effetto del fuoco del nemico, che aveva individuato la sua posizione perché trasmetteva in chiaro, perse il collegamento con il col. Cannoniere che, come da ordini ricevuti, restò inerte. Incuneato tra i due corpi d'armata e in posizione più arretrata era stato disposto molto frettolosamente anche il 7º Corpo d'armata comandato dal generale Luigi Bongiovanni. La sua efficacia fu nulla. La mancanza di riserve dietro il 4º Corpo d'armata, fu senz'altro uno dei motivi principali che contribuirono alla disfatta.

Badoglio, pur essendo a pochi chilometri dal fronte, seppe dell'attacco delle fanterie nemiche solo verso mezzogiorno, e riuscì a comunicarlo al comando della 2ª Armata (gen. Capello) soltanto qualche ora dopo. Cadorna seppe della gravità dello sfondamento e del fatto che il nemico aveva conquistato alcune forti posizioni solo alle ore 22.00.

Di là dalle responsabilità di singole piccole e medie unità, le colpe maggiori di ordine strategico non possono che essere attribuite al comando supremo (Luigi Cadorna) per non aver controllato l'esecuzione dei suoi ordini, e al comando d'armata interessato (gen. Capello) per non aver eseguito l'ordine di assumere uno schieramento difensivo, mentre quelle di ordine tattico ai tre comandanti dei corpi d'armata coinvolti (Badoglio, quindi Cavaciocchi e Bongiovanni). Tutti vennero giudicati colpevoli dalla commissione d'inchiesta di prima istanza, del 1918-19, con l'unica eccezione di Badoglio.

Tuttavia l'errore tattico più sconcertante e oggettivamente misterioso fu senza dubbio operato da Badoglio sul suo fianco sinistro (riva destra dell'Isonzo tra la testa di ponte austriaca davanti a Tolmino e Caporetto). Questa linea, lunga pochi chilometri, costituiva il confine tra la zona di competenza del Corpo d'armata di Badoglio (riva destra) e la zona assegnata al IV Corpo d'armata di Cavaciocchi (riva sinistra). Nonostante tutte le informazioni indicassero proprio in questa linea la direttrice dell'attacco nemico, la riva destra fu lasciata praticamente sguarnita con il solo presidio di piccoli reparti, mentre il grosso della 19ª divisione e della brigata Napoli era arroccato sui monti sovrastanti[11]. In presenza di nebbia fitta e pioggia, le truppe italiane in quota non si accorsero minimamente del passaggio dei tedeschi in fondovalle, e, in sole 4 ore, le unità tedesche risalirono la riva destra arrivando integre a Caporetto, sorprendendo da dietro le unità del IV Corpo d'armata.

A seguito della caduta del fronte e del rischio che venisse tagliata la ritirata della terza armata, Cadorna, fin dal 26 ottobre, ordinò la ritirata sulla linea di resistenza che, nel piano strategico del generale, era stata organizzata e fortificata sulla linea Piave-Monte Grappa: tale linea fu scelta perché breve (poteva essere presidiata da due sole armate), forte anche perché era stata preparata fin dall'anno precedente e sufficientemente distante dal fronte per consentire alle armate di riordinarsi. Peraltro la ritirata, che era stata già pianificata da tempo (esecutore il Col. Cavallero), fu condotta con grande ordine malgrado l'intasamento delle strade e dei ponti da parte di profughi e sbandati: la terza armata si schierò dietro il Piave completa di tutte le artiglierie pesanti, la quarta sul Grappa seppur avendo perso 10 mila uomini perché il comandante eseguì l'ordine di ritirata con due giorni di ritardo. Cadorna lasciò il comando a manovra di ritirata completata.

La sostituzione di Cadorna con Armando Diaz[modifica | modifica wikitesto]

Il 25 ottobre 1917 il parlamento italiano negò la fiducia al governo presieduto da Paolo Boselli che fu costretto a dimettersi. Il giorno 30 ottobre il governo si ricostituì sotto la guida di Vittorio Emanuele Orlando, il quale già nei colloqui dei giorni precedenti aveva richiesto al Re la rimozione di Cadorna[12]. Nel frattempo arrivarono a Treviso il comandante supremo dell'esercito francese generale Ferdinand Foch e il generale William Robertson, capo di stato maggiore dell'esercito britannico.

Nella notte dal 30 al 31 ottobre Cadorna ordinò alla 4ª armata - schierata in Cadore al comando del generale Mario Nicolis di Robilant - di accelerare il movimento di ripiegamento sulla destra del Piave, che avrebbe dovuto presidiare il settore tra la Val Brenta e Vidor occupando il Monte Grappa. Il Duca d'Aosta, comandante della 3ª armata, era già riuscito a porre in salvo le sue truppe a ovest del Tagliamento. Di Robilant eseguì in ritardo e con riluttanza l'ordine di Cadorna, tanto che il 3 novembre, vedendo in pericolo il progetto di saldatura tra le due armate sulla nuova linea difensiva, il comandante supremo dovette ribadire l'ordine di ripiegamento.

La sera del 3 novembre il generale Cadorna fece partire per Roma il colonnello Gatti con una lettera al presidente del consiglio Orlando in cui affermava che la situazione era «critica» e sarebbe potuta «da un momento all'altro diventare criticissima ed assumere carattere di eccezionale gravità, ove l'offensiva nemica che, attraverso molteplici indizi, pare imminente sul fronte trentino, si sferrasse con tale violenza che le nostre forze fossero impari a fronteggiarla»[13].

Il 6 e 7 novembre si svolge la conferenza di Rapallo, un vertice interalleato fra il nuovo Capo del Governo, i Primi ministri di Francia e Gran Bretagna e i generali Foch e Robertson. In una riunione propedeutica i rappresentanti stranieri si espressero subito per l'allontanamento di Luigi Cadorna dal comando, e la sua sostituzione con il Duca d'Aosta. Nel vertice del giorno successivo la sostituzione di Cadorna fu imposta come condizione per l'invio dei rinforzi alleati e fu proposta l'istituzione di un Consiglio supremo di guerra alleato di cui avrebbero dovuto fare parte i generali Foch per la Francia, Wilson per la Gran Bretagna e Cadorna per l'Italia. I partecipanti al vertice di Rapallo si trasferirono a Peschiera l'8 novembre per riferire i risultati al Re, il quale si oppose alla nomina del Duca d'Aosta, ma confermò la rimozione di Cadorna.

Il generale Armando Diaz, fino a quel momento comandante del XXIII Corpo d'armata, fu nominato comandante supremo dell'esercito italiano con Decreto del 9 novembre, in sostituzione di Cadorna, il quale, dopo un iniziale rifiuto, accettò l'incarico di rappresentante presso il consiglio di guerra interalleato.

Tuttavia l'intuizione di Cadorna, espressa con lettera del 3 novembre, di un imminente attacco sul fronte trentino si dimostrò giusta: il 9 novembre la coda della 4ª Armata e tre divisioni del XII Corpo d'armata in ripiegamento dalla Carnia furono sopraffatte con gravi perdite dalla 14ª Armata austro-tedesca che, dopo avere forzato il ponte di Cornino sul Tagliamento il 2 novembre, aveva cominciato una manovra eccentrica rispetto all'asse principale di avanzata. La 3ª Armata si attestò sulla sinistra del Piave dal Ponte della Priula al mare il 9 novembre, mentre la 4ª non aveva ancora completato il suo schieramento. Tale indugio consentì alla 4ª Armata di mettere in salvo le artiglierie di medio e grosso calibro, che tanto contribuirono a salvare il Grappa[14].

Dopoguerra[modifica | modifica wikitesto]

Britannique, facciata sud
Britannique, placca Luigi Cadorna

Senatore dal 1913 al 1928, Cadorna non aderì al fascismo. Nel 1924 Benito Mussolini lo nominò a sorpresa Maresciallo d'Italia e fu completamente riabilitato a seguito delle pressioni esercitate dal Grande Mutilato di Guerra Carlo Delcroix, presidente dell'associazione dei reduci.

Morì a Bordighera il 21 dicembre 1928 alla "Pensione Jolie", poi divenuta "Hotel Britannique" (via Regina Margherita 35), sulla facciata dell'edificio è stata posta una placca commemorativa. La sua salma è tuttora esposta in un mausoleo, opera dell'architetto Marcello Piacentini, nella sua città natale (Pallanza), lungo il Lago Maggiore.[15]

Nel 1931 fu battezzato in suo onore un incrociatore leggero della Regia Marina; sopravvissuta al secondo conflitto mondiale, l'unità entrò nella Marina Militare sino al 1951, quando venne radiata. Il figlio Raffaele, così chiamato in onore del nonno, intraprenderà anch'egli la carriera militare e parteciperà alla Seconda guerra mondiale e comanderà, dopo la resa incondizionata delle truppe italiane agli alleati del settembre 1943, le forze partigiane del nord Italia raccolte nel Corpo volontari della libertà.

Convinzioni tattico-strategiche[modifica | modifica wikitesto]

Le idee di Cadorna, in merito alle tattiche d'attacco, non differivano poi molto da quelle dei generali suoi contemporanei: dalla dottrina francese incentrata essenzialmente sull'elan, sino alla massima austriaca del «Vorwärts bis in den Feind» ("Sempre e in ogni caso avanti fino al nemico"). Alla vigilia della prima guerra mondiale nessun esercito, tranne quello tedesco, aveva correttamente valutato l'impatto dell'appoggio di una forte artiglieria all'avanzata delle fanterie sul campo di battaglia.

Luigi Cadorna era tutt'altro che un tattico brillante, qualche storico riscontra alcuni errori tattici simili perpetrati dai generali alleati Joffre, Haig e Nivelle: ma bisogna tenere conto di due fattori. In primo luogo la condotta(tattica) delle truppe non rientrava nei Suoi compiti(la strategia, la preparazione ed il controllo degli ordini); inoltre essa era fortemente condizionata dall'impossibilità di addestrare i soldati e dall'obbligo di attaccare ogni qualvolta il comando alleato ne faceva richiesta.

Secondo alcuni[6] le principali manchevolezze evidenziate dalla condotta di Cadorna, soprattutto durante i primi mesi di guerra, furono di natura più strategica che strettamente tattica: il cruciale ritardo di un mese nell'orchestrare la prima offensiva dell'Isonzo permise infatti agli austriaci di concentrare le loro poche truppe raccogliticce in modo sufficiente ad arrestare l'avanzata italiana. I generali di Cadorna esitarono di fronte alla prospettiva di un'azione rapida, e in questo modo andò sprecata l'occasione di una facile avanzata sino a Trieste, possibile per l'assenza di rilevanti forze nemiche lungo il fronte isontino (il comandante generale della cavalleria fu rimosso per questa esitazione).

Diversa la Sua competenza strategica: la sua determinazione nel picchiare contro linee che si andavano progressivamente irrigidendo può essere ricondotta alla ben nota ostinazione che lo contraddistingueva ma anche alla sua convinzione (confermata da tutta la storia militare) che le guerre si vincono concentrando la massa dei propri uomini sul fronte debole del nemico. La Sua coerenza con i rapporti di forze oggettivi gli permise di comprendere l'errore austriaco di attaccare nel Trentino(1916) mentre i russi stavano preparando un'offensiva in Galizia, e di cogliere la vittoria di Gorizia. Nel '17 seppe valutare le conseguenze della rivoluzione bolscevica(uscita della Russia dalla guerra)e trarne le conseguenze: poiché con le forze recuperate l'alleanza avrebbe potuto attaccare contemporaneamente dall'Isonzo e dal Trentino, predispose una linea difensiva che accorciava il fronte di 200 km. con fulcro il monte Grappa. Le critiche che gli vengono rivolte per l'impiego delle riserve a Caporetto sono prive di fondamento militare perché l'attacco condotto da Tolmino non poteva essere decisivo(come lo sarebbe stato dal Trentino) e Cadorna aveva il dovere di tenere le riserve nei pressi della stazione ferroviaria di Udine per potere, eventualmente, spostarle. L'opera immensa realizzata da Cadorna per risparmiare le forze sul fronte montano(linea Cadorna) è parte integrante ed indispensabile della Sua strategia di concentrazione della massa.

L'accusa che alcuni gli hanno rivolto di avere avuto scarsa considerazione per la vita dei soldati è contraddetta da numerosi documenti-circolari ai comandanti d'Armata che prescrivono di attaccare soltanto quando l'artiglieria ha distrutto le difese austriache("perché la vita dei soldati è preziosa"), di tenere i soldati nelle comode caverne e non nelle trincee. A Cadorna va inoltre ascritto il merito di aver compreso, unico tra i generali alleati, che la massa degli eserciti alleati avrebbe dovuto essere concentrata contro l'Austria perché era l'avversario più debole (Liddel Hart - Storia della Prima Guerra Mondiale) e che l'artiglieria avrebbe svolto un ruolo cruciale in base alla constatazione che le perdite subite dagli austriaci in questi primi scontri erano state inflitte proprio dal fuoco dei cannoni italiani.

Sempre Schindler ricorda come per la terza battaglia dell'Isonzo furono radunate ben 1.372 bocche da fuoco di cui 305 di grosso calibro: dati che inducono l'autore a identificare proprio in Cadorna il primo grande interprete della cosiddetta Materialschlacht. Anche in questo caso il ragionamento sotteso alle decisioni di Cadorna seguiva una semplice logica quantitativa, basata sull'approccio che prevedeva maggiore potenza di fuoco per scalzare trinceramenti sempre più estesi e profondi. In conclusione andrebbe tuttavia evidenziato che il confronto impostato da Cadorna secondo i termini della Materialschlacht avrebbe inevitabilmente condotto l'Austria-Ungheria alla disfatta in virtù della semplice disparità delle forze in gioco: già all'epoca della conquista di Gorizia, Cadorna aveva appena cominciato a intaccare le proprie riserve umane, mentre gli austro-ungarici dovettero in quel momento fronteggiare la prima seria crisi dall'inizio delle operazioni. Spesso si dimentica che all'indomani dell'undicesima battaglia dell'Isonzo la situazione austriaca si era fatta disperata, con il solo monte Ermada rimasto ormai a sbarrare il passo all'avanzata italiana attraverso il Carso in direzione di Trieste: la resistenza era giunta a un punto di rottura, e proprio tale evidenza indusse l'Alto Comando tedesco a concedere infine gli agognati rinforzi che portarono alla costituzione della XIV Armata in vista di quella programmata offensiva di alleggerimento che portò in ultima analisi per l'Italia alla disfatta di Caporetto[16].

Cadorna come condottiero[modifica | modifica wikitesto]

Più complessa risulta la valutazione di Cadorna come condottiero d'uomini, e del suo dispotismo nella gestione dell'esercito, in quanto la sua condotta fu condizionata dal secondo articolo del Patto di Londra che obbligava l'Italia ad attaccare con tutte le sue risorse per evitare travasi di forze nemiche sul fronte occidentale; inoltre la firma del Patto a sua insaputa lo obbligò a entrare in guerra con truppe non addestrate. Proprio la mancanza di addestramento, reso impossibile dall'insufficienza di istruttori qualificati e dalla indisponibilità dei soldati che dovevano coprire un fronte sempre più esteso, determinò il grande dispendio di vite umane e quindi la necessità di imporre una disciplina di ferro. Ma come gran parte degli alti ufficiali della Grande Guerra, da Haig a Falkenhayn sino a Conrad e Boroević riteneva che i soldati avessero il dovere di combattere anche con il sacrificio della vita. Egli univa una singolare rudezza nei rapporti coi suoi collaboratori e sottoposti. In seno all'esercito poté godere di libertà del tutto sconosciute agli altri comandanti alleati, e la sua influenza si estese sino a condizionare l'operato e gli orientamenti del Ministero della Guerra e dello stesso governo, in particolar modo sotto il remissivo governo Boselli[2]; dalla caduta del governo Salandra II, in conseguenza della Strafexpedition lanciata dagli austriaci, sino a Caporetto, il generale concentrò nelle proprie mani poteri e prerogative comparabili soltanto a quelli della "dittatura militare" instaurata de facto in Germania da Falkenhayn e successivamente dal duo Hindenburg-Ludendorff[17]. Bisogna però rilevare che il Re, che considerava l'esercito di Sua competenza e ne deteneva il potere di fatto(John Thayer), approvò sempre la condotta di Cadorna, fino alla disfatta di Caporetto.

A causa di tale stato di cose Cadorna poté esercitare il proprio potere in modo autoritario, facendo e disfacendo i quadri superiori delle forze armate: molto discussa in particolare la pratica dei siluramenti indiscriminati che tanta parte ebbe nel minare seriamente il morale e la combattività dell'esercito. Il sollevamento dal comando per le più disparate ragioni (sino a giungere al paradosso dei siluramenti "preventivi"[18][19]) divenne pratica talmente diffusa da inibire completamente lo spirito d'iniziativa dei comandanti a ogni livello, ciascuno paventando di essere rimosso dal proprio superiore diretto anche in conseguenza di scacchi e fallimenti marginali. In realtà Cadorna riteneva che i comandanti, formati tutti in tempo di pace, fossero per lo più inadatti al comando in guerra e utilizzava i siluramenti allo scopo di far emergere i migliori. In particolare rilevava la scarsa disponibilità dei comandanti a condividere con i soldati le fatiche ed i rischi della guerra e la loro scarsa competenza pratica nella valutazione del terreno(Brusati).

Monumenti e opere intitolate a Cadorna[modifica | modifica wikitesto]

La strada Cadorna[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Strada statale 141 Strada Cadorna.
Monte Grappa, paesaggio con vista sulla Strada Cadorna, 1927, foto di Emilio Sommariva

Da Bassano del Grappa al monte Grappa esiste una strada a tornanti che per circa 25 km si arrampica sino alla cima del monte, chiamata "strada Cadorna" perché da lui fatta costruire.

Nel 1916, infatti, Cadorna capì che in caso di sconfitta, il monte Grappa sarebbe stato indispensabile per bloccare il nemico nel settore da Vicenza al Montello e avrebbe costituito quindi il fulcro della difesa italiana.

Dette quindi ordine al genio militare di costruire in breve tempo una strada e due teleferiche che potessero portare mezzi e truppe fino al monte Grappa. Tra militari e civili vi lavorarono circa 30 000 uomini.

Fu una delle scelte strategiche competenti di Cadorna: la strada venne completata pochi giorni prima della disfatta di Caporetto e i contrafforti del Grappa si rivelarono indispensabili, ai fini della difesa della Pianura padana.

A più riprese, fino agli ultimi giorni di guerra, gli austriaci si dissanguarono nell'inutile tentativo di occupare la cima del monte, che dominava un intero settore del fronte e dalla quale, per decine di chilometri, gli italiani martellavano con i loro cannoni le truppe nemiche.

Altri monumenti[modifica | modifica wikitesto]

La ventesima galleria della strada delle 52 gallerie del Monte Pasubio, scavate in occasione dei combattimenti della prima guerra mondiale, porta il suo nome. [20]

Cancellazione del nome da vie e piazze di Udine

Nel 2011 la commissione alla toponomastica di Udine ha deciso di cambiare il nome alla piazza dedicata a Cadorna, poiché nel corso degli anni è emerso, secondo il parere di alcuni non condiviso da altri, come fatto storico e conclamato il suo disprezzo per la vita dei soldati italiani impiegati al fronte.[21] Anche a Milano, nel 2011, è stata avanzata una proposta in tal senso, ma la popolazione ha espresso parere contrario.

Decorazioni e Onorificenze italiane[modifica | modifica wikitesto]

Cavaliere di Gran croce dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran croce dell'Ordine della Corona d'Italia
— 29 dicembre 1910
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro
— 30 gennaio 1915
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Militare di Savoia
— 28 dicembre 1916[22]
Medaglia Mauriziana per merito militare di 10 lustri - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia Mauriziana per merito militare di 10 lustri
Medaglia commemorativa della guerra italo-austriaca 1915 – 18 (4 anni di campagna) - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa della guerra italo-austriaca 1915 – 18 (4 anni di campagna)
Medaglia commemorativa italiana della vittoria - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa italiana della vittoria
Medaglia commemorativa dell'Unità d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa dell'Unità d'Italia

Maresciallo d'Italia --- 4 novembre 1924

Dati tratti dal sito del Parlamento italiano.[23]

Decorazioni e Onorificenze straniere[modifica | modifica wikitesto]

Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Stella dei Karađorđević (classe militare) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Stella dei Karađorđević (classe militare)
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine equestre per il merito civile e militare - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine equestre per il merito civile e militare
Gran Cordone dell'Ordine di Leopoldo - nastrino per uniforme ordinaria Gran Cordone dell'Ordine di Leopoldo
Cavaliere di Gran Croce dell'Aquila Rossa - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Aquila Rossa
Cavaliere di Gran Croce della Legion d'Onore - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce della Legion d'Onore
Gran Croce Ordine del Principe Danilo I - nastrino per uniforme ordinaria Gran Croce Ordine del Principe Danilo I
Cavaliere di Gran Croce Ordine del Bagno - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce Ordine del Bagno
Membro I Classe Ordine di Michele il Coraggioso - nastrino per uniforme ordinaria Membro I Classe Ordine di Michele il Coraggioso
Croix de Guerre 1914-1918 - nastrino per uniforme ordinaria Croix de Guerre 1914-1918
Croix de Guerre 1914-1918 - nastrino per uniforme ordinaria Croix de Guerre 1914-1918

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Archivio della Camera.
  2. ^ a b c d e f g h i Gianni Rocca. Cadorna. Il generalissimo di Caporetto. Milano, Mondadori, 2004.
  3. ^ Sergio Romano, La quarta sponda. La guerra di Libia 1911-1912. Milano, TEA 2007.
  4. ^ Antonello Folgo Biagini e Antonello Battaglia, Neutralità armata? Le condizioni del Regio Esercito, in Rivista Militare - Periodico dell'Esercito fondato nel 1856, Numero 4 - Luglio/Agosto 2014.
  5. ^ Gian Enrico Rusconi, L'azzardo del 1915. Come l'Italia decide la sua guerra, Bologna, Il Mulino 2005.
  6. ^ a b John R. Schindler. Isonzo. Il massacro dimenticato della Grande Guerra. Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 2002.
  7. ^ Lawrence Sondhaus. Franz Conrad von Hötzendorf. L'anti Cadorna. Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 2003.
  8. ^ Gunther E. Rothenberg. L'esercito di Francesco Giuseppe. Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 2004.
  9. ^ Enrico Acerbi. Strafexpedition. Maggio-Giugno 1916. Valdagno, Gino Rossato Editore, 1992.
  10. ^ A tutt'oggi sussistono dei margini di incertezza in merito al come Cadorna intendesse effettivamente servirsi della V. Armata. Quel che si può osservare è che lo schieramento della V. Armata, concentrata a nord di Padova fra Vicenza e Treviso, risultava dirimpetto ad Arsiero ed Asiago, chiavi di accesso alla Val Padana: una posizione che suggerisce piuttosto l'intento di arrestare il nemico allo sbocco delle valli, e non di attirarlo in avanti per poi aggirarne il fronte di avanzamento.
  11. ^ Cartine della relazione ufficiale dello stato maggiore, Vol IV, tomo 3 ter.
  12. ^ Sui rapporti tra Orlando e Cadorna.
  13. ^ Da Caporetto a Vittorio Veneto (5). Cadorna sostituito da Diaz.
  14. ^ Per un giudizio complessivo su Luigi Cadorna vedasi: Sforza, Carlo, Costruttori e distruttori, Roma, 1945.
  15. ^ [1].
  16. ^ Francesco Fadini. Caporetto dalla parte del vincitore. Il generale Otto von Below e il suo diario inedito. Milano, Mursia, 1996.
  17. ^ In riferimento alla situazione in Germania si vedano:
    • Fritz Fischer. Assalto al potere mondiale. La Germania nella guerra 1914-1918. Torino, Einaudi, 1965;
    • Gerhard Ritter. I militari e la politica nella Germania Moderna (3 vol.). Torino, Einaudi, 1967-73;
    • Robert B. Asprey. L'alto comando tedesco. Milano, Rizzoli, 1993.
  18. ^ Mario Silvestri. Isonzo 1917, Milano, Mondadori, BUR, 2001.
  19. ^ Mario Silvestri. Caporetto. Milano, BUR, 2003.
  20. ^ Gattera 2007, pagg. 103.
  21. ^ Il gen. Cadorna non ha diritto a vie e piazze, lastampa.it, 10 giugno 2011. URL consultato il 25 luglio 2015.
  22. ^ Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Militare d'Italia, quirinale.it, 28 dicembre 1916. URL consultato il 26 luglio 2015.
  23. ^ Scheda senatore CADORNA Luigi, su senato.it. URL consultato il 19 aprile 2011.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Gianni Rocca, Cadorna, Collezione Le Scie, Milano, Mondadori, 1985.
  • Marziano Brignoli, Edoardo Greppi. Londra 1914-1915, Stato Maggiore dell'Esercito, 2000.
  • Enrico Cernigoi, Soldati del Regno. La struttura e organizzazione dell'Esercito Italiano nella Grande Guerra, Vicenza, Edizioni Itinera Progetti, 2005.
  • Claudio Gattera, Il pasubio e la strada delle 52 gallerie, Valdagno, Gino Rossato Editore, 2007, ISBN 978-88-8130-017-4.
  • Pierluigi Romeo di Colloredo, Luigi Cadorna. Una biografia militare, Collana Italia Storica, Genova, 2011.
  • Marziano Brignoli, Il Gen. Luigi Cadorna dal 1914 al 1917, Udine, Gaspari Editore, 2012, ISBN 978-88-754-1260-9.

Opere di Cadorna[modifica | modifica wikitesto]

  • La Guerra alla Fronte Italiana, Milano, Fratelli Treves Editori, 1921.
  • Altre pagine sulla Grande Guerra, Milano, Mondadori, 1925.
  • Pagine polemiche, Prefazione di Carla e Raffaele Cadorna, Milano, Garzanti, 1950.

Epistolari di Cadorna[modifica | modifica wikitesto]

  • Lettere famigliari, a cura di Raffaele Cadorna, Milano, Mondadori, 1967.
  • Il direttore e il generale. Carteggio Albertini-Cadorna, A cura di Andrea Guiso. Prefazione di Simona Colarizi, Milano, Fondazione Corriere della Sera, 2014, ISBN 978-88-968-2014-8.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Comandante generale delle truppe alpine Successore CoA mil ITA cdo Comalp.jpg
Ettore Pedotti 1910 - 1911 Camillo Tommasi di Scillato
Predecessore Capo di Stato Maggiore dell'Esercito Italiano Successore Flag of the chief of staff of armed force.svg
Alberto Pollio 1914 - 1917 Armando Diaz
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